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domenica 24 novembre 2013

La Germania uscirà dall'EURO per prima.

Da économie-matin.fr un articolo che delinea lo scontro in atto all'interno della BCE: alla fine, può anche essere che sarà il falco tedesco a farci il favore di uscire, costretta dalle colombe che vogliono imporre il Quantitative Easing per mantenere la moneta unica...



I rimproveri della UE sulle eccedenze tedesche che superano il 6% del PIL potrebbero convincere la Germania a uscire dall'eurozona. 


Sicuramente avete avuto notizia dell'apertura di un'inchiesta da parte della Commissione europea, non contro la Francia e il suo deficit eccessivo, ma contro la Germania e i suoi avanzi abusivi!
Un mondo alla rovescia, dove il bravo studente viene sanzionato dal maestro perché fa venire dei complessi ai somari della classe, e Dio sa quanti ce n'è!
Questa è la prima lettura. Tuttavia, questo conflitto e questa procedura avviata contro la Germania da parte della Commissione nasconde in realtà una grande battaglia diplomatica ed economica all'interno di un'Europa divisa in due campi.
Da un lato ci sono i paesi latini in senso lato, tra cui la Francia e l'Irlanda, vale a dire i paesi superindebitati e in panne con la crescita. Dall'altra, i paesi più virtuosi, con la Germania in prima fila, seguita dai Paesi Bassi e anche dall'Austria.
Al centro di questa lotta e di questo conflitto vi è il mandato della BCE scolpito nel marmo dal Trattato di Maastricht e che tiene bloccata la politica monetaria Europea sotto il giogo della disciplina.

L'obiettivo è di piegare la Germania di Angela Merkel e consentire alla BCE di lanciarsi in una politica di quantitative easing con acquisto massiccio di obbligazioni di Stati quasi in fallimento. Ritorniamo così al punto in cui eravamo all'inizio della crisi quasi cinque anni fa. La scelta tra salvare la moneta unica al prezzo di un'immensa deflazione / recessione, o imbarcarsi in una politica di stampa di moneta in stile anglosassone che, alla fine, distruggerà l'economia e la moneta con l'iperinflazione (va beh, al netto delle esagerazioni, ndt).

Solo che questa volta i paesi del Sud Europa, impantanati in una crisi sociale senza precedenti e in un marasma economico innegabile, sono dalla stessa parte e il peso è sulle spalle di dirigenti francesi totalmente sopraffatti e spaventati. La Francia vacilla. Il rigore è impossibile. Una riduzione della spesa improbabile. L'aumento delle tasse inattuabile. Quindi non c'è più molta scelta. O la Francia esplode, rischiando di destabilizzare l'Europa intera, o si offre ai paesi come la Francia una soluzione a colpi di stampa di moneta, cosa che va contro tutti i principi economici finora difesi con le unghie e coi denti da Berlino.

Da un lato la Germania blocca l'unione bancaria e impedisce la monetizzazione da parte della Banca centrale europea. Dall'altro lato, la Commissione avvia un procedimento contro la Germania al fine né più né meno di mettere all'angolo la Germania e farle pagare il prezzo del suo rifiuto, nel senso stretto del termine.

Due articoli sono stati pubblicati di recente, che sono da collegare tra loro perché rappresentano la battaglia tra due concezioni dell'Europa e della moneta che attualmente si gioca nei corridoi silenziosi e ovattati di Bruxelles e dei governi europei.

Perché la Germania sta bloccando l'unione bancaria

Il primo è un articolo de La Tribune, che discute le presunte ragioni del blocco tedesco all'unione bancaria.

"Sull' unione bancaria i Ministri delle finanze si sono zelantemente affrettati a non decidere nulla sull'argomento. Nessun meccanismo di risoluzione unico, nessuna garanzia comune dei depositi. Null'altro che l'ennesima dichiarazione di buona volontà. Come è possibile che questa unione bancaria, una volta così imperativamente necessaria, sia ora così lenta a nascere? La risposta, come spesso accade, si trova dalle parti di Berlino."

Anche in questo caso, dare la colpa alla Germania è sempre la spiegazione più semplice. I tedeschi non vogliono avere nulla a che fare con il nostro debito, la nostra mancanza di coraggio politico che dura da 40 anni, la cattiva gestione delle élites francesi che se la fanno sotto e non hanno mai voluto far pagare ai francesi il vero costo del loro sistema di welfare, che oggi ci torna indietro come un boomerang, in un momento che per il nostro paese è ovviamente il più delicato e in piena crisi economica mondiale.

«Ma se Berlino ha acconsentito non senza limiti e reticenze a far monitorare le sue banche dalla BCE, quando si tratta di pagare è diverso. Cioè quando si arriva alla creazione di un meccanismo che permetta al

giovedì 11 luglio 2013

Italia stremata ed Europa in fiamme

Negli ultimi giorni si sono acuiti i segnali di un inequivocabile peggioramento economico e politico nella zona euro. I paesi maggiormente esposti al rischio speculazione hanno visto aggravare la propria posizione sia per l’incessante avanzata della crisi sia per una manifesta incapacità politica, condita da scandali e defezioni.

Le notizie che arrivano dall’Europa meridionale, come avevamo anticipato, ci raccontano l’assoluta instabilità dei governi, per scandali in procinto di esplodere (Spagna) o per esecutivi sull’orlo di una crisi di nervi (Portogallo e Grecia). La situazione è molto difficile in particolar modo nel paese ellenico, già formalmente fallito da tempo, che a fronte della richiesta di aiuti aggiuntivi si è vista sbattersi in faccia un elenco di ulteriori tagli e manovre atte a soddisfare i pruriti dell’austerità della Troika; stessa sorte per il Portogallo, con il tasso di interesse sui titoli di Stato cresciuto fino all’8%, e un governo che cerca disperatamente di trovare la forza per resistere, schiacciato da quella parte politica che, forse, si sta rendendo conto della macelleria che si è fatta negli ultimi anni.

L’Italia è stata retrocessa, come outlook, a BBB, ad un passo dalla spazzatura. Le ingerenze dei giorni scorsi in merito ai provvedimenti che il governo dovrebbe prendere hanno inevitabilmente pesato su questa decisione, visibilmente sospetta nel tempismo con cui è arrivata; il vincolo esterno, ancora una volta, domina un paese che avrebbe urgenza di ben altro (ad esempio una moneta “tagliata” sulla propria economia e una classe politica almeno dignitosa).

giovedì 4 luglio 2013

Autunno caldo, euro agli sgoccioli?

Come previsto in un post di qualche settimana fa la crisi sta portando alla deriva un numero sempre più ampio di paesi, principalmente nell’Europa meridionale.
Gli scenari politico-economici di Grecia e Portogallo (tanto per menzionare i due casi alla ribalta in questi giorni) prefigurano un’altra estate calda sui mercati finanziari.

In Portogallo si dimette il ministro delle finanze in aperta opposizione alle politiche di austerity, derivanti dalla necessità di sottostare ai dettami di BCE, FMI e UE dopo la concessione di un prestito da 78 miliardi nel 2012. L’instabilità politica, chiaramente, ha agitato i mercati che hanno portato i rendimenti sui BOT decennali oltre l’8%. La disoccupazione è al 17,5% e gli interventi nel campo sociale ed economico stanno mettendo in ginocchio il paese.

In Grecia la situazione è ancora più grave: l’ultimatum della Troika impone di fornire in brevissimo tempo le garanzie necessarie per accedere a una nuova parte di aiuti (8,1 miliardi) previsti per agosto; queste garanzie esigono ancora una volta tagli, sacrifici, dismissioni.
Il Governo di Atene dovrà accelerare sulla riforma del lavoro, strutturato su base “tedesca” (minijob) con norme che introducano una bassa retribuzione per ridurre la disoccupazione, offrendo a chi assume la possibilità di negoziare una retribuzione massima di 350 euro/mese.
Oltre a questo si staglia all’orizzonte il timore di un crack scatenato dal consistente quantitativo di titoli di Stato presenti nell’istituto nazionale di previdenza e di mutuo soccorso. Questo porta a situazioni insensate, come ad esempio il pagamento della prima mensilità della pensione a un anno dal termine del periodo

mercoledì 1 maggio 2013

Italia, Francia, Germania...che lo scontro abbia inizio sul ring "Europa"


di Roberto Musacchio

Mentre il neo presidente del consiglio,  Enrico Letta, dedicava una delle citazioni del suo discorso di insediamento a Beniamino Andreatta, suo antico maestro, in Francia Le Monde impegnava una pagina a ricostruire come il socialista Delors fosse stato, nel 1983, all’epoca del secondo governo Mitterand, l’iniziatore delle politiche di austerità, oltre che della liberalizzazione dei mercati finanziari.
Se pensiamo a come Andreatta sia stato uno dei personaggi fondamentali di uno dei passaggi costituenti del nuovo assetto degli equilibri istituzionali e sociali che giungono ora a compimento, in particolare con la sponsorizzazione, insieme a Ciampi, della separazione tra Tesoro e Banca d’Italia, con la fine dell’obbligo d’acquisto da parte della Banca dei Titoli non collocati, che avvenne proprio in quegli stessi anni ‘82/’83, possiamo pensare di essere di fronte a qualcosa di più di una coincidenza.Il passaggio che stiamo vivendo infatti è il punto di approdo di un processo lungo che ha caratterizzato il trentennio della rottura del compromesso sociale progressivo, il trionfo della globalizzazione finanziaria e del pensiero neo liberale, e l’edificazione dell’Europa intorno a questa nuova realtà.
Nella vulgata che viene rappresentata si tende ad attribuire da un lato a Blair e al blairismo e dall’altro al monetarismo tedesco la predominanza su fenomeni che in realtà hanno avuto anche altri protagonisti, con ruoli forse ancora più di primo piano.
La coincidenza di cui ho parlato, tra il discorso di Letta e il dibattito su Le Monde, porta alla memoria precisamente due percorsi storici che è fondamentale riattraversare per comprendere come si arrivi alle scelte dell’oggi. L’Andreatta, maestro di Letta e considerato tra gli ispiratori principali del futuro Partito Democratico, orienta quella scelta, l’autonomizzazione della Banca, che avrà un ruolo fondamentale nel capovolgere le priorità delle culture, e delle politiche, delle stesse sinistre, col porsi al centro della questione inflazione, piuttosto che di quella occupazionale e di redistribuzione dei redditi e con l’opzione, giustificata da questa priorità, di collocare a mercato il debito pubblico.

Che il risultato sia stato in Italia quello di una esplosione dello stesso debito pubblico dal 57,7% del  PIL nel 1988 al 124% nel 1994,a spesa pubblica sostanzialmente invariata, è una di quelle cose di cui le classi dirigenti continuano a non voler dare conto.

E non ne danno conto proprio perché questa scelta è stata precisamente quello che doveva essere e cioè un atto di rottura del vecchio compromesso sociale e di messa all’angolo delle forze che si erano battute per la
redistribuzione del reddito. E,contemporaneamente, di edificazione del nuovo capitalismo finanziarizzato.
Un Paese, come la Francia, dove la pubblica opinione e i mass media sono un poco meno embedded di quelli di casa nostra, almeno discute apertamente del senso dell’ultima mossa tentata da Hollande. Il Presidente socialista, finito in un cul de sac e in picchiata nei sondaggi, e questo a causa di una politica che ha sostanzialmente incorporato i parametri dell’austerità dopo aver ratificato il Fiscal Compact, ha provato la mossa del cavallo. Ha lanciato un pesante Je accuse contro la Germania e chiesto una sollevazione delle sinistre e dei socialisti.La cosa però è apparsa contraddittoria rispetto alle scelte fatte e sostanzialmente di facciata. Tant’è che Le Monde, da tempo impegnato nella discussione sull’austerità, ha aperto ad un fuoco di controreplica. 
Il vecchio primo ministro dell’UMP, Alain Juppè, ha accusato Hollande di portare la Francia all’isolamento e fuori della rotta storica che è stata quella di coinvolgere la Germania nel processo europeo. E di farlo per mascherare il proprio fallimento e la mancanza di una idea moderna sul ruolo della Francia. Il giornale ha poi ospitato la ricostruzione storica di cui dicevo sul ruolo di Delors e dei socialisti nella edificazione dell’austerità. E in fine è arrivato Cohn Bendit ad attaccare anche lui Hollande accusandolo di posizioni che non colgono la sostanza dei problemi che non sta, dice, nella Germania ma negli assetti strutturali.Ce ne è abbastanza per capire che si sta giocando una partita che viene da lontano e che ha ormai come terreno immediato l’Europa. Il 22 settembre prossimo si voterà in Germania e gli scenari sono aperti, ma tendono tutti a confermare un ruolo centrale della Merkel, ampiamente in testa nei sondaggi e nel gradimento popolare. Anche qui per un lungo percorso che ha di fatto cementato in quel Paese una sorta di blocco corporativo  a sostegno della predominanza del modello export-led tedesco, di cui la Spd è stata ed è parte. Non è dunque casuale la subalternità delle  posizioni con cui vanno alle elezioni  la Spd e i Grunen che, non a caso, occhieggiano entrambi a possibili alleanze con la Cancelliera.L’Enrico Letta che arriva in Germania nel suo primo viaggio da premier, sa bene che sul futuro del suo governo delle larghe intese peserà molto anche l’esito del voto tedesco. Se anche in Germania sarà Grosse Koalizione il governo italiano avrà un suo simile molto potente.D’altronde, come per Monti, anche per  il Letta-Alfano si può ben spendere l’attributo di governi costituenti. Nel caso del Letta-Alfano c’è in più l’atto psicologico fondamentale della rottura del tabù dell’antiberlusconismo. Di quel tabù che sembrava fondativo del PD  mentre, alla luce dell’oggi, la vera fondazione stava invece nel ben più concreto processo materiale che ha portato a questa Europa.Come tutte le rotture dei tabù, siamo alle prese naturalmente con un evento che ci interroga. Sulla natura delle rappresentanze politiche, nell’era dei piloti automatici. E su quella  dei popoli di riferimento. Colpisce comunque che altri tabù, dalla scala mobile in poi, siano stati  rotti senza una riflessione adeguata delle conseguenze. Per questo è così importante riconnettere le varie tappe fatte nel percorso che ci ha portati fin qui.Anche perché l’anno che verrà sarà anche quello delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Probabilmente sarà la prima volta che questo voto sarà direttamente legato alle questioni europee, risultando però assai incidente anche su quelle nazionali, che sono ormai strettamente connesse.  Come ci si arriverà? Ci saranno margini per continuare, magari con qualche aggiustamento, nelle stesse politiche dell’oggi, o tutto deflagrerà?L’evidenza ci dice che il recinto di questa Europa è assai stretto e rigido e lascia ben poco spazio ad una vera dialettica democratica. L’alternanza è sempre più confinata ad essere una variante delle larghe intese piuttosto che una possibile interlocutrice dell’alternativa. E’ alla alternativa dunque che bisogna guardare sapendo che però essa passa da un processo di rottura radicale del recinto e di inversione di un assai lungo percorso storico.

Fonte: www.cambiailmondo.org

giovedì 25 aprile 2013

Jacque Sapir: verso il baratro

Un altro grande articolo di Sapir mostra in tutta la sua evidenza il peggioramento della crisi, alimentata finora da teorie arrangiate per supportare l'ideologia, ma che tra l'estate e l'autunno imporrà la resa dei conti... 



L'area Euro, sotto l'effetto combinato delle politiche di austerità, sta sprofondando nella crisi. Eppure il dibattito sulla politica economica non è mai stato così intenso. Rimane il fatto che si scontra con la capacità di immaginazione dei leader politici, sia in Germania che in Francia o in altri paesi, che rimane profondamente strutturata attorno al discorso dell’austerità.
Le radici dell'austerità erano finora ritenute inconfutabili. Ma un recente lavoro consente di mostrare che, dietro l'apparenza di seria accademia, c'era un sacco di ideologia.
La disoccupazione ha recentemente raggiunto il 12% della popolazione attiva, ma con picchi di oltre il 25% in Spagna e Grecia. L’attività economica continua a regredire in Spagna, Italia e Portogallo e, ora, è il consumo che inizia a sgretolarsi in Francia, annunciando, come previsto in questo blog, un ulteriore deterioramento della situazione economica a breve termine.
                                                              
domanda delle famiglie

Source: INSEE, Consommation des ménages et dépenses pour acquisition de biens immobiliers 

Infatti, secondo paese della zona Euro, la Francia, grazie alla forza dei suoi consumi, aveva fino a questi ultimi mesi scongiurato il peggio per l'area dell'Euro. Ma se i consumi francesi continuano a contrarsi al ritmo seguito fin da gennaio, le conseguenze saranno significative, in Francia e nei paesi limitrofi, prima di tutto in Italia e in Spagna.


Una politica che ha condotto l'Europa in una situazione di stallo.

Questo deterioramento generale della situazione economica pone apertamente il problema dell'austerità adottata da tutti i paesi, dal 2011, a partire dalla Grecia che c'era stata costretta dall'Unione europea, seguita da Portogallo e Spagna. Ma la volontà tedesca di continuare lungo il percorso di questa politica è innegabile, ed è stata recentemente ribadita. Perché,allora, tale caparbietà? Ci sono anzitutto evidenti interessi che spingono la Germania a difendere questa politica «austeritaria».
L'area dell'euro porta alla Germania circa 3 punti di PIL all'anno, sia attraverso il surplus commerciale, che viene realizzato per il 60% a scapito dei suoi partner nell'area dell'euro, sia attraverso gli effetti indotti delle esportazioni. Possiamo quindi capire perfettamente che, stante queste condizioni, la Germania tiene all'esistenza dell'area Euro. Tuttavia, se Berlino volesse che la zona euro funzionasse come dovrebbe, accetterebbe la transizione verso un esteso federalismo di bilancio e un sistema di trasferimenti nell'Unione. Questa è un’evidenza nota agli economisti, e non solo. Nel mese di ottobre 2012, durante il Valdai Club, il presidente Vladimir Putin ha sottolineato che un'Unione monetaria non poteva operare come un paese eterogeneo senza un potente federalismo di bilancio.
Ma se la Germania dovesse accettare questo federalismo, dovrebbe accettare quindi un trasferimento di una parte significativa della sua ricchezza ai suoi partner. Solo per la Spagna, la Grecia, l'Italia e il Portogallo, i trasferimenti necessari per sistemare le economie nei confronti della Germania e della Francia sarebbero tra i 245 e 260 miliardi di euro, ossia tra 8 e 10 punti di PIL all'anno, e questo per almeno dieci anni. Un tale livello di trasferimenti (non è impossibile che sia ancora più elevato) è assolutamente esorbitante. La Germania non ha i mezzi per pagare tale somma senza mettere a rischio il proprio modello economico e distruggere il sistema pensionistico.

La Germania ha quindi voluto mantenere i benefici dell'Eurozona, ma senza pagarne il prezzo. Ecco perché sempre, infatti, ha rifiutato l'idea di una “Unione di trasferimento”. Anzi, il problema non è tanto ciò che “vuole” o “non vuole” la Germania; l’importante è ciò che può sopportare. Ed essa non può sopportare un prelievo dall'8 al 10% delle sue ricchezze. Smettiamo quindi di pensare che "la Germania pagherà", antica antifona della politica francese risalente al trattato di Versailles nel 1919, e guardiamo in faccia la realtà. La Germania ha già notevoli riserve sull’Unione bancaria, che aveva accettato con riluttanza nell'autunno del 2012. Con la voce del suo ministro delle finanze, ha appena dichiarato che si dovrebbero modificare i trattati
esistenti perché questa unione bancaria possa vedere la luce. È certamente possibile modificare le fonti dei trattati, ma tutto il mondo sa che ci vorrà del tempo. In altre parole, la Germania rinvia al 2015 e molto probabilmente al 2016 l'entrata in vigore dell’Unione bancaria, di cui ha anche ridotto largamente il campo di applicazione. Possiamo anche considerare che gli argomenti della Germania riguardo la "costituzionalità" dell’Unione bancaria siano pretesti. Può essere, ma la signora Merkel ha alcune buone ragioni per voler garantire la perfetta legittimità dei testi. La recente creazione del nuovo partito euroscettico 'Alternativa per la Germania', un partito che i sondaggi vedono attualmente al 24% delle intenzioni di voto, è una minaccia credibile per gli equilibri politici in Germania.

In queste condizioni, possiamo ben capire che non c'è nessun'altra scelta per la Germania che non sia difendere una politica di austerità per l'area dell'Euro, nonostante le conseguenze economiche e sociali assolutamente catastrofiche che crea questa politica. Da qui a credere che la Germania voglia "espellere" i paesi del "Sud" dell'Europa, la strada è lunga. Semplicemente, essa non può pagare per gli altri. Da questo punto di vista, attribuire un cosiddetto “piano segreto” alla signora Merkel sul tema e credere che qualcuno possa condurre un'eroica battaglia per mantenere questi paesi nell'eurozona, è una di quelle sontuose sciocchezze di cui alcuni politici hanno il segreto.
Ma c’è effettivamente una dimensione ideologica, presumibilmente “fondata” sulla teoria economica.


L'origine della politica dell’austerità.


L'antifona che l’onere del debito comprometta la crescita, e che solo una politica di austerità sia in grado di alleviare il peso di questo debito, è parte dell’apparente evidenza contenuta nella "saggezza delle nazioni". Questa cosiddetta evidenza aveva trovato una forma di giustificazione in un testo pubblicato da due noti autori (uno dei quali era capo economista dell’FMI): Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff. Le conclusioni di questo testo, che è stato successivamente pubblicato, erano che oltre un rapporto debito-PIL del 90%, l'impatto del debito è molto negativo sulla crescita. La conclusione era ovvia: è necessario intervenire se si sono raggiunti tali livelli. Questa è la logica adottata dalla gestione di Jean-Marc Ayrault in Francia che nella seconda metà del 2013 va rafforzando l’austerità fiscale e di bilancio. Ad ogni modo, tutto ciò è in contrasto con tutta una serie di studi che indicano che l’austerità ha conseguenze drammatiche sulla crescita. I riferimenti sono presenti su questo blog. Ma i fautori dell'austerità a oltranza potevano sempre affermare che, qualunque fossero le conseguenze dell'austerità, l'imperativo del debito rappresentava una vera priorità per ritrovare la crescita. Questo è proprio il discorso tenuto da François Holland e Jean-Marc Ayrault. 

Si dà il caso però che questo documento contenesse degli errori significativi, rivelati in uno studio scritto da tre economisti, un caso, questo, che ha provocato una certa agitazione nel piccolo mondo accademico. In primo luogo, Reinhart e Rogoff hanno arbitrariamente escluso alcuni anni dal campione che hanno creato e che avrebbe dovuto coprire il periodo 1946-2009. Tre importanti paesi sono stati così esclusi negli anni dell'immediato dopoguerra: l'Australia, il Canada e la Nuova Zelanda. Ora, in questi tre paesi si ha allo stesso tempo un rapporto di debito elevato e un tasso di crescita elevato. Inoltre, i due autori dello studio di riferimento hanno dato un peso ai loro dati in un modo molto curioso, che porta, ancora una volta, a ridurre l'influenza sui calcoli dei paesi in cui sono presenti un grande debito pubblico e una forte crescita. Infine, la replica dei calcoli dello studio originale fatta dai tre economisti mostra che si è verificato un errore non trascurabile in uno dei fogli Excel utilizzati da Reinhart e Rogoff . Il risultato è che Herndon, Ash e Pollin concludono che i paesi con un rapporto debito PIL oltre il 90% hanno avuto storicamente una crescita del 2,2%, e non una decrescita dello 0,1%, come affermato da Reinhart e Rogoff .
L'errore sul file di Excel è sicuramente quello che ha provocato più commenti, ma in realtà è un errore minore. Per contro, l'omissione di certi paesi in certi momenti e i pesi utilizzati, sono indici di gran lunga più gravi che Reinhart e Rogoff hanno "arrangiato" i loro calcoli per ottenere risultati in linea con la loro ideologia. Questo getta un dubbio ben più profondo riguardo ai metodi di alcuni economisti e sulla serietà delle persone che li seguono.


Le conseguenze disastrose delle politiche di austerità.

Tutti i paesi, uno dopo l'altro, hanno intrapreso politiche di svalutazione interna suicida, politiche che sono gli equivalenti delle politiche di deflazione degli anni '30 che portarono Hitler al potere. Così è in Spagna e in Grecia, con disoccupazione e austerità devastanti. Ma le conseguenze non si limitano a questo. Infatti, la politica di austerità sta mettendo un popolo contro l'altro. Il paradosso qui è totale. L’Europa, ai sensi dell'Unione europea, che di solito si presenta come un fattore di pace sul continente, è ormai diventata un fattore di aggravamento di conflitti e di rinascita di vecchi odi.
Nel caso della Francia, sono chiare le conseguenze dell'austerità. Se si vuole assolutamente ridurre il costo della manodopera nel tentativo di ripristinare la competitività dell'industria senza svalutare, è chiaro che ci vorranno prestazioni sociali e salari più bassi. Ma allora sono i consumi, che già si restringono come vediamo oggi, che crolleranno. Inevitabilmente ne vedremo le conseguenze sulla crescita; oggi le stime più credibili indicano che per l'economia francese l'anno 2013 si tradurrà in stagnazione, nella migliore delle ipotesi, e in una contrazione dello 0,4% del PIL, nell’ipotesi più probabile. Le ultime proiezioni IMF mostrano prospettive di crescita significativamente ridotte per il 2013. Una differenza di - 0,4% del PIL tra le previsioni fatte nel mese di gennaio e quelle fatte nel mese di aprile è in realtà molto significativa sulla traiettoria che stiamo seguendo.




Source: Fonds Monétaire International, prévisions du 16 avril 2013

Il risultato sarà ovviamente un aumento significativo della disoccupazione. Se vogliamo abbassare i costi del lavoro del 20%, probabilmente dovremo aumentare la disoccupazione della metà, arrivando oltre il 15% della popolazione attiva, o 4,5 milioni di disoccupati ai sensi della categoria «A» nell'OSA e 7,5 milioni per categorie A, B e C, comprendenti tutte le categorie di disoccupati. Inoltre, nell'area dell'euro, già la Spagna e l'Italia competono con la Francia nella deflazione salariale. Quindi dovremmo fare meglio di Madrid e Roma, ossia raggiungere non il 15% ma il 20% di disoccupazione. Quale politico se ne assumerà la responsabilità? Quali saranno le conseguenze politiche?
Inoltre, e in maniera inquietante, i profitti del business e degli investimenti produttivi si stanno sgretolando. Questo implica che l'ammodernamento dell'apparato produttivo sarà ritardato e che quanto guadagniamo, se del caso, con le politiche di svalutazione interna, lo perderemo in produttività.



Source: INSEE

Per ora i nostri dirigenti, in particolare in Francia, fanno spallucce. Il Presidente della Repubblica, François Hollande, ripone tutte le sue speranze in un'ipotetica ripresa degli Stati Uniti per alleggerire il peso del fardello dell'austerità. Egli ha tuttavia già ammesso che questo potrebbe non verificarsi nella seconda metà del 2013, come aveva annunciato fin dall'inizio, e ha spostato la sua previsione all'inizio del 2014. Ma, come l'orizzonte che fugge davanti a colui che cammina, la ripresa degli Stati Uniti continua a spostarsi in avanti.

È un'illusione credere che la domanda estera arriverà a salvarci. La crescita degli Stati Uniti è molto inferiore a quanto previsto, e il FMI corregge verso il basso le previsioni a riguardo. Quanto alla crescita cinese, questa sta rallentando mese per mese. François Hollande spera che saremo salvati dalla cavalleria; ma la cavalleria non arriverà, o, come i tragici giorni del giugno 1940, arriverà “troppo poco, troppo tardi”.

Aggiungiamo che i calcoli fatti dal governo sul 2014 mancano singolarmente di affidabilità. Il governo mantiene il suo obiettivo per il 2014 al 2,9% del rapporto deficit/PIL. Tuttavia, questo nel 2013 sarà non il 3% ma il 3,7% (al meglio) o il 3,9% (al peggio). Una riduzione dello 0,8 - 1% del disavanzo significa una politica di tagli o l'emergere di nuove risorse fiscali per 16 - 20 miliardi di euro. Ma questa pressione fiscale, dato un moltiplicatore della spesa pubblica che molto probabilmente è 1.4 (se non di più), si tradurrà in un calo dell'attività economica tra 22,4 e 28 miliardi.
Questo si tradurrà in una diminuzione delle entrate fiscali da 10,3 a 12,9 miliardi di euro. Il guadagno totale delle misure di bilancio o fiscale sarà quindi tra 5,7 a 7,1 miliardi. Se il governo intende realizzare a tutti i costi l'obiettivo di disavanzo che si è prefissato, deve ridurre la spesa o aumentare i prelievi di 45 miliardi di euro e non di 16 miliardi come previsto inizialmente. Ma questo prelievo del 2,25% del PIL si tradurrà quindi in un calo dell'attività economica intorno al 3,1%. Sapendo che la previsione di crescita fatta dal governo è + 1,2% di PIL nel 2014, questo si tradurrà, se la previsione è affidabile, in una recessione del -1.9% del PIL. Se si considera semplicemente una contrazione della spese o un aumento delle imposte da 16 miliardi, l'effetto negativo sulla crescita sarà "solo" di 22,4 miliardi, o 1,1 per cento del PIL, e ci sarà nel 2014 una crescita del + 0,1% del PIL, con un deficit pari al 3,5%. Questi calcoli mostrano bene l'inutilità delle politiche di austerità nelle attuali condizioni, come confermato da un recente studio di Natixis che tuttavia tiene conto di un moltiplicatore della spesa pubblica dell'ordine di 1, mentre noi crediamo che il valore del moltiplicatore sia piuttosto quello di 1.4 per la Francia di oggi.


Più che mai, si pone la questione della sopravvivenza dell'eurozona. Le tendenze alla sua frammentazione stanno ormai aumentando. Vediamo che i problemi dei paesi molto diversi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Italia convergeranno a breve termine, probabilmente nel corso dell'estate 2013. In questi paesi la crisi fiscale (Grecia, Italia), la crisi economica, la crisi bancaria (Spagna, Italia) si stanno ormai sviluppando in parallelo. Pertanto è altamente probabile che avremo una violenta crisi nell'estate del 2013, o all'inizio dell'autunno. È il momento di regolare i conti. L'Euro non ha indotto la crescita sperata quando è stato creato. Ora è un cancro che corrode parte dell'Europa. Se vogliamo salvare l'idea europea c'è ancora tempo, ma la dissoluzione dell'eurozona deve essere rapidamente decisa. Questa soluzione si imporrà come un’evidenza schiacciante e dovrà riunire i responsabili delle varie formazioni politiche. Tuttavia, bisogna agire rapidamente. Ancora una volta, il tempo non aspetta.

domenica 21 aprile 2013

Mentre noi cazzeggiamo la Francia stampa moneta!!

Ma cosa sta succedendo? Mario Draghi, presidente della banca centrale europea (BCE) qualche giorno fa accorda in sordina a un paese dell’eurozona il diritto di battere moneta. E quel che è peggio in modo quasi “illimitato” (la parola alla moda per la finanza internazionale).
Badate bene, non a Cipro, non alla Grecia, non alla Spagna, non al Portogallo, non all’Irlanda, né tantomeno all’Italia. No, alla Francia. Tutto per noi ! E badate bene, non in qualsiasi valuta, non in franchi. No, in euro liquidi (è il caso di dirlo, come vedrete sotto).
Alcuni osservatori avvertiti vi hanno ironicamente scorto un segnale positivo. Paul Krugman, premio Nobel (non poteva essere che un premio Nobel !) :

« La Francia ha di nuovo la sua moneta. »

Figuriamoci, non sono un premio Nobel (almeno non ancora) ma sarei quasi d’accordo con l’editorialista nobellizzato del New York Times: finalmente un ritorno alle monete nazionali nell’Unione europea !
Tranne che, sempre in euro, non in tutti i paesi membri… Se foste aspiranti premi Nobel, vi chiedereste scientemente cosa si nasconde, nevvero ?

Gli « economisti » entrano in scena

Ebbene, la rivista Notizie economiche tedesche – Deutsche Wirtschafts Nachrichten (DWN) – ha idee ben più viziose, ben più perverse nel merito :

« Questo fatto deve impedire che una banca francese crolli. »

Il DWN indica che una banca francese sarebbe particolarmente presa di mira, ma il suo nome non è stato ufficialmente indicato. Il DWN cita tre banche francesi istituzionali (BNP Paribas, Société générale, Crédit
agricole), con particolare attenzione al Crédit agricole (che ha chiuso l’anno 2012 in negativo).
Qualche economista di forum ha voluto invece considerarlo un affronto… per « i sostenitori dell’uscita dall’euro» :
« Il principale argomento [degli eurofobici, ndr] vien meno: la BCE si comporta come la BdF [Banca di Francia] e adesso si può giocare con la moneta senza che ciò comporti d’ufficio una svalutazione. »
Modo molto originale di vedere le cose (questi saggi che faccia tosta !). Ciononostante accordare qualsiasi potere monetario apparente a un paese membro contraddice però gravemente i regolamenti europei. E se una istituzione come la BCE viola in tal modo le sue prerogative, è perché sicuramente gatta ci cova.

L’offesa del Sud alla Germania

Forse che la casa rischia di bruciare per via di fallimento prevedibile di una banca francese sistemica, ad esempio ? Un’emergenza imprescindibile ad agire seduta stante ? E di impedire per inciso alla Germania di impicciarsi nel salvataggio di un nuovo gallo zoppicante di questa maledetta zona alla quale tutto andrebbe meravigliosamente bene se non ci fossero queste fottute tegole ?
E’ quanto insinua crudelmente e senza mezzi termini il DWN che denuncia un complotto (costretto e forzato dal loro triste stato?) da parte dei paesi sinistrati del sud contro l’impotente Germania:
« Si sta sviluppando in Francia, sotto i radar, una gigantesca bolla finanziaria. La Germania deve assistere impotente. Il capo della Bundesbank, Jens Weidmann può solo fare omelie domenicali al riguardo. Nient’altro. Tale azione è la dimostrazione che la frazione del Sud, nelle quinte della BCE, ha già ampiamente preso il controllo della struttura dell’Europa. »
In altre parole, nel fuggi fuggi generale, è stato inferta all’integrità della moneta unica una mortifera pugnalata. Ma zitti, va tutto benissimo madama la Marchesa in Europa. E chi diavolo osa parlare qua dello stato febbrile e del panico generali ?

2) Da Bce munizione speciale a Francia: licenza di stampare denaro

E’ quanto riporta il giornale economico tedesco, Deutsche Wirtschafts Nachrichten. Obiettivo ultimo di tale concessione: garantire il salvataggio del sistema bancario francese al riparo dai controlli tedeschi.
La Bce avrebbe concesso alla Francia una licenza per stampare una quantità di denaro illimitata grazie ad uno speciale programma obbligazionario. 
E’ quanto riporta il giornale online popolare di economia tedesca (euro scettico) Deutsche Wirtschafts Nachrichten, secondo il quale l’obiettivo ultimo di tale concessione sarebbe quello di garantire il salvataggio del sistema bancario francese al riparo dai controlli tedeschi.
In pratica, secondo il giornale tedesco, accanto al flusso di liquidità a 3 anni garantito dal LTRO, le banche francesi hanno a disposizione una fonte di finanziamento praticamente inesauribile, il cosiddetto mercato STEP.
Si tratta di un mercato non regolamentato, sul quale sono negoziate obbligazioni bancarie e corporate. Il valore dei titoli di debito negoziati è pari a circa 440 miliardi di euro.


I volumi scambiati nel mercato STEP (Short Term European Papers).

In pratica, il settore bancario francese si è ulteriormente sviluppato sul mercato STEP (Short Term European Papers), avendo così la possibilità di ricorrere ad un programma alternativo per la concessione di credito, non molto lontano dall’essere una vera licenza per stampare denaro.

mercoledì 3 aprile 2013

Dopo Cipro adesso tocca alla Slovenia..


Dopo qualche giorno di tranquillità, dovuto alle feste di Pasqua ed alla chiusura dei mercati, eccoci di nuovo sul pezzo, pronti ad aggiornare i nostri lettori sugli ultimi fatti del mondo della finanza e dell’economia, sempre all’insegna dell’investimento consapevole.
La scorsa settimana Cipro è riuscita a ottenere il prestito di 10 miliardi di euro per la ricostruzione del suo sgangherato settore bancario. Per poter accedere alla somma, l’isola ha dovuto accettare il riassetto di alcuni importanti istituti finanziari, nonché il discusso prelievo forzoso dei depositi bancari sopra i 100 mila euro.
La reazione dei mercati non si è fatta attendere ed ha dimostrato, ancora una volta, quanto la zona euro sia fragile.A Cipro la situazione è in continua evoluzione. Dopo due settimane di chiusura forzosa le banche hanno riaperto i battenti giovedì prima di Pasqua, ma in condizioni decisamente diverse: per scongiurare una massiccia fuga di capitali, su consiglio del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea, il Parlamento ha approvato una serie di misure restrittive che limitano la libera circolazione di capitali. Sì sì, avete capito bene: viene meno uno dei pilastri della Unione Monetaria ed Europea! Per quanto tempi queste misure “straordinarie” possano essere applicate è difficile a dirsi. Infatti, a detta del Presidente della Banca Centrale cipriota, Panicos Demetriades, può essere questione di settimane, come di mesi.
Le ultime voci sul piano di riorganizzazione del sistema bancario cipriota prevedono un coinvolgimento dei depositanti sopra i 100 mila euro (i depositi non assicurati, o “uninsured”) del 60% e non più del 40%, come detto precedentemente. Infatti, secondo il Financial Times, i depositanti sopra i 100 mila euro della nuova Banca di Cipro dovrebbero ricevere una quantità di azioni della stessa pari al 37,5% dei propri depositi “uninsured” e, in via preventiva, un buon 22,5% di questi dovrebbe essere trasferito e bloccato in un fondo (che non matura interessi), in modo da rimanere a disposizione nel caso in cui la situazione lo richiedesse.
Il valore nominale della contropartita in azioni è ancora da definirsi, così come le condizioni d’accesso del Governo al fondo creato con il 22,5% dei depositi.È ancora presto per capire se le misure straordinarie messe in atto dal governo al fine di limitare la fuga di capitali stiano avendo successo. Le previsioni degli economisti intanto sono tutt’altro che rosee: tra il 2013 e il 2014 il PIL potrebbe affondare del 20-30%!

Nel domino europeo, un altro piccolo Paese comincia a guadagnare l’onore della cronaca: la Slovenia.
Al contrario di altri paesi della zona euro, la forte crescita dell’economia slovena è avvenuta tra il 2004-07 ed è stata foraggiata da una forte espansione del debito privato da parte dell’imprese, piuttosto che dal debito dei cittadini. Il problema principale del settore finanziario consiste nel suo legame con il finanziamento esterno. Con l’avvento della crisi, il sistema finanziario è stato fortemente messo sotto pressione, perché i capitali esteri hanno deciso improvvisamente di investire altrove, interrompendo così il costante flusso di denaro. Il crollo del sistema creditizio è stato sventato solo dall’intervento della Banca Centrale e dal supporto dei depositi dello Stato sloveno.
In questo momento la Slovenia si trova in un circolo vizioso dove le fragili prospettive economiche (-2% nel 2013 e +0,4% nel 2014) e l’alto indebitamento delle società (soprattutto nel settore delle costruzioni) hanno causato il deterioramento dei bilanci delle banche, facendo crescere a vista d’occhio i prestiti in sofferenza (al 14% dell’impieghi per il settore, ma al 20,5% per le tre banche più grandi), riducendo la quantità di prestiti e facendo chiudere diverse imprese.
La Slovenia può essere paragonata a Cipro? In realtà non proprio. In Slovenia il settore finanziario nel suo insieme pesa circa 1,4 volte il PIL (a Cipro questo rapporto è di 8 volte!), il rapporto debito/PIL potrebbe raggiungere quasi il 60% secondo il FMI nel 2013 (a Cipro nel 2012 eravamo già all’80%). In più, ad ottobre, il Parlamento sloveno ha approvato la creazione di un veicolo chiamato “Bank Asset Management Company” (AMC) finalizzato all’acquisto e alla gestione degli attivi non performanti, con una potenza di fuoco di circa 4 miliardi di euro, nell’ottica di ripulire il sistema bancario e di riavviare l’erogazione del credito.
Secondo le ultime stime del FMI, le tre maggiori banche del Paese hanno necessità di ricapitalizzarsi per un valore complessivo di 1 miliardo di euro (poco più del 2,5% del PIL nazionale).
In conclusione, in valore assoluto la Slovenia si trova in una condizione migliore di Cipro e con più margine di manovra (debito/PIL basso). Il punto è, però, che la Slovenia ha la necessità di finanziarsi (ristrutturazione del sistema bancario, finanziamento del bilancio) per circa 3 miliardi di euro da qui a fine anno e le banche non possono assorbire tutta questa liquidità. Di conseguenza, il mantenimento di una certa stabilità finanziaria (ovviamente anche economica) è essenziale affinché il Paese possa avere accesso al mercato.Oggi i mercati guardano con attenzione i casi di Cipro e Slovenia perché la cattiva gestione di questi due piccoli focolai, potrebbe riportare nell’occhio del ciclone due Paesi di ben altra caratura: Italia e Spagna.
Fonte : Advise Only 

lunedì 18 febbraio 2013

L'EURO FORTE?..Piace solo ai tedeschi




Uno studio di Morgan Stanley  di Leonardo Mazzei

L'euro forte, cioè germano-centrico, altro non è che una pesante zavorra per le economie dell'Europa meridionale. A dirlo non siamo solo noi, ma organismi e personaggi di ben altro orientamento.
E' il caso di Morgan Stanley, che ha recentemente pubblicato le conclusioni di una sua ricerca su quello che dovrebbe essere il rapporto di cambio euro/dollaro «giusto», cioè confacente alla concreta situazione economica di diversi paesi dell'eurozona. 

I risultati della ricerca ["Per Berlino l'euro è mini", di Alessandro Merli. Il Sole 24 Oredel 9 febbraio] sono interessanti per tre motivi: in primo luogo perché dimostrano l'insostenibilità della moneta unica; in secondo luogo perché evidenziano la necessità di una svalutazione monetaria per le economie dell'Europa meridionale; in terzo luogo perché mostrano come tali svalutazioni (purché guidate in maniera adeguata) sarebbero sostanziali ma non catastrofiche.

Tre cose che - come sanno bene i nostri lettori - sosteniamo da sempre, da quando cioè la crisi dell'eurozona è scoppiata con tutta la sua virulenza. Tre cose però rigorosamente vietate dal politically correct in versione europea.

Lo studio di Morgan Stanley non è stato realizzato in un asettico laboratorio, bensì nel cuore di una vera e propria guerra valutaria, che vede i governi di Washington e di Tokio impegnatissimi ad operare per una forte svalutazione delle proprie monete (il dollaro e lo yen), in particolare nei confronti dell'euro. Una manovra che va bene anche a Pechino, dato che il governo cinese ha di fatto ancorato lo yuan al dollaro.

Questa pressione ha indispettito il presidente francese Francois Hollande —la Francia, come vedremo, non è poi messa troppo bene (vedi anche questo articolo di Jacques Sapir)— ma non ha minimamente scalfito l'indifferente alterigia di una Germania che sembra avere in Draghi un sicuro alleato. Una Germania che non ha alcuna intenzione di resistere, anzi! , alla politica di Stati Uniti e Giappone, per la semplice ragione che dal suo punto di vista (ma praticamente solo dal suo) l'euro è ancora troppo sottovalutato.

A darci una conferma di tutto ciò, è arrivata appunto Morgan Stanley. 
Come abbiamo già detto, la banca d'affari newyorchese ha infatti calcolato quale sarebbe il cambio «appropriato» nei confronti del dollaro per ciascun paese. Questi i risultati: Germania 1,53 - Irlanda 1,41 - Austria 1,35 - Finlandia 1,28 - Spagna 1,26 - Portogallo 1,24 - Francia 1,23 (ecco spiegati i malumori di Hollande) - Olanda (sorpresa relativa) 1,22 - Belgio 1,19 - Italia (che invece tace) 1,19 - Grecia 1,07.

Tre paesi stanno quindi sopra la soglia di 1,33 —assunta come base dallo studio— ed è come avessero attualmente una moneta svalutata nella misura seguente: Germania -13,2%, Irlanda -5,7%, Austria -1,5%. Gli altri, invece, si ritrovano con una moneta sopravvalutata: Finlandia +3,8%, Spagna +5,4%, Portogallo +7,3%, Francia +7,8%, Olanda +9,1%, Belgio +12,0%, Italia +12,1%, Grecia +24,3%. Ecco quindi spiegato perché i paesi del primo gruppo non si oppongono all'attuale rivalutazione dell'euro, mentre quelli del secondo di certo non gioiscono, anche se l'ortodossia europeista gli impedisce una vera e propria azione di contrasto all'indiscussa egemonia tedesca.

Morgan Stanley ha calcolato che un 10% di rivalutazione dell'euro (da luglio 2012 siamo ad un +15%) si traduce in una contrazione del Pil dello 0,5%, il che non è poco in tempi di recessione come gli attuali. Ma per la Germania non c'è problema, tanto la sua guerra commerciale è rivolta soprattutto verso i disgraziati partner dell'eurozona, i quali niente possono fare, dato che altrettanto disgraziatamente si ritrovano la stessa moneta dei capitalisti tedeschi.

In altre parole, per Berlino è accettabile perdere competitività rispetto alle merci americane e giapponesi, l'importante è poter continuare a sfruttare il gap che si è determinato con le altre grandi economie dell'eurozona (Italia, Francia, Spagna).

Abbiamo detto all'inizio che questi dati dimostrano principalmente tre cose. Vediamole.

Euro, moneta insostenibile

La prima cosa, qualora ce ne fosse bisogno, è che l'euro è una moneta che non può reggere. Certo, le oligarchie finanziarie faranno di tutto per tenerla in piedi, ma alla lunga tutto ciò si rivelerà inutile. Peraltro, la resistenza delle oligarchie non è tanto il frutto di una convinzione sulle prospettive, quanto piuttosto la conseguenza degli interessi immediati delle banche e delle altre istituzioni finanziarie, che hanno un obiettivo che prevale su ogni altra considerazione: la riscossione delle cedole ed il recupero dei crediti verso gli Stati, da ottenere in moneta forte e sonante.

Tutta la politica istituzionale è «europeista» a prescindere, ma c'è forse qualcuno che si periti di dire come si intende azzerare, o quantomeno ridurre, gli squilibri interni all'Unione, evidenziati anche dallo studio di Morgan Stanley? No, nessuno lo dice. E la ragione è semplice: tutti sanno che non è possibile, se non passando sopra il cadavere della Germania. Ma l'Unione è strutturalmente centrata sugli interessi di Berlino, e dunque anche questa prospettiva è semplicemente improponibile. Non resta che la disintegrazione, ma questo è il più grande dei tabù, specie a sinistra. Come ovvio, Morgan Stanley non osa affermarlo apertamente, ma le risultanze del suo studio questo ci dicono: l'euro è una moneta insostenibile.

La svalutazione necessaria

Le cifre della banca americana mettono in luce la necessità di una svalutazione per le economie dell'Europa meridionale. Ma c'è un piccolo problema: non si può svalutare se prima non si esce dall'euro. Ecco allora che l'esigenza svalutativa si riflette sull'euro, con (l'inascoltata) richiesta francese alla Bce di operare per fermare quantomeno la pericolosa rivalutazione in corso nei confronto di yen e dollaro.

Siccome nessuno crede veramente alla possibilità di un riequilibrio interno all'Unione, che richiederebbe, oltre che una convergenza delle politiche fiscali, una politica economica di massicci trasferimenti dal nord al sud dell'UE, e quindi in definitiva un vero processo di unificazione politica, non c'è altra via per i paesi del sud che quella delle necessarie svalutazioni da attuarsi subito dopo essere usciti dalla gabbia della moneta unica. O meglio, un'altra via c'è, peccato che sia proprio quella oggi praticata dai servili governi della periferia europea: essa è quella della cosiddetta «deflazione», cioè riduzione, salariale. Chi si oppone alla svalutazione monetaria, come se fosse il peggiore dei mali, deve sapere che questa è l'alternativa, con il suo corollario fatto di disoccupazione e di pauperizzazione di massa.

Svalutazione, ma di quanto?

In polemica con gli interessati catastrofisti «un tanto al chilo», ci siamo più volte soffermati sul fatto che la svalutazione dovrebbe essere sì sostanziale (altrimenti non avrebbe senso insistere tanto su questo punto), ma neppure troppo elevata.

Su questo la discussione è però estremamente difficile, dato che le sparate impressionistiche hanno spesso buon gioco sugli argomenti razionali. In questi giorni, ad esempio, ci è capitato di sentire un pittoresco personaggio di Piacenza, che si picca per giunta di avere qualche precedente come ministro economico, sostenere che senza l'euro l'Italia si ritroverebbe da sola, con la sua «liretta», in mezzo al Mediterraneo. Ora, di grazia, l'Italia, con lira, euro o sesterzio, dov'altro dovrebbe trovarsi? 

A noi sembra, per la verità, che non la collocazione geografica sia il problema, quanto piuttosto una moneta che ci aggancia non al Mediterraneo ma ai freddi mari del nord. In ogni caso, Morgan Stanley disegna un quadro ben diverso da quello terroristico prospettato dal socio di Monti. L'Italia dovrebbe svalutare del 12% rispetto all'euro attuale e di circa il 25% rispetto alla Germania. 

Da sempre abbiamo detto e scritto che, in base a quello che ci dicono i dati macroeconomici, la svalutazione della nuova lira dovrebbe oscillare tra il 15 ed il 20%. Ipotesi, come si può vedere, sostanzialmente allineata con quella dello studio di cui ci stiamo occupando. Chi spara cifre sul 50% ed oltre, od è perfettamente ignorante od è totalmente disonesto. Naturalmente una cosa non esclude l'altra.

In conclusione

E' naturale che scelte così dirimenti e dirompenti, come quella dell'uscita dall'euro e del successivo riallineamento monetario, possano condurre ad esiti assai diversi a seconda di chi guida e governa il processo di sganciamento. Questa cosa è così ovvia che la risparmiamo ai lettori, senza mai dimenticare che per noi questa prospettiva è sempre legata alla nascita di un governo d'emergenza popolare, come sbocco di una sollevazione di massa capace di mandare a casa l'attuale classe dirigente.

Si tratta solo di sapere che il processo di disintegrazione europea ha una sua potente oggettività. Essa potrà condurre in direzioni anche opposte. Ma di certo niente resterà come prima. E solo chi saprà fare seriamente i conti con questa realtà potrà proporre credibilmente una via d'uscita. Questa è la questione. Niente di più, niente di meno.