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venerdì 20 dicembre 2013

A che servono le tasse?

Le tasse, questo fardello che ci opprime e che ci porta via buona parte dei nostri sudati redditi...

Ci dicono, ci hanno sempre detto che con le tasse finanziamo la spesa dello Stato, i servizi che ci presta, i beni che ci fornisce e tutto l'apparato burocratico che gestisce questi servizi e questi beni. Poi arriva un giornalista convertito all'economia, seguace della Modern Money Theory di Mosler ed in televisione ci dice che le tasse non servono per finanziare l'attività dello Stato, ma servono principalmente a regolare i cicli economici prelevando più o meno risorse al settore privato (famiglie ed imprese), che regolano l'inflazione, drenando liquidità e che, in effetti un Paese ne potrebbe fare a meno, avendo la sovranità monetaria, perché potrebbe semplicemente stampare tutto il denaro che gli serve e spendere a deficit. Ecco ad esempio:




Capirete che una cosa del genere crea un certo disorientamento nell'ascoltatore medio, per cui cerchiamo di capirci qualcosa; iniziamo con un dato normativo: cosa sono le tasse per la nostra Costituzione?

Art. 53.

Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacita' contributiva.

Il sistema tributario e' informato a criteri di progressività.

Secondo la Costituzione, quindi, le tasse sono il concorso di ciascun cittadino alla spesa pubblica in ragione della propria capacità contributiva; in altre parole ognuno di noi, a seconda di quanto guadagna, è tenuto a versare una percentuale del proprio reddito allo Stato e questa percentuale sale più che proporzionalmente, man mano che il reddito personale è più elevato: questo è il concetto di progressività, illustrato nel secondo capoverso. Il risultato è che attraverso il prelievo fiscale si attua una ridistribuzione del reddito nazionale, poiché, a parità di servizio erogato, chi guadagna meno paga meno ciò che lo Stato gli fornisce, così attenuando lo squilibrio fra livelli diversi di reddito.

martedì 20 novembre 2012

Catastrofe o Speranza?

Quando si parla dell'Euro in Italia, si ha come la sensazione di parlare di religione. Si, proprio cosi, perchè ormai fa parte del nostro modo di pensare e di vedere la realtà. Gli ''alti sacerdoti europei'' ci hanno fatto dono di questo ''dio'', per certi versi occulto, e ci hanno detto che lui è l'unica cosa che conta. Poco importa se per tenere viva questa fede i ''discepoli'' di questa religione versano in condizioni al limite della decenza. Infatti per soddisfare questo ''dio'', sono richiesti continui sacrifici, con la promessa di avere, in un non ben precisato futuro, la prosperità che adesso manca.

Ma conviene davvero patire tutte queste sofferenze in nome di un futuro prospero?


La risposta è scontata. Ovviamente si! Si, se il futuro auspicato fosse reale. Ma allora la vera domanda è un altra. E' reale il futuro che ci prospettano? Ovviamente NO! No, le evidenze di questo sono sotto gli occhi di tutti. La zona Euro sta attraversando una crisi senza precedenti, una crisi del tutto artificiosa e con responsabili ben definiti. Un Economicidio (come lo definisce Paolo Barnard), che sta portando la nostra amata terra in recessione, con dati allarmanti: Pil -2,5%; disoccupazione quasi all' 11%, con quella giovanile al 35%; pressione fiscale media vicino al 50%.
Dov'è finita l'Italia che era capace di tener testa alle più grandi potenze mondiali? Dov'è finita l'Italia con il comparto industriale più potente d'Europa? Dov'è finita l'Italia che metteva al centro della propria politica economica il benessere delle famiglie, la sanità e l'istruzione? La risposta è semplice: SACRIFICATA.
Poco importa se questo sacrificio sta danneggiando lei stessa e i suoi abitanti. Tutto serve per placare la sete di questo ''dio'' che in cambio rende più ricchi i suoi privilegiati, gli ''alti sacerdoti'' di questo scempio, ovvero l'alta finanza.

Personalmente sono convinto che non tutto sia perduto. Siamo un popolo forte, capace di combattere per quello in cui crediamo. Credo che in questo paese ci siano menti, strumenti ed estro che c'invidiano in tutto il mondo. Grazie a questo possiamo ancora risollevarci e tornare ad essere il BEL PAESE, non i maiali d'Europa. Ma per farlo bisogna acquisire la consapevolezza di ciò che c'è stato fatto, capirne le dinamiche e reagire. Riacquistare la nostra sovranità come popolo, come stato e come moneta è l'unica via che ci può salvare. 

Intervista a Paolo Becchi, docente di Filosofia del Diritto, a cura del sito www.byoblu.com



lunedì 19 novembre 2012

I kenesiani rispondono sul possibile default del giappone


lL Giappone è vicino al default? I numeri che smentiscono Zingales

Davvero, come ha sostenuto Luigi Zingales,  il Giappone entro tre anni sarà nelle condizioni della Grecia a causa del suo elevato debito pubblico?
Partiamo in primo luogo da quello che tutti sanno: il governo giapponese è in larghissima parte indebitato con se stesso, i cittadini, le imprese, le banche giapponesi e la sua banca centrale. A giugno di quest’anno solo l’8,7% del debito pubblico era detenuto da soggetti stranieri. Per la Grecia la situazione è completamente differente:
Il debito pubblico greco, a differenza di quello giapponese, è largamente nelle mani di soggetti stranieri, sui quali il governo greco non ha controllo.
Passiamo ora ai dati meno noti sul Giappone. Il debito pubblico del paese del Sol Levante è particolarmente alto e secondo il FMI arriva al 230% del PIL. Il governo giapponese non ha solo debiti, ma anche crediti, in buona parte con enti sotto il controllo del governo stesso, che possiedono parte dei titoli del debito pubblico. Se quindi consideriamo il debito pubblico netto la situazione delle finanze giapponesi, seppur non in salute, appare molto meno straripante: 137%  del PIL nel 2012.
Ciò al netto del fatto, evidentemente rilevante, che i debiti pubblici italiano e greco sono denominati in una valuta tecnicamente straniera, l’Euro, mentre il debito giapponese è denominato nella propria valuta nazionale, lo Yen.
Infine il dato più interessante viene dall’indebitamento del paese verso l’estero. In fin dei conti è questo che conta quando parliamo di rischio default. Se un paese è un debitore netto allora possiamo iniziare a valutare la possibilità che non sia in grado di ripagare il proprio debito. Ma se un paese è invece un creditore netto, la situazione è del tutto differente.
Questo grafico mostra il NIIP (Net International Investment Position) rispetto al PIL di alcune economie: i PIIGS, la Germania, il Giappone, gli USA e il Regno Unito.
A differenza dei paesi periferici europei, il Giappone è largamente in credito con l’estero (più della Germania), ivi compreso il suo settore pubblico che detiene il 13%  del credito complessivo del paese con l’estero. Si può anche notare come l’Italia, pur indebitata, non è così esposta come Grecia, Irlanda, Spagna e Portogallo.
Il credito con l’estero del Giappone è il risultato di decenni in cui la bilancia commerciale è stata in attivo (sebbene quest’anno abbia visto un passivo commerciale) cioè una situazione esattamente opposta a quella della Grecia, che al contrario è  un paese tradizionalmente importatore netto.
A tal proposito è utile ricordare che alcuni paesi debitori godono di un vantaggio significativo: sono sì indebitati con l’estero, ma nella propria moneta. Ad esempio il 90% del debito con l’estero degli Stati Uniti è in dollari. Una situazione molto differente da quella greca. Paesi come gli USA (e in misura minore il Regno Unito e lo stesso Giappone), le cui monete fanno parte del paniere delle valute più utilizzate nelle transazioni internazionali, possono quindi permettersi con maggiore tranquillità deficit con l’estero (lo stesso potrebbe valere per l’eurozona se fosse uno stato federale).
In conclusione, sebbene l’economia giapponese non sia affatto in buona salute, le differenze con la Grecia sono enormi e rendono la tesi di Zingales a dir poco discutibile.