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lunedì 15 luglio 2013

Disoccupazione: La difficoltà di deflazionare e la curva di Phillips

Per riequilibrare rapidamente la competitività (in assenza di flessibilità del cambio valutario) un paese in crisi deve ridurre il livello dei salari e, per ottenere ciò, recessione e disoccupazione costituiscono una leva di comprovata efficacia Parliamo di curva di Phillips. Un post sul sito di Bruegel, un importante gruppo di ricerca internazionale con sede a Bruxelles, espone con placida calma (manco si trattasse delle nostre vite!) l'andamento di disoccupazione e salari nei paesi dell'Eurozona e conclude che forse andare avanti così è troppo doloroso e meno efficace del previsto.
Però sia chiaro, anche se forse lo sapete già: la forte disoccupazione non è per forza tra le priorità da risolvere. Per qualcuno è uno strumento.




Tanto dolore per pochi risultati: la difficoltà di aggiustamento dei prezzi nell'Eurozona
di Erkki Vihriälä & Guntram B. Wolff, 25 giugno 2013

L'ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale aveva discusso le ragioni per cui c'era stata un'inflazione relativamente stabile dopo la Grande Recessione. È stato fatto notare che ampi output gap (differenza tra il Pil effettivo e quello potenziale, ndt) ed elevata disoccupazione avevano causato una disinflazione sorprendentemente limitata nei paesi avanzati.

Ciò è stato attribuito ad aspettative di inflazione a lungo termine più stabile, ma anche alla riluttanza dei lavoratori ad accettare tagli dei salari nominali. L'implicazione positiva è che gli sforzi per stimolare l'economia non dovrebbero determinare una rapida crescita dell'inflazione, nemmeno se i divari di produzione fossero sovrastimati, a patto che le aspettative a lungo termine restino stabili. Comunque, questa conclusione significa anche che l'aggiustamento dei prezzi tra i paesi dell'Eurozona sarà ancora più arduo, e questo è il tema del presente post.

Con una domanda interna debole, la crescita del Sud Europa dipende pesantemente dagli incrementi delle esportazioni nette. Abbiamo già documentato un significativo miglioramento nei saldi esteri delle economie del Sud. Ciò è dovuto soprattutto all'export in Irlanda, Spagna e Portogallo, mentre la Grecia ha operato l'aggiustamento esclusivamente comprimendo le importazioni. Una crescita dei salari più lenta nel Sud rispetto alla Germania fin dall'inizio della crisi è parte della storia, ma ha anche coinciso con un'elevatissima disoccupazione.

Si può spiegare la moderazione salariale nel Sud ed il simultaneo aumento in Germania attraverso i livelli di disoccupazione? Gli aggiustamenti di prezzo intra-Eurozona stanno funzionando come ci si aspetta attraverso i cambiamenti nei livelli di disoccupazione? Cosa ci dice la curva di Phillips riguardo all'aggiustamento?

In figura 1 abbiamo tracciato la curva di Phillips sulla base dell'inflazione salariale in due periodi: pre e post-Unione Monetaria. Si notano un sacco di cose. Primo, la curva di Phillips diventa in generale abbastanza piatta dal 1999. Secondo, l'andamento dei salari nei periodi più recenti sono relativamente ben spiegati dalla curva di Phillips. In particolare, l'andamento dei salari tedeschi dal 2008 è coerente con la rispettiva curva di Phillips per il 1999-2007. Anche la previsione di inflazione salariale in Germania del 2,8% quest'anno (Lichtenberg 2013) è in linea con la curva pre-crisi.


Figura 1: La curva di Phillips basata su disoccupazione e crescita del salario per lavoratore (1992-2012).






In Spagna si può vedere un'eccessiva crescita salariale nel 2008 e nel 2009 mentre la disoccupazione stava già aumentando considerevolmente. Tuttavia l'andamento dei salari a partire dal 2010 è stato coerente con la relazione tra retribuzioni e disoccupazione evidenziata nel periodo pre-2008.

In Grecia la curva di Phillips per il periodo 1999-2007 è influenzata da una crescita molto alta (11,4%) dei salari nel 2002. Ciononostante, la curva molto ripida degli anni '90 è stata sostituita da una pendenza più leggera a partire dalla crisi. Dal 2010 la disoccupazione greca è aumentata enormemente accompagnandosi a tre anni di seguito di tagli dei salari nominali.

Anche i recenti andamenti dei salari in Francia, Italia e Portogallo sono ampiamente compatibili con le rispettive curve di Phillips pre-crisi, con un'alta disoccupazione in Portogallo coincidente con due anni di seguito di riduzione degli stipendi.

La curva piatta ha importanti implicazioni per gli aggiustamenti nell'Unione Monetaria. Se usiamo la passata divergenza tra i livelli di crescita dei salari come una misura diretta di quanto i salari debbano ancora essere corretti, ne risulta che saranno necessari ancora importanti aggiustamenti nei salari relativi. La tabella 1 rappresenta le divergenze cumulative negli aumenti del salario orario in confronto alla Germania prima e dopo la crisi.


Tabella 1: Differenze cumulative nella crescita dei salari orari in confronto alla Germania.




Nota: Come esempio, il valore nel 2000-2007 per la Spagna è calcolato come la differenza nella crescita cumulativa dei salari nel periodo 2000-2007 in Spagna (29,5%) e in Germania (9,4%), per cui 29,5% - 9,4% = 20,1%.
Fonte: Bruegel su base dati BCE.

I salari sono cresciuti considerevolmente di più in tutti i paesi evidenziati in confronto alla Germania nel periodo pre-crisi. Sebbene tutti i paesi ad eccezione della Francia si siano collocati al di sotto della Germania in termini di aumenti dei salari a partire dal 2007, il costo del lavoro tedesco è comunque cresciuto molto meno degli altri paesi durante l'intero periodo 2000-2012.

Grecia e Portogallo hanno all'incirca dimezzato la parte di crescita salariale eccedente quella della Germania a partire dal 2007. Questo ha coinciso con un aumento della disoccupazione del 16% in Grecia e del 7,7% in Portogallo, cioè il triplo e il doppio, rispettivamente, rispetto ai livelli pre-crisi. Pertanto, solamente una recessione molto profonda ha condotto verso un aggiustamento dei prezzi.

Dal canto suo, però, in Germania la disoccupazione è dovuta scendere a livelli davvero bassissimi prima che i salari cominciassero ad aumentare. L'appiattimento della curva di Phillips in Germania implica anche che è alquanto improbabile che i salari possano crescere significativamente in futuro. Questo complica ulteriormente gli aggiustamenti dei prezzi relativi dentro l'Eurozona.

Il Fondo Monetario Internazionale conclude che l'appiattimento della curva di Phillips implica che le politiche monetarie hanno un maggiore spazio di manovra. Questo è vero per l'Eurozona nel suo insieme. Tuttavia, non offre alcun aiuto per gli aggiustamenti relativi dei salari tra paesi. L'appiattimento della curva di Phillips invece suggerisce che, se si vogliono evitare elevati e prolungati livelli di disoccupazione, sono necessari altri strumenti per spostare la curva. Un'opzione potrebbe essere un uso più deciso di strategie di svalutazione fiscale [cioè cambiamenti mirati nella tassazione, per esempio meno sul lavoro e più sui consumi, ndt].

lunedì 8 aprile 2013

Mario Draghi sta sbagliando tutto

A leggere la notizia viene da ridere. Ma proprio da ridere; in contrappunto con la Germania che si rifiuta di reflazionare e anticipa il pareggio di bilancio acuendo la compressione della propria domanda interna...Ma forse, nell'ideologia economica delirante dei suoi disegni di mercantilismo imperialista, per essere più pronta alla lotta post euro-break?
Certo, la Germania rischia di fare la fine del Giappone,deflazionista in stagnazione, proprio mentre il Giappone pone fine a quella stessa stupidità in cui la Germania si lancia con tutta la sua forza.

E infatti: la Bank of Japan (BOJ) comprerà titoli di stato sul mercato secondario a un ritmo di 7000 miliardi di yen al mese, cioè circa 78 miliardi di dollari. Lo stimolo Fed, per capirsi, è pari sì a 85 miliardi di dollari al mese, ma corrispnde allo 0,54% del PIL USA, laddove BOJ prende in carico acquisti per l'1,1% del proprio PIL. La durata media dei titoli in portafoglio, che coinvolge titoli fino a 40 anni, andrà dagli attuali 3 anni a 7.
Abe ha messo in sella il nuovo governatore Kuroda (ad avercene!), che è riuscito a imporsi - cambiandone alcuni membri in scadenza- al board BOJ, infarcito di esponenti delle banche, più che restii al nuovo corso.
Poco agisce, per ora, questo "stimolo", nel senso della reflazione: a febbraio, - nonostante l'inizio del programma di QE a livelli piuttosto sostenuti (la metà dell'attuale volume) da almeno gennaio-l'indice dei prezzi è sceso di 0,7 su base annua, allontanando l'obiettivo di inflazione al 2% da raggiungere entro i prossimi due anni.
Ma ciò non ci stupisce, dato che non è la sovraofferta di moneta a determinare l'inflazione, nonostante Friedman, Weidman, la stampa tedesca e la "sussidiaria" stampa italiana, nonchè tutto il board BCE con la Commissione UE e Olli Rehn messi in colonna.
L'effetto dell'annuncio di Kuroda però si riflette sul corso dello yen, che ieri ha perso il 3% su dollaro e euro (una moneta, una garanzia: di stupidità). 
Lo stesso yen, pur calando abbastanza costantemente nelle ultime settimane, rimane sopravvalutato del 4% rispetto al dollaro, in base al criterio della parità del potere d'acquisto calcolata dall'OCSE.
Perde qualcosa il Giappone? Non direi: acquisterà competitività insieme con l'innalzarsi dell'inflazione (e dei salari).
Una bestemmia per Draghi; almeno nella sua versione ufficiale, di stretto ritoquantitativ-monetaristico filogermanico, affossatore della domanda in tutta l'UE.E Federico Caffè, che risulta essere stato, taaaanto tempo fa, il suo "maestro", si starà rivoltando nella tomba (ovunque essa sia...).
Dunque il Giappone vedrà anzitutto crescere le proprie esportazioni. Cosa estremamente bizzarra seguendo le teorie di Draghi.
E poi la Bank of Japan ci guadagnerà, e con essa lo Stato giapponese; perchè? Ma perchè gli acquisti calmierano gli interessi sulle nuove emissioni: il decennale giapponese è sceso di 11 punti al minimo dello 0,45%, mentre il bond trentennale di 22 punti base a un minimo di 1,31.
Ciò significa, indovinate, plusvalenze per la BOJ (che abbiamo visto acquista titoli sul secondo mercato, cioè già emessi a rendimenti più alti), che verranno riutilizzate nel programma di acquisti e comunque abbasseranno l'onere del debito (se calano gli interessi sulle nuove emissioni e le vecchie finiscono in mano...allo Stato, è un calcolo facile facile).
Lo so che Draghi non è in grado di fare politiche monetarie se non centralizzate, ma le plusvalenze realizzate da BOJ e FED (da almeno 4 anni), qualcosa gli dovrebbero suggerire invece di concepire l'OMT come una forma di punizione fiscale, a carico dei paesi che vi vorrebbero ricorrere, in modo da amplificare l'amata recessione-disoccupazione, purificatrice nella deflazione.
Ah, e la Borsa giapponese? L'indice Nikkei è salito di oltre il 2%, con rialzo dei titoli bancari (ma sta inflazione non doveva fargli paura?), dei titoli delle società che esportano e, udite udite!, delle società immobiliari: Perchè? Perchè questi settori dovrebbero beneficiare dell'indebolimento dello yen e del calo dei tassi.

Il pericolo segnalato sarebbe quello di aspettative di inflazione che si rafforzino più del previsto, obbligando alla brusca chiusura dei rubinetti della liquidità: ma al momento di ciò neppure l'ombra.
Oppure, il pericolo potrebbe essere che i concorrenti del Giappone reagiscano cercando un indebolimento parallelo delle rispettive valute. Facciamo il caso degli USA.
Ma non pare certo quello dell'euro, visto il diktat alla deflazione attraverso lariduzione anche NOMINALE dei salari che predica apertamente Draghi, legittimando nuove ondate di recessione in UEM al fine di raggiungere il da lui auspicato "livello naturale di disoccupazione"...dilagante.


Un altro "divertente" dettaglio, che ci segnala l'Economist: ("Six years of low interest rates in search of some growth"): nonostante i tassi ai minimi, la curva IS rimane rigida.
Sentite che dicono, senza dover per questo dare ragione ufficialmente a Keynes, gli espertologi USA-UK: "Le imprese nell'approvare progetti di investimento a lungo termine devono considerare una pluralità di fattori: l'equilibrio tra offerta e domanda nel loro settore, i presupposti regolatori e politici, la disponibilità di manodopera qualificata. I tassi di interesse non sono un fattore significativo nella nostra decisione".
Il che appare quasi un brano della teoria keynesiana, scritto in una brutta prosa. Infatti, proseguono gli investitori esteri (quelli che non si vedrebbero da noi per via della "corruzzzione" e della burocrazia elefantiaca) "i tassi di interesse sono solo una piccola porzione dei costi cui far riferimento".
E qui viene la goduria (platonica: quella che ci rimane se si deve stare nella "notte dell'euro"): "ciò non è sorprendente per chi osservi il Giappone, dove gli interessi nominali sono stati vicini a zero per un decennio, - sebbene quelli "reali" siano rimasti positivi"-, e il livello assoluto degli investimenti in termini reali non è cresciuto rispetto al 1997 (!). Le imprese sono state coinvolte in troppi "cicli" negativi laddove hanno investito in anticipo su una crescita interna che non si è mai verificata".
Lo vogliamo dire a Draghi? Ma lo sa benissimo: solo che "nun je piace cchiù 'o presepe" ormai.


L'Economist ci dice pure: "Il punto chiave non è che gli interessi nominali sono bassi. E' piuttosto che, fuori dal Giappone (ma non sappiamo quanto a lungo ndr.),gli interessi reali sono negativi."
E se gli interessi reali sono negativi (ad es; in USA o, pensa un pò, in Germania) "gli investitori si lanciano su sentieri più rischiosi".
"Le obbligazioni private sono state, nel 2012, il primo "porto di richiamo". Questa domanda su investimento a tasso fisso, ha abbassato il costo del credito per le imprese. Per Standards & Poor's, gli interessi sui bond a basso rating, i "junks", si sono dimezzati dal 12 al 6% nel 2012. Le relative imprese emittenti sono in grado di contrarre prestiti a un tasso che del 4% sotto la media post-2000, laddove una compagnia che abbia un tipico ranking A, può prendere in prtestito al 2,4%, comparato alla "norma storica" del 5,1%.
Come risultato molte multinazionali possono avere credito a tassi più bassi dei Governi europei."


Vi risparmio le ulteriori applicazioni suggerite dall'Economist. Tutte ci confermano la follia del mattatoio UEM.
Questo produce:
- alti costi del credito per le imprese praticamente in tutta l'area UEM, eccettuata la Germania;
- tassi reali positivi rispetto alla perseguita deflazione-disoccupazione, e conseguente disincentivo all'investimento di rischio, in particolare quello produttivo;
- su cui influisce pure la bassa disponibilità di manodopera qualificata, frutto di venti anni di precarizzazione-flessibilizzazione della forza lavoro che ne spinge la qualificazione verso il basso, nella logica del demansionamento e del non investimento nella formazione;
- a ciò si aggiunga anche la definitiva riduzione del capitale umano determinata dalla feroce austerity sulla scuola-università imposta dalle regole di Maastricht e dalla sua versione accelerata-suicida del fiscal compact;
- infine, (come abbiamo visto, per il passato, nella situazione giapponese), il mattatoio UEm produce pure quella aspettativa negativa sulla crescita della domanda interna che è il principale dissuasore per gli investitori.


E, a proposito, queste elementari notazioni (keynesiane "inconsce"?) ormai di dominio pubblico nel resto del mondo, non compaiono mai nel dibattito mediatico italiano: avete sentito mai qualcuno dire che l'austerity scoraggia le aspettative di crescita della domanda (in ciascun settore) e quindi gli investimenti? O che la precarizzazione-flessibilizzazione sfalda la riserva di manodopera qualificata egualmente decisiva per gli investitori? No, neanche un accenno fiacco fiacco; non date retta, la colpa è, invariabilmente, "del peso sull'economia dell'enorme debito pubblico".
Ma non sarà che si tratta piuttosto, in questo caso, dell'enorme peso di mancati investimenti, pubblici e privati che hanno da almeno 20 anni depresso il PIL, cioè il denominatore, stagnante e contratto del numeratore "debito"?
Diciamo piuttosto che Draghi, Weidman e i Monti e "proto-Monti" in arrivo, credono molto di più nell'"esercito di riserva dei disoccupati" che non nella manodopera qualificata e nella spesa pubblica in ricerca e istruzione.
Insomma, Weidman, un pò (ma non troppo, vista l'insistenza sui mini e midi-job e gli inevitabili effetti di lungo periodo di ciò) lo si può capire.
Ma Draghi, che continua a considerare "riforme strutturali" per la crescita (!), diverse dall'austerity, le riforme ulteriormente precarizzanti e deflazionanti del mercato del lavoro, riesce ancora a formulare un pensiero lontanamente riconducibile ai principi che avrebbe dovuto apprendere da Federico Caffè? 

sabato 29 dicembre 2012

Per quelli che hanno rotto il c...o con la Germania: M’ha detto mi cuggino...

Riportiamo uno stralcio di un articolo scritto dal Prof. Alberto Bagnai  sulle errate convinzioni riguardanti le riforme della Germania che anche noi dovremmo copiare.
Vi lasciamo alla lettura sperando finalmente di poter chiudere la questione su questo esterofilismo becero che governa il popolo italiano:

Devo occuparmi dell’argomento “mi’ cuggino”. Eh sì, perché quando si arriva a questo punto, quando si fa notare che la Germania ha praticato fin dal secondo dopoguerra una politica di deflazione competitiva, salta sempre fuori qualcuno che, come nella canzone di Elio, se ne esce con: “m’ha detto mi’ cuggino che alla Volkswagen stanno meglio che alla Fiat”. Se non l’ha detto “mi’ cuggino” l’ha detto “un amico che lavora lì”, se non è un amico è un giornale, uno di quei giornali che vi hanno informati così bene finora, e continuano a farlo, con professionalità e indipendenza (da voi) seconde solo a quelle delle banche centrali.

L’argomento “del cuggino” è che il “netto in busta” sarebbe più alto in Germania, il che rende assurdo sostenere che la Germania faccia competizione sui salari, cioè tramite una “svalutazione interna” competitiva. Argomento sposato da un’altra mia affezionata lettrice, Dana74Cara, carissima, adorabile Dana74:


Mi piaci. Penso che leggendo questi 
miei versi tuoi, non mi comprenderesti, 
ed a me piace chi non mi comprende.
(Gozzano, La signorina Felicita)

Vediamo insieme cosa non comprende (in my humble opinion) Dana, e in che cosa l’argumentum ad cugginum è fallace.



I dati che mi’ cuggino non conosce... (ma basta chiedere)
Una cosa credo di aver capito studiando l’economia: se si è disposti a saltabeccare dal livello dell’analisi economica a quello dell’aneddoto, dal ritaglio di giornale ai database dell’OCSE, dalla sociologia alla statistica economica, si può dimostrare tutto, e il suo contrario. A me qui interessa il livello macroeconomico (gli aneddoti ben vengano nei commenti) e mi interessano i dati provenienti dalle fonti ufficiali, che come al solito vi fornirò.
Con questa premessa, faccio alcune ovvie considerazioni.

1. La Germania non è la Volkswagen, come l’Italia non è la Fiat. Tutti gli aneddoti sono utili, ma alla fine il risultato complessivo va valutato in termini complessivi. Ad esempio: saranno tutti così felici i lavoratori dell’indotto? Ma non voglio indurvi a raccontare altri aneddoti. Voglio guardare all'aggregato.

2. Nell’aggregato i salari reali tedeschi, dal changeover in poi, sono diminuiti, mentre quelli italiani sono rimasti stazionari. Il dato è ampiamente noto (tranne che in Italia), e ampiamente ammesso dall’establishment tedesco, che, per bocca di Roland Berger, consulente della Merkel, ammette che la ricetta del successo tedesco sta nella "liberalizzazione" del mercato del lavoro e in aumenti dei salari reali inferiori a quelli della produttivitàChe poi significa aumenti dei profitti superiori a quelli della produttività (a meno che lo scarto non venga dato in beneficenza). E i risultati si vedono, sono nei dati. Guardate la Fig. 1:


Si vede benissimo che dal 2003 al 2009 i salari reali tedeschi (cioè i salari corretti per la variazione del costo della vita) sono diminuiti del 6%. Quelli italiani dello 0%. Siccome c’è sempre qualche ingenuo che arrivato a questo punto mi accusa di complottismo e vuole vedere la “smoking gun”, faccio notare che è proprio il consulente della Merkel a dire che questa è una delle due cause del successo tedesco (l’altra essendo la “liberalizzazione” del mercato del lavoro). Quindi non è complottismo: è una precisa, univoca, dichiarata, esplicita intenzione politica che si riflette nei dati.
Ora io mi chiedo, e soprattutto lo chiedo a Dana74: lo dicono i dati, lo dicono i responsabili della politica tedesca: occorre altro per capire che la Germania fa competizione sui salari (cioè pratica una “svalutazione interna” o deflazione competitiva)? Evidentemente a te sì. E allora mi arrendo. Hai vinto.

3: "Ma io sto meglio in Germania che in Italia, dice un altro mio carissimo lettore. Nel senso che hai più soldi in busta paga. Giusto. Solo che all’imprenditore non interessa quanto dà a te, ma quanto gli costi, e le due cose sono diverse. In mezzo c’è il cuneo fiscale. Il costo del lavoro non è il netto in busta, e questo voi, che a differenza di me siete uomini pratici, lo capite meglio di me: ci sono di mezzo contributi e tasse. Quindi c’è ovviamente anche un problema di sistema fiscale, e ovviamente un enorme freno alla competitività italiana è posto dall’iniquità italiana, cioè dal fatto, talmente macroscopico che lo vedo anch’io, che sul lavoro dipendente cade il maggiore onere fiscale. E poi: sei sicuro di comprare a Brema lo stesso paniere di beni che compri a Viterbo? Perché tu ci hai detto che guadagni di più, ma... non ci hai detto quanto costa un chilo di pane, quanto spendi per il biglietto dell’autobus, ecc. Siamo sicuri che in Germania la vita costi di meno? L’OCSE tanto sicura non lo è. Se convertiamo i redditi unitari da lavoro dipendente (diciamo, il salario medio al lordo delle tasse) in una comune unità di misura, vediamo che a parità di potere d’acquisto i salari nominale tedeschi e italiani sono perfettamente allineati. Anzi: prima del changeover, cioè prima dell’operazione 1000 lire = 1 euro, la vita in Italia costava sensibilmente di meno, tant’è che a parità di potere d’acquisto i nostri salari erano superiori. Lo si vede bene nella Fig. 2:


Vedete che bel "tuffo" fra 2002 e 2003? Ma naturalmente è solo un problema di percezione. Lo abbiamo percepito noi, e l'OCSE. Il governo (Berlusconi) e i suoi apparati (Istat ecc.) un po' di meno. "Noi veggiam come quei c'ha mala luce...". Anche gli uffici statistici, forse, vedono meglio a distanza. E il tempo, comunque, è galantuomo.

4: il mio lettore dichiara di essere rimasto allibito quando il suo capo (Führer) ha licenziato una sua collega dall’oggi al domani. Caro lettore, hai capito come stanno le cose? Lo sai come si chiama questo? Si chiama liberalizzazione del mercato del lavoro. Che poi sarebbe un eufemismo per disoccupazione. Perché la diminuzione del salari reali vista in Fig. 1 non è stata ottenuta con la moral suasion: è stata ottenuta con la minaccia dei licenziamenti e delle delocalizzazioni, e imponendo un tasso di disoccupazione in alcuni anni fino a 3 punti più alto che in Italia (per citare un esempio). Non credi a me? Hai, come ognuno di noi, me compreso, un lato Dana? E allora guardati i dati della Banca Mondiale:

Vedi come decolla la disoccupazione nel 2003, l'anno che Berger indica come anno della "riscossa", delle "riforme" tedesche? Ma io so che tu lo sai...
La morale della favola (ma non ditela a mi’ cuggino...)
Chiedo scusa per la lunga parentesi. Vorrei non fosse necessaria, e soprattutto vorrei non fosse inutile. Temo sarà l’uno e l’altro. Continuo quindi lasciando Dana74 al suo sbigottimento (“e lo mperché non sanno”) e rivolgendomi agli happy few.
Riassumo: la Germania pratica una svalutazione interna competitiva che realizza comprimendo i diritti dei lavoratori, e pretende che noi adottiamo questo modello. Lo fa perché così possiamo competere con lei? No. Lo fa perché i suoi imprenditori vogliono trovare da noi, una volta acquistate le nostre aziende, le stesse condizioni di “liberalizzazione” (leggi: licenziamenti facili e compressione dei salari reali) che gli hanno garantito elevati profitti a casa loro. L’invito alla “virtù alamanna” è ovviamente “pro domo sua” (cioè loro): “buono fantolino, a tu piace voli vola...” dalla finestra, se chiedi l’aumento all’imprenditore alamanno.

Fateci caso: in questa ottica (e solo in questa ottica) l’insistenza del governo sull’art. 18 acquista una logica che altrimenti non avrebbe. Sappiamo che esso non interessa alle aziende italiane.  E allora perché interessa tanto al governo degli italiani? Semplice: perché sopprimere l’art. 18 interessa alle aziende tedesche (che ce lo hanno chiesto per interposta Bce). E infatti Berlusconi è stato “sostituito” non appena si è capito che non ce l’avrebbe fatta a imporsi su questo punto. Tu mi intendi, vero, Marino?

Obiezioni inutili
Qualcuno potrebbe obiettare: ma se le politiche di austerità compromettono la redditività, gli imprenditori esteri che affare ci fanno? E la risposta è abbastanza ovvia: intanto, quello che si perde in traino della domanda sul nostro mercati, lo si guadagna in compressione dei salari. Ma il punto è un altro: chi ha detto che gli imprenditori esteri siano interessati alnostro mercato? Sono interessati alla nostra eccellenza manifatturiera, che ha mercato nel mondo. Il nostro destino è quello di diventare una gigantesca “fabbrica cacciavite”, una specie di “Cina” europea, dove gli imprenditori del Nord vengono a produrre per riesportare, approfittando dei bassi salari e dei bassi diritti. Direte allora: ma la Cina ci ha guadagnato! Certo: ma il processo lo ha gestito lei, con regole sulla corporate governance, sul trasferimento di tecnologia, sui requisiti occupazionali, sui contenuti nazionali minimi, ecc. Noi invece lo stiamo subendo. Direte ancora: ma comunque gli investitori esteri porteranno crescita, che alla fine è quello che ci serve. Rispondo: certo! Come in Irlanda. Porteranno crescita, e riporteranno all’estero i profitti realizzati, dando un’ulteriore spinta in discesa all’indebitamento estero(secondo quanto ho spiegato qui).

Lasciate perdere... o anche no: non lasciate perdere: parliamone: decenni e decenni di disinformazione non possono non aver lasciato scorie. Depuriamoci insieme. L'acqua della salute è meglio di quella del Letè, che mi sembra tutti stiano bevendo a garganella!

Concludendo
In Italia, a sinistra, va per la maggiore una certa esterofilia un po’ provinciale e un po’ autolesionista, alla Tafazzi. Anche chi intuisce che l’ideologia del vincolo esterno ha creato più problemi economici di quanti ne abbia risolti, anche chi non si nasconde la gravità del furto di democrazia che essa ha determinato, insiste ad autoflagellarsi: ce lo meritiamo, perché non siamo bravi come i tedeschi! I tedeschi ci confessano che in realtà la loro bravura consiste solo nel comprimere salari e diritti, ma i nostri Tafazzi non possono crederci. Confessio regina probationum, ma non per loro. Questi ingenui, che vivono nel “mito della razza ariana”, sono poi quelli che appena arrivano all’estero cercano, come Totò e Peppino, un ristorante italiano, preferendo un pessimo piatto di spaghetti a un’ottima Flammkuchen (salvo poi lamentarsi che gli spaghetti erano scotti... e grazie!).

Ma come non capirli? Trovare all’estero le cose di casa è indubbiamente rassicurante, soprattutto per personalità non sufficientemente strutturate. Flaiano, che era di Pescara (terra di spaghetti alla chitarra), definiva non a caso l’Italia una Matria (chi per la Matria muor vissuto è assai). E quando penso ai miei studenti di Pescara, che adoro e rispetto (e loro lo sanno), capisco benissimo quanto la chitarrina della mamma (in senso gastronomico ed edipico) abbia parte nella loro feroce determinazione di non studiare le lingue (ma una cosa la sanno dire: mannàggement – management). E io a dirgli: “non ascoltate me, studiate l’inglese, andatevene”. Ma il campo gravitazionale della chitarrina, anche di quella ai frutti di mare, è invincibile (amor omnia vincit).

Ma questo non è solo un vizio (se è un vizio) italiano: lo condividono anche i nostri “cuggini” tedeschi. I quali in fondo vorrebbero solo trovare qui, da noi, dopo che ci avranno comprato, le cose di casa. Un desiderio innocente: quasi modo geniti infantes. E non mi riferisco tanto alla fragrante Flammkuchen della mamma... quanto alla rassicurante e  familiarmente alamanna possibilità di licenziare in tronco i lavoratori che eventualmente desiderassero appropriarsi in busta paga di una parte degli incrementi di produttività.

Del resto, ci mancherebbe altro che fosse difficile licenziare in Italia quegli italiani che è così facile licenziare in Germania! Non per questo ab
biamo (chi?) fatto l'Europa!