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domenica 15 settembre 2013

ALBERTO BAGNAI: NO ALLA “SVENDITA” DELL’ ITALIA!


DI PAOLO NESSI  Intervista ad Alberto Bagnai

Le privatizzazioni non sono sempre un male, ma quelle compiute in Italia negli anni Novanta vengono ricordate con il termine meno lusinghiero di “svendite”. Oggi, per far fronte a un crescente debito pubblico, il governo non esclude di mettere sul mercato le società – tra cui dei veri e propri “gioielli” – che ancora lo Stato possiede o controlla, come Enel, Eni e Finmeccanica. Al Workshop Ambrosetti di Cernobbio si è tornati a parlare del tema con la possibile presentazione di un piano di privatizzazioni entro fine mese e la conferma del presidente della Cassa depositi e prestiti, Franco Bassanini, dell’apertura di un dossier relativo ad Ansaldo. Corriamo il rischio di svendere dei pezzi pregiati della nostra industria, magari strategica? Abbiamo fatto il punto della situazione con Alberto Bagnai, Professore di Politica economica all’Università di Pescara.

Trova l’operazione politicamente legittima?

Dal punto di vista economico, no. Il tentativo di abbattere il debito tramite la cessione di attività pubbliche si è sempre rivelato un fallimento: ogni volta che si è proceduto in questa maniera, lo stock di debito non è stato sensibilmente intaccato; in compenso, lo Stato si è privato di un importante fonte di entrate. È evidente, infatti, che se un’azienda viene ceduta all’estero (il nostro governo parla, in tal senso, di “afflusso di capitali esteri”) i suoi profitti andranno fuori dall’Italia. Un’evidenza che, di recente, ha ribadito Romano Prodi, su Il Messaggero del 17 agosto.

L’artefice delle svendite degli anni 90 ?

Effettivamente, fu l’artefice di quel progetto.
 
E pure dell’adozione dell’euro al cambio di 1936,27 lire. Che effetti produsse quella scelta?

Ogni volta che un Paese adotta una valuta troppo forte per le condizioni della propria economia, si espone al rischio di svendita. Nonostante alcuni economisti non molto preparati sostengano che la valuta forte rende l’acquisto delle nostre imprese particolarmente oneroso, mettendoci così al riparo dalle acquisizioni straniere.

E invece?

Invece è vero il contrario: la valuta forte distrugge la redditività delle aziende, mettendo gli imprenditori in condizioni di vendere. Inoltre, la mancanza di sovranità monetaria ha esposto l’Italia ad attacchi speculativi all’interno del mercato dei titoli pubblici e a un crollo delle quotazioni borsistiche. Le aziende che hanno visto i propri valori di mercato crollare sono diventate estremamente vulnerabili. 

Le vendite che ha in mente il governo che effetti produrrebbero sul debito pubblico?

Nessuno. Il debito pubblico non si sostiene, alla stregua di qualunque altro tipo di debito, agendo sullo stock, ovvero sull’ammontare, ma sui flussi, cioè sui redditi. Mi spiego: chi è ricco, può permettersi forti indebitamenti.

Secondo lei, che senso ha, quindi, l’operazione del governo?

Operazioni di questo tipo, contestualmente alla difesa della valuta forte, servono per favorire gli obiettivi dei delocalizzatori, ai quali conviene portare la produzione fuori dall’Italia, per beneficiare del basso costo dei salari, ma tornare a vendere i prodotti in Europa, dove l’euro forte rende estremamente facile importare da paesi più poveri. Non è un caso che questo governo sia fortemente allineato, come si è visto a Cernobbio, con Confindustria. Come se non bastasse, queste iniziative, se fatte in condizioni di emergenza, quando i valori di mercato sono bassissimi, sono talmente poco redditizie che inducono un legittimo sospetto: servono per promuovere gli interessi dei creditori esteri e delle grandi banche d’affari che ci guadagnano prima a suon di costose consulenze e, poi, gestendo le suddete opearzioni. 

Tuttavia, non crede che ci siano beni pubblici che non solo è legittimo ma anche doveroso vendere, come le partecipazioni degli enti locali nelle aziende pubbliche?

Il cuore del problema consiste nella qualità della spesa pubblica e nell’efficienza nella gestione del patrimonio pubblico. Occorre, quindi, abbattere la cattiva burocrazia che vessa il cittadino, sostituendola con una che sistematicamente compia i dovuti controlli. 

Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/9/15/PRIVATIZZAZIONI-Ecco-chi-vuole-la-svendita-dell-Italia/2/425521/

giovedì 29 agosto 2013

GRECIA: LA GUERRA CIVILE è ALLE PORTE

di Anna Filamonova

Di recente, la Grecia ha avuto “l’onore” di essere la prima in Europa per la riduzione delle spese di bilancio sui servizi sanitari. In particolare, le spese sui medicinali sono state ridotte da 5,6 miliardi di euro (2010) a 3,8 miliardi nel 2011 e 2,88 miliardi nel 2012. Come diretta conseguenza, più di 50 compagnie farmaceutiche internazionali hanno sospeso l’invio di medicinali alla Grecia. Per i parenti dei pazienti dell’ospedale è diventato comune dover correre estenuanti maratone da una farmacia all’altra per cercare le medicine necessarie. C’è un’acuta carenza di attrezzatura medica. Gli ospedali statali contano solo circa 6.500 dottori e 20.000 infermiere e inservienti; massicce quantità di medici professionisti stanno lasciando il Paese.

Persino chi ha un lavoro ha difficoltà a pagare per i servizi medici, i cui prezzi sono bruscamente aumentati. Sempre più spesso la gente non ha soldi per ottenere un’assistenza medica di qualità, specialmente nelle regioni rurali e sulle isole. In un rapporto di esperti dell’ONU pubblicato nel maggio 2013, è stato osservato che più del 10% del totale della popolazione del Paese vive in condizioni di estrema povertà. La Grecia rimane il solo Paese dell’Eurozona senza un complesso schema di assistenza sociale, i servizi sanitari sono quasi inaccessibili ai poveri e ai cittadini con redditi bassi e quasi un terzo della popolazione non ha un’assicurazione medica statale.

Nonostante la liquidazione forzata dello stato sociale in Grecia, la crisi che si è abbattuta sul Paese non fa che peggiorare e i pagamenti dei debiti ai creditori internazionali si fanno più difficili. Quando nel marzo 2012 alcuni investitori privati furono costretti a cancellare più del 50% del debito greco, la Goldman Sachs, ad esempio, si è rifiutata di ristrutturare il debito della Grecia. I prestiti nazionali da 5 miliardi di dollari verranno ripagati alla banca per intero. Come il trader di Wall Street A. Rastani aveva affermato non molto tempo prima della nomina di Lucas Papademos come primo ministro, “a noi non importa molto di come aggiusteranno l’economia, di come aggiusteranno l’intera situazione; il nostro lavoro è guadagnarci e personalmente sogno questo momento da tre anni. Tutte le sere vado a letto e sogno un’altra recessione … quando il mercato crolla … se sai cosa fare, se hai il giusto piano da assemblare, puoi farci un sacco di soldi”. A quanto pare, il “piano giusto” è stato messo in moto. Da un parte, l’obiettivo di ridurre il totale del debito greco al 124% del PIL era stato fissato; dall’altra, nel 2012 il debito aveva già raggiunto il 156%, nel 2013 sarà di almeno il 175% ed entro il 2014 sarà di almeno il 190% del PIL nazionale.

L’offensiva su vasta scala contro la proprietà dello Stato continua. Nel 2010 il governo di G. Papandreou ha garantito ai creditori internazionali che sarebbe stato in grado di guadagnare almeno 50 miliardi di euro tramite la privatizzazione della proprietà statale della Grecia; tuttavia, secondo le successive stime degli esperti, entro il 2016 non verranno guadagnati più di 9,5 miliardi di dollari dalla privatizzazione. E questo nonostante il fatto che è stato privatizzato praticamente tutto – il settore energetico, i trasporti, la costa. Persino il servizio fiscale è stato privatizzato. Persino le università sono proprietà privata per il 49%, il che va direttamente contro la Costituzione nazionale. Ma in Grecia ci sono tutti i modi per aggirare la legge: ad esempio, per poter espandere la privatizzazione, sono state abolite 69 leggi che avrebbero complicato le cose. Nella sfera della privatizzazione, c’è un regola per cui non è permesso restituire allo Stato un oggetto privatizzato.

La Grecia è ricca di risorse naturali, possiede una sviluppata industria navale e un enorme potenziale per sviluppare la sua produzione agricola e industriale ed il suo turismo. Il leader del Movimento dei Cittadini Indipendenti Spitha, il compositore greco Mikis Theodorakis, consiglia questo piano per salvare l’economia della Grecia: “Noi proponiamo di negoziare un prestito dalla Russia o dalla Cina ad un tasso di interesse inferiore. Inoltre, proponiamo di ridurre la somma creando una joint venture con compagnie russe, come l’oleodotto Burgas-Alexandroupolis, in modo da sfruttare insieme le ricchezze del nostro Paese. I beni del nostro sottosuolo comprendono risorse estraibili di valore ed è dimostrato che possediamo aree petrolifere e di gas. Abbiamo molti porti che potrebbero essere usato per diverse necessità, comprese basi di mantenimento militare, come ad esempio su Syros, dove in passato le navi sovietiche si fermavano per le riparazioni. E la cosa più importante, noi crediamo che delle più strette relazioni tra il popolo russo e quello greco permetterà al nostro Paese di respirare liberamente, dal momento che oggi siamo costretti ad abbassare la testa di fronte agli interessi e ai capricci dei ricchi Paesi occidentali”. Tuttavia, queste proposte vengono ignorate.

Una volta la Gazprom aveva manifestato interesse comprando la parte di proprietà statale (65%) della DEPA Corporation, che si occupa della distribuzione di gas in Grecia, ma l’affare è saltato, come indicato dai rappresentanti della Gazprom, a causa dell’assenza delle garanzie adeguate da parte del governo greco e della possibilità che Bruxelles avrebbe posto il veto sull’accordo.

La Grecia, con il suo enorme debito estero, viene condotta verso Scilla e Cariddi: da un lato, l’Unione europea minaccia Atene con duri provvedimenti se il piano di privatizzare gran parte del Paese dovesse fallire; dall’altro, sta ostacolando gli accordi di privatizzazione con i partner “sbagliati”, primo su tutti la Russia, sabotando la possibilità di recupero per l’economia della Grecia …Gli obiettivi delle strutture euro atlantiche con riguardo alla Grecia sono state in parte rivelate dall’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, il quale in un’intervista con il quotidiano italiano Corriere della Sera ha dichiarato che se la Grecia esce dall’Eurozona potrebbe arrestare l’integrazione degli Stati balcanici nell’UE. Secondo Fischer, un risultato simile è altamente indesiderabile, in quanto aprirebbe la strada alla Russia al dominio sui Balcani. Questo è perché, ad esempio, il rapporto di luglio del FMI pone l’accento sul significato speciale della partecipazione della Grecia al progetto del Gasdotto Trans-Adriatico (TAP) per esportare gas naturale dall’Azerbaijan all’Europa attraverso la Grecia, l’Albania ed il Nord Italia. 

È previsto il rilancio del programma per la privatizzazione della compagnia del gas DEPA per la metà del 2014. I preparativi per la vendita sono stati fatti a gran velocità. Il 3 agosto 2013, la compagnia greca del gas e del petrolio Hellenic Petroleum ha approvato l’acquisizione da parte della compagnia petrolifera della Repubblica dell’Azerbaijan (SOCAR) della maggioranza delle azioni dell’operatore greco del sistema di trasporti del gas, la DEFSA.

In complesso, nel periodo 2008-2012 il volume dell’economia greca è diminuito di almeno il 25%, peggio delle cifre della Grande Depressione americana del 1929. Quest’anno il governo greco si aspetta un’ulteriore diminuzione del PIL del 4,5%.

E naturalmente, le misure di austerità non hanno intaccato banchieri o armatori (la Grecia è il terzo paradiso fiscale degli armatori nel mondo). L’impatto della “riforma”, sotto forma di aumento dei prezzi, delle tasse e della disoccupazione, ha colpito i segmenti più poveri della popolazione. Nell’aprile 2013, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 27,2%. Dietro questa cifra giace il destino di 4,56 milioni di persone. In 450.000 famiglie greche non c’è una sola persona occupata. Dei 2,6 milioni di persone che lavorano nel settore pubblico, 900.000 sono stati licenziati nel solo 2009. Tra i giovani dai 15 ai 24 anni, il tasso di disoccupazione è del 60%, anche se secondo gli specialisti questa cifra non riflette il vero stato delle cose. I sussidi di disoccupazione sono stati tagliati e ora li ricevono solo 225.000 disoccupati. L’Eurotroika comporterà il licenziamento di altre 150.000 lavoratori del settore pubblico entro il 2015.

Dal 2009, ci sono stati 8.000 scioperi in Grecia, compresi alcuni generali. Oggi la situazione nel Paese è tale da trovarsi sull’orlo degli scontri armati: i casi in cui i manifestanti fanno uso di armi vengono osservati sempre più spesso. “Un’esplosione sociale è inevitabile”, afferma l’ex diplomatico greco Leonidas Chrysanthopoulos, “è solo questione del quando accadrà”.

Anna Filimonova
Fonte: www.strategic-culture.org
Link: http://www.strategic-culture.org/news/2013/08/18/greece-a-social-explosion-is-inevitable.html

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cuar di ROBERTA PAPALEO

sabato 10 agosto 2013

Le pillole rosse - 6° pillola: pubblico è brutto e privato è bello

"E' divenuto oramai un detto comune che gestione privata equivale a efficienza mentre gestione pubblica è sinonimo di inefficacia e di spreco. Può anche darsi che nella realtà storica del nostro paese, o almeno nella realtà storica di alcune regioni del paese, le cose stiano davvero così. Ma questo, lungi dall'autorizzarci a trarre generalizzazioni indebite e superficiali, ci deve indurre ad approfondire le ragioni di questi fatti. Fino ad una quindicina di anni or sono, l'assetto economico e sociale del nostro paese è stato oggetto di critiche, ragionate quanto severe, da parte dei partiti della sinistra. In un passato ancora recente, nessuno avrebbe considerato il settore pubblico italiano come un settore modello. Nessuno avrebbe però attribuito le pecche dei servizi pubblici al fatto di essere gestiti dallo Stato, ma se mai al fatto di essere gestiti da questo Stato, e cioè dalla consociazione di poteri politici che ha avuto nelle mani la gestione della cosa pubblica. Da una quindicina d'anni a questa parte, la prospettiva è cambiata. Oggi, a destra come a sinistra, si dà per scontato che il pubblico sia inefficiente in quanto pubblico: una inefficienza per natura, quindi, e non imputabile al malgoverno." (Augusto Graziani: da "L'economia italiana dal 1945 ad oggi" grassetto mio).
In effetti le parole di questo grande economista italiano definiscono perfettamente quello che ancora oggi è il pensiero comune della gente e, naturalmente, dei liberisti fautori delle privatizzazioni.
Ma, come ormai ha imparato chi segue le "pillole rosse", bisogna non accettare supinamente il pensiero comune, specie se avallato da chi, come abbiamo visto, ci ha raccontato e continua a raccontarci la realtà di Matrix, ed allora iniziamo a farci delle domande: che differenza c'è fra pubblico e privato? Perché lo Stato gestisce alcuni servizi? E se li gestisce il privato cosa cambia?
Partiamo dalla differenza fra pubblico e privato. Intuitivamente, anche chi non è un giurista comprende che quando parliamo di "pubblico" parliamo di un ente locale o statale che gestisce un insieme di servizi e beni che vengono erogati a favore della collettività; i primi che vengono in mente sono l'acqua, la nettezza urbana, i trasporti, le strade e la scuola, ma ce ne sono tanti altri. Naturalmente nulla impedisce che una buona parte di questi servizi possano essere gestiti da privati, ma evidentemente non tutti: la polizia, ad esempio, e per ovvie ragioni, deve rimanere pubblica, così come il demanio o la gestione del catasto. Per quelli però che possono essere gestiti anche da privati, come i trasporti o la scuola, che differenza c'è?
Per capirlo dobbiamo esaminare le finalità che hanno il pubblico ed il privato: sinteticamente si può affermare che il gestore pubblico trova il fondamento del suo agire nella Costituzione, il privato nel Codice Civile, ovvero, mentre il pubblico è vincolato a perseguire gli scopi costituzionalmente posti al suo agire, il privato agisce per qualsiasi suo interesse, in quanto tutelato dal Codice Civile come meritevole. La differenza è notevole, come si può intuire: il privato trova di solito nel profitto economico lo scopo ultimo di ogni sua azione ed è giusto così, il pubblico invece, non solo non ha questo scopo, ma, attenzione, non deve avere questo scopo; la Costituzione infatti prevede all'art. 97 come requisiti all'azione della Pubblica Amministrazione il "buon andamento" e "l'imparzialità", non certo la redditività o l'economicità. Questo comporta che, per permettere il raggiungimento delle finalità costituzionali (garantire la salute dei cittadini, la loro sicurezza, la possibilità di muoversi, ecc.) senza discriminare nessuno lo Stato a volte deve agire in modo antieconomico. Questo è il punto fondamentale: se un paese è sperduto o isolato, i suoi cittadini hanno pari diritto ad avere la possibilità di prendere un mezzo di trasporto, di essere curati, di avere un presidio di sicurezza, una istruzione di base e così via, anche se ciò comporta un costo superiore al ricavo. Ecco perché lo Stato deve comunque gestire dei servizi, non solo perché alcuni sono di loro natura pubblici, ma soprattutto perché solo lo Stato può garantire che tutti i cittadini ne godano, che sia economicamente profittevole o no la loro dazione.
Cosa succede quindi quando un servizio prima pubblico viene affidato ad un privato? La prima cosa è che

venerdì 2 agosto 2013

La pazza idea di Saccomanni sulle nuove privatizzazioni d’autunno ed i poteri forti, quelli veri….


Molto spesso si fa l’errore di concentrarsi sui sintomi e non sulla causa di un determinato fenomeno, sta nella natura umana. Con la crisi che ci attanaglia questo errore è stato fatto più e più volte, sia prima che durante la crisi, soprattutto dai giornalisti specializzati.
Relativamente agli effetti della crisi, vorrei qui illustrare una big picture, come si dice nel mondo anglosassone, relativamente a cosa rischia di succedere nel prossimo futuro ai beni di proprietà dello Stato italiano e quindi degli italiani, unitamente ad una breve analisi dei cambiamenti politici attesi. In particolare, lo scopo è presentare un’analisi su cosa ci dobbiamo aspettare come risultato della crisi, anche in relazione al cambiamento della classe dirigente.
La “crisi” l’abbiamo potuta testare sulla nostra pelle: abbiamo innanzi tutto visto gli effetti devastanti che sta portando e porterà sulla qualità di vita e sul welfare. Inoltre, valutazioni sono necessarie su cosa dobbiamo attenderci a livello politico: secondo chi scrive ci dobbiamo attendere un consolidamento di una classe dirigente europeista filo tedesca, molto probabilmente con ottimi legami tradizionali con le radici del potere europeo degli ultimi due secoli, leggasi una riproposizione moderna del ceto nobiliare alla guida dell’entità europea, con Lady Ashton come primo esempio conclamato dello sdoganamento dei vecchi poteri costituiti
nella struttura super-governativa attuale.
Per quanto riguarda l’Italia, per capire come detto fenomeno può essere declinato nella penisola, è bene capire in dettaglio quanto accaduto lo scorso anno: come molto spesso è successo nel corso dei secoli, l’Italia ha infatti avuto un’importanza anche e soprattutto nella spiegazione e nella genesi iniziale di fenomeni storici di portata globale, dimostrando la strana capacità del paese di Dante di anticipare i trends.
Partiamo dunque dal 2011/2012. Giunse inaspettatamente al potere Mario Monti, Primo Ministro del Governo Italiano fresco di nomina napolitana come senatore a vita in sostituzione di una maggioranza berlusconiana che all’inizio della legislatura aveva tutti i numeri per poter governare, tranquillamente. Monti è un tecnocrate di matrice europea, apprendiamo dalla stampa internazionale essere anche reggente per l’Europa di numerose associazioni ed organizzazioni internazionali di stampo filo-massonico (anche se tale definizione è inequivocabilmente riduttiva), posizioni detenute prima ed in parte durante la sua esperienza politica (in particolare Trilateral e Bilderberg, per la prima c’è stata la dimissione da Presidente Europeo a seguito della nomina a Primo Ministro; da notare che anche Enrico Letta sembra far parte di entrambe le organizzazioni), proveniente da una famiglia estremamente agiata, essendo per altro legato alla famiglia di Raffaele Mattioli, ossia il sangue più blu in ambito bancario italiano ed pur anche europeo. Notasi che il governo dell’Italia è stato e continua ad essere strategico per il fine della sopravvivenza dell’euro e degli interessi soprattutto nord Europei , in quanto la penisola da una parte è l’unico paese in grado di deragliare l’euro non tanto per la dimensione del debito quanto per la denominazione legale dello stesso (diritto italiano), dall’altra assieme alle proprie grandi risorse (includendo il risparmio privato delle famiglie), è paese ricco anche e soprattutto di aziende, ossia annovera campioni nazionali grandi ed importanti che sono a tutt’oggi in mano allo Stato (ENI, ENEL, Snam, Terna, Finmeccanica, Poste etc.). Ossia, potrebbero diventare per definizione contendibili.
Tali entità aziendali, che producono reddito, profitto ed occupazione in e per l’Italia, sono chiaramente oggetto di interesse di altri Paesi che come l’Italia debbono superare la crisi ed in molti casi non possono più attingere – come fatto in passato – a risorse a basso prezzo provenienti dalle ex colonie (Francia e UK su tutte). Esiste infatti un’asimmetria storica nel profilo industriale e strategico dei vari paesi europei, asimmetria che, maturata negli scorsi 70 anni, oggi è in forte dissonanza con il mutato equilibrio dei poteri nel Vecchio Continente.
Ossia, per chiarire, dopo la seconda guerra mondiale, guerra che per inciso fu la prima vera guerra per le risorse globali – da qui il concetto di lebensraum tedesco -, ci fu il chiaro indirizzo di escludere le nazioni perdenti dallo sfruttamento delle risorse petrolifere. Di conseguenza lo sviluppo industriale nei vari paesi coinvolti prese una strada dettata da tale indirizzo generale. In questo contesto l’Italia, vuoi per i servigi prestati agli USA durante la guerra, dalla mafia di Lucky Luciano per l’invasione della Sicilia ad Enrico Fermi con lo sviluppo dell’energia nucleare, ivi compreso quello della bomba atomica, vuoi per il dichiarato allineamento ad interessi anticomunisti nel post guerra, seppe ritagliarsi un proprio spazio nel campo dell’energia con l’ENI, prima con lo sfruttamento dei giacimenti italiani e poi globalmente, con la missione di sfruttare i giacimenti che il primo mondo lasciava indietro. Con tale strategia oggi l’Italia ha in eredità una vera major petrolifera, ENI appunto (ENI produce giornalmente un equivalente in barili di petrolio circa uguale al consumo equivalente del Paese, ndr), affiancata da un gioiello – SAIPEM – in grado di sfruttare i giacimenti più difficili, caratterizzati dalle condizioni estrattive più improbabili che esistano sul globo terracqueo.
Tutto questo premesso, in tale contesto la Germania, dominus europeo attuale, è chiaramente sprovvista di un accesso all’upstream energetico, e questo strideCa va sans dire che tutto lo sviluppo energetico italiano è partito dalla base strutturale dettata dalle conseguenze della seconda guerra mondiale, e dunque l’ENEL di turno è stata aggregata e costituita in funzione e non in alternativa alla presenza di ENI stessa. Parimenti, dati alla mano, ENI ed ENEL sono aziende di riferimento nella propria rispettiva attività di business e con grandi peculiarità che le differenziano dai meno strutturati competitors stranieri: la prima, ENI, con ingenti e diversificate riserve ed una struttura molto integrata in business contigui, esplorazione upstream e services (con SAIPEM), power, gas e distribuzione. La seconda con una diversificazione geografica unica tra le utilities, oltre che con una profittabilità (EBITDA) prospettica superiore non solo alla media ma ai massimi del settore, ossia con prospettive di crescita che, con la dovuta eccezione dell’azienda statale francese EDF – azienda generatrice da fonte nucleare quasi al 100% –, i competitors continentali semplicemente si sognano.
Dunque, per tornare al cuore dell’articolo, l’anno scorso ci fu un interessante meeting a Roma tra Monti e Merkel, come riportato dalle avarie agenzie di stampa, a cui si unirono i vertici delle principali aziende italiane e tedesche, Siemens, Deutsche Bank, E.ON da un lato, ENEL, Confindustria, le banche italiane dall’altro. Si può recuperare la memoria giornalistica di detto incontro da un bell’articolo del Sole 24 Ore del 5.7.2012i. Considerazione generale: non è che ci troveremo a breve un tentativo di acquisizione dei campioni nazionali coinvolgendo qualcuno degli attori presenti a tale tavolo di “avvicinamento”?
MF - Nessuna copertura per ENEL Golden Share Evidenza
Passo successivo, Mario Monti appena prima di lasciare il posto di primo ministro – OdG addirittura del 25.03.2013, a elezioni già concluse da tempo! – documento giornalistico allegatoii- tentò di mettere all’ordine del giorno di uno degli ultimi CdM ripeto, a governo di fatto già ampiamente sfiduciato, la decretazione del provvedimento attuativo della legge sulla golden share, provvedimento ricordiamo da lui fortemente voluto ed approvato all’inizio del 2012 e che – nota bene – preclude di fatto la possibilità di respingere attacchi verso aziende nazionali se l’acquirente fa parte dell’UE iii(escludendo casi di “sicurezza nazionale”). Alcuni giornali, Milano Finanza in particolareiv, insorsero evidenziando che tale proposta avrebbe lasciato “scoperta” ENEL, facendola diventare contendibile, in un contesto europeo in cui le principali aziende energetiche in effetti non lo sono (l’esempio di EDF è lampante). Successivamente a tale OdG ci fu il probabile intervento – provvidenziale! – della politica finalizzato ad una moral suasionverso l’ex primo ministro uscente al fine di evitare di prendere decisioni politicamente e strategicamente sensibili non avendo più titolo politico per farlo. Poi, il silenzio.
OdG Golden Share
Siamo ai giorni nostri. Nel frattempo – diciamo nell’ultimo anno – abbiamo visto Ansaldo Energia essere oggetto di reiterati tentativi di acquisizione – nel bel mezzo dell’uragano dell’incarcerazione dell’amministratore delegato di Finmeccanica – da parte di Siemensv (guarda caso), oltre a rumors di interessi di gruppi stranieri su ENEL e Telecom Italia.
Ed eccoci a Venerdì 19 Luglio 2013, quando Saccomanni, il neo boiardo di sistema questa volta in veste non nazionale ma europea, fece l’agguato mediatico affermando che per garantire il nostro debito pubblico si sarebbe potuto/dovuto mettere a garanzia assets di Stato, ossia privatizzarli. Finalmente! Il progetto emerge nella sua completezza!

Ora le considerazioni vere e proprie, in quanto fino a questo momento sono stati evidenziati solo fatti. Dunque, partiamo da osservazioni generali, per poi arrivare ad un possibile considerazione finale.
Un esempio prima di tutto: che succede se una persona, un’azienda ha bisogno di liquidità? Va in banca e mette qualcosa in garanzia. Ma quali assets di norma si mettono sul piatto? Normalmente quelli non produttivi, che so io l’immobile di turno. O, caso recente indicato dai vari hedge funds, l’oro, strumento bancabile per eccellenza. Se trasliamo il discorso dal mondo privato allo Stato, cosa ci si aspetterebbe che facesse un ministro dell’economia per raggiungere il fine di ottenere denari e/o credito per lo Stato? Metterebbero per caso sul piatto gli assets che rappresentano occupazione e creano sviluppo presente e futuro – e che stanno alla base dello sviluppo di una nazione – come energia e difesa o, come fanno tutti gli operatori seri e coscienziosi, ossia propongono gli assets improduttivi? Che forse ci stiamo dimenticando che l’Italia ha ca. 2400 tonnellate di oro improduttivo depositati in America e UK, essendo la Penisola tra i primissimi detentori di riserve auree al mondo, in termini di consistenza?vi
Gold reseves
Il punto è proprio questo: perché Saccomanni invece di proporre come garanzia l’oro propone aziende di Stato? A pensar male si potrebbe dire che, opportunamente indirizzato ed orientato, il ministro ha fatto in modo di annunciare la messa sul piatto degli assets che fanno veramente gola all’estero, ossia le aziende nazionali di pregio. In questo contesto il caso Loro Piana insegna: sono le aziende che sono interessanti per lo straniero (vedasi anche la cessione di Ducati, Parmalat, Edison, …) . Le aziende, al contrario dell’oro, non sono un bene fungibile, ossia sono un qualcosa di unico. Quanto vale una ENI per il sistema tedesco? O di converso, quanto il sistema tedesco potrebbe “approfittare” del fatto di poter fare sinergia con tale azienda petrolifera? O quanto vale l’ENEL, attiva in un dei mercati più interessanti del momento, il sud America? Deve essere chiaro che i nostri campioni nazionali, includendo anche Finmeccanica e Poste, sono veramente appetibili. Ma dunque, perché mai un’economista come Saccomanni dovrebbe – nel supposto interesse del paese – proporre la vendita di tale gioielli, ben sapendo che una mossa siffatta si caratterizzerebbe come un tagliare gli attributi del Paese annichilendo le  possibilità di rinascita futura post crisi? Se si vendono i campioni nazionali, indovinate dove andranno a medio termine l’occupazione, gli utili, lo sviluppo e finanche la testa e la holding dei Gruppi acquisiti!
Lascio come ultimo il commento che i titoli ENI ed ENEL sembrano quotati a prezzi molto appetibili, guarda caso (encore).
E, altra considerazione, vendendo il settore energetico, come si potrebbero poi fare politiche a supporto dell’economia italiana magari ottimizzando le rendite di posizione e gli utili provenienti da altri paesi in cui la multinazionale/campione nazionale è attiva? Alla fine dei conti ENI ed ENEL sono state costruite con gli sforzi dal popolo italiano, mica di quello tedesco, francese o finlandese…
Se consideriamo quanto accaduto nel ‘92,  le similitudini si sprecano con la crisi attuale: come allora la crisi fu repentina ed innescata dalla speculazione internazionale (con un attacco valutario); nel 1992 il debito aumentò di ca. il 15% in aggregato nei primi tre anni 1992-1994 e del 23% nei quattro anni dal 1991; fatte le debite proporzioni la crisi attuale potrebbe appesantire il debito fino a ca. il 140% nel 2014, considerando anche che oggi non si può svalutare! – vedasi tabella di seguito riportata –.
Debito Italiano storico
Le privatizzazioni che giocoforza seguirono – la crisi causò le privatizzazioni – non portarono alla creazione di multinazionali Italiane, come ben scrive Barucci sul Foglio del 01.08.2013vii. Se infatti consideriamo i risultati delle privatizzazioni fatte fino al 1997, come da interessante analisi di Mediobanca per la Camera dei Deputativiii (documento da leggere!), rileviamo che le conseguenze furono, tra le altre:
  • una buona parte delle aziende sono state vendute per essere poi cancellate, assorbite etc.(SME, Italimpianti, SEAT etc.)
  • alcune aziende sono state semplicemente alienate dallo Stato a prezzi che visti oggi possono essere definiti irrisori, vedendo poi il business sviluppato con estremo successo dai successivi acquirenti, per altro molti vicini alla politica e facenti parte dei poteri forti (ossia, si fece una privatizzazione dei profitti, tra tutte citiamo Dalmine, Autogrill, Ilva fino a due anni or sonoix)
  • alcune sono state investite da scandali successivi (Cirio etc.)
  • una piccola parte sono entrate nell’orbita di gruppi stranieri e continuano ad esistere e a dare lavoro in Italia (Nuovo Pignone, SIV tra tutte), ma a pena dello smantellamento della holding, ossia mantenendo in Italia le sole attività produttive
  • alcune sono semplicemente state chiuse per problemi di business (tra tutte, Montefibre, circa 10 anni dopo)
  • una sola ha sviluppato e/o mantenuto un ruolo stand alone multinazionale (Telecom Italia) essendo però stata spogliata degli averi immobiliari nel frattempo, memento lo sviluppo di Pirelli Real Estate.

Tabella: Aziende privatizzate fino al 1997, pg 147, relazione alla Camera dei Deputati, riferimento viii , Ricerche e Studi S.p.A. (Mediobanca)
Immagine Società porivatizzate fino al 1997
Dunque, dovremmo certamente avere paura: se ad esempio ENI, ENEL, Finmeccanica e Poste fossero oggi privatizzate possiamo serenamente attenderci una cura dimagrante, dismissioni, licenziamenti al solo fine dell’accumulo di ricchezza privata e non allo sviluppo del business e nell’interesse del paese venditore, dati storici alla mano. Multinazionali vere non se ne sono create nel 1992 e l’unica azienda che ha mantenuto un certo ruolo internazionale di rilievo, Telecom Italia, è stata nel durante spogliata (qualcuno potrebbe anche dire depredata?) degli assets immobiliari. Insomma, posso dire un quasi disastro? Non sarebbe stato meglio dare le aziende ad un gestore esterno di private equity e pagargli una commissione legata al miglioramento di redditività associata a certi parametri di mantenimento dell’occupazione, sviluppo del business all’estero etc. mantenendo la base in Italia piuttosto che quasi regalare l’asset vedendo parimenti ridurre l’occupazione e finanche la ricchezza del Paese? In soldoni, l’Italia ci ha davvero guadagnato da dette privatizzazioni o coloro che veramente ci hanno guadagnato sono, appunto, i soliti poteri forti, in molti casi anche stranieri? La vera differenza tra il 1992 ed oggi è che invece di avere il Britannia ancorato al largo delle coste italiche, visto il turismo politico verso il nord Europa recentemente riportato dai giornali (Letta Berlino, Monti a Berlino/Roma etc. etc.) rischiamo di avere Frau Merkel che indirizza le privatizzazioni direttamente dalla spiaggia di Ischia, dove d’abitudine passa le vacanze!
Verrebbe da dire che persone come Saccomanni a fare proposte come quelle dello scorso venerdì non fanno gli interessi dell’Italia e degli italiani anche e soprattutto perché fulmini a ciel sereno come le sue uscite sulle privatizzazioni devono essere ben contestualizzate e calibrate, a maggior ragion durante una crisi epocale come quella attuale. Ricordate che chi scrive pensa che i numeri del bilancio dello Stato del 2013 saranno molto peggiori delle “impressioni statistiche” che trapelano oggi sui media, e a fronte di tale aspettative deluse le privatizzazioni ce le venderanno come  un passo obbligato. Sarebbe dunque da capire il perché di queste affermazioni da parte del Ministro dell’Economia italiano. E tanto per non sbagliare bisognerebbe, come capita in ogni azienda privata, mettere nei contratti di lavoro dei servitori dello Stato come appunto Saccomanni che per un certo numero di anni successivamente alla fine dell’impiego per lo Stato gli interessati non possano prestare servizio presso una qualsiasi banca d’affari e/o per l’azienda a cui direttamente o indirettamente hanno venduto gli assets (si chiama patto di non concorrenza). Il caso dell’ex Ministro Siniscalco che lavora presso un’importante banca americana a Londra dopo aver usato la stessa banca per numerosi servizi legati alle obbligazioni quando era al Ministro dell’Economia è un esempio che andrebbe analizzato con estrema attenzione, nonostante tutte le cautele prese inevitabilmente ci sono  potenziali – oltre che enormi e lampanti – rischi di conflitto di interesse!

Per adesso abbiamo stigmatizzato il problema del cambio della classe dirigente italiana ed europea unitamente al tentativo di spiegare alcune delle ragioni che stanno spingendo alla (s)vendita dei campioni nazionali. Food for thought dicono nel mondo anglosassone – e per noi questo è solo il primo passo, fondamentale -.
Nei prossimi articoli analizzeremo quali siano i probabili oggetti del desiderio dei capitali stranieri, valutando le possibilità che vengano acquisite ed eventualmente il reale valore a cui, se fosse il caso, dovrebbero essere cedute.
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Riferimenti e note:
i“Tre pilastri per rilanciare la Ue” Nicoletta Picchio – Il Sole 24 Ore, 5.7.2012
ii “Arriva la Golden share su rete Telecom, Energia e Trasporti”, Luisa Leone, MilanoFinanza – 25.03.2013
iii Golden share, Decreto Legge 15.03.2012 n° 21 , G.U. 15.03.2012
iv “Arriva la Golden share su rete Telecom, Energia e Trasporti”, Luisa Leone, MilanoFinanza – 25.03.2013
v Offerta Siemens per Ansaldo Energia, di Carlo Festa17 febbraio 2013 – Il Sole 24 Ore: tale offerta è stata anche interpretata dagli addetti del settore come un modo per eliminare uno scomodo competitor per i propri prodotti, in particolare turbine per generazione di energia ed accedere a tecnologie proprietarie
vi “Italy should use its gold reserves to force a change in EMU policy” – Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph (UK), 02 May 2013
vii “Consigli a Letta per Privatizzare” – Barucci, Il Foglio, pag. 4 – 01.08.2013
viii Le privatizzazioni in Italia dal 1992 – Studio predisposto ai fini dell’indagine conoscitiva sulla competitività del sistema – paese di fronte alle sfide della moneta unica e della globalizzazione dell’economia condotta dalla commissione bilancio della camera dei deputati Ricerche e Studi S.p.A., Gruppo Mediobancahttp://www.mbres.it/sites/default/files/resources/download_it/rs_priv_testo.pdf
 ix Beffa delle beffe, a fronte dell’acquisizione di Autogrill, il Gruppo Benetton, precedentemente squisitamente tessile e con un modello di business molto innovativo, ha progressivamente abbandonato tale business per concentrarsi su attività più sicure e regolamentate, appunto su Autogrill e poi Autostrade; ironia della sorte vuole che il loro modello di business sul tessile sia stato mutuato dal gruppo Inditex, proiettando la famiglia Ortega nell’olimpo delle persone più ricche al mondo, a fronte di una occupazione circa un ordine di grandezza superiore di quello del gruppo Benetton attuale, parliamo di oltre 100’000 dipendenti nel mondo! I Benetton si sono adagiati, verrebbe da dire…