martedì 14 aprile 2015

Perché l'Italia continua a tagliare i fondi per l'istruzione?

Colgo l'occasione da questo recente articolo del Corriere della Sera che mi ha lasciato piuttosto basito per compiere un esame dello stato dell'istruzione in Italia.

Innanzitutto poniamoci una domanda semplice: se questo è il livello di investimento sul sistema formativo

Fonte: OECD 2014

perché continuiamo a tagliare? Questa è la variazione di spesa negli ultimi anni:


Fonte: OECD 2014

e qui vediamo quanto è stato speso, o meglio, tagliato per l'istruzione rispetto alla spesa pubblica:

Fonte: OECD 2014

Siamo l'unico grande Paese e fra i pochi in assoluto che dal 2008 ha tagliato la spesa per l'istruzione. Non solo: abbiamo tagliata la formazione molto di più di quanto abbiamo tagliato per gli altri servizi pubblici!

La nostra spesa per la formazione, data la scarsa percentuale sulla spesa pubblica, è quasi solo per il pagamento degli stipendi

Fonte: OECD 2012
che non sono poi così elevati

Fonte: OECD 2012

Colpisce è che il maestro elementare costa di stipendio allo Stato quanto il professore di liceo, ma è vero che va considerato il numero di ore lavorate e la consistenza delle classi e questo fenomeno lo si riscontra anche in altri Paesi.

Da questi numeri appena visti sorge una considerazione: poiché uno dei parametri fondamentali per misurare l'Indice di Sviluppo Umano (I.S.U.), che è un parametro di sviluppo macroeconomico utilizzato dall'ONU dal 1993 per valutare il grado di qualità della vita in uno Stato, è il tasso di alfabetizzazione degli adulti ed il loro tasso di istruzione, visto il livello della spesa, come sarà questo tasso per l'Italia?

Fonte: OECD 2012

Fonte: OECD 2014

Una breve spiegazione per quanto riguarda i livelli di studio; l'"upper secondary" corrisponde grossomodo alla nostra scuola superiore o liceo e la "tertiary" alla formazione accademica (sia triennale che specializzata).

Come si vede l'Italia non ne esce bene: le percentuali di adulti scolarizzati oltre la scuola elementare è tra le più basse e gli adulti sopra i 25 anni, soprattutto nella fascia 45-54, che hanno raggiunto almeno un'istruzione superiore sono poco sopra la metà della popolazione adulta. Questa percentuale cala drasticamente se vediamo quanti adulti raggiungono e completano un'istruzione universitaria: solo la Turchia in Europa aveva una percentuale minore, ma ha avuto un miglioramento maggiore tra il 2000 ed il 2012 raggiungendoci. Ciò evidentemente influisce sulla capacità di comprensione ed elaborazione

Fonte: OECD 2012

Anche qui una breve spiegazione: i livelli indicati da 0 a 5 corrispondono al grado di comprensione ed elaborazione concettuale di un testo ed all'utilizzo di strumenti per reperire ed integrare informazioni; il grado 0 significa una capacità di lettura di un semplice testo ma l'incapacità di comprenderlo pienamente e farne una sintesi e la capacità di estrarre una semplice informazione da esso, come indicato da una domanda; all'opposto il grado 5 corrisponde ad una piena comprensione di un testo complesso, di estrarne le informazioni volute, di elaborale e la capacità di creare un proprio testo (o discorso articolato) a confutazione, teorizzando un modello esplicativo.

Gli adulti italiani che hanno una buona od ottima comprensione di un testo e capacità di reperire ed elaborare informazioni sono davvero pochi, sia in assoluto come percentuale, sia e soprattutto in rapporto agli altri Paesi. Solo la Spagna tra i grandi Stati europei ha un livello simile, soprattutto nella fascia di età più avanzata di popolazione.

Se questa è la situazione, e così torniamo alla domanda che ci siamo posti all'inizio, perché continuiamo a tagliare e quindi a deprimere la spesa per la formazione futura del nostro popolo? Una chiave di lettura ce la dà un grande scrittore italiano: Italo Calvino.


Come ho già evidenziato su un altro post sulla democrazia, uno dei meccanismi che fa sì che un sistema democratico funzioni è quello di avere un'opinione pubblica informata ed in grado di capire e valutare l'azione del proprio Governo e conseguentemente promuoverlo o bocciarlo con il voto ai partiti che lo esprimono; ciò si ottiene solo se i cittadini hanno un grado di istruzione abbastanza elevato da poter comprendere, sia la comunicazione dei politici su quanto hanno fatto ed hanno intenzione di fare, sia le valutazioni e le notizie riportate dalla stampa e dai mezzi di informazione. Per far ciò evidentemente occorre saper maneggiare un discorso od un testo abbastanza complesso, ovvero avere un'istruzione medio-alta. Ma non c'è solo questo aspetto.

Una buona istruzione è anche la base per i politici per poter ben governare: in un mondo complesso ed articolato come quello di oggi, le scelte decisionali presuppongono la comprensione dei problemi, in tutti i suoi aspetti, la conoscenza di varie materie, anche solo per comprendere i consigli dei tecnici incaricati di studiare le soluzioni, ed una visione ampia delle conseguenze delle varie soluzioni proposte. Una classe politica efficiente è quindi (anche, ma non solo) una classe politica colta.

Questo se si è un Paese con piena sovranità.

Se infatti si è una Nazione eterodiretta (ricordatevi il "pilota automatico" di Draghi...) la classe politica non deve essere capace di decidere, ma semplicemente di obbedire e di mettere in opera quanto deciso in altre sedi. Per far ciò non occorre un elevato grado di istruzione, che magari porterebbe ad obiettare rispetto ad alcune scelte imposte, ma semplicemente un buon grado di fedeltà, che si ottiene facilmente concedendo ai soggetti politici un livello di potere secondario sufficiente a garantirsi un certo prestigio ed un ritorno economico personale.

Questo spiega dunque la ragione per cui non si investe e non si investirà nel futuro nell'istruzione delle generazioni a venire: il manovratore europeo non vuole essere disturbato e per governare una colonia non è indispensabile essere colti e neanche tanto intelligenti. Basta essere furbi e saper catturare l'elettorato, magari con un modo di fare superficialmente simpatico.

Come Renzi, ad esempio...

venerdì 3 aprile 2015

Reddito di cittadinanza, flex-security e disoccupazione



Del reddito di cittadinanza ne ho già parlato.

Leggo però di una proposta che vorrebbe unire il sostegno a chi non ha lavoro all'introduzione di un salario minimo garantito di € 9/h: con ciò si eviterebbe il problema, da me segnalato, dell'appiattimento dei salari su un livello prossimo a quello del reddito di cittadinanza. La proposta sembrerebbe quindi ragionevole e condivisibile. Ma c'è un ma. Questo:



Come è possibile costringere le imprese italiane ad introdurre un salario minimo garantito orario, quando la redditività delle imprese è andata a picco? In un periodo di profonda crisi di domanda, a causa della quale le aziende non investono perché non credono di avere un rendimento da nuovi investimenti, avendo già degli impianti produttivi e manodopera sottoutilizzati, e le banche non finanziano per paura di non veder restituito il prestito concesso, come si può costringere un'impresa ad aumentare il costo del lavoro, erodendo ancor più la scarsa redditività?

Astrattamente la proposta sarebbe corretta, ma essa si scontra con il solito problema comune a tutte le soluzioni adottate anche dal Governo e rientra nella scia delle proposte classiche neo-liberiste: è una soluzione c.d. supply side. Anche in questo caso infatti si bada solo al lato dell'offerta, la produzione ed i fattori che la compongono, senza considerare che qualsiasi intervento, in queste condizioni, risulta solo o inutile o addirittura dannoso, se non si interviene sulla domanda di beni e servizi. E l'unico modo per farlo è inizialmente con una politica classicamente keynesiana: la creazione di occasioni di lavoro per le aziende, ovvero con gli investimenti dello Stato per far effettuare lavori pubblici. Solo con essi le aziende avrebbero uno stimolo a rimettere in moto la propria attività e, passato il primo periodo di utilizzo dei fattori già esistenti, che comincerebbero comunque a creare reddito consumabile, attraverso gli utili  e l'impiego di professionalità e imprese collaterali (dagli ingegneri, ai geologi, a tutte quelle professioni collegate ai lavori edili, nonché alle aziende in subappalto), la necessità di assumere nuove maestranze, ampliando così la base degli occupati e rimettendo in moto il ciclo dei consumi, attraverso il moltiplicatore keynesiano della spesa, già visto.

Pensare di risolvere i problemi di occupazione semplicemente costringendo le impres e a dare un giusto salario, senza però dare loro una ragione per fare ciò, ovvero una prospettiva di maggior guadagno, non solo è velleitario, ma persino controproducente. La flex-security di tipo scandinavo può funzionare solo se si ha un economia che tira, con una forte domanda aggregata, e un'alta spesa statale; non a caso i Paesi scandinavi sono quelli con la spesa statale più elevata, come si vede:


Secondo un'analisi recente di Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma, solo una ripresa significativa della domanda aggregata, quindi un PIL che crescesse del 2/2,5% all'anno per almeno cinque anni, potrebbe far riassorbire la disoccupazione, mentre in queste condizioni intervenire sul mercato del lavoro, anche rendendolo più flessibile, come ha fatto il Jobs Act, non porterebbe alcun beneficio apprezzabile. In mancanza di queste condizioni la disoccupazione rischia di incancrenirsi e diventare di lungo periodo, con un rischio di non riuscire più a risollevarla, a causa di un fattore automaticamente espulsivo del disoccupato di lungo termine dal mercato del lavoro. Questa era la situazione europea al 2013:


Questo fattore è dato dalla combinazione di due situazioni: da una parte dall'obsolescenza o dalla perdita delle competenze del lavoratore a lungo inoccupato, che non risulta più utile alle imprese, dall'altro dalla concorrenza dei giovani inoccupati che risultano più appetibili alle aziende. A ciò vanno uniti fattori psicologici, come la perdita di determinazione del disoccupato, la riluttanza delle imprese ad assumere un lavoratore che è stato fermo per lungo tempo, poiché vengono spesso richieste esperienze recenti nella stessa tipologia di lavoro, ed altri. Il risultato è che, senza una costante formazione del disoccupato, finanziata dallo Stato ed eventualmente dalle associazioni di categoria, attraverso programmi di recupero ed aggiornamento delle competenze da egli maturate, il lavoratore rischia di non rientrare mai più nel mercato del lavoro, restando così a carico del sistema di welfare, appesantendolo e rendendolo nel tempo non sostenibile. Queste politiche di recupero si scontrano però con i limiti di deficit per la spesa statale e ancor più con il pareggio di bilancio sciaguratamente da noi introdotto in Costituzione e sono attualmente non applicabili.

Quindi delle due l'una: o si fa spesa per creare lavoro e si punta sulla crescita per cercare di riassorbire i disoccupati, potendo con l'aumento delle entrate pubbliche derivanti dal futuro maggior gettito finanziare successivamente programmi per la formazione di quelli di lungo periodo e se tutto va bene un reddito di sostegno, o si cerca subito di finanziare un sostegno che però non crea lavoro e che rischia di diventare insostenibile nel medio periodo, cristallizzando un tasso di disoccupazione elevato, che l'imposizione di un salario minimo porterebbe solo ad aggravare e creando quell'esercito di disoccupati che è la finalità dei neo-liberisti per consentire una costante tenuta di un livello minimo di retribuzione, flessibile ulteriormente verso il basso, se e quando sarà necessario, senza che i lavoratori possano ribellarsi.

Se non ci si rende conto che queste sono le uniche alternative si fa solo il gioco di chi dalla situazione attuale ha solo da guadagnare. E non sono i lavoratori.

lunedì 23 marzo 2015

Le pillole rosse - 8° pillola: la corruzione



Forse, insieme al debito pubblico, la corruzione è il tema più caldo da trattare. Quando si pronuncia la parola corruzione (con due erre arrotate ed una zeta che paiono tre) si evoca nel pensiero dell'ascoltatore un mostro mitologico che inghiotte risorse ed impoverisce il Paese, che sotto i suoi piedi ungulati costringe l'Italia a rimanere ferma nella corsa al progresso ed allo sviluppo. Un mostro nutrito da una classe politica incapace ed inefficiente che solo grazie ad esso può assurgere a posizioni rilevanti, a scapito di tanta gente capace ed onesta che meriterebbe e che viene calpestata e derisa (la citazione non è casuale...). Il vero problema della crisi italiana.

O no?

Capiamoci: la corruzione è un male e va combattuta e qualsiasi norma che la contrasti, qualsiasi azione volta a colpirla e debellarla è assolutamente utile e meritoria, ma chiunque la assurga a spiegazione della crisi od a giustificazione del vincolo esterno europeo, per definizione moralizzatore e benefico contro la piaga corruttiva, beh, o è vittima della martellante campagna mediatica di Matrix (per chi non sa cosa sia consiglio di cominciare dalla pillola n. 1), o ne è volontariamente complice.

Per valutare l'effettiva pericolosità di questo mostro occorre innanzitutto conoscerlo e capirlo, per cui vediamo cosa è la corruzione e da dove nasce.

La corruzione si può definire come quell'azione da parte di un soggetto tendente a modificare a suo favore l'iter normale di una decisione od il suo esito da parte di un organo amministrativo o politico. Il risultato è che un appalto, una fornitura o un servizio vengono affidati ad un soggetto piuttosto che ad un altro. La corruzione è un costo ulteriore per il corruttore (normalmente un impresa) e un guadagno extra per il corrotto (funzionario o politico). Dal punto di vista economico la corruzione non è un male in sé, in quanto determina solo uno spostamento di ricchezze fra due soggetti ed al limite una diversa allocazione di risorse pubbliche, che non è detto sia meno efficiente. Bisogna infatti distinguere le cause e le conseguenze della corruzione: se chi corrompe lo fa per sveltire un iter che comunque si dovrebbe compiere, la corruzione ha addirittura un effetto positivo sul sistema. Questo è ad esempio il caso di un Paese in via di sviluppo con procedure decisionali poco efficienti, le quali vengono sveltite dalla c.d. mazzetta, che permette il raggiungimento dello scopo (che si sarebbe raggiunto ugualmente, come una commessa di acquisto di beni esteri) in un tempo minore.

In generale comunque la corruzione ha un effetto distorsivo sulla spesa pubblica, perché può favorire un fornitore di beni o un appaltatore non ottimale, sia per la qualità oggettiva del prodotto offerto, sia per il rapporto qualità/prezzo dello stesso, con il risultato di avere un bene pubblico di minore qualità o comunque troppo costoso per il suo valore. Con i limiti alla spesa derivanti da vincolo esterno poi, ciò si traduce in minor possibilità di spesa per ulteriori beni o servizi. A ciò si aggiunga che, di solito, un bene di minor qualità ha una vita più breve o necessita più frequentemente di riparazioni e sostituzioni, con un aggravio della spesa ad esso relativa.

Sintetizzando le ragioni che causano la corruzione, essa si manifesta più facilmente quando:

- Vi sono regole di comportamento o procedure decisionali troppo complesse o farraginose.
- C'è un'alta discrezionalità del soggetto decisorio.
- I controlli sono assenti o ex post rispetto alla decisione.
- Gli stipendi dei funzionari addetti alla decisione od al controllo sono bassi.

Qui già è possibile fare un'osservazione che spiazzerà tutti i sostenitori dell'opera moralizzatrice dell'Unione Europea: molte di queste fonti di corruzione sono state incrementate dalla legislazione comunitaria.

La UE infatti ha decisamente complicato gli iter decisionali e la complessità della vita economica delle aziende, stabilendo minuziosi quanto pedanti requisiti per la produzione di beni o l'effettuazione di servizi ed opere; ha spostato i livelli decisionali decentrandoli, aumentando così il potere e la discrezionalità in ambito locale, molto più suscettibile di pressioni corruttive; ha infine spostato i momenti di controllo dell'attività amministrativa locale, ponendoli quasi tutti ex post (per un esauriente sintesi vedi questo post di Barra Caracciolo). L'austerità decisa a livello europeo e alimentata dai rigorosi vincoli di spesa, che dovevano essere moralizzatori, ha poi impoverito il settore pubblico, sia dal punto di vista economico, che dal punto di vista delle risorse umane disponibili, rendendo da una parte più corruttibili i funzionari, dall'altra meno efficienti i controlli, per la scarsità dei soggetti controllori rispetto al volume di attività, oltretutto a volte con la tagliola temporale del silenzio-assenso, che impone tempi di intervento incompatibili con la scarsità dei mezzi e del personale.

Una pubblica amministrazione propagandata come più snella e quindi più agile (come se fosse un corpo fisico che si muove meglio se pesa meno...) nei fatti si è trasformata in più vecchia (per il tasso di sostituzione minore degli impiegati, a causa del blocco dei turn-over), più povera (sono tre anni che vige il blocco dei salari), meno rapida ed efficiente (pochi addetti per alto volume), meno controllata e meno controllante l'attività privata e, complessivamente, meno motivata, quindi meno produttiva. Tutti questi sono ottimi terreni di coltura per il proliferare di attività corruttive o concussive.

Ma la corruzione che impatto ha sui fondamentali economici di un Paese? Esiste una correlazione fra corruzione e crescita del PIL, corruzione e debito pubblico, corruzione e crisi economica?

Per quanto riguarda la prima questione un interessante analisi empirica pubblicata dall'Università di Milano -Bicocca ci dice che, mentre per i Paesi in via di sviluppo la corruzione influisce sulla crescita del PIL con un moltiplicatore maggiore di 1, ovvero un aumento di 1 unità dell'indice di corruzione percepita (CPI) (aumento perché l'indice va da 10, zero corruzione, a 0, paese totalmente corrotto) corrisponde ad un tasso di crescita economica di 1,22% e dello 0,50% del PIL reale pro-capite, per i Paesi ad economia avanzata, come l'Italia, l'impatto, a parità di altri fattori, è molto meno rilevante, addirittura provoca un aumento solo dello 0,05% del tasso di crescita economica. Ciò quindi esclude una seria rilevanza ed una correlazione fra corruzione e crescita nei paesi ricchi. Qualcuno potrebbe storcere il naso per la poca autorevolezza dell'autrice dello studio (una semplice laureanda): questo lavoro però trova autorevole conferma in questo articolo su Foreign Policy dove vengono riportati i risultati di alcuni studi accademici che dimostrano la scarsa correlazione fra corruzione e crescita economica che risulta molto più legata alla qualità della classe politica, al grado di libertà delle istituzioni ed al livello dell'economia globale.

Una frase merita di essere riportata, perché è riferita alla situazione attuale in Sud Europa: "While anti-corruption measures are probably a net positive in the long run (not to mention an essential PR move in countries rightly seething with anger at their elites), they can also be something of a red herring; in European countries decimated by austerity, teetering banks, and the loss of independent monetary policy, corruption is a secondary issue." (grassetto mio).

Neanche il debito pubblico sembra correlato con la corruzione: un'analisi empirica rigorosa compiuta dall'economista Alberto Bagnai e pubblicata nel suo blog, dimostra che non vi è rapporto di causa - effetto fra CPI e livello di debito pubblico. L'analisi di Bagnai è confermata da questa elaborazione grafica tratta dal blog di Wendell Gee su dati FMI




I puntini, rappresentanti i singoli Stati, sono dispersi e non offrono alcuna correlazione fra livello di debito e tasso di corruzione (che qui va da 0 (nessuna corruzione) a 100 (massima corruzione)).

Per il rapporto fra crisi e corruzione, basta dare un occhiata a questi grafici, che a qualche lettore saranno ben noti:


Fonte dati: ISTAT





Fonte: goofynomics


Ora i casi sono due: o il livello di corruzione in Italia è aumentato vertiginosamente a fine anni '90, peggiorando il nostro saldo estero, deprimendo la produzione industriale e portandoci al declino rispetto ai nostri vicini, o la crisi italiana non dipende dalla corruzione, che c'era ben prima (e basta rileggere la storia degli anni '80 - '90 per rinfrescarsi la memoria...).

Questo è lo storico dei livelli di corruzione negli anni dal 1995 al 2004:


Nel periodo in cui comincia a calare la produzione, il conto economico peggiora ed aumenta lo scarto reddituale fra Italia e resto dell'UE, l'indice CPI di corruzione sale (quindi la corruzione percepita scende) da 3.4 a 5.3 per arrivare ad un massimo di 5.5 nel 2001, quando gli indicatori economici cominciano a collassare. La minor corruzione non sembra quindi portare ad una maggiore crescita, anzi paradossalmente sembra accada il contrario: evidentemente non vi è relazione fra i due fenomeni e il declino prima e la crisi poi sono causati da altro.

Il fatto è che sicuramente la corruzione è una distorsione che impedisce l'allocazione ottimale delle risorse pubbliche, ma crea comunque una ricchezza in capo a soggetti che viene in effetti spesa o, come accade negli ultimi tempi, la corruzione è essa stessa direttamente spesa per beni o servizi che il corrotto non potrebbe permettersi, per cui non può essere considerata la causa della crisi, che come abbiamo più volte detto è una crisi di redditi e quindi di domanda di beni e servizi e conseguentemente di investimenti, come si può vedere:



Pare vero invece il contrario, ossia che la crisi abbia peggiorato il livello di corruzione dell'Italia, poiché il funzionario pubblico, con i tagli di stipendio o comunque il mancato adeguamento dello stesso all'inflazione, tende più facilmente a cercare di mantenere il proprio livello di vita e consumi attraverso entrate extra, derivanti appunto da corruzione, una corruzione spicciola che spesso prende la forma opposta di concussione: la richiesta di denaro del soggetto pubblico per compiere il suo dovere. Se vediamo i dati di CPI storici dell'Italia abbiamo la conferma di questa situazione:



Come si nota fino al 2008 il CPI rimane costante oscillando fra 5.3 a 4.8, a seconda delle rilevazioni. Dopo il 2008 l'indice CPI scende, quindi aumenta il tasso di corruzione percepita, andando fino al 3.9 del 2011.

Un ultima considerazione: a vedere il primo grafico comparativo l'Italia sembrerebbe storicamente porsi in una via di mezzo fra l'onestà dei Paesi industrializzati, che viaggiano su una media fra il 7.6 e il 7.9 e quella dei Paesi in via di sviluppo, che si attestano fra il 3.8 e il 4.2. Il peggioramento degli ultimi anni poi ci porrebbe decisamente al livello delle democrazie meno sviluppate ed i risultati del 2014, che hanno trovato profondo eco sui mezzi di informazione, ci darebbero come i più corrotti in Europa, per la gioia degli auto-razzisti di cui la nostra nazione pullula. Questo ci dice l'indice di corruzione percepita che prende in considerazione le impressioni di un panel di imprenditori e manager. Ma se si va a vedere un'altro tipo di sondaggio che prende in considerazione una domanda diretta, allora si hanno delle sorprese:

Fonte: Global Corruption Barometer


La percentuale degli episodi di corruzione/concussione diretta e non percepita pone l'Italia incredibilmente al pari dell'Inghilterra e in posizione migliore addirittura della Svizzera, anni luce distante dalla Grecia, che invece secondo il PCI avremmo superato. Ora, questo non significa che la situazione sia effettivamente così rosea, vi possono essere molti fattori che vanno presi in considerazione, come l'importo complessivo delle tangenti o la reticenza ad ammetterle, anche in via anonima, ma significa comunque che gli indici di corruzione sono da prendere con molta cautela, trattandosi a volte di meri convincimenti, magari alimentate dalla stampa, o a volte di semplice sentito dire. Quello che è sicuro è che ad oggi non vi è un metodo preciso e sicuro per conoscere l'entità del fenomeno corruttivo in un Paese, né un organismo realmente indipendente e trasparente che ne possa dar conto.

Se pensate quindi che il problema dell'attuale declino si risolva con la lotta alla corruzione, giusta e sacrosanta ma non primaria, fate solo il gioco di chi vuole sviarvi dai veri problemi: se non li conoscete basta leggersi questo per cominciare a farsi un idea e magari questo per capire perché c'è tanta gente che si frega le mani e vi incoraggia quando gridate come Giannini "Stato ladrooo"...


sabato 21 marzo 2015

Draghi: "La BCE non fa politica". Memoria corta, ma glie la rinfreschiamo

Oggi Draghi ha ribadito da Cipro "la BCE non fa politica". Ci dobbiamo credere? Vediamo un po' di storia recente.


Come ricorderete, lo spread fra i nostri BPT ed i Bund a metà 2011 cominciò a decollare, superando quello fra Bonos e Bund, ovvero fra i titoli di stato spagnoli, storicamente più deboli dei nostri, ed i titoli tedeschi. Ma con una anomalia. Lo spread decollò troppo, come si vede qui:


Non c'era infatti nessuna ragione macroeconomica per cui i nostri titoli dovessero salire così bruscamente fra luglio e novembre 2011 e la speculazione internazionale ancora non aveva ancora deciso se scommettere contro la tenuta dell'euro od attendere, lucrando i rendimenti dei titoli sovrani degli Stati periferici. Ed allora cosa era successo? Era successo che la Germania, tramite le sue banche, principalmente la Deutsche Bank, aveva iniziato una massiccia vendita al ribasso dei BTP: nei primi sei mesi del 2011 il suo portafoglio passò da 8,01 miliardi a 997 milioni in titoli italiani, con una riduzione del 88%! Naturalmente di fronte a questa massiccia vendita, oltretutto e stranamente, estremamente propagandata dai mezzi di informazione con dovizia di particolari, il mercato reagì: i grandi fondi edge e le banche d'affari cominciarono a vendere allo scoperto titoli italiani, sia nei mercati futures, sia in quelli cash, confidando che la BCE non sarebbe intervenuta per sostenerne il corso, stante i limiti di mandato del suo operare. I futures sui BPT crollarono, passando da un valore di 110 ad 87,5, mentre quelli sui Bund passarono da 125 a 139, aiutando anche a tenere bassi gli interessi sui titoli tedeschi. Gli interessi del debito sovrano italiano invece crebbero, facendo divenire pressoché insostenibile a lungo termine il suo finanziamento e facendo temere a breve un default, che nei fatti non c'era, ma che una campagna di informazione martellante e le dichiarazioni quotidiane dei politici avversi fecero credere imminente. Il risultato fu il crollo del Governo Berlusconi, che peraltro già non godeva più di una solida maggioranza e l'insediamento "forzato" di Monti. Perché dico che non c'era pericolo imminente? Perché lo avevano appena detto uno studio della Commissione Europea, la Fondazione Stiftung Marktwirtschaft e la Neue Zürcher Zeitung! Riporto il grafico conclusivo di quest'ultima, che appare il più chiaro visivamente:


La sostenibilità a breve, immediata, è la barra blu, mentre quella a lungo termine è la barra celeste: i Paesi che hanno un debito sostenibile sono quelli che hanno l'andamento della barra negativo (verso sinistra) gli altri sono quelli più o meno insostenibili: quanti ne vedete sostenibili? Solo uno, l'Italia. Nel 2011 l'Italia era quindi perfettamente in grado di resistere e di far fronte ai propri impegni di spesa: altro che mancare i soldi per gli stipendi, come continua a dire qualcuno...

Su questo attacco si è già parlato molto, grazie alle rivelazioni del giornalista Alain Friedman, per sostenere o negare che l'azione fu orchestrata dalla Germania, proprio per eliminare Berlusconi che rischiava di far saltare il sistema euro: il famoso colloquio avuto da Napolitano con Monti a giugno 2011, in piena bufera speculativa, ha riempito le prime pagine dei giornali, così come si è molto disquisito della reale o meno volontà di Berlusconi di rovesciare il tavolo, minacciando l'uscita dall'eurozona. Ora però si è aggiunto un tassello piuttosto significativo ed inquietante: secondo un libro uscito l'anno scorso in America e scritto dall'ex Ministro del Tesoro americano Tim Geithner, alcuni funzionari europei lo avvicinarono nell'autunno del 2011 per proporgli un piano per abbattere Berlusconi, attraverso il diniego di sostegno all'Italia da parte del FMI, finché non se ne fosse andato. Questo darebbe credito alla tesi del "complotto" politico-finanziario ed ancora più grave avvalorerebbe l'ipotesi di un "golpe" nei confronti degli italiani, privati di fatto della loro sovranità, con la nomina, fuori da ogni processo democratico, di Monti a Presidente del Consiglio.

Che i mercati, o meglio le banche tedesche sui mercati, che qualcuno considera neutrali e rispondenti solo a logiche economiche, si erano comportati in maniera anomala lo aveva notato anche qualcun'altro: Prodi, che all'epoca era ormai osservatore esterno, dichiarò il suo stupore per l'azione della Germania, da lui considerata "suicida". Queste le sue parole in un'intervista al Corriere della Sera del 28 luglio 2011(qui il testo integrale): “La scelta di DeutscheBank? Un suicidio”. “E' la dimostrazione di una mancanza di solidarietà che porta al suicidio anche per la Germania. Significa la fine di ogni legame di solidarietà e significa obbligare tutti a giocare in difesa. E quando questo viene dalla Germania, un Paese che ha avuto più saggezza nel capire gli altri fino a qualche anno fa, sono assolutamente turbato”.

Dopo l'insediamento di Mario Monti come capo dell'Esecutivo, con il plauso e la benedizione della Merkel, lo spread cominciò a ridiscendere, ma durò poco: questa volta a giocare a sfavore era l'instabilità della Grecia ed il pericolo concreto della sua uscita dall'euro con il conseguente rischio da parte degli investitori (soprattutto tedeschi) di vedersi restituiti i prestiti in moneta svalutata e magari con un deciso haircut del credito. Ma qui intervenne l'altro Mario, quello che durante l'attacco del 2011 era stato silente a guardare la speculazione fare a pezzi l'Italia, Mario Draghi. Al culmine dell'instabilità e mentre gli edge fund e le banche pregustavano un'altra scorpacciata, nel luglio del 2012, il Presidente della BCE fece la sua famosa dichiarazione, riassunta nella frase "whatever it takes", in cui lanciava il programma OMT, Outright Monetary Transaction, un programma di acquisto condizionato dei titoli di stato dei Paesi dell'eurozona per difendere gli Stati in difficoltà dall'innalzamento dei tassi di interesse. Bastò la semplice dichiarazione di intervento a sconfiggere le spinte speculative ed a far abbassare gli spread, come il grafico sopra postato dimostra. Ora, è legittimo chiedersi come mai Draghi abbia trovato l'escamotage per impegnare la BCE ad un intervento senza violare lo statuto per salvare l'euro nel 2012, mentre non abbia avuto la stessa brillantezza per salvare l'Italia nel 2011: l'unica cosa che si può segnalare per comprenderne i motivi è il fatto che, grazie alla crisi del 2011, ci fu un cambio di guida in Italia, ma anche in Grecia, ed in tutti e due i casi furono sostituiti Presidenti del Consiglio riottosi ad eseguire le direttive della Commissione Europea e che avevano accarezzato l'idea di uscire dall'euro (Papandreu stava per indire un referendum, Berlusconi ne aveva parlato con i partner europei, secondo Bini Smaghi) con soggetti, provenienti dal mondo finanziario (Monti, Papademos), del tutto in linea con le direttive economiche.

Vi pare che questo comportamento di Draghi, che non muove un dito per salvare la sola Italia da una speculazione tendente a rovesciare un governo riottoso (Berlusconi), ma dichiara di "fare tutto ciò che è necessario" per salvare la Grecia e tutti i Paesi periferici (e quindi l'euro) quando al potere ci sono governi (Monti, Papademos) perfettamente allineati, non sia stato un agire politico?

Decisamente il capo della BCE ha la memoria corta

mercoledì 4 marzo 2015

Armi di distrazione di massa: il caso Slovenia



Oggi mi è capitato di leggere questo articolo del Corriere della Sera: "La Slovenia approva i matrimoni gay. Sì anche alle adozioni".

Ora, non so come la pensiate, ma generalmente io sono per la libera determinazione individuale della persona, purché non vada a scapito di terzi incolpevoli, per cui, di massima, una legge che aumenta e parifica i diritti delle coppie omosessuali senza ledere nessuno mi trova favorevole (sulle adozioni, poiché è in ballo il diritto del bambino a crescere in modo sano ed equilibrato, il discorso si fa più delicato). Poi però mi è venuto in mente questo pensiero: ma la Slovenia non è uno di quei Paesi entrato nell'euro tra gli ultimi ed al quale la moneta unica, stranamente (...), non ha portato tanto giovamento, anzi ha peggiorato e di molto la situazione di quella che veniva considerata "modello di virtuosismo finanziario e di buon governo, di capitalismo mitigato da un welfare alla scandinava", come ricordava l'Espresso? Allora sono andato a controllare e, sì, la Slovenia è entrata nel gennaio 2007, nel 2009 ha subito pesantemente la crisi (-7,9% PIL), poi ha avuto due anni di debole crescita (1,3% nel 2010 e 0,7% nel 2011) e poi è ripiombata nella crisi (-2,5% nel 2012 e -1,1% nel 2013), fino a tornare ad una lieve crescita nel 2014 (0,5%) trainata da esportazioni ed investimenti esteri. Il debito pubblico è passato dal 22% del 2008 al 80,9% del 2014. La disoccupazione è attualmente al 13,6%. (dati qui e qui) Naturalmente il governo in carica ha seguito tutte le ricette di austerità, tagli, privatizzazioni e inasprimento fiscale chieste da Bruxelles, per arrivare a questi mirabili risultati...

No decisamente non è un Paese che sta bene.

Però sono cinque anni che in Slovenia si discute di diritti successori e civili degli omosessuali e trasgenders. Ecco una breve cronistoria: nel dicembre 2009 il governo di centro sinistra presentò un nuovo progetto di Codice di famiglia, che prevedeva la piena parificazione delle unioni omosessuali agli altri tipi di famiglia, il matrimonio gay e le adozioni da parte di coppie omosessuali, e lo presentò in discussione presso l'Assemblea nazionale slovena. Il disegno di legge fu bloccato nell'Assemblea nazionale per un certo tempo, poi una versione di compromesso del Codice fu approvata nel giugno 2011, versione che concedeva alle coppie registrate dello stesso sesso tutti i diritti del matrimonio, tra cui l'adozione. Questa legge tuttavia fu abrogata in un referendum nazionale il 2012: il 55,22% dei votanti disse no al Codice approvato. Nel 2014 è stata ripresentata una legge che permette i matrimoni e l'adozione e l'attuale maggioranza di sinistra l'ha in questi giorni approvata, ma già si stanno raccogliendo le firme per un altro referendum abrogativo.

Questa è la mappa dei diritti civili dei gay/trasgenders in Europa: gli Stati in verde sono i più avanzati come legislazione, quelli in rosso i più retrivi



Una considerazione sorge spontanea, anche valutando il fatto che, ad esempio, Spagna e Portogallo sono gli Stati che nell'Europa del Sud hanno le maggiori tutele e riconoscimenti nel campo dei diritti personali e nella tutela delle diversità: non è che si stanno concedendo le tutele private in cambio dell'azzeramento dei diritti sociali? Le battaglie (sacrosante) per la parità di genere e sesso sono diventati un'arma di distrazione dell'opinione pubblica per nascondere lo svuotamento dei diritti dei lavoratori, la compressione dei salari, la perdita della sovranità economica? Io credo di sì.

Luciano Barra Caracciolo ha coniato per questi ed altri diritti privati l'efficace termine di "diritti cosmetici" per indicare proprio il loro essere un "abbellimento" di una società privata del diritto ad una esistenza economicamente dignitosa, che però può vantare la formale non discriminazione delle persone per genere, sesso o provenienza, una società dove il lavoratore è tornato alla mercé del datore di lavoro, grazie al Jobs Act in Italia e alle tante "riforme strutturali" attuate nel resto d'Europa, ma abbiamo la formale piena parità fra padre e madre, anzi Genitore 1 e Genitore 2, per non essere tacciati di omofobia.

La Slovenia adesso potrà avere sposi e genitori dello stesso sesso: auguri! E auguri soprattutto quando cercheranno un lavoro economicamente dignitoso per mantenere la nuova e democraticamente parificata famiglia. Tanto per capirci, questo era il livello degli stipendi in Slovenia (e sono scesi del 1,9% nel 2013).

Fonte: Eurostat

Sarò io malfidato...






martedì 3 marzo 2015

L'austerità e l'estremismo: il sonno della ragione (degli economisti) genera mostri



La  visione macroeconomica classica, attualmente dominante, ha fallito.

Come spiega lucidamente Frances Coppola in un suo recente post i modelli lineari con cui i maggiori macroeconomisti, a cominciare da Blanchard del FMI, hanno cercato di spiegare e quindi guidare i processi economici durante la crisi si sono rivelati inadatti ed errati. Lo stesso Blanchard ha dovuto ammettere nel WEO 2012 che il moltiplicatore della spesa pubblica non era il misero 0,5% da lui indicato, con la conseguenza che la spesa sarebbe stata maggiore del beneficio dato dalla crescita del PIL, ma doveva situarsi in una forbice fra lo 0,9% e l'1,7% e quindi la spesa pubblica avrebbe creato più reddito di quanto speso.

In America il Congressional Budget Office in un suo rapporto del 2014 ha evidenziato che i modelli adottati si basano su ipotesi teoriche altamente improbabili come l’assenza di disoccupazione involontaria, che assume che gli individui possano scegliere quante ore lavorare al salario determinato dal mercato, o come il presupposto che gli agenti economici siano pienamente razionali e lungimiranti. Secondo i modelli dell’equilibrio economico generale, inoltre, le politiche espansive spingono gli individui a ridurre i consumi, perché prevedono di pagare in futuro per ogni aumento di spesa pubblica o minori tasse del presente (equivalenza ricardiana) e tendono anche a spiazzare una notevole quantità di altre attività economiche (effetto spiazzamento), ma l’evidenza empirica non mostra prove sufficienti a sostegno di queste tesi (così Hemming R., Kell M., Mahfouz S., The Effectiveness of Fiscal Policy in Stimulating Economic Activity: A Review of the Literature, Working Paper no. 02/208, International Monetary Fund, Washington DC, 2002  tratto da http://www.economiaepolitica.it/tag/krugman/#sthash.7bXLfZ0m.dpuf).

La difesa di Blanchard, secondo il quale si tratta di "dark corners" nei quali la teoria ed i modelli non funzionano bene, ma che delle corrette policies economiche possono evitare (scaricando quindi la colpa su chi fa politica economica, che andrebbe a cacciarsi in questi "angoli oscuri") è stata demolita da Coppola con una frase che merita di essere riportata: "the desperate cry of an aging economist who discovers that the foundations upon which he has built his career are made of sand." (il grido disperato di un anziano economista che scopre che le fondamenta sulla quali ha costruito la sua carriera sono fatte di sabbia). Applausi.

Ciò porta a considerare errate tutte le conseguenze ad essa collegate, prima di tutto il mantra dell'austerità e della stabilità. L'austerità trova ormai pochi sostenitori, soprattutto in Germania: come ha dimostrato Krugman in un recente articolo sul suo blog, la Grecia, dopo anni di cura di austerità per uscire dalla crisi è arrivata ad crollo del reddito pro-capite persino superiore a quello della Germania dopo la 1° Guerra Mondiale. Ecco il grafico relativo:

Fonte: Krugman
Gli altri Paesi che hanno, pur in maniera minore, sperimentato la c.d. austerità espansiva, come la Spagna od il Portogallo, hanno avuto i seguenti risultati:



Da notare che per ottenere queste performance la Spagna è arrivata ad avere una disoccupazione intorno al 27%, Il Portogallo al 17,5% e l'Italia sta viaggiando sul 13% ed i redditi reali sono calati con questa dinamica


Questi dati incontestabili sono ormai, salvo rari casi, pienamente riconosciuti come causati dalle manovre di austerità ed ormai tutti i governi europei, eccetto la Germania, considerano finita la stagione del rigore e dei sacrifici ed invocano manovre di crescita. Se non che queste si scontrano con l'altro mantra neoclassico, ovvero la stabilità, che si traduce con pareggio di bilancio e controllo dell'inflazione.

Anche qui il fallimento è stato totale: per paura dell'inflazione siamo arrivati ad una deflazione che sta minando la sostenibilità dei debiti pubblici, che ha distrutto quello che rimaneva di una domanda interna ed intra-europea già al collasso e che sta minando il tessuto economico che ancora resiste alla crisi. Per tenere i conti in ordine si impedisce allo Stato di spendere per creare, via investimenti, quel lavoro che potrebbe far ripartire l'economia e si stanno man mano eliminando o peggiorando quei servizi fondamentali che sono l'espressione della tutela dei diritti costituzionalmente garantiti, come quello alla salute, all'assistenza sociale o all'istruzione.

Nonostante ciò, nessun economista ortodosso e nessun ministro dell'Economia mette in dubbio la necessità del consolidamento fiscale attraverso tagli alla spesa e, quando non basta, inasprimento delle tasse, magari indirette, che colpiscono cittadini, già sfiniti e provati dal crollo dei propri redditi. Questo "sonno della ragione" - che nasce dall'ottusa applicazione di ricette economiche che non hanno mai funzionato, ma che fanno suggestivamente presa sulla gente, specie se veicolate da slogan come "lo Stato deve tenere i conti in ordine come una famiglia" o "lo Stato deve agire come una sana impresa", magari condite da considerazioni su "Stato ladro", "Stato sprecone" e "Stato corrotto" - è molto pericoloso, perché permette l'affermarsi ed il consolidarsi di forze e partiti dichiaratamente estremisti ed antidemocratici i quali, in nome della liberazione dai vincoli assurdi imposti dall'Europa e nel nome di un giusto ritorno alla sovranità nazionale, fanno incetta di consensi, anche tra le persone più moderate.

Tutto questo è stato già visto. Ecco uno stralcio di "Una storia di austerità" dal blog www.laprivatarepubblica.com (grassetto mio):

"Il programma di austerità più catastrofico della Storia è sicuramente quello della Repubblica di Weimar, portato avanti nel pieno della Grande Depressione (tra il 1930 e il 1932) dal “cancelliere della fame” Heinrich Brüning. Dopo aver appreso i fondamenti dell’austerity durante il dottorato alla London School of Economics, il cancelliere era fortemente supportato nel suo piano dai big dell’industria tedesca. Ma dopo due anni di austerità la situazione era degenerata: Brüning sospese di fatto la democrazia parlamentare e governò a colpi di decreti emergenziali; la disoccupazione raddoppiò dal 15% del 1930 al 30% del 1932; la miseria dilagò; le proteste si fecero sempre più violente; e le milizie paramilitari e i nazisti acquisirono un potere sconfinato. Brüning fu infine costretto a dimettersi, e nel 1933 salì al potere un certo Adolf Hitler.". Governare sospendendo di fatto la democrazia parlamentare a colpi di decreti legge... Non vi ricorda qualcuno?

Ancora un altro esempio:

"Un altro interessante caso di studio sull'efficacia dei programmi di austerità è la Lituania dei primi anni ’90. L’URSS era appena collassata e la piccola repubblica sovietica cercava di sganciarsi definitivamente dall’orbita del Cremlino, anche e soprattutto sul versante economico. Per fare ciò, il governo lituano si rivolse all’economista Larry Summers (ex Segretario del Tesoro sotto Clinton ed ex presidente del National Economic Council sotto Obama), che prescrisse la solita medicina dell’austerità per la transizione dall’economia pianificata al libero mercato. I risultati? Disoccupazione alle stelle, corruzione galoppante, una popolazione che addirittura rimette al potere i comunisti (nel 1992, appena due anni dopo la dichiarazione di indipendenza dalla Russia) ed il più alto tasso di suicidi del mondo. Nel 1990, infatti, in Lituania il tasso era fermo a 26.1 persone su 100.000; dopo appena cinque anni era schizzato a 45.6 su 100.000". Corruzione come effetto dell'austerità: ne parleremo.

Per finire ecco un grafico che dovrebbe far meditare: il rapporto fra disordini sociali ed austerity

Fonte: www.laprivatarepubblica.com. tratto da Ponticelli, Voth, “Austerity and Anarchy: Budget Cuts and Social Unrest in Europe, 1919-2010″
Stanno scherzando con il fuoco nella loro ottusa difesa di teorie errate e rovinose ed i mostri sono dietro l'angolo: ancora non sono apparsi (ma in Grecia, la più colpita, Alba Dorata è diventato il terzo partito...), ma se ne sente il passo. D'oca.

Poi non dite che non vi avevo avvertito.

mercoledì 25 febbraio 2015

La Grecia è corrotta? Sì, ma...



Ringrazio Francesca Cosentino, una ex manager, oggi in crisi ed esodata, che su Twitter ha dato luogo ad un ampia discussione su corruzione, crescita, crisi economica e situazione italiana e greca con Maurizio Cocucci, che mi segue sul blog ,perché mi hanno fatto venir voglia di scrivere ancora sulla Grecia, dopo il post sugli effetti della crisi.

Sì, possiamo dirlo, la Grecia è una Nazione con un alto tasso di corruzione. Nessuno può negare che nel paese ellenico vi è un perverso intreccio fra oligarchi e politica e che i primi possano usufruire di favori da parte dell'amministrazione pubblica, sia riguardo agli appalti che riguardo alla possibilità di eludere controlli fiscali e farla franca. Era corrotta prima dell'entrata nell'eurozona e lo è ancor più adesso (e prossimamente vedremo perché).

Il punto è però: è questa la causa della crisi? Il crollo del PIL dal 2008 ad oggi, l'alto debito pubblico, l'elevata disoccupazione, la perdita di competitività, la chiusura di aziende, il crollo dei redditi, sono tutti fenomeni spiegabili semplicemente con una corruzione arrivata a livelli insostenibili?

Vediamo intanto qualche dato sulla dinamica economica del Paese:




Gli indicatori sono disastrosi ed il confronto con il resto dell'eurozona, pur in crisi, impietoso: la Grecia risulta avere un andamento ed un livello peggiore in tutti i parametri analizzati e questo lo sapevamo. Ma il secondo grafico ci dice qualcosa di interessante e meno scontato: subito dopo la crisi del 2008 e fino al'inizio del 2010 la situazione delle famiglie era accettabile. I salari avevano tenuto, così come il welfare, ed anche se i consumi ed il reddito disponibile erano in calo la situazione sembrava in linea con quella degli gli altri Paesi periferici. Poi, dal 2010, il crollo verticale di tutti gli indicatori, crollo che si accentua nel 2011 per quanto riguarda salari e prestazioni sociali.

Cosa succede nel 2010 e nel 2011? Succede che, dopo che nel dicembre 2009 l'allora premier Papandreou rivela (!) al mondo che il debito della Grecia è superiore a quanto comunicato dal precedente governo, nel maggio del 2010 l'Unione Europea ed il Fondo Monetario Internazionale approvano un piano di salvataggio di € 110 mld., ma, in cambio, viene stilato un memorandum, dove sono indicati minuziosamente gli interventi da fare.

Gli interventi da attuarsi immediatamente sono:

- Aumento delle aliquote dell'IVA.
- Aumento delle accise su carburante, tabacco ed alcolici.
- Riduzione dei salari pubblici con la riduzione delle gratifiche pasquali, estive e natalizie e delle indennità degli impiegati.
- Eliminazione delle gratifiche pasquali, estive e natalizie per i pensionati, con salvezza di quelli che guadagnano fino a 1900 euro l'anno.
- Cancellazione del fondo per le emergenze .
- Riduzione delle pensioni più elevate.
- Abolizione della maggior parte dei fondi di solidarietà sociale (eccetto una parte del fondo per i poveri).
-_Riduzione degli investimenti pubblici per € 500 mln..
- Approvazione di una legge per l'aumento delle aliquote progressive per tutti i tipi di reddito e per l'introduzione di un'aliquota fissa sui redditi generati da lavoro e patrimoni.
- Approvazione di una legge che elimini ogni esenzione ed inserisca la previsione di una tassazione autonoma (retroattiva a gennaio 2010) per le indennità riconosciute ai lavoratori pubblici.
- Approvazione di una legge che preveda statistiche mensili del bilancio dello Stato.
- Creazione all'interno della Banca di Grecia di un autonomo Fondo per la Stabilità Finanziaria a garanzia di potenziali insolvenze ed a supporto del sistema bancario greco.
- Revisione della legge sul fallimento, secondo le indicazioni della BCE.
- Riforma delle Pubbliche Amministrazioni locali, finalizzata a ridurre i costi di funzionamento ed i salari dei dipendenti.
- Revisione da attuarsi con il confronto con le parti sociali per rivedere il peso dei salari privati e gli accordi contrattuali.

Da attuarsi alla fine del 2010 sono:

- Introduzione del blocco dei turnover al 80%.
- Riduzione dei consumi intermedi della Pubblica Amministrazione per almeno € 300 mln..
- Riforma della PA con l'obiettivo di ridurre i costi nel periodo 2011-2013 di € 1.500 mln. di cui almeno € 500 mln. entro il 2011.
- Congelamento dell'indicizzazione delle pensioni.
- Riduzione degli investimenti finanziati internamente di almeno € 1.000 mln., dando priorità agli investimenti finanziati da fondi EU.
- Introduzione di una "tassa di crisi" temporanea sulle imprese ad alto profitto.
- Incentivazione a sanare abusi edilizi per ottenere almeno € 1.500 mln. nel periodo 2011-2013, con almeno € 500 mln. nel 2011
- Aggravamento della tassazione presuntiva degli autonomi
- Aumento della base imponibile IVA e riconduzione all'aliquota normale di almenno il 30% dei beni che godono aliquota ridotta.
- Introduzione di una "tassa verde" sulle emissioni di CO2.
- Espansione della tassa sugli immobili con la revisione delle aliquote catastali.
- Aumento delle tasse sulle licenze, comprese quelle per i taxi.
- Introduzione di una tassa speciale sull'occupazione abusiva del suolo.
- Aumento delle tasse sui beni di lusso.

Segue un elenco di interventi da farsi legislativamente, come ad esempio, l'allungamento dell'età pensionabile (se avete voglia e pazienza il memorandum completo lo trovate qui).

A questo memorandum ne seguiranno altri, di controllo e modifica secondo i risultati ottenuti, che vi consiglio di leggere perché evidenziano una certa soddisfazione per i successi (!) ottenuti nel consolidamento fiscale e strutturale che stride ferocemente con i drammi sociali da questi causati e del tutto ignorati nei report.

A luglio 2011 un altro memorandum viene presentato a fronte di ulteriori € 50 mld, di aiuti, il quale prevede:

- Riduzione degli impiegati pubblici con l'obiettivo di licenziarne 150.000 o almeno il 20% del totale impiegato entro il 2015.
- Chiusura di Enti e Agenzie statali non essenziali.
- Riduzione dei compensi ai pubblici impiegati, in linea con quanto avvenuto nel settore privato.
- Razionalizzazione e rimodulazione dei servizi sociali, incluso tetto alle pensioni e revisione delle indennità di disoccupazione.
- Riforma delle pensioni.
- Riduzione del numero dei lavoratori con lavori usuranti.
- Revisione del criterio di inabilità per le pensioni dei disabili.
- Taglio del 10% dei bonus forfettari nelle pensioni per i dipendenti pubblici.
- Riforma della sanità con l'introduzione di ulteriori controlli sulla spesa farmaceutica ed ospedaliera
- Eliminazione di esenzioni e regimi speciali di tassazione.
- Inasprimento delle norme tributarie per la riscossione.
- Piano di azione anti evasione fiscale.

I risultati, come abbiamo visto nei grafici non è stato quello che si aspettavano: il debito pubblico non si è ridotto e con il crollo del prodotto interno lordo (sceso nel periodo del 25%) è arrivato al 169% del PIL e la Grecia ha bisogno di altri fondi per andare avanti. Forse la spiegazione è che quei lazzaroni dei greci non hanno fatto quanto si chiedeva loro? Anche in questi giorni si ripete da parte degli organismi europei e dalla Germania che i greci devono fare di più. E' così? Non proprio:


Questo grafico, che l'OCSE ha prima tentato di cancellare e poi, subissato dalle proteste di chi l'aveva già visto, ha modificato e reso meno espressivo, mostra che i più solerti a fare le riforme (parola diventata ormai liturgica in un contesto liberista dal tono economico-religioso...) sono stati proprio i greci, con a ruota i portoghesi ed i spagnoli, ovvero tutt'e tre i Paesi che più hanno sofferto e soffrono per la crisi. Il titolo si può tradurre come "Il saldo delle riforme" ed evidentemente il saldo è totalmente negativo.

Si può dire quindi che la colpa è della corruzione? Se la corruzione esisteva anche prima della crisi e persino prima dell'entrata della Grecia nell'euro, circostanza che non mi pare discutibile, allora si possono fare due ipotesi: la prima è che, dopo il 2001 (data di entrata della Grecia nell'Unione Monetaria) e soprattutto nel 2010 i greci sono diventati TUTTI ignobilmente corrotti e nonostante le riforme draconiane tendenti a portare un po' di sana gestione non è cambiato nulla, oppure proprio le riforme con la loro azione pro-ciclica e quindi, in questo contesto di ciclo economico, depressiva hanno portato a tali risultati drammatici.

Io propendo per questa ultima ipotesi, voi non so.