Visualizzazione post con etichetta Germania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Germania. Mostra tutti i post

venerdì 20 febbraio 2015

Quando era la Germania ad essere nelle mani della Commissione...



Riporto per i pochi, ma affezionati lettori di questo blog, l'articolo da me pubblicato su Scenari Economici (www.scenarieconomici.it).

L'esame di questo post di Krugman, tradotto dall'ottimo blog Voci dall'Estero, ed il grafico relativo mi hanno fatto venir voglia di vedere più da vicino quali sono state le condizioni imposte alla Germania dal trattato di Versailles, dopo la I guerra mondiale.

Ho scoperto che:
1- Il Trattato prevedeva un risarcimento di "tutti i danni arrecati alla popolazione civile degli alleati e alle loro proprietà in conseguenza dell'aggressione della Germania per terra, per mare e per aria" (art. 232)
2- Lasciava incerto l'importo del risarcimento che sarebbe dovuto essere determinato da uno speciale organo: la Commissione delle riparazioni.

Poi su la voce "riparazioni di guerra" della Treccani ho trovato questo brano che vi riporto con stralci (grassetto mio):

"Il principio francese delle riparazioni integrali, matematicamente cioè rispondenti ai danni arrecati, si presentò subito di difficile attuazione. Una nuova conferenza, a Londra (29 aprile-5 maggio 1921), fissò il cosiddetto "stato dei pagamenti", che per vari anni rimase il fondamento di discussione col Reich. In virtù sua fu stabilito come ammontare del debito la cifra calcolata dalla Commissione delle riparazioni oltre al rimborso dei prestiti fatti dagli alleati al Belgio.
Il Reich era così tenuto ai seguenti pagamenti annuali: 1. una somma fissa di 2 miliardi di marchi oro; 2. una somma corrispondente al 25% del valore delle esportazioni tedesche in ogni periodo di 12 mesi a partire dal 1° maggio 1921 o eventualmente una somma equivalente da fissarsi in base a un altro indice; 3. una somma supplementare eguale all'1% delle esportazioni o eventualmente una somma equivalente. Le annualità, prendendo come estremi il valore delle esportazioni tedesche nel 1921 (circa 4 miliardi di marchi oro) e il valore prebellico (circa 10 miliardi) potevano quindi variare da 3,04 miliardi a 4,6 miliardi di marchi oro.
Lo "stato dei pagamenti" trovò la Germania concorde nel ritenerlo superiore alla sua capacità e fu accettato come un'imposizione, in seguito all'ultimatum presentato dagli alleati il 5 maggio, accettato dalla Germania il 13. Un primo versamento di un miliardo fu compiuto il 31 agosto 1921. Tale pagamento fu prova evidente dell'incapacità del Reich a sostenere un aggravio sì elevato. Il governo dovette ricorrere alle riserve accumulate dai privati e dagl'istituti di credito e sopperire alle differenze ingenti con crediti esteri. Il cambio risentì sinistramente di questa operazione, e, se i crediti esteri ebbero il potere di arrestare la caduta del marco per breve tempo, non poterono però scongiurarla, ché la raccolta dei fondi da versarsi era alimentata da sempre nuove emissioni. La disastrosa situazione finanziaria, che comportava condizioni gravose per la concessione di prestiti esteri, determinò une sforzo intenso.
Dopo questo pagamento e dopo quello della quota della parte variabile dell'annualità, scadente il 15 novembre, la Germania comunicava il 14 dicembre 1921 di non potere adempiere agli obblighi delle scadenze dei prossimi mesi. Da qui le riunioni di Cannes (6-13 gennaio 1922) e Parigi (8-11 marzo 1922). La Commissione delle riparazioni il 21 marzo comunicava al governo del Reich la concessione di una moratoria parziale per il 1922 e l'ammontare da versarsi entro l'anno.
Alla conferenza economica di Genova (10 aprile-19 maggio 1922) la Francia si oppose a che fosse riposto in discussione il problema delle riparazioni. Il peggiorare della situazione obbligò la Germania a richiedere il 12 luglio una nuova moratoria per i pagamenti in specie sino alla fine del 1924. Tale domanda fu posta in discussione a Londra (7-14 agosto) in una riunione all'uopo convocata. Le conclusioni sue furono però nulle e il problema fu rinviato allo studio della Commissione delle riparazioni, la quale con deliberazione del 31 agosto decise di soprassedere a ogni nuova moratoria, finché fosse ultimato un progetto di riforma delle finanze tedesche, e di accettare provvisoriamente dei buoni semestrali.
Una nuova domanda di moratoria pervenne da parte del Reich il 14 novembre. Oltre alla moratoria, la Germania richiedeva una riduzione della cifra totale e l'appoggio per la conclusione di un prestito per risanare le finanze."

Ho evidenziato i punti che più mi hanno colpito nell'analogia fra Germania post I guerra mondiale e Grecia post crisi economica: se sostituite alla Francia la Germania e alla Germania la Grecia avete esattamente la dinamica del debito, delle richieste e delle concessioni fino ad oggi avutesi in Europa per lo Stato ellenico!

Ma la cosa fantastica è che se andiamo a vedere i poteri della Commissione che a norma del Trattato essa aveva nei confronti della Germania, sembra di leggere quelli attuali della Troika sui Paesi che hanno chiesto aiuto all' EFSF!

Art. 233 ... La Commissione stabilirà le modalità di pagamento con previsione delle epoche, e le modalità di pagamento da parte della Germania dell'intero suo debito entro un periodo di trent'anni...
Art. 234 La commissione delle riparazioni dovrà studiare periodicamente le risorse e le capacità della Germania... ed avrà i poteri per estendere il periodo e modificare le modalità di pagamento....
Art. 240 Il Governo tedesco riconosce la Commissione... riconosce ad essa irrevocabile l'esercizio dei poteri che ad essa conferisce il presente trattato. ...
Art. 241 La Germania si impegna a promulgare, mantenere in vigore e a far pubblicare tutte le leggi, regolamenti e decreti che potranno essere necessarie per assicurare la completa esecuzione degli impegni di cui sopra.

Questa rassomiglianza nei poteri di controllo ed indirizzo, poiché ambedue tolgono di fatto ogni sovranità al Paese sottoposto al loro potere, porta alla logica conclusione che uno Stato che ha dovuto, ricordiamoci, non per sua colpa, chiedere l'aiuto del Fondo Salva Stati è considerato e trattato come uno Stato che ha perso una guerra da esso scatenata.

C'è da meditare...

venerdì 6 giugno 2014

La mossa di Draghi non funzionerà...aiuterà solamente la Germania!!

Un interessante articolo di Frances Coppola su Forbes commenta la recente mossa di Draghi: i tassi di interesse negativi rischiano di sortire un effetto opposto a quello dichiarato...quindi, forse il vero scopo è quello di aiutare la Germania in disinflazione deprimendo il cambio. Ma la guerra valutaria, dice Coppola, non è la mossa più saggia. 

La BCE ha imposto tassi di interesse negativi sui fondi depositatidalle banche (riserve "in eccesso"). Il tasso sui depositi della BCE è stato pari a zero per lungo tempo, e la possibilità della BCE di imporre tassi negativi sulle riserve è stato discusso per parecchiotempo.

Ho scritto sui probabili effetti dei tassi negativi sulle riserve già aDicembre 2012. La mia conclusione è questa:


Ma consideriamo cosa accadrebbe se una economia in fase dipressione deflazionistica introducesse dei tassi di interesse negativi. La compressione dei margini delle banche già in crisiporterebbe inevitabilmente a tassi più elevati per i mutuatari e a ridurre i volumi degli impieghi. Si tratta di una stretta monetaria, chenon facilita, e l'effetto sarebbe di contrazione. Peggiorerebbe la recessione.

Tassi di interesse negativi sono una tassa sulle riserve bancarie. Essi sono quindi intrinsecamente restrittivi. L'argomento è che le banche cercheranno di sbarazzarsi delle riserve piuttosto che pagare l'imposta, così avranno un incentivo a prestare di più. Ma l'evidenza sembra suggerire il contrario. Questo grafico mostra i volumi di deposito e di prestito delle banche danesi, prima e dopo l'introduzione di tassi negativi sulle riserve (h / t Roberto Mulazzi):




Oh, cari miei. Sembra che ci sia stata una fuga dei depositi - non a caso, sino a che anche le banche danesi non hanno spostato i tassi negativi direttamente sui risparmiatori, esse avrebbero trovato il modo di scoraggiarli. E i volumi dei prestiti, già in calo nel momento in cui sono stati imposti i tassi negativi, hanno continuato a diminuire.

Sembra improbabile che la BCE non sia a conoscenza degli effetti dei tassi negativi sui volumi di credito danesi. Così, nonostante gli estesi commenti dei media su tassi negativi che incoraggiano le banche a concedere prestiti, io dubito che questo sia il vero scopo. Infatti, dato che l'aggregato monetario M3 per l'Eurozona èeffettivamente migliorato leggermente nel mese di aprile, è difficile capire perché la BCE dovrebbe agire ora, quando non l'ha fatto all'inizio di quest'anno.

Quindi io non credo affatto che si tratti di prestiti bancari. Penso che si tratti della disinflazione tedesca e del cambio dell'euro.

L'inflazione CPI tedesca è attualmente allo 0,9%, ben al di sotto dell'obiettivo della BCE "vicino a" il 2%, e in tendenza discendente. Non è chiaro esattamente perché sia così, ma una possibilità è l'euro forte. A causa della dipendenza della Germania dalle esportazioni, un euro forte mette delle pressioni al ribasso

mercoledì 14 maggio 2014

Il sabotaggio


Hanno sabotato la nostra corsa.

Stavamo procedendo tanto bene, oramai eravamo arrivati in vista del traguardo ed invece sono intervenuti, ci hanno bucato le ruote e ci hanno lasciato in mezzo alla strada.

Ah, non l'avete letto sui giornali sportivi? Beh, ma è logico, qui non si parla del Giro d'Italia, si parla del Ciclo dell'Italia, più precisamente del Ciclo di Frenkel in Italia. Questo qua:


I lettori di Goofynomics lo conoscono come "Il romanzo di centro e di periferia", per i lettori del Sole 24 Ore ci ha pensato l'ottimo Vito Lops e per chi non sa cos'è ve lo spiego in due parole: il Ciclo di Frenkel è un modello economico, sviluppato da Roberto Frenkel e Martin Rapetti, che spiega le dinamiche che si sviluppano quando due o più Paesi si legano con una moneta unica o fissano irrevocabilmente il cambio fra di loro (di solito legandosi alla moneta dello Stato più forte) e questi Paesi, che non sono omogenei, permettono fra loro la libera circolazione di capitali e merci. Il risultato è quello sopra descritto.

Ora è ipotesi ormai comunemente accettata, almeno da parte degli studiosi più seri ed obiettivi, che questa dinamica è quella che si è riproposta all'interno della UEM e che ha la maggior responsabilità di quello che è accaduto e sta accadendo ai paesi periferici dell'Unione Europea. Lo ha fatto capire persino il vicepresidente della BCE, Victor Costancio, quando in un suo ormai celebre discorso nel 2013 ha ammesso che la crisi dell'Eurozona è dipesa da squilibri di debito privato estero (chi mi legge sa che ne abbiamo parlato), ovvero dalle dinamiche previste nel Ciclo di Frenkel.

Il problema è che questa teoria prevede come conseguenza inevitabile e necessaria (fase 6 e 7) la tensione sui mercati obbligazionari, il decollo dello spread, la recessione, l'attacco speculativo che rende insostenibile il cambio fisso (o la moneta unica) ed infine la rottura con conseguente uscita e svalutazione. Per noi non è una novità: è esattamente quello che è successo in Italia nel 1992. Se eravate troppo piccoli o non vi ricordate, accadde questo: nel 1992 avevamo un cambio fissato e sopravvalutato all'interno dello SME (che era un sistema di cambi fissi, pur se con delle oscillazioni) e la Bundesbank aveva dichiarato che non sarebbe intervenuta per difendere il rapporto di cambio: le condizioni ideali per un attacco speculativo, che infatti venne ad opera del famoso speculatore George Soros; questi, tramite il suo fondo "Quantum" iniziò a vendere allo scoperto lire per acquistare dollari, costringendo la Banca d'Italia a vendere dollari per sorreggere la quotazione della nostra valuta. Furono bruciate così riserve in dollari per 48 miliardi, aggravando così una situazione che già precedentemente non era rosea a causa della crisi e che aveva costretto il nostro buon Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, a dare il via al prelievo forzoso del 6x1.000 sui conti correnti di tutti i cittadini, cosa che era avvenuta nella notte (come ogni ladro che si rispetti...) fra il 9 ed il 10 luglio. Fu tutto inutile: nell'impossibilità di reggere il cambio sopravvalutato e non potendo svenare ulteriormente le casse dello Stato e le finanze dei cittadini, il Governo italiano fu costretto ad arrendersi ed uscire dallo SME, svalutando del 30%. Cosa avvenne dopo lo abbiamo visto ed a posteriori qualche pensiero non proprio cristiano per l'anima di Amato e di Ciampi, allora Governatore della nostra banca centrale, viene spontaneo...

Quindi, anche questa volta ci si sarebbe dovuto aspettare decollo dello spread, attacchi speculativi ed infine la rottura dell'unione od almeno l'uscita dell'italia dall'euro. Ed in effetti lo spread a metà 2011 è cominciato a decollare, superando quello fra Bonos e Bund, ovvero fra i titoli di stato spagnoli, storicamente più deboli dei nostri, ed i titoli tedeschi. Ma c'è un però. Lo spread ha cominciato a decollare troppo, come si vede qui:


Non c'era infatti nessuna ragione macroeconomica per cui i nostri titoli dovessero salire così bruscamente fra luglio e novembre 2011 e la speculazione internazionale ancora non aveva ancora deciso se scommettere contro la tenuta dell'euro od attendere, lucrando i rendimenti dei titoli sovrani degli Stati periferici. Ed allora cosa è successo? E' successo che la Germania, tramite le sue banche, principalmente la Deutsche Bank, iniziò una massiccia vendita al ribasso dei BTP: nei primi sei mesi del 2011 il suo portafoglio passò da 8,01 miliardi a 997 milioni in titoli italiani, con una riduzione del 88%! Naturalmente di fronte a questa massiccia vendita, oltretutto e stranamente, estremamente propagandata dai mezzi di informazione con dovizia di particolari, il mercato reagì: i grandi fondi hedge e le banche d'affari cominciarono a vendere allo scoperto titoli italiani, sia nei mercati futures, sia in quelli cash, confidando che la BCE non sarebbe intervenuta per sostenerne il corso, stante i limiti di mandato del suo operare. I futures sui BPT crollarono, passando da un valore di 110 ad 87,5, mentre quelli sui Bund passarono da 125 a 139, aiutando anche a tenere bassi gli interessi sui titoli tedeschi. Gli interessi del debito sovrano italiano invece crebbero, facendo divenire pressoché insostenibile a lungo termine il suo finanziamento e facendo temere a breve un default, che nei fatti non c'era, ma che una campagna di informazione martellante e le dichiarazioni quotidiane dei politici avversi fecero credere imminente. Il risultato fu il crollo del Governo Berlusconi, che peraltro già non godeva più di una solida maggioranza e l'insediamento "forzato" di Monti. Perché dico che non c'era pericolo imminente? Perché lo avevano appena detto uno studio della Commissione Europea, la Fondazione Stiftung Marktwirtschaft e la Neue Zürcher Zeitung! Riporto il grafico conclusivo di quest'ultima, che appare il più chiaro visivamente:


La sostenibilità a breve, immediata, è la barra blu, mentre quella a lungo termine è la barra celeste: i Paesi che hanno un debito sostenibile sono quelli che hanno l'andamento della barra negativo (verso sinistra) gli altri sono quelli più o meno insostenibili: quanti ne vedete sostenibili? Solo uno, l'Italia. Nel 2011 l'Italia era quindi perfettamente in grado di resistere e di far fronte ai propri impegni di spesa: altro che mancare i soldi per gli stipendi, come continua a dire qualcuno...

Su questo attacco si è già parlato molto, grazie alle rivelazioni del giornalista Alain Friedman, per sostenere o negare che l'azione fu orchestrata dalla Germania, proprio per eliminare Berlusconi che rischiava di far saltare il sistema euro: il famoso colloquio avuto da Napolitano con Monti a giugno 2011, in piena bufera speculativa, ha riempito le prime pagine dei giornali, così come si è molto disquisito della reale o meno volontà di Berlusconi di rovesciare il tavolo, minacciando l'uscita dall'eurozona. Ora però si è aggiunto un tassello piuttosto significativo ed inquietante: secondo un libro appena uscito in America e scritto dall'ex Ministro del Tesoro americano Tim Geithner, alcuni funzionari europei lo avvicinarono nell'autunno del 2011 per proporgli un piano per abbattere Berlusconi, attraverso il diniego di sostegno all'Italia da parte del FMI, finché non se ne fosse andato. Questo darebbe credito alla tesi del "complotto" politico-finanziario ed ancora più grave avvalorerebbe l'ipotesi di un "golpe" nei confronti degli italiani, privati di fatto della loro sovranità, con la nomina, fuori da ogni processo democratico, di Monti a Presidente del Consiglio.

Che i mercati, o meglio le banche tedesche sui mercati, che qualcuno considera neutrali e rispondenti solo a logiche economiche, si erano comportati in maniera anomala lo aveva notato anche qualcun'altro: Prodi, che all'epoca era ormai osservatore esterno, dichiarò il suo stupore per l'azione della Germania, da lui considerata "suicida". Queste le sue parole in un'intervista al Corriere della Sera del 28 luglio 2011(qui il testo integrale): “La scelta di DeutscheBank? Un suicidio”. “E' la dimostrazione di una mancanza di solidarietà che porta al suicidio anche per la Germania. Significa la fine di ogni legame di solidarietà e significa obbligare tutti a giocare in difesa. E quando questo viene dalla Germania, un Paese che ha avuto più saggezza nel capire gli altri fino a qualche anno fa, sono assolutamente turbato”.

Dopo l'insediamento di Mario Monti come capo dell'Esecutivo, con il plauso e la benedizione della Merkel, lo spread cominciò a ridiscendere, ma durò poco: questa volta a giocare a sfavore era l'instabilità della Grecia ed il pericolo concreto della sua uscita dall'euro con il conseguente rischio da parte degli investitori (soprattutto tedeschi) di vedersi restituiti i prestiti in moneta svalutata e magari con un deciso haircut del credito. Nonostante l'insediamento di Monti quindi si stava realizzando (questa volta indirettamente) la fase 6 del Ciclo di Frenkel ed eravamo ad un passo dalla fase 7. Ma qui intervenne l'altro Mario, quello che durante l'attacco del 2011 era stato silente a guardare la speculazione fare a pezzi l'Italia, Mario Draghi. Al culmine dell'instabilità e mentre gli edge fund e le banche pregustavano un'altra scorpacciata, nel luglio del 2012, il Presidente della BCE fece la sua famosa dichiarazione, riassunta nella frase "whatever it takes", in cui lanciava il programma OMT, Outright Monetary Transaction, un programma di acquisto condizionato dei titoli di stato dei Paesi dell'eurozona per difendere gli Stati in difficoltà dall'innalzamento dei tassi di interesse. Bastò la semplice dichiarazione di intervento a sconfiggere le spinte speculative ed a far abbassare gli spread, come il grafico sopra postato dimostra. Ora, è legittimo chiedersi come mai Draghi abbia trovato l'escamotage per impegnare la BCE ad un intervento senza violare lo statuto per salvare l'euro nel 2012, mentre non abbia avuto la stessa brillantezza per salvare l'Italia nel 2011: l'unica cosa che si può segnalare per comprenderne i motivi è il fatto che, grazie alla crisi del 2011, ci fu un cambio di guida in Italia, ma anche in Grecia, ed in tutti e due i casi furono sostituiti Presidenti del Consiglio riottosi ad eseguire le direttive della Commissione Europea e che avevano accarezzato l'idea di uscire dall'euro (Papandreu stava per indire un referendum, Berlusconi ne aveva parlato con i partner europei, secondo Bini Smaghi) con soggetti, provenienti dal mondo finanziario (Monti, Papademos), del tutto in linea con le direttive economiche.

Qual'è il risultato che queste mosse hanno ottenuto? Innanzitutto e principalmente il salvataggio dell'euro: se infatti la minaccia dell'OMT ci ha salvato dal dover emettere titoli ad interessi alla lunga insostenibili, essa ha anche impedito che si portasse a compimento il Ciclo di Frenkel: il risultato è che dal 2012 siamo incastrati in una fase 6, attutita, ma non per questo meno disastrosa; l'austerità a cui costringe la difesa della moneta unica, i tagli alla spesa pubblica che in fase recessiva amplificano, via moltiplicatore, l'effetto negativo sui redditi e sulla domanda aggregata, la disoccupazione in aumento ed il calo dei redditi nominali e reali, sono tutte conseguenze di questo essere rimasti "in sospeso", di voler perseverare a rimanere in una Eurozona sbagliata economicamente. La corsa di cui si parlava all'inizio, il cui arrivo è l'uscita dall'euro, è stata sabotata. Ma non preoccupatevi, anche se fanno di tutto per costringerci a rimanere ne verremo fuori, prima o poi, al più tardi quando, come osserva cinicamente l'ultimo studio di Nomisma, il livello di sofferenza del rimanere pareggerà nella mente delle persone quello temuto per uscire: per apprezzare meglio ecco le precise parole: "Se l'opzione di stare nell'euro dovesse divenire troppo onerosa, per persistenza della disoccupazione di massa ed estensione dei fenomeni di impoverimento, allora potrebbero formarsi maggioranze di cittadini i cui interessi sono più colpiti e che ritengono sopportabili i costi di un'uscita. Non si può dunque fare affidamento nell'elevatezza delle barriere all'uscita per mantenere invariato il frame work politico ed economico".

Se non l'aveste capito, l'"elevatezza delle barriere" è data dall'informazione distorta e terroristica che i mezzi di comunicazione ci forniscono amorevolmente ogni giorno. L'arrivo quindi non sarebbe lontano, le condizioni ci sono tutte perché infine il Ciclo si esaurisca, basterebbe solo che ci convincessimo che al di là dello striscione non c'è un baratro...




martedì 3 dicembre 2013

Alberto Bagnai: Eh, ma i tedeschi hanno investito!


Voi l'avete mai sentito un piddino, uno di quelli puri e duri, di quelli che invocano la Wehrmacht, di quelli che farebbero rastrellamenti e decimazioni in tutti i ministeri (tranne quello dove lavorano loro), di quelli che chiuderebbero tutti gli ospedali (tranne quello del loro borgo), di quelli che "Berlusconi è un porco" (ma poi si scopano la vicina del piano di sopra), ecc. (ognuno di voi potrà proseguire questa enumerazione, questo deve essere un post corto)?

L'avete mai sentito?

Fra le tante scemenze che il piddino ci somministra, la più colossale è questa: "Eh, ma i tedeschi sono competitivi perché hanno investito!".

Ah sì? Tu da questo già capisci l'asino, perché il fatto è che siccome nihil ex nihilo, se uno è un esportatore netto, è quasi matematico che avrà investito troppo poco.

Ricordo brevemente perché (è più facile dei logaritmi, tranquilli). Il punto è semplice e deriva dall'uguaglianza fra offerta e domanda. L'offerta aggregata (il Pil) di un paese è Y, e il suo valore coincide con quello dei redditi distribuiti e quindi percepiti. La domanda, cioè la spesa (perché in macroeconomia la domanda non è un desiderio ma un acquisto) è la somma dei consumi delle famiglie, di quelli dello stato, delle spese per investimento degli imprenditori, delle spese che i non residenti fanno nel nostro paese (le nostre esportazioni), alle quali sottraiamo le importazioni, perché sono spese che noi facciamo in altri paesi, e quindi generano reddito in quei paesi, e non nel nostro.

Da qui deriva l'ovvia relazione:

Y = C + G + I + X - M

che si legge: il Pil è uguale alla somma della spesa per consumi (privati e pubblici), investimenti e esportazioni, meno le importazioni.

Bene: ora voi vi ricordate che se porto una cosa dall'altra parte dell'uguale il segno cambia, no? Non mi fate come Uga, vero (che ancora non deve effettuare questo doloroso passaggio, ma io già me lo pregusto: Vorfreude ist die schoenste Freude...).

Ecco, allora portiamo un po' di cosette a sinistra (operazione di questi tempi piuttosto difficile):

Y - C - G - I = X - M

Ora, ricordiamoci di una cosa molto semplice: cos'è il risparmio? Quello che si guadagna, meno quello che si consuma. Succede a noi singolarmente, e ci succede anche collettivamente. In altri termini, in contabilità nazionale il risparmio nazionale è S = Y - C - G. Se sostituiamo questa definizione, abbiamo la formuletta magica che fa capire tante cose:

S - I = X - M

ovvero: lo scarto fra risparmio nazionale e investimento nazionale (il risparmio "netto" di un paese) corrisponde allo scarto fra esportazioni e importazioni (le esportazioni "nette" di un paese, cioè il suo saldo commerciale).

Ne consegue che se in un paese X-M ha un valore abnorme, come accade in Germania con grande gioia di tutti, americani compresi, necessariamente dall'altra parte o il risparmio è altissimo (ma questo significa che il consumi devono essere rasoterra), o, se i consumi sono fisiologici (e quindi è tale anche il risparmio) dovranno essere bassini gli investimenti. Non si scappa: non è nemmeno matematica (che potrebbe essere un'opinione, come i miei amici matematici esperti di congetture sanno): è aritmetica, esiccome i numeri naturali pare li abbia creati Dio, credo che da essi sia più difficile sfuggire che dalla morte.

Infatti:


Qui avete la media sul periodo 1999-2007 (dall'entrata nell'euro allo scoppio della crisi) del rapporto fra investimenti fissi lordi e Pil). Le fonti sono il WEO per gli investimenti totali e AMECO per quelli in fabbricati residenziali (dwellings). Ora, se ci fate caso, la Germania si piazza ultima come rapporto investimenti/Pil sia in termini totali (l'intera barra) sia escludendo gli investimenti residenziali (cioè considerando la sola barra blu). Pensate che in termini di investimenti non residenziali riesce ad essere, se pure di un pelo, sotto alla Grecia. I due paesi con il maggior livello di investimenti non residenziali sono Austria e Portogallo (guarda te)! E, comunque, anche in questa classifica, come in quella della spesapubblicaimproduttiva, stanno peggio dell'Italia solo paesi virtuosi: la Finlandia, l'Olanda, la Francia e la Germania...

Ma non è che c'è qualcosa della virtù che ci sfugge? A noi non so, ai piddini di sicuro.

E la morale della favola qual è? Che da che mondo è mondo, nella maggior parte dei casi non si diventa competitivi "investendo", ma in un modo molto più semplice e che alle élite tedesche viene tanto naturale (come ricorda l'imprescindibile libro di Vladimiro): fottendo il prossimo.

Amen.

domenica 24 novembre 2013

La Germania uscirà dall'EURO per prima.

Da économie-matin.fr un articolo che delinea lo scontro in atto all'interno della BCE: alla fine, può anche essere che sarà il falco tedesco a farci il favore di uscire, costretta dalle colombe che vogliono imporre il Quantitative Easing per mantenere la moneta unica...



I rimproveri della UE sulle eccedenze tedesche che superano il 6% del PIL potrebbero convincere la Germania a uscire dall'eurozona. 


Sicuramente avete avuto notizia dell'apertura di un'inchiesta da parte della Commissione europea, non contro la Francia e il suo deficit eccessivo, ma contro la Germania e i suoi avanzi abusivi!
Un mondo alla rovescia, dove il bravo studente viene sanzionato dal maestro perché fa venire dei complessi ai somari della classe, e Dio sa quanti ce n'è!
Questa è la prima lettura. Tuttavia, questo conflitto e questa procedura avviata contro la Germania da parte della Commissione nasconde in realtà una grande battaglia diplomatica ed economica all'interno di un'Europa divisa in due campi.
Da un lato ci sono i paesi latini in senso lato, tra cui la Francia e l'Irlanda, vale a dire i paesi superindebitati e in panne con la crescita. Dall'altra, i paesi più virtuosi, con la Germania in prima fila, seguita dai Paesi Bassi e anche dall'Austria.
Al centro di questa lotta e di questo conflitto vi è il mandato della BCE scolpito nel marmo dal Trattato di Maastricht e che tiene bloccata la politica monetaria Europea sotto il giogo della disciplina.

L'obiettivo è di piegare la Germania di Angela Merkel e consentire alla BCE di lanciarsi in una politica di quantitative easing con acquisto massiccio di obbligazioni di Stati quasi in fallimento. Ritorniamo così al punto in cui eravamo all'inizio della crisi quasi cinque anni fa. La scelta tra salvare la moneta unica al prezzo di un'immensa deflazione / recessione, o imbarcarsi in una politica di stampa di moneta in stile anglosassone che, alla fine, distruggerà l'economia e la moneta con l'iperinflazione (va beh, al netto delle esagerazioni, ndt).

Solo che questa volta i paesi del Sud Europa, impantanati in una crisi sociale senza precedenti e in un marasma economico innegabile, sono dalla stessa parte e il peso è sulle spalle di dirigenti francesi totalmente sopraffatti e spaventati. La Francia vacilla. Il rigore è impossibile. Una riduzione della spesa improbabile. L'aumento delle tasse inattuabile. Quindi non c'è più molta scelta. O la Francia esplode, rischiando di destabilizzare l'Europa intera, o si offre ai paesi come la Francia una soluzione a colpi di stampa di moneta, cosa che va contro tutti i principi economici finora difesi con le unghie e coi denti da Berlino.

Da un lato la Germania blocca l'unione bancaria e impedisce la monetizzazione da parte della Banca centrale europea. Dall'altro lato, la Commissione avvia un procedimento contro la Germania al fine né più né meno di mettere all'angolo la Germania e farle pagare il prezzo del suo rifiuto, nel senso stretto del termine.

Due articoli sono stati pubblicati di recente, che sono da collegare tra loro perché rappresentano la battaglia tra due concezioni dell'Europa e della moneta che attualmente si gioca nei corridoi silenziosi e ovattati di Bruxelles e dei governi europei.

Perché la Germania sta bloccando l'unione bancaria

Il primo è un articolo de La Tribune, che discute le presunte ragioni del blocco tedesco all'unione bancaria.

"Sull' unione bancaria i Ministri delle finanze si sono zelantemente affrettati a non decidere nulla sull'argomento. Nessun meccanismo di risoluzione unico, nessuna garanzia comune dei depositi. Null'altro che l'ennesima dichiarazione di buona volontà. Come è possibile che questa unione bancaria, una volta così imperativamente necessaria, sia ora così lenta a nascere? La risposta, come spesso accade, si trova dalle parti di Berlino."

Anche in questo caso, dare la colpa alla Germania è sempre la spiegazione più semplice. I tedeschi non vogliono avere nulla a che fare con il nostro debito, la nostra mancanza di coraggio politico che dura da 40 anni, la cattiva gestione delle élites francesi che se la fanno sotto e non hanno mai voluto far pagare ai francesi il vero costo del loro sistema di welfare, che oggi ci torna indietro come un boomerang, in un momento che per il nostro paese è ovviamente il più delicato e in piena crisi economica mondiale.

«Ma se Berlino ha acconsentito non senza limiti e reticenze a far monitorare le sue banche dalla BCE, quando si tratta di pagare è diverso. Cioè quando si arriva alla creazione di un meccanismo che permetta al

martedì 8 ottobre 2013

La Germania ci ricasca e sfida la TERZA GUERRA MONDIALE!

Con un discorso forse destinato ad entrare della storia, il presidente tedesco Joachim Gauck la scorsa settimana ha chiesto ai tedeschi un rinnovato impegno in politica estera: non possiamo deludere le aspettative, il nostro paese deve essere protagonista nel mondo. Da German Foreign Policy


Berlino avvia una nuova offensiva per il consolidamento della sua egemonia all'interno dell'UE e per rafforzare il suo ruolo geopolitico. "In Germania e all'estero si fanno sempre piu' forti le voci che chiedono al nostro paese di avere un ruolo di primo piano nel mondo", ha detto il presidente Joachim Gauck la scorsa settimana in un discorso tenuto in occasione dell'anniversario della riunificazione tedesca. La Repubblica Federale non è un'isola e in futuro non potrà sottovalutare il suo ruolo internazionale: restiamo la "quarta economia del mondo". Come fonte di ispirazione il presidente della repubblica, fra gli altri, ha fatto riferimento al ministro degli esteri polacco, che già a fine 2011 aveva chiesto una leadership tedesca piu' forte, e ad un importante pubblicista americano che recentemente, subito dopo le elezioni federali, ha chiesto a Berlino di assumere un forte ruolo di guida all'interno dell'UE. L'uscita di Gauck è stata preparata con molta attenzione dall'establishment al vertice della politica estera tedesca. Mentre parti importanti delle elite di altri paesi sono pronte ad accettare con benevolenza una nuova egemonia tedesca, la maggioranza della popolazione dei paesi del sud-Europa è molto critica nei confronti della condotta di Berlino. Le lotte di potere intra-europee continuano: il primo ministro lussemburghese Jean-Claude Juncker, già qualche mese fa, ha messo in guardia facendo un parallelo con gli anni immediatamente precedenti alla prima guerra mondiale.

La chiamata delle voci

Il presidente della repubblica Gauck, nel suo recente discorso in occasione della festa della riunificazione (3 ottobre), ha ribadito la necessità di una nuova politica estera tedesca. Con il ricorso al suo consueto armamentario retorico Gauck ha affermato che fino ad ora la Germania sullo scenario internazionale sarebbe rimasta troppo poco coinvolta, nonostante i 6000 soldati sparsi per il mondo in oltre 10 stati e il brutale programma di risparmi imposto all'Eurozona. "Ma ora alcuni paesi nostri vicini" si augurano "un ruolo di guida per la Germania"; stanno crescendo "all'interno e all'esterno del nostro paese le voci che chiedono alla Germania una maggiore partecipazione nella politica internazionale". Il nostro paese è "fortemente popolato, al centro del continente e resta saldamente la quarta economia mondiale"; dobbiamo impedire che "la Germania sminuisca il proprio ruolo". Dovremmo pensare al "nostro paese, come a una nazione che ha il coraggio di dire si' a se stessa". La Germania non è un'isola, in futuro dovrà partecipare piu' attivamente alla soluzione dei conflitti globali, anche militarmente.[1]

La Cancelliera d'Europa

Il discorso di Gauck è stato preparato con cura nell'establishment al vertice della politica estera berlinese. L'egemonia tedesca all'interno dell'UE, da oltre 2 anni, viene discussa alla luce del sole sia nelle pubblicazioni specialistiche che nei commenti dei principali media. All'inizio del 2011 uno dei giornalisti piu' vicini al governo federale ha ridefinito Angela Merkel la "Cancelliera d'Europa".[2] Nel giugno 2013 il capo del dipartimento per la pianificazione del ministero degli esteri tedesco, Thomas Bagger, presso il Think-Tank di Washington "Center for European Policy Analysis", è intervenuto per parlare della leadership tedesca in Europa. Bagger ha dichiarato: "a Berlino si è consapevoli delle voci che chiedono un ruolo di leadership della Repubblica Federale in Europa, ma a causa della nostra storia carica di violenza, sul tema dell'egemonia tedesca resta una certa sensibilità". Il giornalista britannico Timothy Garton Ash racconta che dietro le quinte i vertici dello stato tedesco si sarebbero messi d'accordo: "Dobbiamo far finta di trattare con la Francia sullo stesso piano". [3] Nel confronto fra i due paesi, la supremazia economica tedesca sarebbe ineguagliabile.

Le elite sono divise

Una parte delle elite europee approva la nuova egemonia tedesca in Europa - e contribuisce alla sua implementazione. Il ruolo di ispiratore di questa politica l'ha avuto Radosław Sikorski, il ministro degli esteri polacco. Sikorski nel novembre 2011 in un discorso presso la Deutsche Gesellschaft für Auswärtige Politik
(DGAP) ha detto: "oggi temo molto di piu' l'inattività tedesca, che non il suo ruolo di guida".[4] Da allora la chiamata ad una "leadership tedesca" nell'UE ha riscontrato una certa accettazione. In agosto Timothy Garton Ash, su di una importante rivista americana, è tornato ad interrogarsi sulla "nuova questione tedesca". Riferendosi ad incontri personali con la Cancelliera ed altri membri del governo, Ash ha scritto che la "Germania non ha cercato un ruolo di leadership in Europa", ma questa condizione è divenuta nei fatti realizzabile grazie alla grande forza economica. Dopo le elezioni presidenziali la Repubblica Federale dovrà affrontare con piu' decisione le problematiche interne all'UE. [5] Il presidente Gauck nel suo intervento del 3 ottobre ha fatto riferimento alle parole di Ash e Sikorski: a coloro che "chiedono un maggiore impegno della Germania nella politica internazionale", appartengono anche "un ministro polacco e dei professori di Oxford e di Princeton". Ash è professore ad Oxford.

Oltre l'80% è contrario

In forte contrasto con l'accettazione dell'egemonia tedesca di una parte delle elite europee, è invece l'opinione della grande maggioranza dei cittadini nei paesi colpiti dai diktat di risparmio tedeschi. Secondo un sondaggio fatto a giugno, circa l'82% dei cittadini italiani e l'88% di quelli spagnoli ritiene che l'influenza tedesca nell'UE sia troppo forte. In Francia, dove la popolazione è sempre piu' colpita dalle misure di austerità dettate da Berlino, questa opinione è condivisa dal 56 % dei cittadini.[6] 

La battaglia sulla politica estera dell'UE

Le lotte di potere in Europa proseguiranno. Una influente rivista francese recentemente ha ipotizzato che la Germania cercherà di utilizzare la sua crescente forza economica per ottenere la supremazia anche nella politica estera europea. E' evidente, sin dalla disputa sulla "Unione mediterranea" del 2008 [8], che i tedeschi non appoggiano piu' la politica estera francese, ma che intenderanno metterla sempre piu' in discussione, minando la posizione della Francia nelle sue tradizionali aree di influenza, si scriveva poco prima delle elezioni politiche tedesche. E cio' per Parigi potrebbe essere una minaccia. A questo bisogna aggiungere che la Germania considera l'intera Eurozona, in termini di politica estera, "come una sua zona di influenza", come del resto fa da sempre in campo economico, indebolendo ulteriormente la posizione della Francia. [9] Le battaglie per l'egemonia nella politica estera e militare dell'EU sono state condotte e vengono condotte in Libia, Mali e Siria; in ogni occasione ci sono state forti divergenze fra francesi e tedeschi. [10] Il presidente Gauck la scorsa settimana ha rafforzato la rivendicazione di una leadership tedesca proprio in questa direzione: "uno dei miei predecessori, Richard von Weizsäcker, aveva incoraggiato la Germania a contribuire con piu' convinzione alla politica estera e di sicurezza europea" [11]

Come 100 anni prima

Gli addetti ai lavori mettono in guardia dal sottovalutare il potenziale di escalation di queste lotte di potere. Già in marzo il primo ministro lussemburghese Jean Claude Juncker ha dichiarato pubblicamente di vedere dei forti parallelismi con il periodo precedente la prima guerra mondiale: "mi colpisce la somiglianza fra le condizioni europee del 2013 e quelle di 100 anni prima". Quanto rapidamente le tensioni attuali possano avere un'escalation, lo hanno mostrato le proteste contro i diktat di risparmio tedeschi in Grecia e in Italia: "improvvisamente sono riemersi risentimenti che si pensava fossero definitivamente scomparsi". Juncker ha avvertito con una franchezza insolita: "chi pensa che l'eterna questione della guerra e della pace in Europa non si ponga piu', potrebbe sbagliarsi. I demoni non sono scomparsi, stanno solo dormendo" [12]

Fonte,traduzione e ringraziamento: http://vocidallagermania.blogspot.it 


[1] "Die Freiheit in der Freiheit gestalten"; www.bundespraesident.de
[3] Timothy Garton Ash: The New German Question; www.nybooks.com 15.08.2013
[4] "Deutsche Macht fürchte ich heute weniger als deutsche Untätigkeit"; dgap.org 28.11.2011
[5] Timothy Garton Ash: The New German Question; www.nybooks.com 15.08.2013
[6] Adults in Five Largest European Countries Have Mixed Feelings on Their Countries' Influence in the European Union; www.harrisinteractive.com 27.06.2013
[9] Le nouveau défi allemand de la diplomatie; www.lexpress.fr 21.09.2013
[11] "Die Freiheit in der Freiheit gestalten"; www.bundespraesident.de

[12] Euro-Krise: Juncker spricht von Kriegsgefahr in Europa; www.spiegel.de 10.03.2013

domenica 22 settembre 2013

VINCE LA "CULONA" PER LA FELICITA' DEGLI IDIOTI LETTA, FASSINA E SACCOMANNI !!


Dopo avere nutrito il suo popolo con il sangue dei poveri greci, portoghesi, italiani e spagnoli, “Mutti” Merkel passa all’incasso. Le elezioni tedesche confermano lo strapotere elettorale della “culona” venuta dall’est, pronta ora a trasformare definitivamente l’Europa in un immenso lager a cielo aperto. Saranno contenti tutti gli ignavi che, tipo Fassina, aspettavano con ansia il voto in Germania nella speranza irrazionale che qualcosa finalmente cambiasse. 
Infatti qualcosa cambierà: in peggio. 
Merkel ha chiuso la campagna elettorale giurando di impedire ad ogni costo il varo degli Eurobond, unica prospettiva di buon senso in grado di risollevare potenzialmente le sorti di un Vecchio Continente che, per dirla con Luttwak, periodicamente impazzisce. Per i prossimi quattro lunghi anni l’Europa, sotto il tallone dei redivivi e imbellettati nipotini di Adolf, imporrà a tutti lacrime e sangue come una educatrice sadica e malvagia convintasi di dover redimere il mondo a suon di sculacciate. Non voglio parlare oltre dei tedeschi, popolo che abbiamo già conosciuto in profondità ai tempi di Hitler. Preferisco concentrarmi sull’Italia. Dall’attesa spasmodica e attenta con la quale i media italiani stanno seguendo in tempo reale lo spoglio delle schede scrutinate nella Patria di Arminio, si capisce come oramai il nostro povero Paese abbia pacificamente accettato di calarsi nei panni scomodi della colonia mascherata. Tutti danno per scontato che l’Italia non abbia più il diritto di autodeterminarsi, confidando perlopiù nella magnanimità del padrone teutonico che, si spera, mostrerà finalmente il suo volto meno arcigno. In questa direzione vanno le parole del viceministro Stefano Fassina, omunculo miserabile, venduto e ipocrita che evoca il “commissariamento dell’Italia nella sventurata ipotesi in cui si tornasse presto a votare”. 
Questo fallito di Fassina minaccia cioè di consegnare il Paese ai nostri carnefici sovranazionali qualora qualcuno pensasse di sfilargli la seggiola di viceministro da sotto il culo mandando in crisi il governo Letta, protesi della massoneria reazionaria e nazista che governa la Ue, ora euforica per la grande vittoria conseguita dal suo demone più sanguinario, efficiente e meticoloso: Angela Merkel. 
Il damerino di Fassina, che mente per conservare denaro, potere e visibilità, dovrebbe sapere che l’Italia è già brutalmente commissariata da almeno due anni; da quando cioè Napolitano decise di imporre al potere Mario Monti (proconsole della Merkel) annullando la nostra dignità di popolo da sacrificare sull’altare di “equilibri più avanzati” (e sapientemente occultati). Il governo Letta è una specie di Monti bis, sempre creato da Napolitano su input del venerabile Mario Draghi, che esprime come ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni, uomo del cerchio interno chiamato a garantire la sadica prosecuzione di politiche pensate per massacrare intenzionalmente la nostra decadente struttura produttiva. Non per nulla Saccomanni oggi minaccia di dimettersi nel caso in cui l’Iva non dovesse essere aumentata. Chi conferisce, al lume della vostra sapienza, tanto potere negoziale ad un oscuro funzionario senza voti e senza partito? Bella domanda. L’Italia potrebbe sforare l’assurdo parametro che obbliga i Paesi dell’area euro a rispettare i limite del deficit fino ad un massimo del 3% per un misero decimale. La Francia è oltre il 4% mentre la Spagna sfonda quota 10%. Ma, come spiegava l’insuperato giurista Calamandrei, le regole spesso con gli amici si interpretano e con i nemici si applicano. Enrico Letta, uomo sprovvisto del senso del ridicolo (tempo fa riuscì perfino a paragonare Napolitano all’Altissimo), ha puntato il dito contro “l’instabilità politica”. Tradotto: lasciatemi il posto. I nostri politici, pur di conservare i loro immeritati privilegi, sono disposti a veicolare impunemente qualunque tipo di menzogna. La vittoria della Merkel in Germania avrà anche da noi conseguenze semplicemente devastanti. Tra cinque anni nella periferia dell’area euro si conteranno morti e feriti come dopo la fine di un cruento conflitto bellico mondiale. Hollande ha vinto in Francia ingannando il suo elettorato (in campagna elettorale diceva si eurobond, no fiscal compact). Letta governa in Italia dopo che il suo partito ha mentito agli italiani. 
La Merkel no. 
Mutti Angela ha stravinto promettendo al suo elettorato di fare quello che ha sempre fatto: annientare fino al soffocamento tutte le restanti economie dell’area euro. Per questo, oggi come ai tempi di Hitler, il popolo tedesco è di nuovo colpevole nella sua interezza e senza eccezioni. Non è un caso che per esprimere una indegna gioia per le altrui sofferenze, i tedeschi utilizzino un solo termine: schadenfreude (piacere provocato dalla sfortuna" (altrui)). Un sentimento evidentemente così diffuso da meritare una apposita e singola parola. 
Bene ha fatto perciò il filosofo Diego Fusaro, ospite giorni fa di Paragone su la7, a parlare di nazismo in relazione alla costruzione di questa Unione Europea (clicca per guardare). Evidentemente la lettura fruttuosa di alcune chiavi di lettura offerte in tempi non sospetti dal Moralista comincia a fare breccia fra le coscienze più attente e sensibili (clicca per leggere).
L’ottimo Fusaro avrebbe fatto cosa buona, però, a citare la fonte originale. Un peccatuccio tutto sommato veniale e ben compensato dalla chiarezza dell’esposizione e il coraggio dei contenuti.

Francesco Maria Toscano

domenica 28 luglio 2013

Le pillole rosse - 5° pillola: Biondi, alti e produttivi

Una delle armi più forti di Matrix, che condiziona pesantemente l'operato di governi ed il pensiero dell'opinione pubblica, è l'utilizzo di valutazioni morali per definire processi economici.
Matrix, si sa, ama la Germania, nelle nostre trasmissioni dove si trattano temi economici c'è sempre un giornalista tedesco che ci fa la lezioncina su quello che dovremmo o non dovremmo fare. I tedeschi sono, nel suo immaginario. e quindi nella comunicazione che ci offre, un esempio, perché, produttivi e capaci di esportare. Ancora più bravi, poi, perché capaci di rimanere in forte surplus di bilancia dei pagamenti e quindi esportatori netti, dimostrando di essere la vera locomotiva d'Europa; noi dovremmo fare come loro e smetterla di essere pigri ed improduttivi.
Ma cosa significa esportare? Esportare significa semplicemente vendere le proprie merci all'estero, quindi se
io esporto ci deve essere qualcuno che importa: se non ci fosse nessuno che importa non esisterebbe commercio estero e, d'altronde, come è stato detto brillantemente, se tutto il mondo esportasse dovrebbe esportare su altri pianeti; questo ci porta alla ovvia considerazione che ambedue i soggetti sono fisiologicamente necessari e che non ha molto senso da un punto di vista economico dare un valore di merito al fenomeno, se non in un ottica competitiva mercantilistica.
Tanto non ha senso che il Fondo Monetario Internazionale nel suo statuto ha la c.d. "clausola della valuta scarsa" che punisce uno Stato che persiste nel rimanere in surplus di bilancia dei pagamenti, fenomeno che, quindi, è visto sfavorevolmente, tanto quanto quello di un Paese in continuo deficit; ciò perché uno squilibrio persistente, sia in surplus che in deficit, non permette il riequilibrio delle partite e quindi ostacola a lungo andare gli scambi. Oltretutto lasciato a sé il sistema tenderebbe a riequilibrarsi: tra Stati con monete diverse il riequilibrio avviene attraverso il deprezzamento della valuta del Paese A importatore, il quale vende moneta propria per acquistare moneta del Paese B esportatore, al fine di acquistarne i beni, e l'apprezzamento della valuta del secondo, poiché aumenta la domanda della sua moneta; questo fenomeno porta a rendere più competitivi sul mercato estero i beni del Paese A che quindi risulta agevolato nelle sue esportazioni e, parallelamente, più cari per gli altri e quindi meno competitivi i beni del Paese B, che quindi vede diminuire le sue esportazioni, riportando in riequilibrio il sistema. Con la moneta unica il riequilibrio, più lento, avviene attraverso l'aumento dei redditi all'interno del Paese B e del tasso di inflazione, che è fisiologicamente legato alla crescita economica; ciò porta ad aumentare i consumi, anche dei beni esteri, dei suoi cittadini ed insieme a rendere, via inflazione, più cari i suoi beni, con una diminuzione delle esportazioni. Parallelamente la diminuzione dei redditi del Paese A porta ad un calo dei consumi, anche di beni esteri, e la minore inflazione derivante dal calo della domanda e quindi dei prezzi, rende di nuovo competitivi i beni da esportare, anche qui riequilibrando a medio termine il sistema.
Se le cose stanno così, allora perché in Europa non c'è stato riequilibrio e il Paese sedicente "virtuoso" (la Germania) è rimasto tale e quelli periferici, Italia compresa, sono rimasti importatori netti e quindi secondo matrix "viziosi"? E' colpa del fatto che sono (siamo) improduttivi o pigri o incapaci come ci raccontano, o c'è dell'altro?
Iniziamo a vedere qualche dato:

Fonte: goofynomics

Da questo grafico si vede che, fino al 1989 la produttività media del lavoro italiana e tedesca viaggiava di

giovedì 25 luglio 2013

Il disastro del mercantilismo tedesco.


La ripresa dell’economia mondiale è stata negli ultimi tempi oggetto di sempre più frequenti pronostici , ma anche sempre più ridimensionata nelle stime e spostata nel tempo. Lo confermano senza mezzi termini le valutazioni del Fondo Monetario Internazionale, che, nonostante i segnali di risalita negli Stati Uniti e in Giappone, segnalano il protrarsi della recessione nell’eurozona e un rallentamento di molti mercati emergenti, proprio quelli al quale si voleva assegnare il ruolo di locomotiva.

In effetti, lo scenario non dovrebbe sorprendere più di tanto: le economie emergenti basano infatti ancora gran parte della propria crescita sulle esportazioni, e queste ultime sono state rallentate dall’affanno in cui si trova la domanda europea. Una domanda stagnante che, come spiega bene l’ultimo Rapporto ICE sul commercio internazionale, condiziona gli scambi mondiali, al punto di imprimerne una inversione di tendenza rispetto al decennio precedente, quando variavano in misura più che proporzionale al PIL. La crisi europea appare insomma l’occhio del ciclone della crisi mondiale, e l’attesa di una ripresa trainata dagli emergenti è una pura chimera.

Ma c’è qualcosa di più pregnante che il Rapporto ICE ci ricorda: la frenata del commercio europeo è da imputare essenzialmente ai paesi della “periferia” dell’eurozona (Italia, Grecia, Spagna, Portogallo), la cui depressione economica è responsabile di un vero e proprio crollo delle importazioni. Tale crollo ha ridimensionato l’entità dei deficit commerciali di questi paesi e ha ridotto gli squilibri commerciali interni all’area euro. La riduzione di questi squilibri ha inoltre comportato il riequilibrio delle tensioni commerciali nell’eurozona, mentre nessun contributo in tal senso è giunto dai paesi in forte surplus, come la Germania, ma anche di area tedesca come Austria, Belgio, Finlandia e Olanda. Si tratta di un processo che va avanti senza soluzione di continuità dal 2007, al quale si contrappone in maniera molto netta la divaricazione tra la capacità produttiva industriale tra “area tedesca” ed “area mediterranea” (includendo in quest’ultima anche la Francia). Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, nell’ultimo anno si è dimezzato il disavanzo con la Germania.

“La diminuzione degli sbilanci commerciali osservata dopo il 2007 nell’area euro”, si legge nel Rapporto ICE, “non ha riflesso correzioni sostanziali degli squilibri di competitività che sono andati cumulandosi tra i paesi membri dall’inizio della moneta unica. […] A lungo andare, questo processo può condurre a un recupero di competitività attraverso cosiddette svalutazioni interne, ovvero spingendo le dinamiche di prezzi e costi persistentemente al di sotto di quelle dei paesi in surplus. Ma la strada si prospetta lunga e onerosa, dal punto di vista sociale e produttivo . In assenza di significativi movimenti verso un aggiustamento intra-europeo più simmetrico, il riequilibrio affidato ai soli paesi in deficit implica il permanere per un prolungato periodo di tempo di mercati del lavoro deboli nell’Area Mediterranea. Accanto a un costo sociale, c’è anche un rischio produttivo. Le domande interne in contrazione colpiscono in primo luogo le aziende che vendono al mercato domestico, ma non risparmiano coloro che sono orientati all’estero. Le imprese esportatrici “pure” sono un fenomeno relativamente raro. Ad esempio in Italia oltre il 60 percento del fatturato viene realizzato, in media, nel mercato nazionale. Ciò significa che quando la domanda domestica , come avvenuto negli ultimi anni nell’Area Mediterranea, tutta la struttura produttiva ne risente, in modo diretto per la contrazione di uno sbocco prioritario per le vendite e indiretto per la rarefazione del credito che i minori fatturati finiscono con l’attivare.” Questo processo ha infine come sbocco “una perdita strutturale di base produttiva, accentuando una dinamica che ha contrassegnato il funzionamento dell’euro fin dalle sue origini.”

L’apparente miglioramento del quadro commerciale dell’eurozona, è dunque rivelatore di una situazione al collasso, che sta erodendo la base produttiva dei paesi in difficoltà, indebolendone anche la capacità di intercettare futuri segnali di ripresa, attivando la produzione specialmente in settori dove il potenziale di domanda è maggiore. La questione è assolutamente cruciale per quanto riguarda l’economia italiana “Considerando l’intero decennio” si legge nel Rapporto ICE “l’analisi conferma che il contributo principale alla riduzione della quota [di export] italiana è derivato dalle caratteristiche del modello di specializzazione delle esportazioni, orientate prevalentemente verso prodotti a domanda mondiale relativamente lenta.” Giova in questo senso ricordare il peso strutturale assunto nelle importazioni dai prodotti high-tech e il caso paradigmatico rappresentato dai pannelli solari. Nel Rapporto si legge infatti che per quanto riguarda l’Italia “Un contributo negativo molto rilevante è stato di nuovo arrecato dal crollo delle importazioni di celle fotovoltaiche, dopo la riduzione degli incentivi pubblici per il loro uso.”

Se non fosse stato ancora sufficiente il conto che la crisi e il suo inasprimento a causa delle politiche di austerità hanno presentato finora, il flebile segnale che gli scambi commerciali mandano a consuntivo del 2012, dovrebbe sancire un allarme inequivocabile sulla necessità di mettere mano in Europa a politiche pubbliche espansive per il rilancio della domanda. I fatti dimostrano che le dinamiche mercantiliste e la logica del beggar my neighbour sono solo l’ingresso in un vicolo cieco e forse anche a Berlino inizieranno a capire che il gioco al massacro travolge tutti.

Pubblicato da keynesblog il 25 luglio 2013

La “rigorosa ed austera” Germania è campione di lavoro nero e sommerso

angela_merkel_2008C’è un record insospettabile, oltre a quello del debito pubblico, detenuto dalla Germania di Angela Merkel: il primato di economia sommersa tra i Paesi dell’Ue.

Un titolo di cui, immaginiamo, la Germania non si fregia volentieri. L’immagine di rigore e austerità che i tedeschi vorrebbero esportare ed imporre anche al resto dell’Ue, dimostrando peraltro scarsa disponibilità al concetto di sostegno tra Stati come si conviene ad una comunità che si vorrebbe unita, viene messa in crisi dai recenti primati inanellati dalla Germania targata Angela Merkel.

Innanzitutto, il debito pubblico, che nel 2011 ha superato quello italiano, diventando il terzo debito pubblico più alto del mondo dopo Usa e Giappone e ovviamente il primo in Europa. Oggi la Germania non sta meglio: gli ultimi dati pubblicati dal Sole24Ore ad aprile 2013 parlano di un debito pubblico salito alla quota record di 2.166 miliardi di euro, con un incremento dell’1,5% rispetto al 2011. Una cifra di poco superiore a quella italiana, il cui debito pubblico dopo la “cura Monti” è schizzato a poco più di 2.000 miliardi, dopo che ai tempi del governo Berlusconi era riuscito a scendere sotto i 1.900 miliardi.

E’ notizia di questi giorni invece il nuovo record teutonico: il lavoro nero tedesco vale 350 miliardi di euro e impiega otto milioni di persone.
Dati che surclassano quelli del lavoro nero italiano, nonostante l’immagine dipinta spesso dagli italiani stessi di un Belpaese pieno di “evasori, lavoro nero ed economia sommersa”.
Anche in questo caso, invece, la Germania surclassa tutti e si posiziona saldamente sul gradino più alto del podio.


Lo studio, commissionato dal colosso della carte di credito Visa in collaborazione con l’università di Linz, rivela altri dati: in relazione al Pil tedesco, il nero sarebbe al 13%, circa 1/6 della ricchezza nazionale. Questo significa che, pur vantando la Germania il più grande sommerso d’Europa in termini assoluti, in relazione al Pil è la Bulgaria a fare la parte del leone con un sommerso che vale il 30%. Seguono Germania, Italia e Portogallo con il 20%.
Secondo l’università di Linz, inoltre, le casse dello Stato tedesco non ne risentirebbero più di tanto: grazie all’Iva vengono recuperate quelle risorse evase in virtù dei contratti o dei pagamenti in nero. Gettito dell’Iva che sarebbe di molto inferiore se i consumi crollassero a causa dei mancati redditi garantiti dal lavoro nero.
A quanto pare, il sommerso sembra non essere affatto un problema per la Germania. Strano che appaia come quello principale per l’Italia.

Fonte: www.qelsi.it

mercoledì 24 luglio 2013

Intervista Prof. Bernd Lucke, leader del partito anti-euro AfD della Germania...


Open Europe Berlino ha pubblicato sul suo blog una intervista esclusiva con il professor Bernd Lucke - fondatore e leader del nuovo partito anti-euro Alternativa für Deutschland (AfD).
Abbiamo tradotto alcuni dei punti più interessanti.

Riguardo il tema dei difetti di progettazione della Unione Monetaria Europea (EMU) ... Bernd Lucke dice (BL):

 La radice di tutti i mali è, a mio giudizio, il fatto che i trattati europei non prevedono, e non forniscono, la possibilità di ritirarsi dalla zona euro ... Da quando è nato [l'euro] questa istanza è stata esclusa a priori, e la possibilità di esercitare pressione politica sugli Stati membri è anch'essa limitata. [...] Nonostante lo sviluppo economico non sostenibile in alcuni paesi, i mercati finanziari, ovviamente, hanno ignorato le grandi differenze [tra i paesi della zona euro], che hanno colpito il rischio di default credit. 
A loro volta, i bassi tassi di interesse hanno 'finanziato' questi sviluppi. 
In realtà, il campanello d'allarme avrebbe dovuto suonare in considerazione dei diversi andamenti dei tassi di inflazione specifici per paese, dei costi unitari del lavoro e delle bilance commerciali. Inoltre, le bolle immobiliari in Irlanda o la Spagna avrebbero dovuto essere riconosciute e contrastate dai politici.
Tuttavia, i sistemi di allarme non erano disponibili. 
Si è rilevato pertanto come l'EMU è stata mal concepita sotto tutti gli aspetti.

Sul ruolo della BCE nella crisi ... 

BL: La BCE non ha direttamente la colpa, perché era semplicemente una parte del sistema dell'euro mal costruito... Nel periodo prima della crisi, la BCE avrebbe potuto essere accusata al massimo per non aver sottolineato i pericoli associati ai differenti tassi di inflazione creatisi nei paesi euro ... solo un appunto: una banca centrale indipendente è una cosa buona. Ma una banca centrale - come la BCE - che non è più soggetta a nessuno stato e al controllo democratico, e adesso passata in modalità di auto-conservazione è estremamente pericolosa. 

Sull'utilizzo di strumenti come l'ESM e OMT per stabilizzare la zona euro ... 

BL: L' ESM è in definitiva un gigantesco eurobond istituzionalizzato, e quindi una forma di mutualizzazione del debito ... Quello che vogliamo come AfD è ... il ritorno ai parametri di Maastricht, e in particolare la reintroduzione e il rigoroso rispetto della clausola di no-bailout . Nessun paese è responsabile per i debiti di altri paesi ... I paesi dovrebbero e sarebbero dovuti andare in bancarotta, e ciò avrebbe ridotto i livelli di debito in parte insopportabili. 

Su come AfD vede una rottura della zona euro... 

BL: In qualità di 'misura immediata' , chiediamo il conseguente rispetto delle [esistenti] norme dei trattati europei, nonché l'aggiunta di una clausola di euro-uscita tra le regole. 
Se necessario, vogliamo forzare il diritto dell'uscita utilizzando lo strumento di blocco dei futuri prestiti del MES grazie ad un veto tedesco. 
Così senza ulteriori prestiti di assistenza, i paesi in crisi deciderebbero che è nel loro interesse uscire dall' Unione monetaria. Questo dovrebbe avvenire in modo ordinato e graduale. Sul piano giuridico, i trattati europei devono essere cambiati. Abbiamo i parlamenti e i governi per questo. E la Germania ha un peso sufficiente per spingere su questo.

Leggendo l'intervista è chiaro che i Tedeschi sono sempre Tedeschi e pensano sempre al bene del loro paese (a differenza nostra), infatti l'ultima domanda non lascia spazio ad interpretazioni, loro comandano , loro non fanno beneficenza alcuna e piloteranno loro l'uscita di chi ritengono non sia più in grado di sostenere la loro leadership.Voi come la pensate?

giovedì 18 luglio 2013

Introduzione di "L'euriasmo ci condannerà"

Pubblico l'introduzione ad un breve ebook in fase di ultimazione che dopo l'estate renderò disponibile sul mio blog e su Democrazia e Sovranità.

"Capire la natura di questa crisi economica, deflagrata nel 2007 ma covata da un decennio e tuttora presente, è di fondamentale importanza per interpretare correttamente le informazioni che ogni giorni ci pervengono, seppur con reticenza, dai mezzi di comunicazione. Capire la vera natura della moneta unica, l’euro, che tanti benefici doveva portare e che si è dimostrata, come ampiamente previsto, uno strumento di vantaggio dei forti (come la Germania) verso i deboli (Spagna, Portogallo, Grecia, Irlanda, Slovenia, Cipro) o verso i concorrenti temibili (Italia soprattutto ma anche Francia).

Dobbiamo soffermarci subito sul concetto politico dell’euro perché è questa la sua vera natura; la necessità di accrescere la propria economia, consumata da un decennio di spesa pubblica, ha portato la politica tedesca a essere detentrice del destino dell’Europa, aggregando nazioni diverse per economia, cultura, politiche sociali, contributive e delle pensioni, oltre che educative sotto la bandiera del “più Europa”, slogan molto in voga ancora oggi; il bisogno di paesi che si sentono “inferiori” di poter partecipare al gioco ha contribuito a spingere economie deboli ad agganciarsi ad una moneta troppo forte che se in una prima fase ha contribuito ad espandere (ma principalmente dal lato del debito privato, come vedremo) nella seconda parte ha portato, come nei più classici casi da ciclo di Frenkel, ad un collasso dell’economia del paese sotto il peso della sussistenza e strozzate dal meccanismo del finanziamento sui mercati, attraverso l’emissione di titoli di Stato, che ha comportato un aumento dei tassi d’interesse che in regime di cambio fisso non possono essere sostenuti quando l’economia si aggrava in seguito ad uno shock (la bolla finanziaria americana e il fallimento della più grande banca d’investimento, la Lehmann).

lunedì 8 luglio 2013

L'euro-imbroglio e la necessità di riavere i propri diritti

Il fallimento dell'euro è ormai cosa assodata.
Da qualsiasi parte si osservi non si può fare a meno di constarne il declino, inesorabilmente accentuato dallo shock finanziario che ne ha smascherati i lati oscuri. L'ingresso in quest’unione doveva portare stabilità, concorrenza e permettere allo Stato di approfittarne in termini di riduzione dal lato della spesa per interessi e di un'unione a livello di ordinamento (economica, bancaria, sociale) che sono i capisaldi affinché un'unica moneta possa esistere e prosperare.

Bene, tutto questo non c'è stato e mai ci sarà.

Il cosiddetto "dividendo dell'euro" non solo non è stato raccolto ma si è rivelato ben altra cosa, portando sul lastrico le economie che non potevano sopravvivere a un cambio rigido, che mal si sposava con le diverse realtà economiche dei singoli Stati. Il dramma che stiamo vivendo assomiglia a un’enorme suggestione, un regno delle promesse non mantenibili, un grosso limbo dove si arranca per cercare una soluzione che non esiste.
Se si analizza la condizione di alcuni paesi, quelli maggiormente colpiti dalla recessione, che appartengono alla fascia mediterranea dell'Europa ci si accorge di come la favola del centro che corteggia la periferia sia una tragica storia d'amore che uccide le economie deboli a scapito di quelle egemoni. Il meccanismo che si cela dietro all'euro è politico prima di tutto, e per questo motivo si rivela nocivo per i popoli ma molto redditizio per il potere e le lobby ad esso connesse; il tentativo di ricostruire economicamente il paese che più aveva pagato in termini politici (la Germania dopo l'annessione della parte orientale) ha finito per disintegrare il tessuto economico (e a brevissimo anche quello sociale) di coloro che si sono tuffati in questa avventura dagli esiti scontati con tanto entusiasmo, sia per convenienza che per prestigio.

venerdì 5 luglio 2013

“A dispetto dei recenti successi, la Germania non ha fatto alcun investimento per il proprio futuro” - lo dicono i tedeschi

Il giornale tedesco Der Spiegel riassume uno studio del prestigioso DIW (Istituto Tedesco per la Ricerca Economica) che spiega come la Germania si stia “ammazzando di risparmio” anziché investire per assicurarsi un futuro. E i risultati si vedono già: infrastrutture fatiscenti, pochi investimenti per istruzione, impianti e macchinari, produttività del lavoro in declino, patrimonio pubblico trascurato, enormi somme di denaro investite all'estero con pessimi risultati. Ma i politici tedeschi non se ne accorgono, parlano tutti lo stesso linguaggio ed hanno elargito promesse mai mantenute.

L'articolo è giunto alla nostra attenzione grazie ad un recente post sul blog del prof. Alberto Bagnai (il quale faceva notare questi problemi già da parecchio tempo).



Traduzione di Henry Tougha 

Infrastrutture a pezzi: la tirchieria minaccia il futuro della Germania 

Vista da fuori la Germania sembra avere un'economia robusta. Ma uno studio pubblicato da un importante istituto economico mostra che il paese sta investendo decisamente troppo poco in infrastrutture e nel proprio futuro, e in pratica si sta ammazzando di risparmio. SPIEGEL Staff
Quando i principali contendenti dell'attuale campagna elettorale parlano della Germania, si ha spesso l'impressione che appartengano tutti allo stesso partito. La cancelliera Angela Merkel, dell'Unione dei Cristiano-Democratici (CDU) ha elogiato il proprio paese come una “nazione esportatrice di successo”.  Il suo oppositore, Peer Steinbrück, del centro-sinistra Socialdemocratico (SPD) ha fatto le lodi del “paese forte” i cui meriti vanno dalla tradizionale “concertazione sociale” tra imprenditori e lavoratori tedeschi, fino all' “eccellente scenario della ricerca universitaria”.
Naturalmente ci sono anche delle piccole differenze tra i candidati, specialmente se si parla di giustizia sociale. Steinbrück vuole alzare le tasse sul patrimonio, mentre la Merkel vorrebbe aumentare le pensioni per le mamme in pensione. Ma chiunque metta a confronto i discorsi dei due massimi candidati non può che ricordarsi di un ottimista slogan elettorale degli anni '80: “Way to go, Germany!” [“Continua così, Germania!”].


La cancelliera e il suo principale sfidante stanno disegnando un'immagine rassicurante ma tuttavia fuorviante del paese. Da un po' di tempo ormai, i tedeschi iniziano a sospettare che ci siano ben poche ragioni per essere così compiaciuti. Chiunque viaggi per il paese può accorgersi che ci sono un sacco di buche nelle strade, binari ferroviari in disuso e scuole fatiscenti. E chiunque lavori per una delle più grandi compagnie industriali del paese, sa anche che la gran parte dei nuovi impianti di produzione vengono fatti all'estero, non in Germania.
Finalmente gli economisti hanno tradotto i problemi della Germania in numeri concreti. L'Istituto Tedesco per la Ricerca Economica (DIW) ha presentato uno studio che dimostra che la Germania non è affatto l'economia egemone in Europa come il settimanale britannico The Economist ha recentemente suggerito nella sua copertina. Piuttosto, il DIW disegna l'immagine di un'economia in difficoltà, che è stata gravemente squilibrata per anni.
I tedeschi risparmiano di più rispetto alla maggior parte di coloro che vivono nel mondo industrializzato, ma investono molto poco nel proprio futuro, il che li rende economicamente molto più deboli di quanto i leader politici si rendano conto. Secondo lo studio, la Germania "si sta ammazzando di risparmio".

Una carenza cronica di investimenti

La diagnosi è allarmante. Sebbene la Germania abbia sopportato la crisi economica e finanziaria meglio di tutti gli altri grandi paesi industrializzati ed abbia creato più di un milione di nuovi posti di lavoro, ciò è avvenuto più che altro grazie ad anni di repressione salariale permessa dai sindacati nazionali.
A peggiorare le cose, la produttività di questi posti di lavoro – un aspetto decisivo per la crescita e la prosperità a lungo termine – ha contribuito all'attuale boom altrettanto poco quanto la domanda di consumi, che è stata invece un importante traino alla crescita in altri paesi.
L'istituto di Berlino punta il dito sulla carenza cronica di investimenti come la causa principale di questa scarsa produttività. Sia lo Stato che il settore privato spendono troppo poco in infrastrutture, istruzione, impianti produttivi e macchinari.
“A dispetto di tutti i successi degli anni passati, la Germania non ha creato alcuna base di investimenti per assicurarsi una crescita robusta,” concludono i ricercatori.
In altre parole, la Germania sta consumando le proprie riserve. I ponti sono fatiscenti, le fabbriche e le università sono in deterioramento, e non si spende nemmeno abbastanza per mantenere le reti telefoniche. Tutto ciò si ripercuote in un massiccio impoverimento del paese, secondo i calcoli del DIW.
Circa 15 anni fa, il patrimonio netto dello Stato corrispondeva ancora a circa il 20% del prodotto interno lordo (PIL). Aggiustato all'inflazione, esso ammontava a circa 500 miliardi di euro (ovvero 650 miliardi di dollari). Nel 2011, questa cifra si è ridotta ad appena lo 0,5% del PIL, ovvero appena 13 miliardi di euro, soprattutto a causa di una trascuratezza sistematica.
Tutti i partiti politici tedeschi si stanno impegnando a spendere più soldi per autostrade, trasporti pubblici ed istruzione nella prossima legislatura – ma hanno già fatto diverse volte le stesse identiche promesse in passato. Alla fine, però, i già magri bilanci per gli investimenti sono stati ulteriormente tagliati e i soldi suddivisi tra gruppi privilegiati di elettori. Potrebbe andare a finire esattamente nello stesso modo anche stavolta.

Bravi a risparmiare, incapaci a investire

La carenza di investimenti si sta ancora ampliando. La quota degli investimenti, ossia la proporzione del prodotto nazionale impiegato per fare investimenti, è in declino da anni. Nel 1999 era ancora al 20%, ma oggi è scesa ad appena il 17%. Anno dopo anno, sono mancate decine di miliardi di euro fortemente necessari per la manutenzione di autostrade, ferrovie e macchinari.
A partire dal 1999 i rinnovamenti non fatti si sono sommati fino ad ammontare ad un colossale arretrato di mille miliardi di euro. C'è un semplice detto in economia: gli investimenti di oggi sono la crescita di domani. Di conseguenza, gli investimenti mancati di ieri sono una perdita di prosperità di oggi.
I ricercatori del DIW hanno calcolato l'impatto di questo ammanco negli anni. Se i tedeschi avessero investito tanto quanto la media dei paesi dell'Eurozona durante gli ultimi 15 anni, la crescita pro-capite sarebbe stata maggiore di un punto percentuale ogni anno – e oggi i tedeschi sarebbero molto più ricchi.
Ciò non significa comunque dire che i tedeschi siano poveri. I risparmiatori mettono via più soldi di quasi qualsiasi altra nazione industrializzata. Questo sarebbe effettivamente un buon segno, perché in economia i risparmi sono la base per fare degli investimenti – almeno nelle situazioni normali.
Ma da questo punto di vista, da un po' di tempo c'è qualcosa di anomalo in Germania. Non solo i tedeschi hanno messo una grossa parte del proprio gruzzolo all'estero, ma i soldi così investiti non hanno prodotto “i risultati attesi,” come dice il report del DIW. “Dal 1999, gli investitori tedeschi hanno perso qualcosa come 400 miliardi di euro per via di cattivi investimenti all'estero.”
I giganti industriali tedeschi sono stati tra le vittime principali di questa strategia d'investimento pasticciona. Il gigante delle telecomunicazioni, Deutsche Telekom, per esempio, ha distrutto le proprietà degli azionisti per una somma di 40 miliardi di euro acquistando due operatori di telefonia mobile statunitensi. Lo stesso è accaduto alla Daimler quando ha acquistato una quota eccessiva della casa automobilistica americana Chrysler. Alla fine entrambi questi investimenti sono finiti in gran parte sotto la voce perdite.
Ma anche risparmiatori privati e banche hanno perso grandi somme di denaro. Hanno acquistato titoli statunitensi, quote di proprietà in palazzi per uffici a Dublino o investito in località vacanziere in Spagna. Una gran parte di questi asset sono scomparsi, evaporati nel caos finanziario globale e nella crisi debitoria dell'Unione Europea.
Se i tedeschi avessero investito i soldi in casa propria, non solo avrebbero ricevuto rendimenti maggiori, ma l'economia del loro paese sarebbe cresciuta più rapidamente, così dicono i ricercatori del DIW. Ciò inoltre avrebbe generato maggiore gettito fiscale a disposizione del governo.
Gli economisti traggono una conclusione ben chiara dalla loro analisi: il governo deve spendere più soldi in centri di assistenza e linee ferroviarie e intanto creare incentivi per maggiori investimenti privati in settori come quelli dell'energia e delle telecomunicazioni.
Un pacchetto d'investimento da 75 miliardi di dollari all'anno non solo aiuterebbe ad alimentare la crescita interna, ma sarebbe anche “di aiuto per l'economia spagnola e quella italiana,” dice il capo del DIW, Marcel Fratzscher.
Ad un primo sguardo, ciò potrebbe apparire la fine delle politiche di ristrettezza fiscale in Germania, cosa che i politici dell'Europa del sud stanno chiedendo da un po' di tempo a questa parte, ma in realtà il programma del DIW non è nulla del genere. I ricercatori non propongono di accumulare ulteriore debito. Piuttosto, i soldi spesi dal governo andrebbero impiegati dove producono i maggiori benefici economici – per esempio nella rete di trasporti nello stato del Nord Reno–Westfalia, nella Germania occidentale, che è il cuore industriale e commerciale della Germania.

L'articolo poi prosegue specificando le condizioni di infrastrutture, comunicazioni, istruzione, ed altri settori di spesa in Germania. Qui riportiamo solo qualche brano:

“Molti ponti e autostrade risalgono agli anni '70, sono arrugginiti e si stanno sgretolando, e non possono gestire il crescente flusso di traffico. Di recente, il ponte sul Reno vicino a Leverkusen è stato chiuso ai camion per diverse settimane, provocando disagi per chilometri”.
“Secondo studi commissionati dal ministro dei trasporti del Nord Reno–Westfalia, Michael Groschek (SPD), tutte le infrastrutture autostradali di quello stato sono in condizioni desolanti. Dei 100 ponti finora ispezionati, 80 hanno un disperato bisogno di riparazioni [...] Groschek stima si debbano spendere 4,2 miliardi per queste riparazioni [...] e aggiunge che alcuni ponti ferroviari sono vecchi di più di 100 anni”.
“I giornali locali già parlano di una "paralisi incurabile" di quest'area, e alcune imprese si chiedono quanto a lungo saranno ancora in grado di spedire i loro prodotti sul mercato globale”.
“Molti ponti e autostrade in Nord Reno–Westfalia non sono più in grado di reggere l'immenso carico. Potrebbero letteralmente collassare sotto il peso.
Quando i professionisti della logistica tracciano un percorso, ci vuole un'eternità perché le spedizioni arrivino. A volte stanno ferme per oltre una settimana prima di poter raggiungere il porto di Amburgo. Una volta bastava appena un giorno”.
“Poiché questa tradizione di dissanguare il paese risale agli anni '90, c'è oggi un'enorme necessità di investimenti, concludono i ricercatori. Se la Germania vuole mantenere le sue infrastrutture in uno stato accettabile, dovrà spendere ulteriori 6,5 miliardi ogni anno”.
“È difficile da credere, ma se si parla di una delle più importanti tecnologie del 21° secolo, cioé della rete Internet ad alta velocità, la Germania rischia un ritardo rispetto al resto della comunità internazionale [...] In uno studio pubblicato l'anno scorso, la Germania è arrivata quasi ultima – superata da paesi come Lituania, Bulgaria e Romania”.

“Per anni i politici tedeschi hanno ripetuto instancabilmente nei loro discorsi il mantra che 'dobbiamo investire di più nell'istruzione' [...] ma l'aumento della spesa è stato solo di poco maggiore dell'inflazione. Con una quota di appena il 5,3% della spesa governativa, la Germania spende per l'istruzione non solo meno della media UE, ma anche decisamente meno della maggior parte dei paesi dell'OCSE [...] Attualmente un misero 0,1% del PIL tedesco è speso per la cura dei bambini sotto i 3 anni d'età. In Scandinavia tale proporzione è otto volte tanto.”


Immagini associate all'articolo (didascalia sottostante aggiunta da Voci Dall'Estero): 



Questo grafico mostra la differenza degli investimenti in infrastrutture (in percentuale di PIL) tra l'Eurozona (Germania esclusa) e la Germania. La Germania ha investito in infrastrutture una quota del proprio prodotto inferiore rispetto al resto dell'Eurozona, durante tutto il periodo considerato.




“Campioni di risparmio” : i tedeschi hanno destinato al risparmio il 24,2% del proprio PIL, più di molti altri importanti paesi OCSE.



Gli asset comprati dai tedeschi in paesi esteri in percentuale del PIL tedesco: da meno del 5% nel 1999 a più del 40% nel 2012. Come spiegato nell'articolo questi investimenti verso l'estero si sono rivelati essenzialmente un pessimo affare.



Investimenti pubblici lordi in percentuale di PIL nel 2012.




Investimenti in infrastrutture per il trasporto, media dal 2000 al 2010 in percentuale di PIL.





Spesa per la cura dei bambini (fino a 3 anni) nel 2009 in percentuale di PIL.