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venerdì 6 giugno 2014

La mossa di Draghi non funzionerà...aiuterà solamente la Germania!!

Un interessante articolo di Frances Coppola su Forbes commenta la recente mossa di Draghi: i tassi di interesse negativi rischiano di sortire un effetto opposto a quello dichiarato...quindi, forse il vero scopo è quello di aiutare la Germania in disinflazione deprimendo il cambio. Ma la guerra valutaria, dice Coppola, non è la mossa più saggia. 

La BCE ha imposto tassi di interesse negativi sui fondi depositatidalle banche (riserve "in eccesso"). Il tasso sui depositi della BCE è stato pari a zero per lungo tempo, e la possibilità della BCE di imporre tassi negativi sulle riserve è stato discusso per parecchiotempo.

Ho scritto sui probabili effetti dei tassi negativi sulle riserve già aDicembre 2012. La mia conclusione è questa:


Ma consideriamo cosa accadrebbe se una economia in fase dipressione deflazionistica introducesse dei tassi di interesse negativi. La compressione dei margini delle banche già in crisiporterebbe inevitabilmente a tassi più elevati per i mutuatari e a ridurre i volumi degli impieghi. Si tratta di una stretta monetaria, chenon facilita, e l'effetto sarebbe di contrazione. Peggiorerebbe la recessione.

Tassi di interesse negativi sono una tassa sulle riserve bancarie. Essi sono quindi intrinsecamente restrittivi. L'argomento è che le banche cercheranno di sbarazzarsi delle riserve piuttosto che pagare l'imposta, così avranno un incentivo a prestare di più. Ma l'evidenza sembra suggerire il contrario. Questo grafico mostra i volumi di deposito e di prestito delle banche danesi, prima e dopo l'introduzione di tassi negativi sulle riserve (h / t Roberto Mulazzi):




Oh, cari miei. Sembra che ci sia stata una fuga dei depositi - non a caso, sino a che anche le banche danesi non hanno spostato i tassi negativi direttamente sui risparmiatori, esse avrebbero trovato il modo di scoraggiarli. E i volumi dei prestiti, già in calo nel momento in cui sono stati imposti i tassi negativi, hanno continuato a diminuire.

Sembra improbabile che la BCE non sia a conoscenza degli effetti dei tassi negativi sui volumi di credito danesi. Così, nonostante gli estesi commenti dei media su tassi negativi che incoraggiano le banche a concedere prestiti, io dubito che questo sia il vero scopo. Infatti, dato che l'aggregato monetario M3 per l'Eurozona èeffettivamente migliorato leggermente nel mese di aprile, è difficile capire perché la BCE dovrebbe agire ora, quando non l'ha fatto all'inizio di quest'anno.

Quindi io non credo affatto che si tratti di prestiti bancari. Penso che si tratti della disinflazione tedesca e del cambio dell'euro.

L'inflazione CPI tedesca è attualmente allo 0,9%, ben al di sotto dell'obiettivo della BCE "vicino a" il 2%, e in tendenza discendente. Non è chiaro esattamente perché sia così, ma una possibilità è l'euro forte. A causa della dipendenza della Germania dalle esportazioni, un euro forte mette delle pressioni al ribasso

domenica 15 dicembre 2013

I “materiaprimisti” come se la passano?


L’euro-pa intera è in stagnazione (per non dire in deflazione), strangolata dalla massa di debiti privati esplosi negli anni del credito facile. Il fenomeno è stato fortemente accentuato dai bassi tassi d’interesse in tutta la zona euro, avuti da quando la moneta unica è stata creata. Questi tassi così bassi hanno innescato la bolla immobiliare in tutti i Paesi che avevano tassi molto più alti. Paesi come la Spagna, la Grecia, il Portogallo e anche la stessa Italia sono passati da saggi d’interesse a doppia cifra a tassi che sono andati per lungo tempo anche vicini al 3%. In queste Nazioni, in troppi hanno voluto approfittare dell’occasione indebitandosi pesantemente, favoriti da un offerta creditizia a dir poco ESAGERATA, ipotecando così i futuri (e MAI CERTI) guadagni. Dopo il crack leman Brothers del 2007, in euro-pa, le cose non hanno fatto che peggiorare. La zona euro, a causa della rigidità del cambio e delle asimmetrieeconomiche tra i vari Paesi membri, ben nascoste sino allo scoppio della crisi dei sub-prime in USA, ha messo a nudo tutta la sua fragilità di sistema non perfetto, dimostrando ancora una volta in più che la UE non è una “area valutaria ottimale”.

Le insolvenze a catena di aziende e famiglie dei PIIGS (ma non solo) hanno appesantito notevolmente i bilanci delle “allegrissime”banche prestatrici che a loro volta hanno chiesto aiuti ai governi, bloccando di fatto il credito a tutti i livelli. A nulla sono serviti gli LTRO(il denaro regalato alle banche all’ 1% da Draghi) all’economia reale: essi sono stati interamente utilizzati per acquistare il debito pubblico. Si è voluto aiutare esclusivamente le banche permettendo loro di fare “cassa” introitando la differenza tra il tasso del prestito ottenuto (1%) e i tassi di rendimenti di BTP, Bonos ecc.

Come abbiamo più volte constatato, nella crisi della EZ il debito pubblico centra come il cavolo a merenda. Nella UE, prima che esplodesse il debito privato, il rapporto debito/PIL (escludendo Grecia ed Italia) era bassissimo dappertutto. Irlanda, Portogallo e Spagna lo avevano addirittura più basso della Germania stessa. Da sempre sostengo che la crisi globale è stata innescata dal RAFFREDDAMENTO dei consumi in UE e nel resto dei Paesi avanzati (che rappresentano il 60% del PIL mondiale), riversandosi a cascata sugli emergenti e sui Paesi in via di sviluppo. Una enorme onda di ridondanza che potrebbe durare per diversi anni ancora.



Vediamo come stanno andando i BRICS, ma anche gli altri Paesi esportatori, soprattutto di materie prime. Tutti stanno rivedendo al ribasso le stime di crescita di PIL. Anche la Cina crescerà notevolmente di meno di quanto pronosticato ad inizio anno.

Brasile: La bilancia Comm. Brasiliana nei primi 11 mesi dell’anno fa registrare un incremento +1,42 miliardi di $; La banca centrale carioca ha fatto ben 20(venti) interventi sul saggio d’interesse dal 01/01/2011 al 06/12/2013. Il picco massimo è stato del 12,5% (07/2011) e il minimo del 7,25% (10/2012). Oggi il tasso d’interesse è al 10%. A partire dal picco minimo del 10/2012 (7,25) è stato un continuo ritoccare all’insù e nell’arco di 15 mesi è aumentato di ben il 2,75%. Il Real si è svalutato del 30% ca, passando da 1,66 a 2,36 per singolo dollaro USA in 25 mesi. Una politica monetaria abbastanza controversa, poiché in periodi di

mercoledì 30 ottobre 2013

Il Nobel Krugman e i luoghi comuni degli economisti "Zimbabwisti"

Un bel post di Krugman sottolinea i passaggi logici inesistenti (???) che caratterizzano i luoghi comuni degli economisti "Zimbabwisti" (@Borghi TW) che non applicano la macroeconomia!


È un po' triste, ma ho il sospetto che tra mezzo secolo la cosa principale per cui la gente si ricorderà di me – sempre che se ne ricordi - è la fata fiducia. Quindi forse posso in qualche modo sintetizzare i miei tentativi di sfatare La Ellenizzazione del nostro contesto ( pdf), sottolineando che le notizie allarmistiche sembrano evocare un insieme di caratteristiche ad essa connesse, gli gnomi della fiducia ( che sono anche in relazione con questi tizi.)

Il racconto popolare - fatto da tutti, da Alan Greenspan a Erskine Bowles – funziona così:

:
1 . Perdita di fiducia degli investitori
2 . ? ? ? ? ? ?
3 . Grecia !

Quello che continuo a chiedere è che qualcuno spieghi il punto 2 in un modo che sia coerente con il fatto che l'America, la Gran Bretagna e il Giappone - a differenza della Grecia - hanno le loro valute nazionali, e delle banche centrali che controllano i tassi di interesse a breve termine. State dicendo che aumenteranno i tassi? e se sì, perché? State dicendo che i tassi a lungo termine si sganceranno dai tassi a breve? Perché? e perché le banche centrali non potrebbero impedirlo con l'acquisto di titoli a lungo termine?

Finora, nessuno ha risposto a questa domanda in modo chiaro. Semplicemente affermano che è questo che accadrà, o passano ad altro, paventando improvvisamente lo spettro di un crollo bancario o altre cose simili. Ditemi almeno quel che dovrebbe accadere alla politica monetaria!

E non venitemi a dire che sono fatti dimostrati dall'esperienza. Semplicemente non esistono precedenti storici di questo tipo di crisi - una crisi del debito in un paese che ha una propria valuta e si indebita nella stessa valuta. La Francia negli anni '20 c'è andata vicino, ma non è successo niente di simile alla Grecia di oggi. Il Giappone in questo momento è, in effetti, un esempio di un paese che beneficia della riduzione della fiducia nel futuro valore reale del suo debito. (Prima di commentare queste affermazioni, leggere il paper)

Oltretutto, abbiamo un recente e chiaro esempio di quanto sia importante riflettere su queste cose. Ricordate che gente come Greenspan insisteva che i disavanzi di bilancio avrebbero portato a tassi crescenti e all'inflazione. Ma non hanno mai spiegato come si supponeva che questo sarebbe potuto accadere in un'economia depressa con tassi a breve termine sullo zero. Di nuovo, la loro logica era, più o meno:

1 . deficit
2 . ? ? ? ? ?
3 . Zimbabwe!

Nel frattempo, quelli di noi che hanno cercato di rifletterci sopra hanno concluso che nulla del genere sarebbe accaduto - e non è successo nulla.

Consideratemi tra quelli che credono che la macroeconomia - almeno quella keynesiana - abbia effettivamente funzionato molto bene in questi ultimi cinque anni. Il problema è che ben pochi economisti sono stati disposti ad utilizzare i propri modelli, e così poche persone influenti hanno capito che i sentimenti viscerali non sono il modo di far fronte a una crisi economica che si ripete una volta ogni tre generazioni.

martedì 23 aprile 2013

Capire la crisi dell'Euro in poche immagini.


Guardatevi queste slides tratte da scenarieconomici.it: sono assai eloquenti per capire la crisi in atto in Europa.

crisi 1 gpg1-95-Copy-Copy


crisi 2 gpg1-96-Copy-Copy-Copy
crisi  3 gpg1-97-Copy-Copy-Copy
crisi 4 gpg1-98-Copy-Copy-Copy

giovedì 11 aprile 2013

Stato a moneta sovrana e stato dell'Eurozona...cosa cambia?

Per questo post tecnico ma chiarissimo volevamo ringraziare il blog Tempesta perfetta che come sempre fornisce ottimi articoli per capire la situazione economica Europea e globale ed i reali motivi della crisi che ci attanaglia. Buona lettura.

Molte persone sono ancora ferme a considerare lasovranità monetaria come un semplice concetto economico-finanziario, da cui dipendono alcune scelte di politica monetaria e poco altro: secondo questo approccio generalista, la sovranità monetaria consentirebbe ai governi di "stampare" moneta creando inflazione, mentre la mancanza di sovranità monetaria premierebbe la cultura della stabilità sia fiscale che finanziaria e favorirebbe l’indipendenza delle banche centrali dai governi. Non è affatto così. La sovranità monetaria, oggi come oggi, è un vero spartiacque giuridico-istituzionale fra gli stati che possono ancora ambire ad essere democratici e quelli che ormai hanno deciso di calpestare le costituzioni nazionali in nome di non meglio precisati interessi privati e di casta. Continuare a presentare la sovranità monetaria come un principio retrogrado e nazionalista, superato ormai da più moderni ed efficienti meccanismi di gestione dei flussi finanziari, fa parte di un preciso disegno dei regimi oligarchici, che hanno interesse da una parte a separare i governi dalla loro naturale funzione monetaria e dall’altra a controllare i maggiori organi di informazione affinchè l’opinione pubblica venga sempre di più allontanata dalla verità dei fatti. La democrazia dai suoi doveri egualitari e redistributivi. I cittadini e i lavoratori dai loro diritti umani e sociali acquisiti nei secoli.




Non è un caso che all’interno del pastrocchio istituzionale dell’eurozona, dove la sovranità monetaria dei singoli stati membri è stata messa al bando per favorire la nascita del comitato d’affari facente capo alla banca centrale autonoma e indipendente BCE, continuano a susseguirsi infrazioni su infrazioni delle consolidate norme costituzionali che da un centinaio di anni almeno tutelano la dignità dei cittadini in Europa. A settembre scorso siamo rimasti con il fiato sospeso in attesa che la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe si pronunciasse sulla legittimità del Meccanismo Europeo di Stabilità, mentre
in questi giorni è stata la Corte Costituzionale del Portogallo a contestare alcune delle misure del piano di austerità del governo perché ampiamente discriminatorie nei confronti di certi cittadini (in particolare ci riferiamo ai lavoratori, pubblici e privati, e ai pensionati) a favore di altri (i maggiori beneficiari del comitato d’affari di Bruxelles: grandi imprenditori, politici, banchieri, rentiers). A ottobre prossimo toccherà invece di nuovo alla Corte Costituzionale tedesca emettere il verdetto di condanna o assoluzione sulle nuove iniziative di acquisto illimitato di titoli intraprese (almeno a parole) dalla BCE. Nessuna notizia perviene invece dalla Corte Costituzionale italiana, che si accapiglia sui cavilli più insignificanti dei decreti legislativi del governo e del parlamento ma non ha mai visto tutto ciò che è stato fatto alla nostra tanto osannata carta costituzionale negli ultimi trent’anni, con l’adesione agli scellerati accordi monetari europei. Da che mondo è mondo, spostare una trave è sempre stato molto più complesso e faticoso che giochicchiare con una pagliuzza. Soprattutto se quella trave è stata messa lì con la compiacenza e il tacito assenso di chi dovrebbe essere incaricato a spostarla.


Ma siccome noi siamo diffidenti per natura e non ci fidiamo di quei personaggi oscuri, notoriamente complottisti e sovversivi, nascosti sotto la toga di giudici e magistrati che vivono asserragliati nelle alte corti di Germania e Portogallo, abbiamo bisogno di toccare con mano, con i dati, con i fatti, quali siano effettivamente le differenze fra un paese che mantiene ancora intatta la propria sovranità monetaria e un altro che invece ha deciso di calpestarla, in nome della pace e del progresso del mondo (con particolare riguardo del proprio conto in banca). Sul sito Economonitor, l’economista americano Ed Dolan si è sbizzarrito a confrontare l’andamento di alcuni indici di prestazione di due paesi agli antipodi in tutti i sensi, come Stati Uniti e Grecia, per capire in quale maniera i rispettivi sistemi economici e finanziari hanno reagito alla crisi, prefigurando dei possibili scenari futuri. Anche perchè alcune bizzarre analisi economiche, condizionate da precise influenze politiche ed ideologiche, associano spesso il comportamento degli Stati Uniti a quello della Grecia, paventando ai primi il medesimo destino dei secondi. Alla fine scopriremo invece che le scelte di entrambi governi in materia di politica economica sono state pessime, ma un paese, gli Stati Uniti, riuscirà a salvarsi e ad uscire dalla crisi per il solo fatto di avere mantenuto la propria sovranità monetaria, mentre l’altro, la Grecia, continuerà ad essere annientato e distrutto fino a quando i tedeschi non decideranno di consentirgli di uscire dall’eurozona e di tornare alla propria moneta sovrana nazionale, la dracma. E tirando le somme, possiamo anche affermare che gli Stati Uniti avrebbero tutte le potenzialità e le leve fiscali per essere un normale paese democratico ma a causa delle solite resistenze delle classi egemoni e dominanti preferiscono non esserlo fino in fondo; mentre al contrario, la Grecia non può più garantire ai propri cittadini nessuno dei diritti costituzionali e sta sprofondando nel limbo degli stati non stati che non hanno più una loro identità e autonomia, ma sono eterodiretti dall’esterno e da organismi sovranazionali. Unacolonia insomma, buona solo per essere sfruttata e depredata.




Il fatto più curioso è che se ci limitassimo ad osservare l’andamento del solo deficit pubblico rapportato al PIL nazionale degli ultimi venti anni (guarda grafico sotto), noteremmo una notevole similitudine fra ciò che è avvenuto negli Stati Uniti e in Grecia. In effetti, la squilibrio nei conti pubblici greci registrato nel 2009 è stato molto più profondo di quello americano, ma la circostanza che ha cambiato drasticamente le sorti di entrambi i paesi è come sono stati utilizzati questi ampi deficit governativi e ciò che hanno messo concretamente in moto. Mentre in Grecia siamo ancora in piena depressione economica, con vertiginosi crolli del reddito nazionale e una disoccupazione da paese del terzo mondo, negli Stati Uniti si registrano i primi timidi segnali di inversione del ciclo e una più sostenuta ripresa degli investimenti e dell’occupazione. In pratica, se guardiamo soltanto i dati cumulati, vediamo che sia il debito pubblico della Grecia che quello degli Stati Uniti è quasi raddoppiato dal 2002 ad oggi (dal 101% al 181% il primo, dal 57% al 107% il secondo), ma mentre il debito greco è servito a rimborsare oneri finanziari crescenti, per lo più dovuti alla dinamica inarrestabile degli interessi da corrispondere ad investitori esteri, quello americano è andato in parte a finanziare le imprese nazionali, la ricerca, lo stato sociale, creando i presupposti sia per un rilancio della domanda interna che delle esportazioni. Una differenza dovuta appunto al fatto che gli Stati Uniti hanno una propria moneta sovrana, il dollaro, di cui hanno un pieno controllo riguardo alle scelte di politica monetaria e fiscale, mentre dal 2002 ad oggi, dal momento dell’ingresso nella zona euro, la Grecia non ha potuto fare alcuna scelta né nell’uno né nell’altro senso, avendo deciso di adottare una moneta straniera come l’euro e di attenersi ai vincoli di bilancio imposti da Bruxelles.






Fra l’altro, la sovranità monetaria degli Stati Uniti ha consentito al governo e alla banca centrale di modulare il tasso di cambio del dollaro rispetto alle altre valute internazionali per aumentare i margini di competitività durante il periodo di recessione e dare maggiore impulso alle esportazioni americane. Invece il tasso di cambio fisso dell’euro rispetto ai maggiori partners commerciali europei, non ha consentito alla Grecia di recuperare alcun margine di competitività e ricevere a monte benefici da una possibile svalutazione monetaria, scaricando a valle tutti i costi degli aggiustamenti e degli squilibri nei conti con l’estero sui lavoratori, sui cittadini, sui tagli alla spesa pubblica, sull’aumento delle tasse, che se da una parte hanno ridotto le importazioni, dall’altra hanno anche depresso la domanda interna e il tessuto produttivo locale. E’ vero che il valore di cambio dell’euro può oscillare rispetto a quello delle altre valute internazionali, ma è altrettanto vero che questi cambiamenti dipendono da politiche monetarie e commerciali dell’intera area euro nel suo complesso, le quali ignorano del tutto le esigenze delle economie più deboli come quella greca e favoriscono al massimo le economie dei paesi più forti come la Germania.




Per capire meglio questo meccanismo, possiamo esaminare l’andamento del tasso di cambio effettivo reale, che è una media ponderata dei tassi di cambio della valuta nazionale rapportata ai differenziali di inflazione con i maggiori partners commerciali e rappresenta un ottimo indice di competitività del paese in questione. Dopo aver raggiunto un picco nel 2009, il dollaro ha deprezzato il suo cambio reale del 12,7%, cosa che ha aumentato significativamente le esportazioni americane. Al contrario l’euro greco si è svalutato soltanto del 5%, privando la produzione interna dello slancio necessario a far uscire il paese dalla recessione. Questo diverso comportamento del cambio è associato con le diverse politiche monetarie adottate dalle banche centrali: la Federal Reserve ha imboccato una decisa strategia espansiva, fornendo soprattutto liquidità alle banche con le successive operazioni di quantitative easing, mantenendo i tassi di interesse praticamente a zero e sostenendo le manovre fiscali del governo, mentre la BCE ha continuato la sua rigida osservanza alla politica monetaria restrittiva imposta dai tedeschi, con qualche piccola deviazione necessaria riguardante le due operazioni LTRO(i cui effetti calmieranti sul mercato dei titoli di stato avranno una durata ben determinata e saranno sterilizzati a partire dal 2014, quando i prestiti alle banche arriveranno a scadenza) e l’intenzione soltanto annunciata ma mai diventata operativa di acquistare illimitatamente titoli di stato sul mercato secondario tramite l’OMT. 


L’altro vantaggio di avere una propria moneta sovrana è da ricondurre al minor rischio di default percepito dai mercati, che si traduce in un più basso tasso di interesse da corrispondere ai possessori di titoli di stato. Un paese che ha una propria moneta sovrana non può mai essere costretto a dichiarare default sul rimborso delle proprie obbligazioni denominate in valuta nazionale, perché all’occorrenza può emettere tutto il denaro necessario per rispettare le varie scadenze di pagamento. I problemi possono sorgere soltanto nei casi in cui la moneta comincia a svalutarsi eccessivamente uscendo dal circuito dei mercati valutari, gli afflussi di capitali esteri si interrompono e si creano le premesse per una fiammata inflazionistica interna, mettendo il paese nelle condizioni di dichiarare default per altra via e chiedere ugualmente il supporto finanziario del FMI. Questo meccanismo è ampiamente riconosciuto dai mercati, che grazie anche al ruolo primario del dollaro come moneta di riserva internazionale, non assegnano agli Stati Uniti tale rischio, accettando tranquillamente i bassi interessi sui titoli di stato stabiliti dalla Federal Reserve. Cosa invece, che fin dall’inizio degli incerti programmi di salvataggio della trojka, i mercati non hanno riconosciuto alla Grecia, la quale ha in pratica dovuto dichiarare un default parzialesul pagamento dei propri titoli, uscendo di fatto dal mercato internazionale dei capitali per eccesso di rischio ed elevato interesse. Nel grafico seguente si può vedere la drammatica divergenza fra i tassi di interesse dei titoli di stato USA e della Grecia. Il solo pagamento degli interessi ha eroso una quota di spesa pubblica corrente pari al 5,4% del PIL greco, rispetto all’1,7% corrisposto dagli Stati Uniti. La bassa percentuale del PIL dispersa per il pagamento degli interessi e la maggiore fiducia degli investitori internazionali ha consentito agli Stati Uniti unmaggiore spazio di manovra per attuare le sue politiche fiscali.







La politica fiscale ideale di un governo, come già sappiamo, dovrebbe essere sempre anti-ciclica, nel senso che dovrebbe produrre ampi deficit governativi, tagli alle tasse e aumenti di spesa pubblica in periodo di recessione per compensare la caduta dei redditi e creare le premesse per la ripresa, mentre dovrebbe tendere ai surplus di bilancio durante i periodi di espansione e di elevata occupazione per evitare un eccessivo surriscaldamento dell’economia e impedire a monte fiammate inflazionistiche. La politica fiscale pro-ciclica fa invece esattamente il contrario, allungando i periodi di recessione e rallentando la ripresa con aumenti di tasse e tagli alla spesa pubblica, e allargando invece i deficit quando l’economia è in crescita, con conseguente riduzione degli effetti benefici delle politiche fiscali espansive quando queste diventano davvero necessarie e urgenti.


Tuttavia per stabilire se la politica fiscale di un paese è pro-ciclica o anti-ciclica abbiamo bisogno di un misuratore affidabile, che riesca ad eliminare gli effetti del ciclo economico in corso e altri fattori transitori e non strutturali. Iniziamo con la definizione del potenziale reale di crescita di un’economia, che è il livello reale di PIL che si avrebbe se l’intero sistema economico sfruttasse appieno i suoi fattori produttivi e seguisse i normali trend di crescita di lungo periodo. L’output gap è la differenza fra questo livello potenziale reale e il PIL nominale registrato effettivamente periodo per periodo. L’output gap è negativo durante i periodi di recessione, perché i fattori produttivi non sono sfruttati appieno, e positivo durante le fasi di espansione, perché in certi casi la domanda aggregata può superare l’offerta aggregata creando fenomeni inflattivi e i fattori produttivi vengono sfruttati oltre le loro normali capacità (si pensi per esempio agli straordinari richiesti ai lavoratori o al funzionamento eccessivo dei macchinari, anche durante gli orari notturni). In un’economia stabile ed efficiente è chiaro che l’output gap dovrebbe essere sempre pari a zero. In secondo luogo ricalcoliamo il bilancio pubblico scorporando gli effetti degli stabilizzatori automatici, quali le imposte sul reddito (maggiori entrate) e i sussidi di disoccupazione (maggiori uscite), che si mettono in moto spontaneamente espandendo i surplus durante i periodi di espansione e i deficit durante le recessioni. In questo modo otteniamo il saldo strutturale di bilancio, che è l’avanzo o il disavanzo fiscale che avremmo qualora l’economia avesse un output gap pari a zero. Decurtando adesso da questo primo saldo il pagamento degli interessi dal lato della spesa pubblica corrente, ricaviamo il saldo primario strutturale di bilancio. Se facciamo un’operazione in più, eliminando da questo ultimo saldo gli effetti delle misure una tantum come i ricavi derivanti da privatizzazioni e i condoni fiscali, otteniamo il saldo fiscale primario implicito (underlying primary fiscal balance).


Le variazioni del saldo primario implicito forniscono un quadro di riferimento più preciso sulle politiche fiscali adottate dal governo. Una corretta politica fiscale anti-ciclica dovrebbe spostare il saldo primario implicito verso i deficit durante le recessioni, mentre l'andamento di questa grandezza dovrebbe tendere verso i surplus quando l’economia attraversa una fase di espansione. Un’errata politica fiscale pro-ciclica agisce invece in modo opposto, perché amplifica i deficit del saldo primario implicito in periodi di espansione e tende verso i surplus durante le fasi recessive. Analizzando il grafico riportato sotto, dove vengono comparati i saldi fiscali primari impliciti di Stati Uniti e Grecia in relazione al corrispondente andamento degli output gap, si può notare che le politiche fiscali dei due paesi sono state entrambe pro-cicliche nell’ultimo decennio e in particolare nel periodo più profondo della crisi, dal 2009 in poi. I saldi primari impliciti tendono in entrambi i casi a muoversi verso i surplus quando invece dovrebbero espandere i loro deficit. 





Il grafico mostra come gli Stati Uniti abbiano mantenuto un output gap positivo per più di dieci anni, dal 1997 al 2008, compreso il breve periodo di recessione del 2001. La politica fiscale è stata nel complesso pro-ciclica durante questo decennio, perchè ha cominciato con un incoraggiante avanzo primario implicito del 3% del PIL e si è conclusa con un deficit primario implicito del -1,9%. Fra i fattori che hanno contribuito a determinare questo scarto del 4,9% verso il deficit bisogna includere i ben noti tagli fiscali generalizzati, le spese militari per la difesa dell’amministrazione Bush e l'espansione della copertura sanitaria del programma Medicare. Segue un breve periodo di politica fiscale anti-ciclica dal 2008 fino al 2010, che comincia con gli sgravi fiscali di Bush nella primavera del 2008 e continua con il pacchetto di stimolo fiscale dell'amministrazione Obama, approvato dal Congresso nel febbraio 2009.

Le misure di stimolo fiscale combinate con i tagli alle tasse probabilmente hanno ridotto la gravità della recessione, ma non sono stati sufficienti a garantire una ripresa sostenuta dell’economia. Uno dei motivi che hanno causato questo recupero troppo lento e graduale è da addebitare ancora una volta all’errata politica fiscale, che è tornata di nuovo a diventare pro-ciclica nel momento in cui doveva essere espansiva. Il pacchetto di stimolo fiscale e di spesa pubblica si è concluso nel 2012 e a causa del contorto meccanismo del Fiscal Cliff, dovuto al mancato accordo del Congresso sull’approvazione del bilancio federale, porterà ad un nuovo programma recessivo di tagli e aumenti delle tasse, che avrà l’effetto negativo di ridurre sostanzialmente il disavanzo primario implicito quando l’economia nel suo complesso pare essersi stabilizzata al di sotto delle sue prestazioni potenziali, visto che l’output gap risulta ancora negativo. Si prevede che questa tendenza verso la politica di consolidamento fiscale proseguirà per tutto il 2013 e il 2014, anche se gli Stati Uniti sono ancora lontani da raggiungere un dannoso surplus di bilancio. A conti fatti, sebbene le pressioni ideologiche e politiche di certi gruppi di potere abbiano costretto il governo americano a perseguire la rigida disciplina di bilancio nel momento meno opportuno rallentando indubbiamente la ripresa, ciò non ha ancora provocato un’improvvisa battuta d'arresto dell’economia come sta avvenendo altrove, soprattutto nell’eurozona.

Se la politica fiscale degli Stati Uniti non è stata sicuramente adeguata e all’altezza, quella adottata in Grecia, sulla spinta della trojka, è stata invece un tragico disastro. L’andamento generalmente pro-ciclico della politica fiscale in Grecia era stato simile, ma ancora più pronunciato rispetto agli Stati Uniti, durante il periodo di espansione dell’economia greca, dal 2002 al 2007, con l’output gap che balza dal -1,2% al + 7,4%. Durante questa fase in cui si doveva quantomeno compensare la crescita con un restringimento della spesa pubblica, la politica fiscale è stata invece fortemente espansiva, con il deficit primario implicito che aumenta dal -0,8% al -5,8%. Durante i successivi due anni, non appena il PIL greco ha cominciato a contrarsi, il governo ha provato a contrastare questa tendenza con una politica ancora più espansiva e il deficit primario implicito è aumentato fino al -10.3% del PIL. Poi sono arrivati i piani di “salvataggio” della trojka, le misure di austerità, il rigore suicida e le cose sono andate rapidamente in rovina.


Il momento chiave dell’inizio della fine della Grecia avviene nell’ottobre del 2009, quando con l’insediamento del nuovo governo, il primo ministro neo-eletto, George Papandreou, è stato costretto ad ammettere che la Grecia aveva falsato i dati di bilancio per rientrare nei parametri imposti dall'UE, con il disavanzo stimato per il 2009 che non era affatto del -3,7% del PIL, ma del -12,5%. Sotto le forti pressioni della trojka, il governo ha intrapreso così un programma di austerità d'emergenza che ha aumentato le tasse e ridotto la spesa pubblica. Nonostante le feroci proteste di piazza, già nel 2011 il saldo primario implicito era tornato in surplus e ha inesorabilmente continuato a salire fino ad oggi, quando si prevede che raggiungerà il 6,5% del PIL entro il 2013. Non sorprende quindi che tale politica fiscale fortemente pro-ciclica e contraria alle più elementari norme di buon senso, abbia spinto l'economia reale in caduta libera, con l’output gap previsto per il 2013 al -17.5% del PIL. Praticamente un’intera economia, un intero paese è fermo, con i fattori produttivi inutilizzati, con uno spreco ingiustificato di risorse umane e finanziarie, da sacrificare inutilmente sull’altare dell’austerità. E circostanza ancora più assurda quanto prevedibile, questo scempio politico e sociale non ha portato alcun risultato sulla strada tanto invocata del consolidamento fiscale, dato che il deficit di bilancio corrente per il 2013 dovrebbe attestarsi intorno al -5,6% del PIL, a causa soprattutto degli oneri finanziari e degli interessi da corrispondere ai creditori istituzionali o privati.


In buona sostanza, se dovessimo dare un giudizio complessivo alle politiche fiscali applicate dai due paesi, nè gli Stati Uniti nè la Grecia meriterebbero la sufficienza, perchè entrambi i governi hanno condotto politiche sistematicamente pro-cicliche. Come già anticipato, avendo sia la Grecia che gli Stati Uniti mantenuto ampi deficit primari impliciti nel periodo di maggiore espansione economica durante il primo decennio del 2000, si sono trovati poi con un insufficiente spazio di manovra fiscale per condurre un’adeguata risposta anti-ciclica quando il mondo intero è precipitato nella crisi finanziaria globale. Ma la vera differenza fra Grecia e Stati Uniti, che ha determinato gli attuali esiti divergenti, è stata la mancanza di sovranità monetaria, che ha costretto il governo greco a dichiarare default parziale sul debito pubblico, a pagare interessi esorbitanti sui propri titoli di stato, a chiedere un programma di salvataggio esterno, a subire le imposizioni folli della trojka e a non potere utilizzare lo strumento della svalutazione monetaria per rilanciare la propria economia, senza scaricare tutti gli oneri di aggiustamento sulle spalle dei lavoratori e dei cittadini. Facendo leva proprio su questo strumento giuridico-istituzionale prima ancora che economico-finanziario, in grado da solo di concedere ampia libertà di manovra delle proprie politiche fiscali e monetarie, gli Stati Uniti hanno invece potuto superare abbondantemente le prestazioni della Grecia durante lo stretto passaggio attraverso la crisi finanziaria globale.

E fin qui non abbiamo parlato degli effetti redistributivi delle politiche fiscali e monetarie, che sia negli Stati Uniti che in Grecia hanno ampliato a dismisura il divario fra i pochi ricchissimi e la massa indistinta di poveri e disperati. Non dimentichiamo infatti che malgrado il sostegno diretto all’economia reale, come nel caso degli aiuti di stato all’industria automobilistica, negli Stati Uniti le operazioni di quantitative easing di salvataggio delle banche, degli investitori finanziari e della borsa di Wall Street sono stati notevolmente maggiori di qualsiasi manovra fiscale espansiva messa in campo dal governo. Eppure, nonostante questa evidente disparità redistributiva, la coesione sociale e l’autorevolezza delle istituzioni democratiche nel continente americano sono state ampiamente garantite, cosa che non si può dire nell’eurozona, dove i dubbi sulla legittimità degli apparati sovranazionali di Bruxelles e delle loro direttive autarchiche continuano a cozzare con i principi fondamentali delle costituzioni democratiche e a creare ampie sacche di dissenso e mobilitazione nel popolo vessato. E se proprio vogliamo fare un esempio di come la sovranità monetaria possa funzionare ancora meglio in senso democratico, consiglio di rivolgere l’attenzione verso il Giappone e di leggere l’interessante dossier curato da Renato Brunetta (quando si dice che il centrodestra sta superando a sinistra il patetico e inqualificabile centrosinistra italiano!).


In poco più di tre mesi il nuovo governo guidato dal primo ministro Shinzo Abe ha cambiato il pluriennale trendnegativo del paese nipponico, agendo sulla monetizzazione dei deficit pubblici, favorendo una svalutazione del cambio, costringendo la banca centrale a mantenere una politica monetaria espansiva di bassi interessi e acquisti illimitati di titoli sia sul mercato primario che secondario per stimolare il credito bancario alle imprese produttive, programmando un grande piano di spesa pubblica e infrastrutture per la ricostruzione delle regioni colpite dallo tzunami del 2011, stabilendo misure per la competitività, l’innovazione e lo sviluppo delle aziende, finanziando investimenti necessari a rafforzare la sicurezza e lo stato sociale, l’occupazione, la sanità, l’istruzione. Questo è in sintesi il modo più corretto in cui può e deve funzionare una democrazia vera, moderna, efficace, che senza smantellare l’industria finanziaria e bancaria, la mette invece al servizio del benessere collettivo. E ribadiamo che questo tipo di democrazia si può costituzionalmente conseguire soltanto mantenendo la propria sovranità monetaria. Non esiste altro modo per difendere l’equità, la giustizia sociale, la libertà di impresa, la capacità del governo di contrastare le crisi economiche e invocare istanze democratiche dal basso senza queste premesse.Non esiste democrazia senza sovranità monetaria. Tutto il resto è robaccia varia, arte del compromesso e della mistificazione, difesa ad oltranza dei privilegi e delle posizioni dominanti, delicati equilibrismi da professionisti della menzogna. Eurozona insomma.

lunedì 8 aprile 2013

Mario Draghi sta sbagliando tutto

A leggere la notizia viene da ridere. Ma proprio da ridere; in contrappunto con la Germania che si rifiuta di reflazionare e anticipa il pareggio di bilancio acuendo la compressione della propria domanda interna...Ma forse, nell'ideologia economica delirante dei suoi disegni di mercantilismo imperialista, per essere più pronta alla lotta post euro-break?
Certo, la Germania rischia di fare la fine del Giappone,deflazionista in stagnazione, proprio mentre il Giappone pone fine a quella stessa stupidità in cui la Germania si lancia con tutta la sua forza.

E infatti: la Bank of Japan (BOJ) comprerà titoli di stato sul mercato secondario a un ritmo di 7000 miliardi di yen al mese, cioè circa 78 miliardi di dollari. Lo stimolo Fed, per capirsi, è pari sì a 85 miliardi di dollari al mese, ma corrispnde allo 0,54% del PIL USA, laddove BOJ prende in carico acquisti per l'1,1% del proprio PIL. La durata media dei titoli in portafoglio, che coinvolge titoli fino a 40 anni, andrà dagli attuali 3 anni a 7.
Abe ha messo in sella il nuovo governatore Kuroda (ad avercene!), che è riuscito a imporsi - cambiandone alcuni membri in scadenza- al board BOJ, infarcito di esponenti delle banche, più che restii al nuovo corso.
Poco agisce, per ora, questo "stimolo", nel senso della reflazione: a febbraio, - nonostante l'inizio del programma di QE a livelli piuttosto sostenuti (la metà dell'attuale volume) da almeno gennaio-l'indice dei prezzi è sceso di 0,7 su base annua, allontanando l'obiettivo di inflazione al 2% da raggiungere entro i prossimi due anni.
Ma ciò non ci stupisce, dato che non è la sovraofferta di moneta a determinare l'inflazione, nonostante Friedman, Weidman, la stampa tedesca e la "sussidiaria" stampa italiana, nonchè tutto il board BCE con la Commissione UE e Olli Rehn messi in colonna.
L'effetto dell'annuncio di Kuroda però si riflette sul corso dello yen, che ieri ha perso il 3% su dollaro e euro (una moneta, una garanzia: di stupidità). 
Lo stesso yen, pur calando abbastanza costantemente nelle ultime settimane, rimane sopravvalutato del 4% rispetto al dollaro, in base al criterio della parità del potere d'acquisto calcolata dall'OCSE.
Perde qualcosa il Giappone? Non direi: acquisterà competitività insieme con l'innalzarsi dell'inflazione (e dei salari).
Una bestemmia per Draghi; almeno nella sua versione ufficiale, di stretto ritoquantitativ-monetaristico filogermanico, affossatore della domanda in tutta l'UE.E Federico Caffè, che risulta essere stato, taaaanto tempo fa, il suo "maestro", si starà rivoltando nella tomba (ovunque essa sia...).
Dunque il Giappone vedrà anzitutto crescere le proprie esportazioni. Cosa estremamente bizzarra seguendo le teorie di Draghi.
E poi la Bank of Japan ci guadagnerà, e con essa lo Stato giapponese; perchè? Ma perchè gli acquisti calmierano gli interessi sulle nuove emissioni: il decennale giapponese è sceso di 11 punti al minimo dello 0,45%, mentre il bond trentennale di 22 punti base a un minimo di 1,31.
Ciò significa, indovinate, plusvalenze per la BOJ (che abbiamo visto acquista titoli sul secondo mercato, cioè già emessi a rendimenti più alti), che verranno riutilizzate nel programma di acquisti e comunque abbasseranno l'onere del debito (se calano gli interessi sulle nuove emissioni e le vecchie finiscono in mano...allo Stato, è un calcolo facile facile).
Lo so che Draghi non è in grado di fare politiche monetarie se non centralizzate, ma le plusvalenze realizzate da BOJ e FED (da almeno 4 anni), qualcosa gli dovrebbero suggerire invece di concepire l'OMT come una forma di punizione fiscale, a carico dei paesi che vi vorrebbero ricorrere, in modo da amplificare l'amata recessione-disoccupazione, purificatrice nella deflazione.
Ah, e la Borsa giapponese? L'indice Nikkei è salito di oltre il 2%, con rialzo dei titoli bancari (ma sta inflazione non doveva fargli paura?), dei titoli delle società che esportano e, udite udite!, delle società immobiliari: Perchè? Perchè questi settori dovrebbero beneficiare dell'indebolimento dello yen e del calo dei tassi.

Il pericolo segnalato sarebbe quello di aspettative di inflazione che si rafforzino più del previsto, obbligando alla brusca chiusura dei rubinetti della liquidità: ma al momento di ciò neppure l'ombra.
Oppure, il pericolo potrebbe essere che i concorrenti del Giappone reagiscano cercando un indebolimento parallelo delle rispettive valute. Facciamo il caso degli USA.
Ma non pare certo quello dell'euro, visto il diktat alla deflazione attraverso lariduzione anche NOMINALE dei salari che predica apertamente Draghi, legittimando nuove ondate di recessione in UEM al fine di raggiungere il da lui auspicato "livello naturale di disoccupazione"...dilagante.


Un altro "divertente" dettaglio, che ci segnala l'Economist: ("Six years of low interest rates in search of some growth"): nonostante i tassi ai minimi, la curva IS rimane rigida.
Sentite che dicono, senza dover per questo dare ragione ufficialmente a Keynes, gli espertologi USA-UK: "Le imprese nell'approvare progetti di investimento a lungo termine devono considerare una pluralità di fattori: l'equilibrio tra offerta e domanda nel loro settore, i presupposti regolatori e politici, la disponibilità di manodopera qualificata. I tassi di interesse non sono un fattore significativo nella nostra decisione".
Il che appare quasi un brano della teoria keynesiana, scritto in una brutta prosa. Infatti, proseguono gli investitori esteri (quelli che non si vedrebbero da noi per via della "corruzzzione" e della burocrazia elefantiaca) "i tassi di interesse sono solo una piccola porzione dei costi cui far riferimento".
E qui viene la goduria (platonica: quella che ci rimane se si deve stare nella "notte dell'euro"): "ciò non è sorprendente per chi osservi il Giappone, dove gli interessi nominali sono stati vicini a zero per un decennio, - sebbene quelli "reali" siano rimasti positivi"-, e il livello assoluto degli investimenti in termini reali non è cresciuto rispetto al 1997 (!). Le imprese sono state coinvolte in troppi "cicli" negativi laddove hanno investito in anticipo su una crescita interna che non si è mai verificata".
Lo vogliamo dire a Draghi? Ma lo sa benissimo: solo che "nun je piace cchiù 'o presepe" ormai.


L'Economist ci dice pure: "Il punto chiave non è che gli interessi nominali sono bassi. E' piuttosto che, fuori dal Giappone (ma non sappiamo quanto a lungo ndr.),gli interessi reali sono negativi."
E se gli interessi reali sono negativi (ad es; in USA o, pensa un pò, in Germania) "gli investitori si lanciano su sentieri più rischiosi".
"Le obbligazioni private sono state, nel 2012, il primo "porto di richiamo". Questa domanda su investimento a tasso fisso, ha abbassato il costo del credito per le imprese. Per Standards & Poor's, gli interessi sui bond a basso rating, i "junks", si sono dimezzati dal 12 al 6% nel 2012. Le relative imprese emittenti sono in grado di contrarre prestiti a un tasso che del 4% sotto la media post-2000, laddove una compagnia che abbia un tipico ranking A, può prendere in prtestito al 2,4%, comparato alla "norma storica" del 5,1%.
Come risultato molte multinazionali possono avere credito a tassi più bassi dei Governi europei."


Vi risparmio le ulteriori applicazioni suggerite dall'Economist. Tutte ci confermano la follia del mattatoio UEM.
Questo produce:
- alti costi del credito per le imprese praticamente in tutta l'area UEM, eccettuata la Germania;
- tassi reali positivi rispetto alla perseguita deflazione-disoccupazione, e conseguente disincentivo all'investimento di rischio, in particolare quello produttivo;
- su cui influisce pure la bassa disponibilità di manodopera qualificata, frutto di venti anni di precarizzazione-flessibilizzazione della forza lavoro che ne spinge la qualificazione verso il basso, nella logica del demansionamento e del non investimento nella formazione;
- a ciò si aggiunga anche la definitiva riduzione del capitale umano determinata dalla feroce austerity sulla scuola-università imposta dalle regole di Maastricht e dalla sua versione accelerata-suicida del fiscal compact;
- infine, (come abbiamo visto, per il passato, nella situazione giapponese), il mattatoio UEm produce pure quella aspettativa negativa sulla crescita della domanda interna che è il principale dissuasore per gli investitori.


E, a proposito, queste elementari notazioni (keynesiane "inconsce"?) ormai di dominio pubblico nel resto del mondo, non compaiono mai nel dibattito mediatico italiano: avete sentito mai qualcuno dire che l'austerity scoraggia le aspettative di crescita della domanda (in ciascun settore) e quindi gli investimenti? O che la precarizzazione-flessibilizzazione sfalda la riserva di manodopera qualificata egualmente decisiva per gli investitori? No, neanche un accenno fiacco fiacco; non date retta, la colpa è, invariabilmente, "del peso sull'economia dell'enorme debito pubblico".
Ma non sarà che si tratta piuttosto, in questo caso, dell'enorme peso di mancati investimenti, pubblici e privati che hanno da almeno 20 anni depresso il PIL, cioè il denominatore, stagnante e contratto del numeratore "debito"?
Diciamo piuttosto che Draghi, Weidman e i Monti e "proto-Monti" in arrivo, credono molto di più nell'"esercito di riserva dei disoccupati" che non nella manodopera qualificata e nella spesa pubblica in ricerca e istruzione.
Insomma, Weidman, un pò (ma non troppo, vista l'insistenza sui mini e midi-job e gli inevitabili effetti di lungo periodo di ciò) lo si può capire.
Ma Draghi, che continua a considerare "riforme strutturali" per la crescita (!), diverse dall'austerity, le riforme ulteriormente precarizzanti e deflazionanti del mercato del lavoro, riesce ancora a formulare un pensiero lontanamente riconducibile ai principi che avrebbe dovuto apprendere da Federico Caffè? 

martedì 2 aprile 2013

Le argomentazioni PRO-EURO smontate una per una


Fonte: www.scenarieconomici.it

PREMESSA: LE ARGOMENTAZIONI A FAVORE DELL’USCITA DELL’EURO
Da tempo scrivo sulla questione Euro, ed irrimediabilmente, a valle di articoli argomentati di analisi e numeri, mi ritrovo contestazioni sulla questione. Si badi bene che non ho scoperto l’acqua calda, ma semplicemente ho visto le tesi ed il dibattito internazionale, ed interpretandoli, li ho condivisi coi lettori. Le tesi che la crisi che attanaglia l’Euro-zona e’ una crisi che nasce dal fatto che s’e’ introdotta una Valuta unica (Euro) senza fare prima tutte le cose necessarie a far funzionare il meccanismo (armonizzazione mercati del lavoro e sistemi fiscali, meccanismo trasferimenti interno, unione politica) e che portano inevistabilmente a squilibri legati ad una crisi di bilancia dei pagamenti e’ opinione condivisa da Krugman, Roubini, Manchau, Bagnai, etc.
Qui gli articoli sul tema piu’ importanti:
Esclusiva Analisi: ecco cosa accadrebbe senza EURO..   (clicca sul titolo per aprirlo)
  L'Italia esce dall'Euro...cosa accadrà? (clicca sul titolo per aprirlo)

LE ARGOMENTAZIONI DEL RIMANERE NELL’EURO
Le argomentazioni a favore del restare nell’Euro che ho avuto modo di leggere sui Media nazionali ed internazionali, non sono MAI numeriche ed analitiche, ma tendenzialmente sprezzanti e senza alcun background storico. Generalmente si basano su 2 concetti:
a) Introdurre il concetto di PAURA attraverso falsita’ o verita’ parziali (ripeto MAI supportate da dati)
b) Demolire le tesi altrui con argomentazioni MORALI
Ovviamente sono le stesse tesi che il Potere, attraverso i media vuole che passino nelle masse, e guarda caso ci riesce benissimo. Comunque, ipotizziamo che siano in buona fede ed analizziamole, e lo facciamo come di consueto non con Filosofia o Leviatani, ma con Dati, Numeri e Logica, nella speranza di vedere sulla questione un Dibattito onesto ed analitico:

 1) LA CRISI EUROPEA E’ LEGATA AI DEBITI ED AGLI SPRECHI DEI PAESI PERIFERICI
 FALSO terroristico. Nell’epoca euro nei periferici i conti pubblici dei periferici hanno avuto andamenti migliori rispetto a quelli Tedeschi (in Germania e Francia il Debito pubblico e’ salito, mentre nei periferici in genere e’ sceso). Gli squilibri sono stati nel settore privato e nei debiti esteri. I periferici hanno senza dubbio problemi (che vanno affrontati) ma la crisi ha evidentemente cause diverse.
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2) IL RITORNO ALLE VALUTE NAZIONALI E’ UN SALTO NEL BUIO
FALSO ideologico.  Le valute nazionali sono la norma da secoli, mentre le Valute Sovrannazionali (o l’aggancio a Valute
estere, adottandole o fissando cambi fissi) e’ l’eccezione, ed ha sempre portato alla disgregazione del sistema, per la creazione di squilibri non governabili.
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3) COL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE VI SAREBBE UNA SVALUTAZIONE PAUROSA, DEL 40, 50 O 60%
FALSO storico.  Quando vi sono state svalutazioni (conseguenza di rottura di sistemi a cambi fissi), l’entita’ delle svalutazioni e’ generalmente pari, a parte oscillazioni iniziali, al differenziale di inflazione accumulato nel periodo a cambi fissi con la nazione piu’ forte cui si e’ adottato il cambio. Non lo dico io, lo dice la storia economica mondiale.
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4) COL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE VI SAREBBE UN’INFLAZIONE GALOPPANTE, un litro di latte o di benzina costerebbe 5.000 Lire
FALSO storico.  Quando vi sono state svalutazioni (conseguenza di rottura di sistemi a cambi fissi), l’inflazione e’ sempre stata pari ad una frazione dell’entita’ della svalutazione. L’abbiamo spiegato con dati in svariati articoli, ma repetita juvant. Anche qui lo dice la storia.
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5) COL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE I TASSI SAREBBERO GALOPPANTI
FALSO storico.  Quando vi sono state svalutazioni (conseguenza di rottura di sistemi a cambi fissi), i tassi salgono prima delle svalutazione (proprio perche’ anticipano l’evento). Dopo la svalutazione immancabilmente, storicamente scendono. Qui l’Italia nel 1992.
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6) COL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE l’ECONOMIA REALE SAREBBE MENO COMPETITIVA
FALSISSIMO.  E’ vero il contrario e qui TUTTI gli indicatori dell’economia reale lo confermano. Ne allego uno per tutti: la produzione industriale della Germania e dell’Italia. Si vede chiaramente che l’Italia ha fatto decisamente meglio in coincidenza della svalutazione, mentre la Germania ha fatto meglio in regime di cambi semi-fissi (anni 80 fino al 1991) e con l’Euro (specie dopo il 2000). La cosa e’ riscontrabile su tutti gli indicatori e va estesa a tutti i paesi dell’euro. Vale comunque SEMPRE, in ogni esperienza storica a cambi fissi.
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7) LA MONETA E’ UN FALSO PROBLEMA, VISTO CHE IL MONDO E’ CAMBIATO E C’E’ LA CINA
FALSO da ignoranza.  Non ci perdo troppo tempo visto che feci un’ampia analisi a riguardo che vi ripropongo: Analisi della Competitivita’ dell’Export di Italia, Germania e Cina: l’Italia resta piu’ temibile del Dragone per l’export tedesco
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8) PERCHE’ ATTACCHI L’EFFICIENTE E LAVORATRICE GERMANIA E DIFENDI GLI INEFFICIENTI ED IMMORALI PAESI PERIFERICI? LA GERMANIA STA ALL’EUROPA COME LA LOMBARDIA STA ALL’ITALIA.
FALSO macro-economico. Il paragone non regge per niente, perche’ la Lombardia da’ al resto l’Italia TRASFERIMENTI pari al 12% del suo PIL, la Germania un misero 0,3%. Questo numero da solo dice tutto.
Come ripetuto 1000 volte un unione valutaria fuziona se ci sono delle precondizioni: A) forti trasferimenti interni in sussidiarieta’   B) un mercato del lavoro ed un sistema legislativo e fiscale comuni   C) Un centro politico unitari.
In Italia vi sono tutti e 3 questi fattori (sia pure con enormi storture), in Europa no. Qui trovate l’analisi completa: Lombardia sta ad Italia, come Germania sta ad Unione Europea? Non proprio….
germania lombardia

9) SE USCIAMO DALL’EURO, LE ALTRE NAZIONI EUROPEE CI FANNO A FETTINE E METTONO BARRIERE.
FALSO terroristico. Anche qui c’e’ un evidente mancanza di logica e conoscenza della storia. L’affermazione sopra e’ insostenibile per 2 ragioni:
a) Se l’Italia esce dall’Euro, e’ evidente che ne uscirebbero almeno meta’ delle nazioni (nel caso minore) o tutte (piu’ realisticamente). Per esempio la sola uscita dell’Italia dall’EURO costerebbe alla Francia, restando questa ancorata alla Germania ed alla valuta unica, il passare da un Deficit Commerciale abnorme, ad uno immenso, con banali conseguenze. Se escono tutti o quasi, non vedo perche’ tutti debbano prendersela con l’Italia.
b) Storicamente, nelle varie crisi dove una valuta s’e’ sganciata da altre, non s’e' MAI verificato l’ingabbiamento commerciale del paese stesso, semplicemente perche’ impossibile da fare e perche’ sarebbe sconveniente nel medio periodo a chi lo attua. Avverra’ parimenti in Europa

10) SE USCIAMO DALL’EURO, PERDIAMO I TRASFERIMENTI DALL’UNIONE EUROPEA.
ECCHISSENEFREGA!!!  L’Italia inspiegabilmente regala quasi lo 0,4% del suo PIL (piu’ della Germania), circa 6 miliardi all’anno di euro, al resto d’europa. Durante le crisi degli stati ha generano decine di migliardi di nuovo debito pubblico a favore di altri. Se usciamo dall’euro da questo punto di vista non potremo che guadagnarci.

 11) COL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE SAREMO TUTTI PIU’ POVERI ED I CONTI PUBBLICI PEGGIOREREBBERO
FALSISSIMO.  E’ vero unicamente se uno percepisce redditi in Italia e li spende all’estero. Ma per la quasi totalita’ dei residenti italiani accadrebbe il contrario. Tutte le simulazioni numeriche fatte all’estero dicono il contrario. Oggi siamo nell’EURO e stiamo conoscendo una depressione economica impressionante e mai l’economia italiana e’ andata peggio. Qui la nostra simulazione del PIL nominale restando ed uscendo dall’euro, sia del PIL nominale che del Debito.
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 12) COL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE L’ITALIA VEDREBBE ESPLODERE IMMEDIATAMENTE IL DEBITO PERCHE’ I DEBITO SONO IN EURO.
FALSO. Lo Stato onorerebbe il debito in valuta locale, non in euro (Lex Monetae). L’onere del debito non aumenterebbe; i creditori esteri hanno gia’ incorporato la svalutazione nello spread, ed anzi il tasso diminuirebbe. Inoltre come visto aumenterebbe il PIL nominale, comprimendo il debito stesso.
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13) COL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE LA BANCA CENTRALE EUROPEA NON FINANZIEREBBE PIU’ IL NOSTRO SISTEMA BANCARIO, SI BLOCCHEREBBE QUALUNQUE PAGAMENTO E ESPORTAZIONE E CROLLEREBBE TUTTO
FANTASIOSO.  Chiariamo il punto di vista secondo logica:
a) Se a svalutazione avvenuta i paesi CREDITORI bloccassero il nostro sistema bancario spingendo l’Italia al Default (ammesso che riescano nell’intento), altro non farebbero che spingere l’Italia a non ripagare i debiti verso essi stessi. Se facessero cosi’ sarebbero degli auto-lesionisti.  Tra l’altro l’Italia ha un SALDO PRIMARIO ATTIVO e non avrebbe in caso di default necessita’ di finanziarsi all’estero.
b) Se torna la Valuta Nazionale, torna anche la Banca Centrale Nazionale, e quindi qualcosa che quasi certamente svanirebbe (la BCE), non si sa bene quali minaccie potrebbe compiere.
c) Le minaccie da che mondo e mondo si fanno per “evitare” un evento. Ad evento successo, la minaccia e’ un non senso.
d) Nornalmente i DEFAULT avvengono quando si esaurisce la CASSA. L’Italia ha una CASSA pari al 21% del PIL (oltre 300 miliardi di Euro) in Oro, Valute, Riserve, etc.
Direi che non c’e’ molto altro da aggiungere. Sull’ipotesi di blocco di ogni pagamento ed esportazione in europa, e’ un po’ come commentare l’ipotesi del ritorno della Peste Nera e delle 7 piaghe d’Egitto, per cui evito.

14) COL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE DILAGHEREBBE LA CORRUZIONE E LA BUROCRAZIA
FALSO Morale. Tutte le statistiche ed indicatori dicono che la posizione dell’ITALIA in tema di corruzione ed efficienza dei servizi pubblici (connessa con la burocrazia ed efficienza pubblica) durante l’era EURO e’ peggiorata.

15) COL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE SVANIREBBE LA DEMOCRAZIA, IL LIBERO SCAMBIO ED IL SOGNO EUROPEO
ROMANTICISMO ISTERICO. La struttura che muove le decisioni dell’Eurogruppo non ha niente di democratico.
L’imporre cicli di austerita’-recessione-poverta’-tracollo conti pubblici non ha niente di razionale ed UCCIDE IL MERCATO interno.
Il peggior nemico dell’Integrazione europea e’ proprio l’EURO, la costruzione folle che c’e’ alle spalle a governarlo e la follia della gestione della crisi che porta la crisi stessa ad essere eterna ed a perpetuare se’ stessa, ampliando le forze anti-europee e seminando le basi per la distruzione dell’Eurozona.
Tornare alle valute nazionali, con un mercato unico e’ la sola possibilita’ per l’Europa per ricominciare un percorso di unione politica, la cui unione valutaria sia l’ultimo anello della catena, e non il primo.

16) COL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE CI SAREBBE IL CAOS, MENTRE L’EURO DA’ STABILITA’.
FALSO EVIDENTE ANCHE AD UN CIECO. Il caos c’e’ adesso, da ormai 4 anni, grazie a questo ESPERIMENTO chiamato EURO. L’EURO ha introdotto RIGIDITA’ e non ha un sistema in grado GESTIRE GLI SQUILIBRI INTERNI. Coi cambi e le valute nazionali, queste avrebbero una forza conseguente alla forza degli stati stessi. In sintesi l’EURO e’ una costruzione artificiale che spinge ad una perenne crisi interna ed a contrasti in cui alla fine la spunta sempre il piu’ forte (cioe’ non l’Italia). TUTTI gli esperimenti di CAMBIO FISSO sono finiti in malomodo, SEMPRE (a meno di non aver fatto PRIMA un unione politica, dei mercati del lavoro, dei sistemi fiscali, etc).

 17) IL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE E’ IMPOSSIBILE, PERCHE’ NON CI CONSENTIRANNO DI USCIRE. L’EURO E’ IRREVERSIBILE.
FALSO RELIGIOSO. La STORIA offre centinaia di casi di Imperi e situazioni irreversibile che immancabilmente sono crollati, a causa in primis delle proprie contraddizioni interne. E’ comunque ovvio che tecnicamente l’uscita non sia affatto cosa semplice, ma se c’e’ la volonta’ di fa.

18) L’EURO E’ UNA COSA BUONA PERCHE’ CI DA’ IL “FATTORE DIMENSIONALE PER COMPETERE” MENTRE CON LA VALUTA NAZIONALE SAREMO DEI NANETTI.
CONFUSI. Qui chi dice cio’ fa confusione tra l’UNIONE POLITICA EUROPEA (che non c’e') e l’EURO.
L’EURO in se’ non vuol dire niente di niente. Certamente, c’e’ chi ha l’ambizione di vedere l’EURO prendere il posto del DOLLARO come valuta di riserva e scambio mondiale, ed essere cosi’ in grado di imporre condizioni al resto del mondo, ma per fare cio’ oltre all’Unione Politica, Fiscale, Valutaria e dei mercati del Lavoro, bisognerebbe pure investire massicciamente in armamenti. Oggi tra l’altro l’EURO pesa nelle riserve delle banche centrali meno di quanto pesavano 15 anni fa le varie valute nazionali.
Vicino casa abbiamo la SVIZZERA ed in giro per il mondo tanti esempi di piccole nazioni che competono benissimo col resto del mondo. Quanto all’egemonia Mondiale, direi che l’Europa per una serie di ragioni (anche demografiche) puo’ tranquillamente scordarsela.
L’Europa, Euro o non Euro, puo’ tranquillamente continuare ad essere un area di libero scambio, e se vi fosse maggior coordinamento (e non certo la valuta unica) potrebbe andare in giro per il mondo cogliendo determinate opportunita’ che effettivamente il fattore scala puo’ facilitare.
 
doll

19) L’EURO CONSENTE A TUTTE LE NAZIONI PERIFERICHE DI ALLINEARSI ALLE NAZIONI PIU’ EVOLUTE, DIVENTARE PIU’ EFFICIENTI, SERIE, RESPONSABILI.
RISATA!!! Con l’EURO e’ accaduto OVUNQUE in Europa esattamente l’Opposto. E la cosa e’ ovvia: l’EURO deresponsabilizza proprio le nazioni piu’ deboli (la cosa e’ avvenuta grazie all’afflusso di capitali dal cuore d’europa alimentando l’economia reale).

20) COL RITORNO ALLA VALUTA NAZIONALE E’ VERO CHE L’ECONOMIA SI RIPRENDEREBBE, MA LA PRESENZA DI UNA CLASSE POLITICA IRRESPONSABILE POTREBBE VANIFICARNE I VANTAGGI
VERO. Questa e’ l’unica argomentazione che dal mio punto di vista regge, anche se siamo nel campo delle opinioni. Cio’ pero’ non spingerebbe nessuno, lucido di mente, a non tornare alla valuta nazionale. Non tornare alla valuta nazionale sta impoverendo l’Italia e mezza Europa ad una velocita’ mai vista, ed interompere tale processo e’ perfettamente razionale e logico. 

CONCLUSIONI:
Il ritorno alla Valuta Nazionale, non risolve i problemi dell’Italia (di cui ho parlato tante volte e fatto proposte operative specifiche). Ma e’ altrettanto certo a mio avviso che una permanenza nell’euro non puo’ che spingere l’Italia verso un impoverimento complessivo nazionale, che non ha niente di taumaturgico. Per cui non c’e’ alcuna ragione razionale per non tornare alla Valuta Nazionale, preparandosi a tale evento (che personalmente ritengo inevitabile, come insegna la storia).
Il dibattito sull’EURO in Italia e’ assolutamente avvilente, perche’ come detto in calce, basato su pregiudizi morali e non su analisi, ricerche, dati e studio della storia. Mi auguro questo articolo spinga i lettori non tanto ad essere a favore o contro l’euro, quanto ad affrontare questi argomenti in modo serio, logico ed analitico, supportando le proprie tesi in modo dovuto, come abbiamo cercato di fare in questo lungo articolo.

By GPG Imperatrice

giovedì 14 febbraio 2013

La Germania ci rovina barando


La Germania sta barando: ci impone lo spietato regime di austerity e il taglio della spesa pubblica, mentre – sottobanco – usa nientemeno che il proprio debito pubblico (quello che ci impedisce di utilizzare) per lucrare sulla nostra crisi, aggravandola e pilotandola attraverso il mercato finanziario dei titoli di Stato. Lo afferma Pietro Cambi attraverso “Crisis”, il blog di Debora Billi. La “virtuosa” Germania, sostiene Cambi, ricorre proprio alla vituperata finanza pubblica per ricattare l’Italia e gli altri “Piigs”, grazie ad un semplice artificio bancario: se lo adottasse anche l’Italia, potrebbe abbattere di colpo gli interessi sul debito e tagliare lo spread dell’80%. Basterebbe tornare alla sovranità monetaria, sottraendosi alla tagliola dell’euro? Berlino, sostiene Cambi, lo sta già facendo: alla faccia delle pretese privatizzazioni, che a noi vengono imposte, è tuttora largamente pubblico il capitale delle maggiori banche tedesche.
Berlino, racconta Cambi, ha sistematicamente aggirato l’articolo principale del regolamento europeo che vieta alle banche centrali di concedere Angela Merkelliquidità agevolata ai propri Stati, passando direttamente alla clausola – perfettamente legale – che invece concede questa facoltà decisiva agli “enti creditizi di proprietà pubblica”. In regime pre-euro, la funzione di “prestatore di ultima istanza” era prerogativa di Bankitalia: anche oggi, se fosse autorizzata, la banca centrale potrebbe infatti approvvigionarsi presso la Bce di liquidità ad un tasso privilegiato, come tutti gli istituti bancari europei, dello 0,75%: così, Bankitalia potrebbe «comprare i titoli di Stato italiani immessi sul mercato» e «spegnere immediatamente la febbre da spread». In concreto: gli interessi su Bot e Btp lo Stato li pagherebbe a se stesso, perché «sarebbe debitore di una banca di cui è il proprietario». Quindi quei soldi «tornerebbero allo Stato o, cosa equivalente, andrebbero a ricostituire le riserve della banca stessa, che così potrebbe meglio adempiere alle proprie funzioni e, alla fine, fare da sé», ovvero «comprare i titoli Btp senza più chiedere soldi alla Bce».
In pratica, aggiunge Cambi, si recupererebbe la famosa sovranità monetaria che permetteva alla Banca d’Italia di stampare lire, ove necessario, per acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti e così tener bassi i tassi d’interesse. Mission impossibile: lo vieta il regolamento europeo che mette fuori gioco le banche centrali. Ma attenzione: non gli “enti creditizi di proprietà pubblica” che, «nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca Centrale Europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati», ovvero la sospirata “liquidità agevolata” della Bce. Chiaro, no? Persino imbarazzante, dice Cambi: dunque, in teoria, “si può fare”. Tant’è vero che la Germania lo sta già facendo. All’Italia basterebbe nazionalizzare una banca, magari in cattive acque come il Monte dei Paschi di Siena, usandola come Commerzbank, colosso finanziario tedesco a capitale pubblicoveicolo – attraverso l’acquisizione facilitata di euro – per sostenere i titoli di Stato e abbattere lo spread.
In Germania, spiega Cambi, oltre la metà del sistema bancario è in mani pubbliche. Esempio: la Commerzbank, secondo istituto tedesco, ha lo Stato come azionista di maggioranza. E «siccome, tramite le proprie banche investe (e massicciamente) nei nostri Btp, lo Stato tedesco, come azionista di maggioranza, lucra sulle nostre sfighe e sul nostro spread: gli basta non comprare i nostri bond, ed ecco che lo spread si innalza». In poche parole, il governo di Berlino «esercita un controllo diretto impressionante sulla nostra politica interna», con manovre finanziarie da centinaia di miliardi. Lo Stato tedesco «è l’azionista di maggioranza di centinaia di istituti bancari di diritto privato ma a capitale quasi totalmente pubblico, che accedono alla Bce allo 0,75%». Quindi Berlino «compra massicciamente titoli tedeschi, tenendo giù i loro tassi di interesse».
Altro esempio, la Kfw (Kreditanstalt fuer Wiederaufbau), istituto nato
nel dopoguerra per gestire i fondi del Piano Marshall: è posseduta all’80% dalla Repubblica Federale Tedesca e al 20% dai Lander. In pratica, è al 100% pubblica, «come altre centinaia di banche tedesche» che, «con la scusa del project financing», finanziano un sacco di enti, iniziative e attività pubbliche e private, al posto dello Stato, «tenendo su a forza l’economia del paese». Formalmente, sono istituti di diritto privato, e quindi i loro finanziamenti – frutto del capitale pubblico e decisivi per l’economia tedesca – non vanno ad aumentare il debito pubblico della Germania. E come fa, Berlino, ad approvvigionarsi di euro? «Comprando decine di miliardi di euro di Bund, con gli euro presi in prestito dalla Bce allo 0,75% e, ovviamente con gli interessi sui prestiti a privati». Per approvvigionarsi sul mercato allo scopo Kwf, altro pilastro della finanza pubblica tedescadi finanziare queste attività, il governo tedesco «ha emesso nel tempo una quantità enorme di obbligazioni: insomma, ha fatto debiti per 430 miliardi di euro».
Al contrario della nostra analoga Cassa Depositi e Prestiti, le cui passività (obbligazioni postali) contribuiscono al cumulo del debito pubblico italiano per quasi il 20% del nostro Pil, le passività germaniche della Kfw, pari quasi 500 miliardi di euro, rappresentano il 17% del Pil tedesco. Ma – e qui sta il “trucco” – non sono state contabilizzate nel bilancio statale, e quindi non vanno ad aumentare, come invece dovrebbero, il “virtuoso” debito pubblico tedesco. Il tutto, aggiunge Cambi, è regolarmente permesso dalla Comunità Europea attraverso l’Esa-95, il manuale contabile che detta le regole per il calcolo dei debiti pubblici. Bruxelles «esclude dal computo le società pubbliche che si finanziano con pubbliche garanzie ma che coprono il 50,1% dei propri costi con ricavi di mercato e non con versamenti pubblici, tasse e contributi». Ovvero: fino a che un eventuale deficit o comunque i costi di funzionamento sono coperti almeno per il 50,1% dai ricavi, il deficit e le altre passività dell’istituto non vengono computati nel bilancio dello Stato. Come ha scritto il “Corriere della Sera”, la serietà di un tale principio è paragonabile alla considerazione del rischio da parte dei contabili che hanno favorito il crac della Lehman Brothers.
«Con un trucco meramente contabile, che in casi analoghi oltreoceano ha portato a condanne per bancarotta fraudolenta, la Germania ha cancellato o, se preferite, “occultato” oltre il 17% del suo debito pubblico», dichiara Cambi. «Eliminato questo trucco contabile, il debito pubblico tedesco farebbe un balzo del 20% in in colpo solo, dall’80% al 97%». Ed è solo la punta dell’iceberg di un tipo di “contabilità creativa” «probabilmente più spudorata di quella che è stata imputata alla famigeratissima e disgraziatissima Grecia, che peraltro aveva truccato i conti di un ben più modesto 10%». In effetti, aggiunge Cambi, i debiti degli istituti tedeschi nei confronti della Bce ammontano a qualcosa come 750 miliardi di euro – e di questi, almeno la metà sono da riferire a banche di proprietà pubblica. E il François Hollandebello è che la Germania non è il solo paese a fare questo genere di trucchetti: «Anche in Francia, Hollande (tanto per cambiare) ha appena istituito un ente simile, la Bpi, con compiti simili e una quarantina di miliardi di dote».
E allora perché Monti e colleghi non hanno pensato, a loro volta, a una soluzione del genere? Ovvero: perché mai, «pur essendo ben a conoscenza di questi immensi trucchi contabili», i “salvatori” dell’Italia «non hanno denunciato la Germania e le sue velleità paneuropee di fronte al mondo?». E’ proprio lì che Monti non voleva arrivare: «Non volendo nazionalizzare una banca per meri motivi di contabilità nazionale, perché così facendo si renderebbero troppo evidenti i giochini altrui, si preferisce trovarsi una buona scusa, come ad esempio l’evidente rischio di insolvenza dell’istituto medesimo, per essere “costretti” a nazionalizzarlo», come appunto il Montepaschi. Tutto questo, aggiunge Cambi, poteva semplicemente non-succedere, se solo non avessimo privatizzato, in nome del liberismo, la maggior parte dei nostri istituti bancari e di conseguenza la Banca d’Italia. Quanto alla mancata denuncia dei trucchi tedeschi, basta ascoltare Monti: solo «una crisi tremenda» avrebbe consentito di tagliare in Pietro Cambimodo selvaggio la spesa pubblica e procedere alla «privatizzazione e liberalizzazione forzosa dell’intera società».
Capito a cosa serviva, l’esplosione dello spread? «Una volta deciso che la crisi e le sue devastanti conseguenze erano il prezzo da pagare per plasmare il paese, Grecia o Italia non importa, secondo la dottrina della shock economy, il resto è una logica conseguenza: se non è un movente, ci si avvicina molto». E in Europa lo sanno? «Certo», conclude Cambi: è proprio da lì – dal sistema di potere che si estende da Bruxelles fino a Berlino – che è partita la grande “tosatura” dell’Italia e degli altri “Piigs”. Operazione truccata, insiste Cambi, e atrocemente sleale: proprio chi vieta all’Italia di ricorrere al debito, in realtà fa uso massiccio del proprio debito pubblico per sostenere la propria economia, contro la nostra. Quand’è che la politica italiana se ne comincerà ad occupare?.
Fonte: http://www.libreidee.org