Visualizzazione post con etichetta 1992. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 1992. Mostra tutti i post

venerdì 18 aprile 2014

Se usciamo dall'euro: la teoria e la realtà

Mai come in questo periodo si trovano in rete e sui giornali tanti articoli, scritti da economisti, da soli, in coppia o a gruppi, che analizzano minuziosamente le proposte di uscita dall'euro, concordata o traumatica, per farne, come si dice, "le pulci", criticando e soppesando ogni singolo punto del percorso ipotizzato, trovarne le falle e le lacune, per concludere invariabilmente che l'uscita non è possibile, se possibile non è attuabile, se attuabile le conseguenze sarebbero catastrofiche e distruttive.

Meglio lasciarsi strangolare quietamente dall'euro. Un atteggiamento molto "british" peraltro...

In tutte le analisi, ad esempio, non manca mai l'obiezione: "Eh, ma credete che gli altri Paesi ve la faranno fare? Credete che vi faranno svalutare tranquillamente senza ritorsioni, dazi, senza reagire alla loro perdita di competitività? Saremo isolati, ostracizzati, ecc. ecc.". Questo argomento, a prima vista ragionevole, nasconde parecchie falle e merita un approfondimento.

Innanzitutto è un argomento che contraddice in toto l'altro argomento principe di queste ed altre analisi, ovvero "se svalutiamo che ne sarà di noi, con la liretta dove andremo, come compreremo, i nostri redditi caleranno, i nostri risparmi si ridurranno, ecc. ecc.". Allora, mettetevi d'accordo: o la svalutazione fa male, a chi produce perché aumenta il costo delle le materie prime, ai padri di famiglia ed ai pensionati perché si impoveriscono ed al Paese perché crolla sotto i debiti, ed allora all'estero i nostri concorrenti dovrebbero stappare champagne e festeggiare la nostra stolidità e follia, oppure fa bene, tanto bene che i nostri concorrenti reagirebbero con dazi e guerre commerciali, perché perdono competitività. Tertium non datur, come dicono quelli colti.

Siccome è chiaro che l'ipotesi vera è la seconda, dato che svalutare sarà anche brutto, ma rivalutare dev'essere peggio, visto che nessuno lo vuole fare, vediamo quali sarebbero le conseguenze reali ad una nostra sacrosanta svalutazione (sacrosanta, perché riaggiusterebbe finalmente quel differenziale di inflazione cumulato in questi anni, come ben sapete).

Per saperlo utilizziamo un metodo scientifico, ovvero prendiamo l'ultimo episodio storico che ci riguarda nel quale abbiamo svalutato in maniera consistente. Anche qui bisogna chiarirsi: tutti quelli che affermano l'inutilità di vedere cosa è accaduto storicamente perché "adesso e diverso, c'è il computer per le transazioni e poi c'è la Cina" sono gli stessi che poi dicono che "senza un paper rigoroso le ipotesi non hanno fondamento, ci vuole un modello, ecc.". Ora, in generale, come si fa un modello previsionale corretto di un fenomeno che ha un andamento legato a una variabile casuale (tipo l'andamento di un titolo)? Attraverso una "random walk". E qual'è il dato più probabile in una previsione random walk? quello legato all'ultimo accadimento, che incorpora in sé tutti gli "errori" passati (se vi siete persi provate a leggere qui), ovvero all'ultimo dato storico disponibile! Come sopra...

Allora l'ultima volta che l'Italia ha svalutato in maniera significativa, 20% nello spazio di circa sei mesi, è stato nel 1992, quando siamo usciti dallo SME. Cosa è successo? E' successo che i nostri prodotti sono diventati immediatamente competitivi, come logico, e che, di converso, quelli tedeschi, ovvero quelli del nostro maggiore concorrente diretto, sono diventati più cari per noi e meno concorrenziali, sia da noi che all'estero. Perché? Ma perché da noi appunto costavano di più e quindi meno gente se li poteva permettere (legge domanda/offerta) ed all'estero, pur rimanendo il costo uguale, soffrivano la migliore appetibilità relativa dei nostri prodotti. Spiego meglio: se un francese comprava per un rivestimento mettiamo un klinker tedesco, invece che un marmo di Carrara, perché non poteva permettersi quello italiano, migliore ma più caro, dopo la svalutazione il marmo di Carrara, magari costava sempre più del klinker tedesco, ma con un differenziale minore, ed allora il francese, che ha gusto, decideva che poteva permettersi una lieve differenza in più per avere una maggiore qualità, ovvero il nuovo prezzo compensava il rapporto fra maggiore sacrificio economico e maggiore qualità, tanto da portarlo a permettersi il marmo. Questo è quello che intendevo con appetibilità relativa.

martedì 23 aprile 2013

Anno 1992 governo Amato, 2002 Draghi: "con l' Italia al riparo dell' euro di fronte alle crisi internazionali" e il terrore svalutazione!!


Helmut Schlesinger, irato presidente della Bundesbank, che si alza dal tavolo dei ministri e banchieri d' Europa e sbatte la porta all' ennesima richiesta di un taglio dei tassi. L' allora presidente del Consiglio, un Giuliano Amato rassicurante, intervistato quel 13 settembre del ' 92 al TG1 sul «riallineamento» della lira (al ribasso del 7%) in seno al Sistema monetario europeo. I creditori esteri dell' Efim che, a decine, affollano Via XX Settembre in cerca di impegni minimamente credibili. Episodi di dieci anni fa. «Più invecchio, più mi accorgo che non c' è nulla che cambi come il passato», ha osservato Mario Draghi, oggi vice-presidente di Goldman Sachs International, all' epoca direttore generale del Tesoro. Di quella svalutazione che non impedì l' espulsione di fatto dallo Sme pochi giorni più tardi, Draghi ha parlato per la prima volta in pubblico ieri nell' Aula Magna dell' università di Padova. Con lui, in un dibattito coordinato dal direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, altri due "Ciampi boys": Francesco Giavazzi, all' epoca dirigente generale al Tesoro, e il ragioniere generale dello Stato Vittorio Grilli. Che sia possibile leggere oggi quel passato con lenti diverse, lo si vede da almeno due constatazioni. La prima, per Draghi, è che il confronto con quell' estate dà la misura «di come siamo migliorati» con l' Italia al riparo dell' euro di fronte alle crisi internazionali. Proprio lui ieri ha rivendicato parte del merito: come quando chiese nel 1991 al ministro del Tesoro, Guido Carli, di sospendere le emissioni in valuta estera. Con un debito poco sotto al 110% del prodotto lordo (come peraltro oggi), quella scelta mise il Paese al riparo dai rischi d' insolvenza di tipo argentino. Ma il passato cambia, ha spiegato ieri Draghi con un implicito riferimento al governatore di Banca d' Italia del ' 92 Carlo Azeglio Ciampi, anche perché alla fine hanno avuto ragione «quelli che allora dicevano
che non bisogna svalutare». Non l' hanno avuta nell' immediato. Ma nel corso nel decennio la convergenza della moneta e dei tassi italiani in Europa si è dimostrata vincente. Anche se in quelle settimane, è stato ricordato ieri a Padova, costò 50 miliardi di dollari di riserve delle Banca d' Italia. Del presente, ieri Draghi non ha parlato. Ha solo ricordato che l' Italia già durante il negoziato di Maastricht propose di computare i deficit al netto della congiuntura e di valutare gli investimenti a parte. «Erano proposte sensate ma non fummo ascoltati», ha riconosciuto ieri l' ex direttore generale del Tesoro. «Non eravamo ritenuti credibili perché, visto lo stato dei conti, si riteneva volessimo eludere i vincoli». Qualcosa di simile al Patto di stabilità esiste peraltro nella Costituzione italiana, con l' obbligo di copertura finanziaria delle leggi iscritto nell' articolo 81. Lo ha ricordato ieri Vittorio Grilli. Quel vincolo fu aggirato a lungo ammettendo il ricorso al debito. E proprio in questi giorni il decreto taglia-spese, ha detto Grilli, nasce come «meccanismo stringente» contro rischi del passato. Giavazzi, oggi docente alla Bocconi ed editorialista del Corriere, ha ricordato che parte dei nodi del ' 92 restano da sciogliere. Soprattutto quello di un «aggiustamento tutto sul lato delle entrate e quasi per niente su quello delle spese». Ma proprio con Amato del ' 92, ha aggiunto l' economista, «il ritiro dello Stato dall' economia ha dato la sensazione ai mercati che avveniva qualcosa d' irreversibile». -7% la SVALUTAZIONE della lira nello Sme decisa il 13 settembre ' 92. Poi l' uscita dal Sistema monetario europeo 990 Il TASSO sul marco con il quale la lira è rientrata nello Sme nel ' 96. Circa il 20% sotto il cambio del ' 92

Fubini Federico

(15 settembre 2002) - Corriere della Sera

per chi non si ricordasse la vicenda facciamo un riassunto:

Nella notte fra il 9 e il 10 luglio 1992, indossata metaforicamente una tuta di seta nera alla Diabolik, il governo guidato da Giuliano Amato penetrò nei forzieri delle banche italiane prelevando il 6 per mille da ogni deposito. Un decreto legge di emergenza l’’autorizzava a farlo: in quel provvedimento, varato mentre i mercati si accanivano sulla lira, erano state inzeppate alla rinfusa misure le più svariate. Dall’’aumento dell’’età pensionabile alla patrimoniale sulle imprese, dalla minimum tax all’’introduzione dei ticket sanitari, dalla tassa sul medico di famiglia all’’imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutata. Prelievo sui conti correnti e Isi fruttarono insieme 11.500 miliardi di lire. L’imposta straordinaria sugli immobili, nella migliore delle tradizioni italiane, perse subito il prefisso stra per diventare una gabella ordinaria: l’’imposta comunale sugli immobili, ovverosia l’’Ici.
Con il Paese sull’’orlo del baratro, il dottor Sottile adottò misure grossier. La più nota ed esecrata fu appunto il prelievo sui conti correnti, che ebbe almeno il pudore d’essere una tantum. All’’ultimo momento, in Consiglio dei ministri, il titolare del Tesoro Piero Barucci propose, senza successo, di sostituirla con l’aumento dell’’imposta sugli interessi bancari (una proposta analoga era stata fatta dall’’allora vicedirettore di Bankitalia Antonio Fazio, preoccupato delle conseguenze della violazione notturna del risparmio nazionale). [...] Le cose andarono diversamente da quanto Giuliano Amato aveva sperato: nonostante la cura da cavallo (manovra di luglio più finanziaria sfioravano insieme i centomila miliardi di lire), che portò l’’economia italiana sull’’orlo della recessione, la lira dovette uscire dal Sistema monetario europeo neppure tre mesi dopo quella notte di luglio, e nella primavera successiva il dottor Sottile si dimise. Venne chiamato Carlo Azeglio Ciampi, allora governatore della Banca d’Italia, per formare un governo tecnico che traghettasse l'’Italia fuori dalla crisi.