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lunedì 16 dicembre 2013

Sapir: "Bisogna unire le forze a sinistra e destra che hanno capito il pericolo Euro"




L'Intervista esclusiva all'economista francese Jacques Sapir
di Alessandro Bianchi

Jacques Sapir. Economista, direttore del Centre d’Etude des Modes d’Industrialisation (CEMI-EHESS). Autore di "Bisogna uscire dall'euro?" e "La demondialisation". 

- Professore, Lei è stato tra i primi economisti europei ed evidenziare i danni provocati dall'euro ed a chiedere la sua fine. In una delle ultime analisi ha scritto che si tratta di una sorte inevitabile. Secondo Lei, quanto tempo ancora ci vorrà e da quale paese potrà partire l'iniziativa? 

A questo punto bisogna distinguere due problematiche. La prima riguarda l'analisi della situazione economica che l'euro ha creato e delle sue conseguenze. Da ormai quasi tredici anni osserviamo che l'euro non solo non ha prodotto le convergenze macroeconomiche sperate, ma ha invece accentuato le divergenze. L'ho detto a più riprese, e ormai questa mia posizione riscuote consenso tra gli economisti. Constatiamo anche che l'euro rappresenta un enorme freno per la crescita nella maggior parte dei paesi che l'hanno adottato, ad eccezione, ovviamente, della Germania. Per finire, si osserva che l'euro fa aumentare i deficit, tanto interni quanto esteri, e che porta verso un debito sempre più grande dei paesi che sono entrati nell'Unione economica e monetaria. Tutto questo è abbondantemente documentato da numerosi autori. Siccome l'euro può funzionare solo in una spirale di impoverimento per la maggior parte dei paesi, ne deduco che è destinato a fallire.
Ma, qui, abbiamo una seconda problematica: le condizioni che determineranno la fine dell'euro. Tali condizioni possono creare una crisi catastrofica generata sul mercato obbligazionario. Al momento, la situazione resta stabile grazie alla Banca Centrale Europea. Ma la credibilità di quest'ultima sta nel fatto che non è stata messa alla prova. Prima o poi i mercati testeranno la risoluzione della Bce, e allora Mario Draghi si ritroverà fortemente in difficoltà. Queste condizioni potranno anche provenire dalle tensioni politiche crescenti che l'Euro genera sia tra i paesi membri dell'UME, sia all'interno degli stessi, dove le forze anti-europeiste prendono sempre più peso. Queste tensioni potranno ad un certo punto mettere gli attori politici di fronte alla necessità di dissolvere la zona euro o di uscire dalla moneta unica.
Per quanto mi riguarda, ho sovrastimato la rapidità delle evoluzioni finanziarie, sulla base di quello che avevamo conosciuto nel 2008-2009. Ma questo non cambia niente all'analisi di fondo. 

- Sul suo blog RussEurope, ha ipotizzato ad un possibile ritorno allo Sme dopo l'eventuale dissoluzione della zona euro. Qual è secondo Lei la migliore strategia per uscire dall'euro per i paesi dell'Europa meridionale? 

Un ritorno allo Sme implica che ogni paese ritrovi la propria valuta nazionale. La questione della strategia è qui centrale. I paesi dell'Europa del Sud possono scegliere tra prendere la decisione di uscita in modo indipendente o chiedere la dissoluzione della zona euro. Se alcuni paesi, come l'Italia, la Francia, la Spagna dicessero durante un Consiglio Ecofin che sono pronti a lasciare l'euro ma che è preferibile lo scioglimento

venerdì 4 ottobre 2013

Sapir: Le bugie che hanno creato l’unione monetaria europea.

Jacques Sapir su Russeurope ci ricorda una storia che conoscevamo già: le bugie degli esperti che hanno accompagnato l'introduzione della moneta unica, smentite prima dalla stessa ricerca accademica e poi dalla dura realtà dei fatti, di cui stiamo pagando ancora il prezzo. 

« Più grande è la bugia, e più ci si crede. » Joseph Goebbels.
Traduzione di Malachia Paperoga

Gli esperti hanno affermato per anni che l’implementazione dell’unione monetaria europea, ossia l’”Eurozona”, avrebbe avuto degli effetti estremamente positivi sull’economia degli stati membri. Ricerche accademiche solidamente supportate dai dati contraddicono queste pretese. 

L’argomento iniziale e le illusioni 

E' stata largamente diffusa l’illusione che una zona monetaria con una sola valuta avrebbe generato un rapidissimo aumento dei flussi commerciali tra gli stati membri. Questa aspettativa deriva da studi teorici ed empirici, in particolare da quelli di Andrew K. Rose[1]. Questi scritti, basati su un gravity model [2], attribuivano grande importanza alla vicinanza geografica degli aderenti. Dando luogo a quello che è stato battezzato come l’”effetto Rose” e a una letteratura estremamente favorevole all’unione monetaria, questi studi consideravano le valute nazionali come un “ostacolo” al commercio internazionale [3]. L’integrazione monetaria doveva consentire una migliore interazione tra i cicli economici dei paesi aderenti [4]. Avrebbe anche dovuto portare a un accumulo di conoscenze, consentendo un forte incremento di produzione e di potenziali scambi [5]

In un certo senso, l’Unione Monetaria avrebbe creato le condizioni adatte al successo di un’”Area Valutaria Ottimale” [6], seguendo dinamiche che sembravano essere endogene [7]. Da cui le famose dichiarazioni di molti politici riguardo al fatto che, con la sua sola esistenza, l’Euro avrebbe portato una forte crescita tra gli stati membri. Addirittura, Jacques Delors e Romano Prodi sostennero che l’Euro avrebbe incrementato la crescita europea dell’1-1,5%[8].

Dopo questi lavori, ne vennero prodotti degli altri, che affinavano le ipotesi di Rose, e riscontravano una considerevole riduzione nella dimensione degli effetti positivi dell’Unione Monetaria [9]; questi effetti rimanevano comunque significativi, con un aumento degli scambi economici tra gli stati membri dell’eurozona stimato tra il 20 e il 40% [10]. Non c’era quindi alcun dubbio, nelle menti di questi esperti, che l’introduzione dell’Euro avrebbe avuto effetti estremamente positivi sulle economie dei paesi membri. 

Dubbi e critiche 

Eppure questi lavori sono stati sottoposti a dure critiche per i metodi econometrici utilizzati [11]. In particolare, i modelli di stima dell’incremento del commercio internazionale tramite il cosiddetto gravity model, se si prestano bene al commercio bilaterale, non sembrano adeguati ad analizzare un contesto multi paese. Inoltre, e questa è una critica ancor più fondamentale, questi modelli sembrano non tenere in considerazione la persistenza del commercio internazionale [12], che può essere spiegata con vari fenomeni, inclusa l’asimmetria dell’informazione. Ma soprattutto, questi modelli negano l’esistenza di fattori endogeni nello sviluppo del commercio, che non sono condizionati dall’esistenza - o non esistenza - di un’Unione Monetaria. 

Questi diversi elementi hanno portato ad una fondamentalerevisione dei risultati ottenuti dallo studio iniziale di A.K. Rose. Basandosi su quasi 20 anni di ricerca sul commercio internazionale e sui gravity model [13], Harry Kelejian (con G. Tavlas e P. Petroulas) ha riconsiderato la stima degli effetti di un'unione monetaria sul commercio internazionale dei paesi membri [14]. Con risultati devastanti. 

L’impatto dell’Unione Economica e Monetaria sul commercio dei suoi paesi membri viene ora stimato in una crescita tra il 4,7 e il 6,3%, valori molto distanti perfino dalle valutazioni più pessimistiche, che avevano previsto effetti minimi del 20%, e questo senza considerare nemmeno le prime previsioni di Rose, che stimavano questi effetti tra il 200% e il 300%. In soli 10 anni, abbiamo dunque assistito a un ridimensionamento prima dell’ordine di 10 a 1 (dal 200% al 20% [15]), e poi ancora a un altro calo, che ha ridotto il livello di questi effetti dal 20% a una media del 5% (un fattore di 4 a 1) [16]. L’effetto di persistenza nel commercio sembra essere stato molto sottostimato e, al contrario, gli effetti positivi dell’unione monetaria altrettanto grandemente sovrastimati, probabilmente per ragioni squisitamente politiche. Non si può fare a meno di notare che i più stravaganti annunci riguardo gli effetti positivi dell’Unione Economica e Monetaria (con stime di un incremento del 200% del commercio tra paesi aderenti) sono stati fatti proprio nello stesso momento in cui l’Euro veniva introdotto. La bugia era davvero molto grossa… 

Queste dichiarazioni servivano evidentemente da giustificazione per le politiche e i politici di quel tempo. Gli stessi argomenti vengono oggi utilizzati per dare consistenza all’idea che una dissoluzione dell’area Euro porterebbe a una catastrofe, con gli stessi numeri che vengono usati ancora una volta a fini di propaganda, di “Funkpropaganda”, ma questa volta nella maniera opposta, ossia per “predire” un collasso degli scambi internazionali dei paesi coinvolti, e quindi un crollo del PIL nel caso di un’uscita dall’Euro. Tuttavia, se gli effetti sul commercio internazionale creati da un’unione monetaria sono stati deboli, si può dedurre che al contrario gli effetti sui prezzi (quella che è chiamata “competitività di costo”) sono significativamente al di sopra di quanto considerato dalla vulgata dominante. [17]. Questo ridà tutta la sua importanza agli effetti di una svalutazione nel ripristinare la competitività di alcuni paesi. Benjamin Disraeli è noto per aver detto “ci sono delle bugie, delle maledette bugie, e le statistiche”. Possiamo allora aggiungere “e c’è anche l’econometria…”. 

Ritorno al reale

Nella realtà, da quando è stata introdotta la moneta unica, la crescita nell'Eurozona è stata inferiore a quella dei suoi partners.

Tabella 1

Tasso di crescita del PIL a prezzi costanti. Media del periodo

Media 2001-2011
Media 2001-2007
Media 2007-2011
Australia
3,1%
3,4%
3,1%
Canada
2,1%
2,6%
1,4%
Norvegia
1,8%
2,3%
1,2%
Svezia
1,8%
3,0%
0,5%
Svizzera
1,7%
2,0%
1,6%
Regno Unito
1,6%
2,6%
0,4%
Stati Uniti
1,9%
2,4%
1,3%
Eurozona
1,1%
1,9%
0,4%
Totale OCSE
1,8%
2,4%
1,1%
Differenza rispetto alla media OCSE
-0,7%
-0,5
-0,7

Fonti : Database OECD. 
Si nota che, rispetto alla media OCSE, la zona euro ha registratouna crescita inferiore dallo 0,5% allo 0,7%. Questo potrebbe essere il risultato dell'introduzione della moneta unica, che ha agito comeun enorme freno per l'attività economica degli Stati membri [18]. a questo punto di vista, si è colpiti dal fatto che, dopo l'introduzione dell'euro, il ruolo dell'Europa sulla scena economica internazionalenon ha smesso di diminuire.


Va anche sottolineato che l'impatto delle politiche economichenazionali attuate nei paesi della zona proprio in risposta all'introduzione della moneta unica ha avuto una notevole importanza sulle traiettorie individuali seguite da questi paesi. Per esempio, l'aumento del debito pubblico in Francia è stato in gran parte legato alla compensazione degli effetti negativi dell'euro sullacrescita. Così, l'impatto dell'euro non si manifesta solo sulla crescita, ma sulla totalità degli indicatori, tra cui gli indicatori di bilancio e del debito pubblico. Da questo punto di vista, lungi dalprovocare la convergenza delle dinamiche economiche e del "ciclo economico", l'introduzione dell'euro è stata segnata da unacrescente divergenza all'interno della zona stessa.

Tabella 2 

Tasso di crescita interno all'Eurozona 


2001-2007
2007-2011
Austria
2,2
1,1
Belgio
2,0
0,8
Finlandia
3,2
0,5
Francia
1,8
0,8
Germania
1,2
0,5
Grecia
4,1
-0,7
Irlanda
5,5
-0,9
Italia
1,1
-0,5
Lussemburgo
4,2
2,2
Olanda
2,0
1,1
Portogallo
1,1
0,2
Spagna
3,4
0,3
Eurozona (12 paesi)
1,9
0,4
Totale OCSE
2,4
1,1
Differenze nell'Eurozona in % della media
72,3%
171,1%
 Differenza Min-Max  in percentuale della crescita media nell'Eurozona.
231,5%
281,8%

Source : Database of Economic Perspectives of the OECD, no 88.

Nel caso della Francia, i successivi governi hanno scelto di sostenere una politica di bilancio fortemente espansiva, al fine di compensare l'impatto dell'euro sulla crescita. Ciò ha consentito alla Francia di non soffrire troppo dell'introduzione dell'euro, ma con la conseguenza di un debito pubblico alle stelle. Se si prendono in considerazione tutti gli aspetti della politica economica, diventa chiaro che l'euro ha avuto per circa 15 anni ormai un effetto estremamente negativo sulle economie dei paesi membri. L'introduzione della moneta unica è stata davvero un tragico esperimento, il cui prezzo i paesi membri non hanno ancora finito di pagare.




[1] Rose, A.K. (2000), « One money, one market: the effect of common currencies on trade »,Economic Policy Vol. 30, pp.7-45 et Rose, Andrew K., (2001), “Currency unions and trade: the effect is large,” Economic Policy Vol. 33, 449-461.

[2] Anderson, J., (1979), “The theoretical foundation for the gravity equation,”

American Economic Review Vol. 69, n°1/1979 106-116. Deardorff, A., (1998), “Determinants of bilateral trade: does gravity work in a neoclassical world?,” in J. Frankel (ed.), The regionalization of the world economy, University of Chicago Press, Chicago.

[3] Rose, A.K., Wincoop, E. van (2001), « National money as a barrier to international trade: the real case for currency union », American Economic Review, Vol. 91, n°2/2001, pp. 386-390.

[4] Rose, A.K. (2008), « EMU, trade and business cycle synchronization », Paper presented at the ECB conference on The Euro of Ten: Lessons and Challenges, Frankfurt, Germany, 13 et 14 novembre

[5] De Grauwe, P. (2003), Economics of Monetary Union, New York: Oxford University Press. Frankel, J.A., Rose A.K. (2002), « An estimate of the effect of currency unions on trade and output »,Quarterly Journal of Economics, Vol. 108, n°441, pp. 1009-25.

[6] On this topic, look up the Master 2 thesis written by one of my students, Laurentjoye T., La théorie des zones monétaires optimales à l’épreuve de la crise de la zone euro, Formation « Économie des Institutions », EHESS, Paris, septembre 2013.

[7] Frankel, J.A., Rose A.K. (1998), « The endogeneity of the optimum currency area criteria »,Economic Journal, Vol.108, 449, pp.1009-1025. De Grauwe, P., Mongelli, F.P. (2005), «Endogeneities of optimum currency areas. What brings countries sharing a single currency closer together? »,Working Paper Series, 468, European Central Bank, Francfort.

[8] Sapir J. (2012), Faut-il sortir de l’Euro ?, Le Seuil, Paris.

[9] Bun, M., Klaasen, F. (2007), « The euro effect on trade is not as large as commonly thought»,Oxford bulletin of economics and statistics, Vol. 69: 473-496. Berger, H., Nitsch, V. (2008), « Zooming out: the trade effect of the euro in historical perspective », Journal of International money and finance, Vol. 27 (8): 1244-1260.

[10] Glick R. et A.K. Rose, (2002), « Does a Currency Union Affects Trade ? The Time Series Evidence », in European Economic Review, n° 466, pp. 1125-1151.

[11] Persson T. (2001), « Currency Unions and Trade : How Large is the Treatment Effect ? » inEconomic Policy, n°33, pp. 435-448 ; Nitsch V. (2002), « Honey I Shrunk the Currency Union Effect on Trade », World Economy, Vol. 25, n° 4, pp. 457-474.

[12] Greenaway, D., Kneller, R. (2007), « Firm hetrogeneity, exporting and foreign direct investment »,Economic Journal, 117, pp.134-161.

[13] Flam, H., Nordström, H. (2006), « Trade volume effects of the euro: aggregate and sector estimates », IIES Seminar Paper No. 746. Baldwin R. (2006) « The euro’s trade effects » ECB Working Papers, WP n°594, Francfort. Baldwin R. et al. (2008), « Study on the Impact of the Euro on Trade and Foreign Direct Investment », Economic Paper, European Commission, n° 321.

[14] Kelejian, H. & al. (2011), « In the neighbourhood : the trade effetcs of the euro in a spatial framework », Bank of Greece Working Papers, 136

[15] From the initial work by A.K. Rose going back to 2000 but carried out in fact between 1997 and 1999 « One money, one market: the effect of common currencies on trade », Economic Policy 30,op.cit., to the work of R. Glick and A.K. Rose, dated 2002, « Does a Currency Union Affects Trade ? The Time Series Evidence », op. cit..

[16] Bun, M., Klaasen, F. (2007), « The euro effect on trade is not as large as commonly thought»,Oxford bulletin of economics and statistics, op.cit., even go so far as to estimate the « positive » effect of EMU to 3%, which puts it easily within the spread of error range of error of estimates of this kind.

[17] This is by the way the gist og a note written by P. Artus, « C’est la compétitivité-coût qui devient la variable essentielle », Flash-Économie, Natixis, n°596, 30 August 2013.

[18] Bibow J. and A. Terzi (eds), (2007) Euroland and the World Economy: Global Player or Global Drag?, New York (NY), Palgrave Macmillan.

Fonte: http://vocidallestero.blogspot.it

venerdì 19 luglio 2013

Jacques Sapir: meglio svalutare l'euro o il suo scioglimento?

La svalutazione dell'euro sarebbe sufficiente alla ripresa?Da questo studio di Sapir risulta che sarebbe accettabile per la Francia, ma non risolverebbe nulla per gli altri paesi periferici. L'ipotesi migliore per tutti resta lo scioglimento.

La tesi di un possibile deprezzamento dell'Euro ha ancora dei sostenitori in Europa. E' vero che sulla carta unisce i benefici di una svalutazione (di cui si riconosce il crescente bisogno [1]) e della conservazione dell'Euro (per il quale molti hanno un attaccamento che giudico irrazionale). E' vero che le indagini dell'INSEE hanno da tempo stabilito che la rivalutazione dell'euro ha avuto un impatto negativo sull'economia francese. [2] Uno studio di Natixis ha analizzato questo scenario nei primi mesi del 2012. [3]

Deprezzamento dell'euro e tassi di integrazione dei paesi dell'eurozona

Dobbiamo prima specificare come accadrebbe. Supponiamo che la Banca centrale europea decida di acquistare più di un terzo del debito italiano, spagnolo e portoghese. Si supererebbero i 1.000 miliardi già immessi nell'economia, cosa che potrebbe causare uno shock iniziale. Se la BCE si impegnasse a rimborsare degli eurobond (ammesso che possano essere emessi) per un importo da 400 a 500 miliardi di dollari l'anno per un periodo da 3 a 5 anni, si può supporre che questo avrebbe un effetto negativo sul tasso di cambio dell'euro rispetto alle altre valute e in primo luogo al dollaro degli Stati Uniti. Tuttavia, non è chiaro se la BCE e i governi tedesco, austriaco e finlandese potrebbero accettare una soluzione del genere.

Inoltre, questo gioverebbe ai paesi membri solo nella misura in cuiuna grande parte del loro commercio avvenga al di fuori della zona euro. E' il problema del tasso di integrazione nell'eurozona. Va ricordato che la moneta unica avrebbe dovuto provocare una forte integrazione commerciale dei paesi aderenti. Da questo punto di vista, è bene ricordare la tabella riportata nel mio libro Faut-il Sortir de l’Euro ? che è stato pubblicato nel gennaio 2012 da Seuil.

Quota di commercio in Euro


Esportazioni
Importazioni
Media
Slovenia
86,9%
82,8%
84,9%
Italia
74,9%
70,2%
72,6%
Slovacchia
73,9%
60,1%
67,0%
Spagna
60,8%
60,3%
60,6%
Germania
63,0%
55,2%
59,1%
Portogallo
54,6%
60,2%
57,4%
Belgio
55,3%
57,0%
56,2%
Francia
52,4%
45,1%
48,8%
Grecia
47,3%
39,6%
43,5
 Sapir J., Faut-il Sortir de l’Euro, Paris, Le Seuil, 2012, p. 79.


Queste cifre sono cambiate leggermente nel 2012, ma rappresentano le tendenze del commercio internazionale per i paesi membri della zona euro. E' subito evidente che le differenze nel tasso di integrazione sono importanti, anche per i paesi di dimensioni comparabili. L'Italia è sopra il 70% e la Spagna al 60%, mentre la Francia sta circa al 49/50%. Questo ha evidenti implicazioni per i potenziali effetti di un deprezzamento dell'euro in opposizione allo scenario di una sua dissoluzione.

Gli effetti di un deprezzamento dell'Euro

La questione è stata ripetuta diverse volte nel corso del dibattito che ho avuto con Jean-Luc Mélenchon giovedi, 4 July 2013. [4] Quindi torniamoci un po' su, con l'aiuto del modello utilizzato per la preparazione dello studio di prossima pubblicazione della Fondazione Res-Publica.

In primo luogo diamo uno sguardo alle conseguenze negative della svalutazione, o l'impatto sull'inflazione.

Figura 1
Si possono constatare due cose. In primo luogo, l'inflazione iniziale è più bassa in Francia che negli altri paesi, compresa la Germania. Ha perfettamente senso, sia in termini di elasticità di prezzo che per quel che riguarda la quota di energia delle importazioni, relativamente più bassa in Francia che nei paesi vicini. Poi, se la Germania ritorna rapidamente a una inflazione pari a zero, non è questo il caso per la Spagna e il Portogallo, la cui inflazione è sempre superiore a quella della Francia, o per l'Italia, il cui tasso di inflazione converge con quella della Francia solo alla fine del periodo. Questo ha un impatto immediato sul tasso di cambio reale implicito nell'Euro. Infatti, se il tasso di cambio nominale non può muoversi (dal momento che è fissato nel contesto della moneta unica), non accade lo stesso con il tasso di cambio reale, che è il tasso di cambio nominale corretto della differenza tra l'inflazione del paese e quella dei suoi principali partner commerciali.

Figura 2 
Dato il tasso di inflazione degli Stati Uniti (e degli altri partner commerciali non euro), il tasso di cambio reale (o a prezzi costanti) inizia a salire poi cade quando l' inflazione nei paesi considerati scende al di sotto dell'inflazione dei loro partner. Ma il vantaggio della Francia è evidente, in particolare in relazione ai paesi del Sud Europa, che accumulano gli effetti di una inflazione più forte che nel nostro paese e in Germania. La competitività di prezzo di questi paesi si deteriora ampiamente e logicamente la bilancia commerciale accumula un deficit importante, costringendoli a reagire. Ma supponiamo che questa reazione non abbia luogo e guardiamo l'impatto diretto sulla crescita di questo deprezzamento dell'euro.

Figura 3
Per quanto riguarda gli effetti diretti della svalutazione (esclusi gli effetti indotti sui guadagni di gettito fiscale), si vede che due paesi sono effettivamente avvantaggiati, la Francia e la Grecia. La Germania arriva subito dopo, come è logico data l'importanza del suo settore industriale. In effetti, la Germania potrebbe trovare in questo deprezzamento un contrappeso al deprezzamento dello yen, dato che il Giappone e la Germania sono concorrenti diretti in molti mercati. Per contro, per i paesi del "Sud", il bilancio della svalutazione è molto meno interessante. Ora, se includiamo nella tabella la necessità di compensare lo squilibrio di competitività che si è visto che è importante, questi paesi dovranno ridurre ancora di più la domanda interna e l'impatto di questo declino sulla crescita, dati i valori molto elevati del moltiplicatore della spesa pubblica (stimata in 1,7 per la Spagna e 2,2 per l'Italia), annullerebbe gli effetti positivi del deprezzamento dell'euro.

Se ora confrontiamo gli effetti di 5 anni di deprezzamento dell'Euro con gli effetti di uno scioglimento, nel caso della Francia si vede che il risultato (che qui include gli effetti indiretti del tasso di crescita) è molto meno interessante.

Figura 4
Nella figura 4 l'ipotesi di un semplice deprezzamento dell'euro è rappresentata nella traiettoria H4. La dissoluzione ordinata (con delle svalutazioni del 20% per la Francia, 25% in Italia, 30% per la Spagna e il 40% in Portogallo) è rappresentata con H1. La traiettoria H2 simula una spaccatura nella zona euro in 2, con un Euro Nord (Germania, Austria, Finlandia e Paesi Bassi) e un Euro Sud (Francia, Spagna, Italia, Portogallo, Belgio). Questa ipotesi è anche caratterizzata da movimenti di inflazione che la rendono non molto plausibile. [5] Il percorso H3 rappresenta il caso di una dissoluzione disordinata dell'Eurozona, con dei tassi di svalutazione maggiori che in H1 e una forte rivalutazione della Germania. Lo scarto tra la traiettoria H4 e le altre tre è significativo.

In conclusione, l'ipotesi di un deprezzamento dell'Euro è accettabile per la Francia e la Germania, ma disastroso per i paesi del Sud Europa. In un certo senso, per questi paesi è anche peggio dell'ipotesi di una scissione dell'Euro in due aree, di cui si è detto che probabilmente non sarebbe sopportabile per questi paesi, a causa dell'inflazione e dei movimenti del tasso di cambio reale (e quindi della competitività). Quindi i governanti dei paesi del Sud Europa (Spagna, Italia, Portogallo) dovrebbero avere delle tendenze suicide per sostenere una simile politica, una volta presa la decisione di rompere con l'attuale status quo. Se consideriamo importante il futuro del Sud Europa (e questo è un punto su cui ci siamo trovati d'accordo con Mélenchon nel dibattito del 4 luglio), l'unica soluzione ragionevole è quella di lottare per una completa dissoluzione della zona euro.

[1] Artus P., « Dévaluer en cas de besoin avait beaucoup d’avantages », Flash-Économie, Natixis, n°365, 26 mai 2012.
[2] F. Cachia, "Gli effetti della rivalutazione dell'euro sull'economia francese," nel sommario della INSEE, INSEE, Parigi, 20 giugno 2008.
[3] Artus P. (red.), « De combien faudrait-il dévaluer les monnaies des pays en difficulté de la zone euro ? », Flash-Économie, Natixis, n°47, 17 janvier 2012.
[4] La trasmissione può essere vista suhttp://www.arretsurimages.net/contenu.php?id=5976
[5] Si prega di fare riferimento allo studio della Fondazione Res-Publica che sarà pubblicato a fine luglio.

lunedì 1 luglio 2013

La trionfante Marine Le Pen promette di distruggere l’euro

Marine Le Pen del Fronte Nazionale parla chiaro sui guasti dell'unione monetaria, basandosi sullo studio di Jacques Sapir, economista di sinistra, che prevede i vantaggi di un'uscita dall'euro


Telegraph – Marine Le Pen fa la guastafeste. La leader del Fronte Nazionale francese giura che, se vincerà le prossime elezioni, distruggerà l’ordine europeo esistente e forzerà una rottura dell’unione monetaria.

Non è più una prospettiva possibile. “Non possiamo restare incantati” ha dichiarato, piena di fiducia dopo che il suo partito ha ottenuto il 46% dei voti, nel terremoto elettorale di una settimana fa. Il suo candidato ha sconfitto i Socialisti al governo nella loro roccaforte di Villeneuve-sur-Lot.

FINE DELL’EURO – “Nello stesso momento in cui la Francia esce, l’euro cessa di esistere, e questa è la nostra forza incredibile. Che cosa hanno intenzione di fare, mandare i carri armati?” ha detto al Daily Telegraph, dalla sede del Fronte Nazionale, un edificio nascosto nel sobborgo parigino di Nanterre. Il suo
ufficio è piccolo e ordinario, quasi austero.

“L’Europa è solo un grande bluff. Da un lato vi è l’immenso potere dei popoli sovrani, e dall’altro pochi tecnocrati,” ha detto.

Per la prima volta, il Fronte Nazionale gioca allo stesso livello dei due partiti di governo del dopoguerra, Socialisti e Gaullistes. Nei sondaggi nazionali sono tutti vicini al 21%, ma solo il Fronte ha il vento in poppa.

E’ il particolare del voto di Villeneuve che ha sconvolto la classe politica. Il Fronte ha preso più voti proprio nei distretti di tradizione socialista, segno che sta uscendo dalle sue enclavi di destra, per diventare il movimento di massa della classe operaia bianca.

I commentatori hanno cominciato a parlare di “Left-LePenism”, per come la Le Pen spiazza i socialisti con attacchi alle banche e al capitalismo transnazionale. Anna Rosso-Roig, una candidata del partito comunista alle elezioni del 2012, ha appena lasciato il suo partito per unirsi al campo di Le Pen.

I socialisti pensavano che l’astro nascente di Marine Le Pen sarebbe andato a loro vantaggio, dividendo la destra. Ora riconoscono una minaccia mortale. La scorsa settimana il ministro all’Industria Arnaud Montebourg si è scagliato contro Bruxelles, accusandola di fare il gioco del Fronte nazionale, calpestando le democrazie e spingendo l’austerità a oltranza.

La signora Le Pen ha detto che il suo primo ordine del giorno appena messo piede nel Palazzo dell’Eliseo sarà quello di annunciare un referendum sull’adesione all’UE. “Non negozierò sui punti sui quali non si possono fare compromessi. Se il risultato sarà inadeguato, io chiederò l’uscita” ha detto.

I quattro punti di scontro sono la moneta, il controllo delle frontiere, il primato del diritto francese, e quello che lei chiama “patriottismo economico”, il potere della Francia di perseguire un “protezionismo intelligente” e salvaguardare il suo modello sociale. “Non riesco a immaginare una politica economica senza il pieno controllo della nostra moneta”, ha detto.

Alla domanda se ha intenzione di ritirare immediatamente la Francia dall’euro, ha detto: “Si, perché l’euro blocca tutte le decisioni economiche. La Francia non è un paese che può accettare la tutela di Bruxelles” ha detto.

Ai funzionari sarà dato l’incarico di elaborare dei piani per il ritorno al franco francese. I leader dell’Eurozona dovranno affrontare una scelta difficile: o lavorare con la Francia per una “uscita concertata” o uno scioglimento coordinato dell’UEM; o attendere il loro destino.

La signora Le Pen nutre il timore che gli altri Stati membri dell’UEM resisteranno e lasceranno che l’”Armaggedon finanziaria” faccia il suo corso, ma è un rischio che bisogna correre.

Il suo piano è basato su uno studio di economisti dell’Ecole des Hautes Etudes di Parigi, condotto dal professor Jacques Sapir. Nello studio si conclude che la Francia, l’Italia e la Spagna avrebbero tutte da trarre grandi vantaggi da un’uscita dall’ UEM, riacquistando con ciò la competitività del lavoro, evitando anni di depressione.

Essi sostengono che gli squilibri Nord-Sud della zona euro sono già andati oltre il punto di non ritorno. I tentativi di invertirne il corso attraverso la deflazione e i tagli dei salari comportano la disoccupazione di massa e la perdita del settore industriale. L’attuale strategia di svalutazione interna è in ogni caso controproducente, dal momento che la recessione fa salire più velocemente il rapporto debito/Pil.

Prof Sapir ha detto che i guadagni sarebbero maggiori con una rottura coordinata e un controllo dei capitali, in cui l’intervento della banca centrale indirizzi le nuove valute verso dei livelli obiettivo. Il modello assume che il D-Mark e il Guilder si rivalutino del 15pc contro il vecchio euro, mentre il franco si svaluti del 20pc.

I guadagni sarebbero minori se l’UEM crollasse nel rancore e con le valute che sfondano gli obiettivi. Questo infliggerebbe una violenta scossa di deflazione alla Germania, ma sarebbe ancora fortemente positivo per il blocco latino.

“Un sacco di politici sono venuti da me, sia Gaullistes che Socialisti. Sono d’accordo con me, ma non vogliono esprimersi pubblicamente. Vogliono che qualcun altro prenda l’iniziativa. Se Marine Le Pen vuole usare il mio lavoro, io non ho alcun problema, “ha detto Sapir.

La signora Le Pen è una madre single di 44 anni, più tollerante sui diritti dei gay e sull’aborto di quanto non lasci a intendere, più vicina in qualche modo al populista olandese assassinato Pim Fortuyn che al suo irascibile padre Jean-Marie Le Pen, dimessosi da leader del partito due anni fa. Le Pen padre, da parte sua, deplora il modernismo eclettico della figlia come un punto di vista “piccolo borghese” acquisito nelle scuole di Parigi.

Marine ha portato avanti una silenziosa epurazione del Fronte, spingendo ai margini i noti antisemiti. La nostalgia di Vichy è lontana. Mentre il padre considerava l’Olocausto un “dettaglio” storico, lei lo definisce come l’”apice della barbarie umana”. Lei ricerca il favore degli ebrei, mentre punta i suoi strali contro i jihadisti. “I partiti politici sono come le persone – ha detto Marine – c’è la fase dell’adolescenza, quando si fanno cose folli, ma poi arriva la maturità. Ora siamo pronti per il potere”.

Questa campagna di sdoganamento o “depurazione” d’immagine, sembra aver funzionato. Solo una minoranza degli elettori pensa ancora che il fronte sia una “minaccia per la democrazia”. La signora Le Pen sta conquistando le donne della classe operaia a frotte. Il Fronte femminilizzato non è più il partito del maschio bianco arrabbiato. Ed è proprio per quest’immagine più morbida che il ministro delle finanze Pierre Moscovici la descrive come “più pericolosa di suo padre”.

La sua difesa del modello sociale francese e la sua critica del capitalismo le danno una tonalità di sinistra – alcuni lo definiscono nazionalsocialismo degli anni ’30. Nei suoi attacchi contro l’alta finanza e il modo in cui le società approfittano della concorrenza sul lavoro, lei riecheggia gli attivisti di Occupy. “E’ la legge della giungla”, dice.

Con le sue bordate contro Washington e la Nato, o la sua richiesta che la Francia riprenda il suo posto come voce “non allineata” in un mondo multipolare, ella esprime un patriottismo anti-atlantista.

Lei sostiene di essere il vero erede del generale Charles de Gaulle, accusando il partito Gaulliste UMP di essersi venduto l’anima all’Europa e all’ordine anglosassone. “C’è stato un de Gaulle di sinistra, e un de Gaulle di destra. C’erano due de Gaulle. Noi stiamo per entrambi,” ha detto.

La signora Le Pen ha detto che i socialisti sono al collasso, vittime della propria sottomissione alle dottrine economiche dell’Unione europea, mentre i loro attacchi contro la tedesca Angela Merkel soffrono di una sindrome da dipendenza. “Si lamentano della cancelliera Merkel, il malvagio carnefice che infligge punizioni, ma la Merkel non fa che difendere gli interessi della Germania, che non sono i nostri.”

Lei dice che la crisi dell’UEM è una crisi strutturale. Nord e del Sud hanno bisogno di tassi di cambio diversi . “Il D-Mark si sarebbe rivalutato, se non fosse per l’euro, e questo significa che la Germania ha una moneta cronicamente sottovalutata. L’euro è troppo forte per la Francia, e sta erodendo la nostra competitività”.

E’ difficile capire se i francesi voterebbero in massa per uno scontro a tutto campo con l’Europa, e per il suo messianismo alla Jeanne d’Arc. Eppure, più la crisi economica va avanti, maggiore è il rischio, per Bruxelles e Berlino, che i francesi perdano definitivamente la pazienza, scatenando una di quelle esplosioni che hanno costellato la storia francese attraverso i secoli.

Un recente sondaggio della Pew Foundation ha mostrato che nel corso dell’ultimo anno il sostegno francese al Progetto UE è crollato dal 60pc al 40pc, e il 77pc pensa che l’integrazione economica è stata dannosa.

Il Presidente Francois Hollande dice che la crisi dell’UEM è “finita” e la ripresa è a portata di mano, ma non è chiaro cosa potrà rompere il circolo vizioso, dato che quest’anno la Francia sta attuando una stretta fiscale dell’1.8pc del Pil e i tagli più profondi da mezzo secolo a questa parte. La politica monetaria rimane restrittiva per la maggior parte dell’Europa latina.

“Se il governo cerca davvero di forzare il disavanzo al di sotto del 3pc del PIL, l’economia si contrarrà di nuovo il prossimo anno dallo 0.5pc allo 0.8pc,” ha detto il prof Sapir. “La disoccupazione continuerà ad aumentare da 30.000 a 40.000 unità al mese. Ci potranno essere altre 600.000 persone senza lavoro entro la fine del 2014.”

La Francia ha subito la stessa lenta tortura nei primi anni ’30, sotto il Gold Standard, quando accettò stoicamente i ” 500 decreti di deflazione” del premier Pierre Laval. La diga si ruppe nel 1936 con l’elezione di outsider fino ad allora disprezzati, l’allora Fronte Popolare di sinistra, con l’appoggio comunista. Il Gold Standard crollò.

L’emergere di Marine Le Pen come candidata all’ufficio del potere centrale in Europa potrebbe rivelarsi la scarica elettrica necessaria per forzare un cambiamento radicale nella strategia di crisi dell’UEM, o almeno per costringere il Partito socialista a rompere con la Germania e lottare per un pieno programma di rilancio, se non altro per evitare la propria rovina.

“In Francia abbiamo ceduto ad uno spirito di schiavitù. Abbiamo dimenticato come essere leader, e la nostra voce non si sente più,” ha detto. Si sentirà adesso.

(n.d.r.) In Italia sta nascendo un nuovo movimento con il fine di portare anche l'Italia fuori dall'Euro. Il movimento "Democrazia e Sovranità" (DES). Per tutti le info vai qui


01-07-2013