giovedì 1 agosto 2013

L’Italia farà crollare l'economia mondiale?


Si vuole analizzare un interessante documento pubblicato dal Bertelsmann Stiftung, eminente think tank tedesco, relativamente ai supposti effetti legati ad un’uscita selettiva dall’euro. Il documento si intitola “Economic impact of Southern European member states exiting the eurozone”1, del Giugno 2012. Secondo l’autore, tale documento non ha avuto l’eco che meritava, soprattutto in relazione ai contenuti espressi, che si ritiene molto “forzati” per quanto riguarda il coinvolgimento dell’Italia, oltre che per le conseguenze di una interpretazione acritica dei risultati proposti. Tale documento va letto congiuntamente con il più conosciuto “twin paper” della stessa fonte del Gennaio 2013, in cui si dà conto di come il vantaggio competitivo accumulato dalla Germania negli ultimi 12/13 anni sia ascrivibile in buona parte – sebbene non completamente – all’adozione della moneta unica (“How Germany Benefits from the Euro in Economic Terms”2). Se è permessa una considerazione personale, il fatto che un soggetto tedesco di tale importanza stigmatizzi pubblicamente aspetti economici che vanno decisamente contro gli interessi nazionali (tedeschi) giustifica – almeno in parte – la posizione di leadership che la Germania ha oggi in Europa. Poi, merita andare nei dettagli per smontare, se è il caso, come in effetti riteniamo, la tesi.

In buona sostanza, sembra emergere da un lato una chiara convenienza tedesca alla presenza dell’euro come moneta regionale unica e comune, con indubbi vantaggi accumulati dalla Germania. Dall’altra viene fatta una
valutazione sui costi associati all’uscita dall’Euro – vari scenari – con dettaglio di costo a livello dei principali Paesi mondiali.

La cosa che stupisce sembra essere che l’uscita dei paesi periferici dall’Euro inclusa l’Italia determinerebbe quasi un collasso dell’economia globale, con un danno non solo della Germania ma anche degli Stati Uniti, Giappone, mercati emergenti etc. nell’ordine di svariate migliaia di miliardi di EUR (trillions, più di 17, vedasi oltre…)

Il messaggio è forte, apparentemente al limite di ogni basilare criterio di ragionevolezza: ma come può essere che tutti i paesi mondiali debbano subire un tale danno in relazione ad un evento che, in termini di lontananza politico/economica, può essere abbastanza scorrelato che so, ad una economia messicana piuttosto che coreana? E, aggiungo, come è possibile che nessuno ci guadagni da un tale evento? Dunque, si tratterebbe di un caso più unico che raro, un evento che porta danno a tutti e vantaggio a nessuno… (vedasi tabella 2 del documento in discussione, a pagina 5). Comincia a sorgere qualche dubbio, ritengo, o quanto meno sembra necessario un approfondimento.

Rileggendo il documento, notiamo che si tratta semplicemente dell’applicazione di un modello tipo ”black box”, di cui non vengono forniti ulteriori dettagli. Ossia, le conclusioni derivano dall’applicazione di un modello econometrico che per definizione si basa su certezze modellistiche, e che per propria natura non si possono ritenere facilmente estendibili a percorsi assolutamente non convenzionali quale può essere un evento traumatico ed irripetibile quale l’uscita dalla moneta unica. Le conseguenze sembrano inoltre differire rispetto ad esperienze passate di rottura di “peg” e/o svalutazioni puntuali, leggasi Argentina 2001 o Thailandia 1998, situazioni in cui il paese svalutante ha avuto un’evoluzione assai positiva in termini di crescita a valle di detto evento3.

Dunque, riteniamo che il documento possa essere considerato come pervaso da un forma quasi patologica di “conventional wisdom” di gailbraithiana memoria4, per altro dimenticando l’evoluzione degli eventi recenti quali gli ormai evidenti e riconosciuti danni causati da decisioni errate suggerite da una delle fonti principali di saggezza convenzionale come l’FMI (memento, il moltiplicatore fiscale maggiore di uno nel recente caso Grecia, quando invece era stimato attorno a zero virgola cinque5), oltre che dalla stessa UE con un eccessivo richiamo al rigore (tacendo il fatto che l’austerity causa una riduzione di consumi e quindi riduzione del GDP potenzialmente in misura maggiore della riduzione del debito, come è successo e sta succedendo in Grecia, Spagna, Italia…).
Ma è la dimensione del danno stimato che stupisce: a stare dietro alle valutazioni fatte dal Bertelsmann Stiftung stiamo parlando di un danno cumulato associato a detto evento – Italia inclusa, caso GPSI exit – fino al 2020 di oltre 17 mila miliardi di EUR! Ossia l’equivalente del prodotto interno lordo italiano cumulato di una decina di anni!

In questo contesto, chiaramente dissuasivo – e ci mancherebbe fosse altrimenti, vista la fonte tedesca, chiaramente al centro di un evidente conflitto di interesse nazional/strategico -, è chiaro che se le dimensioni del danno non vengono contestualizzate e/o corrette per il tramite di opportune ed approfondite analisi, tutti gli Stati coinvolti in tale ipotetico danno planetario faranno di tutto per evitare l’evento. Ossia, sarebbe utile un’attenta analisi e verifica dei numeri in esso contenuti, anche alla luce delle numerose evidenze ben contestualizzate relative agli effetti di un’eventuale uscita dalla moneta unica presentate in questo sito6. Il prof. Brunetta è avvertito.

Dunque, visti i contenuti dello studio proposto, gli effetti attesi possono essere riassunti in pochi concetti: da una parte ben si spiega il poco o nullo supporto che proviene da oltreoceano ad eventuali riconsiderazioni dell’euro attuale, in primis dalla corrente amministrazione USA, nonostante le non velate critiche di stimatissimi e numerosissimi autori i quali non perdono l’occasione per stigmatizzare come la moneta comune nella struttura attuale non funzioni7 (la lista dei detrattori è impressionante!). Dall’altra, senza un’opportuna rivisitazione dei risultati pubblicati da studi come quello preso in considerazione appare evidente come l’Europa germanocentrica stessa utilizzi analisi siffatte per giustificare lo status quo, dimenticando che molto probabilmente si sta andando non proprio nella direzione paventata dal Trattato di Roma, quanto meno nei passi in cui viene fissato l’obiettivo di una crescita omogenea nei vari Paesi8.

E’ quindi essenziale che vengano valutati correttamente ed in dettaglio – oltre che nelle sedi istituzionali opportune – gli effetti di un’eventuale uscita dei Paesi euro periferici dalla moneta unica, essendo tale passo propedeutico ad una successiva uscita (ma solo in assenza di un reale ammorbidimento delle posizioni nord europee, ndr). E’ chiaro che, facendo ad esempio riferimento ad altri studi pubblicati su scenarieconomici.it, se gestita opportunamente l’uscita dall’euro genererebbe una ripresa nei paesi europerificerici9, ma limitatamente a quelli che possano vantare una base industriale e manifatturiera che permetta di sfruttare il vantaggio competitivo derivante da una forte svalutazione valutaria. In tale contesto l’Italia sembra essere l’unico Paese effettivamente in grado di trarne vantaggio – principalmente a danno dei competitors del nord Europa -, caso unico tra i paesi euro periferici. Più in dettaglio, facendo la rima ad un articolo apparso recentemente sulle principali testate giornalistiche in cui si additava all’Italia una bassa competitività anche a causa degli alti costi dell’energia 10 11, è bene ricordare come una svalutazione valutaria avrebbe anche un vantaggio competitivo a livello dei costi energetici da fonte rinnovabile: infatti ad oggi le rinnovabili italiane – fino al oltre il 48%12 in termini di potenza di punta disponibile in rapporto alla domanda massima – sono sovvenzionate da incentivi a valore fisso che, in un contesto di svalutazione valutaria permetterebbero una forte erosione del costo annuo ad oggi sostenuto dalla collettività rispetto ai competitors stranieri (…). Ossia, svalutazione con conseguente inflazione uguale incremento di competitività sistemica in termini di minor costo energetico per le energie rinnovabili, a compensazione di un eventuale maggior costo per le energie convenzionali dato dal probabile incremento del costo del petrolio.

Se aggiungiamo il fatto che, legalmente, l’Italia sembra l’unico Paese ad avere uno stock di debito pubblico legalmente denominato nella valuta nazionale13 – ossia facilmente riconvertibile in euro – si capisce bene il perché sia l’Italia l’unico paese a fare veramente paura all’Europa attuale. O, detta in altro modo, potrebbe emergere che i Paesi periferici servono più all’Europa germanocentrica – per via di svalutazione implicita dell’euro attuale data dalla presenza dei paesi periferici rispetto a quello che sarebbe un ipotetico marco in un Europa senza di essi – di quello che l’Europa serva ai paesi oggi in crisi, di fatto lasciati andare alla deriva (leggasi miseria) dalle istituzione (nord)europee.

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1 Policy Brief #2012/06 – Future Social market Economy Series –Economic impact of Southern European member states exiting the eurozone – Bertelsmann Stiftung


2 Policy Brief #2013/01 – Future Social market Economy Series – How Germany Benefits from the Euro in Economic Terms – Bertelsmann Stiftung


3 Latvia’s Internal Devaluation, Mark Weisbrot and Rebecca Ray December 2011,www.cepr.net/documents/publications/latvia-2011-12.pdf


5 Crisi dell’eurozona – L’autocritica del fondo monetario e la lezione greca – www.affarinternazionali.it, Lorenzo Bini Smaghi, 13/06/2013



http://www.scenarieconomici.it/rapporto-nomura-euro-exit-and-breakup-legal-risk-contingency-planning-and- uncertainty/ (rapporto Nomura attestante l’attesa di una sostanziale svalutazione delle valute europeriferiche rispetto al nuovo Marco)


7 Nobels:







Economists / Columnists:




8 Dal Trattato di Roma, ad esempio, le premesse, “ASSEGNANDO ai loro sforzi per scopo essenziale il miglioramento costante delle condizioni di vita e di occupazione dei loro popoli,…, SOLLECITI di rafforzare l’unità delle loro economie e di assicurarne lo sviluppo armonioso riducendo le disparità fra le differenti regioni e il ritardo di quelle meno favorite”; l’art. 2, “La Comunità ha il compito di promuovere nell’insieme della Comunità, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 4, uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, la parità tra uomini e donne, una crescita sostenibile e non inflazionistica, un alto grado di competitività e di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di protezione dell’ambiente ed il miglioramento della qualità di quest’ultimo, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra Stati membri.”; l’art. 99.1 “Gli Stati membri considerano le loro politiche economiche una questione di interesse comune e le coordinano nell’ambito del Consiglio, conformemente alle disposizioni dell’articolo 98”; o, maggiormente importante, l’art 100.2, “Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, può concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria comunitaria allo Stato membro interessato. Il presidente del Consiglio informa il Parlamento europeo in merito alla decisione presa”; l’articolo 105, “L’obiettivo principale del SEBC è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nella Comunità al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi della Comunità definiti nell’articolo 2. Il SEBC agisce in conformità del principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza, favorendo una efficace allocazione delle risorse e rispettando i principi di cui all’articolo 4.”





11 Banca d’Italia 072013 – n° 193 – Occasional Paper – Il sistema industriale italiano tra globalizzazione e crisi, http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/qef193/QEF_193.pdf#page=44&zoom=110.00000000000001,75,756


12 Newsletter GME, gestore Mercato Elettrico S.p.A. – n° 62 – Luglio 2013, pag. 5, relativamente a dati di Giugno 2013


martedì 30 luglio 2013

Atene ora può dire addio all'euro!


di Wolfgang Munchau

A due mesi dalle elezioni in Germania, non si può imputare al ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble di aver rifiutato di considerare la cancellazione parziale del debito greco nella sua recente visita ad Atene. L'approccio di Berlino alla crisi, sostiene Wolfgang Munchau in A Grexit is starting to look more feasible for Athens, è però semplicemente non applicabile nel breve periodo. Ma la domanda che pone il Columnist del Financial Times è sempre più pressante: è economicamente razionale per la Grecia seguire il sentiero indicato dal ministro delle finanze tedesco, oppure dovrebbe lasciare l'eurozona o, terza opzione, dichiarare default ma restando nell'euro?
La principale difficoltà che si incontra nel cercare di rispondere a questa domanda, prosegue Munchau nella sua analisi, risiede nelle opzioni politiche in gioco non a conoscenza dei media: ad esempio, il governo greco potrebbe aver ricevuto assicurazioni ufficiose sulla ristrutturazione del debito – estensioni del prestito, riduzioni del tasso d'interesse, ulteriori aiuti - che non sono pubbliche. Del resto, in conversazioni con uomini politici europei, Munchau sottolinea come solo raramente qualcuno si espone sulla possibilità che Atene potrà mai consolidare il suo debito e riportare l'economia alla piena occupazione. 
Valutando le condizioni attuali, un'uscita sarebbe l'opzione più semplice. 
Con una bilancia dei pagamenti primari in attivo – senza considerare gli interessi accumulati - un paese può avere meno difficoltà da questo punto di vista. E nelle sue ultime previsioni rilasciate a maggio, la Commissione europea ha stimato a zero la bilancia fiscale primaria della Grecia per quest'anno ed un surplus dell'1,8% per il prossimo anno. Da un punto di vista economico, la Grecia andrebbe incontro ad una recessione nel primo periodo, ma una deprezzamento reale della nuova moneta potrebbe presto restaurare il sentiero della crescita soprattutto per il boom del turismo. L'argomento economico contro l'uscita è che il guadagno immediato in competitività sarebbe stato assorbito dall'aumento salariale, lasciando il tasso di cambio immutato.
Dopo aver sottolineato che la sua critica alla politica europea non riguarda il grado di riforme imposte – anzi Atene dovrà continuare a farle per i prossimi anni soprattutto per il settore pubblico – Munchau sottolinea come le riforme e l'austerità, in modo paradossale ed ironico, costituiscono oggi una precondizione simultanea per restare nell'euro-zona ed una per la sua uscita.
Il contesto economico e finanziario creato lascia ad Atene due opzioni solamente: la prima è di riformare e dichiarare default all'interno della zona euro – una strategia che sarebbe accolta solo da alcune capitali europee – la seconda è di riformare e dichiarare default al di fuori dell'euro zona – una decisione che la Grecia può prendere unilateralmente se accompagnata dalle scelte macroeconomiche giuste. Dato che non è percorribile a lungo, l'opzione di Schäuble - riformare senza default - ha senso solo se si considera la possibile uscita di Atene nel breve periodo. 
Un paese può decidere di restare all'interno dell'eurozona per ragioni politiche e di sicurezza, conclude Munchau, ma il dibattito è arrivato ad un livello diverso, vale a dire se ci sia la convenienza di un'uscita da un punto di vista economico. E quando ci sarà la scelta definitiva, gli esiti diventeranno sempre più difficili da prevedere.

Contro le parodie semplicistiche del liberismo: Brancaccio spiega Keynes

                              John Mainard Keynes

Riporto integralmente la lunga postfazione che Emiliano Brancaccio ha scritto per la ristampa di "Esortazioni e profezie" (Il Saggiatore 2011), una raccolta di opuscoli e articoli pubblicati su quotidiani o riviste, ai quali si aggiungono alcuni estratti di celebri pamphlet politici, come "Le conseguenze economiche della pace", o di opere teoriche, come "La riforma monetaria" e il "Trattato della moneta".
Una descrizione del pensiero del grande economista britannico che fa giustamente strame delle interpretazioni parodistiche e semplicistiche che gli esponenti del liberismo economico continuano a proporre e ne svela la grandissima capacità di previsione e la libertà di porsi contro il pensiero economico dominante, con l'indicazione di soluzioni che, spesso, si sono mostrate corrette.

La rivoluzione da Mosca a Cambridge
di Emiliano Brancaccio

Pareva destinato a diventare una reliquia, un polveroso cimelio del periodo tra le due guerre. Ed invece, dopo il fallimento di Lehman Brothers dell’ottobre 2008 e l’inizio della cosiddetta Grande Recessione, il nome di Keynes è tornato improvvisamente a risuonare nei dibattiti di politica economica. Si tratta, beninteso, di una evocazione ancora spettrale, che per adesso incide solo in termini marginali e confusi sulle azioni pratiche delle autorità monetarie e di bilancio. Ma già il solo fatto che Keynes venga nuovamente menzionato nell’agorà politica appare a molti un segnale minaccioso, un potenziale incentivo all’eversione del precario ordine finanziario costituito.

Il rinnovato interesse per l’eresia keynesiana costituisce un segno del terremoto che dall’inizio della crisi ha iniziato ad agitare il campo di battaglia delle teorie e delle politiche economiche. Come però tipicamente capita alle visioni per lungo tempo sommerse e dimenticate, il pensiero di Keynes risulta oggi appannato da una vulgata approssimativa, per molti versi fuorviante. Si consideri ad esempio una delle sue più celebri affermazioni: «Nel lungo periodo saremo tutti morti». Questa frase viene spesso affiancata ad un’altra sua

lunedì 29 luglio 2013

Italia s'è Desta:L'€uro-Grecia al collasso: bambini lasciati negli orfanotrofi per non morire di fame!

Dal Daily Mail, uno speciale report sulla situazione sempre più disperata della Grecia lì dietro l'angolo... una faccia una razza.

Genitori della classe media in Grecia lasciano i loro bambini negli orfanotrofi per non farli morire di fame.
Dei bambini giocano in un cortile dal profumo di pino, in una calda serata d'estate.
L'eccitazione sale febbrile quando si taglia un cremoso dolce al cioccolato. Sembra una scena idilliaca senza tempo - ma in realtà si tratta di una moderna tragedia greca.
Perché questo edificio di mattoni rossi situato in un ricco sobborgo di Atene è un istituto per l'assistenza all'infanzia. Eppure, molti di questi ragazzi non sono orfani né figli di famiglie disfunzionali.Invece, sono vittime dimenticate della crisi dell'Eurozona, lasciati lìdai genitori che non possono più permettersi di dar loro da mangiare.

La crisi finanziaria in Grecia ha causato dolore e sofferenza in tutto il paese. Ma in un paese in cui l'idea di famiglia è centrale nella vita, proprio i più giovani stanno sopportando il carico più pesante della crisi.
Decine di bambini sono stati messi in orfanotrofi e case famiglia per motivi economici; un'organizzazione di beneficenza ha detto che 80 su 100 dei bambini che abitano nei suoi centri residenziali sono lì perché le famiglie non possono più provvedere a loro.

Il dieci per cento dei bambini greci sono a rischio di denutrizione. Gli insegnanti dicono di dover annullare le lezioni di educazione fisica perché i bambini sono denutriti, e raccontano di vedere gli alunni cercare cibo neicassonetti.
Presso l'istituto di assistenza all'infanzia Zanneio, Nicolas Eleftheriàdu, di nove anni, mi ha offerto un pezzo di torta. Quando gli ho chiesto come stava, mi ha risposto con un sorriso timido: 'Sono forte come una roccia.'
I suoi genitori, Olga e Alexandros, sono arrivati a prendere i tre figli più grandi per riportarli a casa per il fine

domenica 28 luglio 2013

Le pillole rosse - 5° pillola: Biondi, alti e produttivi

Una delle armi più forti di Matrix, che condiziona pesantemente l'operato di governi ed il pensiero dell'opinione pubblica, è l'utilizzo di valutazioni morali per definire processi economici.
Matrix, si sa, ama la Germania, nelle nostre trasmissioni dove si trattano temi economici c'è sempre un giornalista tedesco che ci fa la lezioncina su quello che dovremmo o non dovremmo fare. I tedeschi sono, nel suo immaginario. e quindi nella comunicazione che ci offre, un esempio, perché, produttivi e capaci di esportare. Ancora più bravi, poi, perché capaci di rimanere in forte surplus di bilancia dei pagamenti e quindi esportatori netti, dimostrando di essere la vera locomotiva d'Europa; noi dovremmo fare come loro e smetterla di essere pigri ed improduttivi.
Ma cosa significa esportare? Esportare significa semplicemente vendere le proprie merci all'estero, quindi se
io esporto ci deve essere qualcuno che importa: se non ci fosse nessuno che importa non esisterebbe commercio estero e, d'altronde, come è stato detto brillantemente, se tutto il mondo esportasse dovrebbe esportare su altri pianeti; questo ci porta alla ovvia considerazione che ambedue i soggetti sono fisiologicamente necessari e che non ha molto senso da un punto di vista economico dare un valore di merito al fenomeno, se non in un ottica competitiva mercantilistica.
Tanto non ha senso che il Fondo Monetario Internazionale nel suo statuto ha la c.d. "clausola della valuta scarsa" che punisce uno Stato che persiste nel rimanere in surplus di bilancia dei pagamenti, fenomeno che, quindi, è visto sfavorevolmente, tanto quanto quello di un Paese in continuo deficit; ciò perché uno squilibrio persistente, sia in surplus che in deficit, non permette il riequilibrio delle partite e quindi ostacola a lungo andare gli scambi. Oltretutto lasciato a sé il sistema tenderebbe a riequilibrarsi: tra Stati con monete diverse il riequilibrio avviene attraverso il deprezzamento della valuta del Paese A importatore, il quale vende moneta propria per acquistare moneta del Paese B esportatore, al fine di acquistarne i beni, e l'apprezzamento della valuta del secondo, poiché aumenta la domanda della sua moneta; questo fenomeno porta a rendere più competitivi sul mercato estero i beni del Paese A che quindi risulta agevolato nelle sue esportazioni e, parallelamente, più cari per gli altri e quindi meno competitivi i beni del Paese B, che quindi vede diminuire le sue esportazioni, riportando in riequilibrio il sistema. Con la moneta unica il riequilibrio, più lento, avviene attraverso l'aumento dei redditi all'interno del Paese B e del tasso di inflazione, che è fisiologicamente legato alla crescita economica; ciò porta ad aumentare i consumi, anche dei beni esteri, dei suoi cittadini ed insieme a rendere, via inflazione, più cari i suoi beni, con una diminuzione delle esportazioni. Parallelamente la diminuzione dei redditi del Paese A porta ad un calo dei consumi, anche di beni esteri, e la minore inflazione derivante dal calo della domanda e quindi dei prezzi, rende di nuovo competitivi i beni da esportare, anche qui riequilibrando a medio termine il sistema.
Se le cose stanno così, allora perché in Europa non c'è stato riequilibrio e il Paese sedicente "virtuoso" (la Germania) è rimasto tale e quelli periferici, Italia compresa, sono rimasti importatori netti e quindi secondo matrix "viziosi"? E' colpa del fatto che sono (siamo) improduttivi o pigri o incapaci come ci raccontano, o c'è dell'altro?
Iniziamo a vedere qualche dato:

Fonte: goofynomics

Da questo grafico si vede che, fino al 1989 la produttività media del lavoro italiana e tedesca viaggiava di

giovedì 25 luglio 2013

Il disastro del mercantilismo tedesco.


La ripresa dell’economia mondiale è stata negli ultimi tempi oggetto di sempre più frequenti pronostici , ma anche sempre più ridimensionata nelle stime e spostata nel tempo. Lo confermano senza mezzi termini le valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, che, nonostante i segnali di risalita negli Stati Uniti e in Giappone, segnalano il protrarsi della recessione nell’eurozona e un rallentamento di molti mercati emergenti, proprio quelli al quale si voleva assegnare il ruolo di locomotiva.

In effetti, lo scenario non dovrebbe sorprendere più di tanto: le economie emergenti basano infatti ancora gran parte della propria crescita sulle esportazioni, e queste ultime sono state rallentate dall’affanno in cui si trova la domanda europea. Una domanda stagnante che, come spiega bene l’ultimo Rapporto ICE sul commercio internazionale, condiziona gli scambi mondiali, al punto di imprimerne una inversione di tendenza rispetto al decennio precedente, quando variavano in misura più che proporzionale al PIL. La crisi europea appare insomma l’occhio del ciclone della crisi mondiale, e l’attesa di una ripresa trainata dagli emergenti è una pura chimera.

Ma c’è qualcosa di più pregnante che il Rapporto ICE ci ricorda: la frenata del commercio europeo è da imputare essenzialmente ai paesi della “periferia” dell’eurozona (Italia, Grecia, Spagna, Portogallo), la cui depressione economica è responsabile di un vero e proprio crollo delle importazioni. Tale crollo ha ridimensionato l’entità dei deficit commerciali di questi paesi e ha ridotto gli squilibri commerciali interni all’area euro. La riduzione di questi squilibri ha inoltre comportato il riequilibrio delle tensioni commerciali nell’eurozona, mentre nessun contributo in tal senso è giunto dai paesi in forte surplus, come la Germania, ma anche di area tedesca come Austria, Belgio, Finlandia e Olanda. Si tratta di un processo che va avanti senza soluzione di continuità dal 2007, al quale si contrappone in maniera molto netta la divaricazione tra la capacità produttiva industriale tra “area tedesca” ed “area mediterranea” (includendo in quest’ultima anche la Francia). Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, nell’ultimo anno si è dimezzato il disavanzo con la Germania.

“La diminuzione degli sbilanci commerciali osservata dopo il 2007 nell’area euro”, si legge nel Rapporto ICE, “non ha riflesso correzioni sostanziali degli squilibri di competitività che sono andati cumulandosi tra i paesi membri dall’inizio della moneta unica. […] A lungo andare, questo processo può condurre a un recupero di competitività attraverso cosiddette svalutazioni interne, ovvero spingendo le dinamiche di prezzi e costi persistentemente al di sotto di quelle dei paesi in surplus. Ma la strada si prospetta lunga e onerosa, dal punto di vista sociale e produttivo . In assenza di significativi movimenti verso un aggiustamento intra-europeo più simmetrico, il riequilibrio affidato ai soli paesi in deficit implica il permanere per un prolungato periodo di tempo di mercati del lavoro deboli nell’Area Mediterranea. Accanto a un costo sociale, c’è anche un rischio produttivo. Le domande interne in contrazione colpiscono in primo luogo le aziende che vendono al mercato domestico, ma non risparmiano coloro che sono orientati all’estero. Le imprese esportatrici “pure” sono un fenomeno relativamente raro. Ad esempio in Italia oltre il 60 percento del fatturato viene realizzato, in media, nel mercato nazionale. Ciò significa che quando la domanda domestica , come avvenuto negli ultimi anni nell’Area Mediterranea, tutta la struttura produttiva ne risente, in modo diretto per la contrazione di uno sbocco prioritario per le vendite e indiretto per la rarefazione del credito che i minori fatturati finiscono con l’attivare.” Questo processo ha infine come sbocco “una perdita strutturale di base produttiva, accentuando una dinamica che ha contrassegnato il funzionamento dell’euro fin dalle sue origini.”

L’apparente miglioramento del quadro commerciale dell’eurozona, è dunque rivelatore di una situazione al collasso, che sta erodendo la base produttiva dei paesi in difficoltà, indebolendone anche la capacità di intercettare futuri segnali di ripresa, attivando la produzione specialmente in settori dove il potenziale di domanda è maggiore. La questione è assolutamente cruciale per quanto riguarda l’economia italiana “Considerando l’intero decennio” si legge nel Rapporto ICE “l’analisi conferma che il contributo principale alla riduzione della quota [di export] italiana è derivato dalle caratteristiche del modello di specializzazione delle esportazioni, orientate prevalentemente verso prodotti a domanda mondiale relativamente lenta.” Giova in questo senso ricordare il peso strutturale assunto nelle importazioni dai prodotti high-tech e il caso paradigmatico rappresentato dai pannelli solari. Nel Rapporto si legge infatti che per quanto riguarda l’Italia “Un contributo negativo molto rilevante è stato di nuovo arrecato dal crollo delle importazioni di celle fotovoltaiche, dopo la riduzione degli incentivi pubblici per il loro uso.”

Se non fosse stato ancora sufficiente il conto che la crisi e il suo inasprimento a causa delle politiche di austerità hanno presentato finora, il flebile segnale che gli scambi commerciali mandano a consuntivo del 2012, dovrebbe sancire un allarme inequivocabile sulla necessità di mettere mano in Europa a politiche pubbliche espansive per il rilancio della domanda. I fatti dimostrano che le dinamiche mercantiliste e la logica del beggar my neighbour sono solo l’ingresso in un vicolo cieco e forse anche a Berlino inizieranno a capire che il gioco al massacro travolge tutti.

Pubblicato da keynesblog il 25 luglio 2013

La “rigorosa ed austera” Germania è campione di lavoro nero e sommerso

angela_merkel_2008C’è un record insospettabile, oltre a quello del debito pubblico, detenuto dalla Germania di Angela Merkel: il primato di economia sommersa tra i Paesi dell’Ue.

Un titolo di cui, immaginiamo, la Germania non si fregia volentieri. L’immagine di rigore e austerità che i tedeschi vorrebbero esportare ed imporre anche al resto dell’Ue, dimostrando peraltro scarsa disponibilità al concetto di sostegno tra Stati come si conviene ad una comunità che si vorrebbe unita, viene messa in crisi dai recenti primati inanellati dalla Germania targata Angela Merkel.

Innanzitutto, il debito pubblico, che nel 2011 ha superato quello italiano, diventando il terzo debito pubblico più alto del mondo dopo Usa e Giappone e ovviamente il primo in Europa. Oggi la Germania non sta meglio: gli ultimi dati pubblicati dal Sole24Ore ad aprile 2013 parlano di un debito pubblico salito alla quota record di 2.166 miliardi di euro, con un incremento dell’1,5% rispetto al 2011. Una cifra di poco superiore a quella italiana, il cui debito pubblico dopo la “cura Monti” è schizzato a poco più di 2.000 miliardi, dopo che ai tempi del governo Berlusconi era riuscito a scendere sotto i 1.900 miliardi.

E’ notizia di questi giorni invece il nuovo record teutonico: il lavoro nero tedesco vale 350 miliardi di euro e impiega otto milioni di persone.
Dati che surclassano quelli del lavoro nero italiano, nonostante l’immagine dipinta spesso dagli italiani stessi di un Belpaese pieno di “evasori, lavoro nero ed economia sommersa”.
Anche in questo caso, invece, la Germania surclassa tutti e si posiziona saldamente sul gradino più alto del podio.


Lo studio, commissionato dal colosso della carte di credito Visa in collaborazione con l’università di Linz, rivela altri dati: in relazione al Pil tedesco, il nero sarebbe al 13%, circa 1/6 della ricchezza nazionale. Questo significa che, pur vantando la Germania il più grande sommerso d’Europa in termini assoluti, in relazione al Pil è la Bulgaria a fare la parte del leone con un sommerso che vale il 30%. Seguono Germania, Italia e Portogallo con il 20%.
Secondo l’università di Linz, inoltre, le casse dello Stato tedesco non ne risentirebbero più di tanto: grazie all’Iva vengono recuperate quelle risorse evase in virtù dei contratti o dei pagamenti in nero. Gettito dell’Iva che sarebbe di molto inferiore se i consumi crollassero a causa dei mancati redditi garantiti dal lavoro nero.
A quanto pare, il sommerso sembra non essere affatto un problema per la Germania. Strano che appaia come quello principale per l’Italia.

Fonte: www.qelsi.it