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sabato 21 marzo 2015

Draghi: "La BCE non fa politica". Memoria corta, ma glie la rinfreschiamo

Oggi Draghi ha ribadito da Cipro "la BCE non fa politica". Ci dobbiamo credere? Vediamo un po' di storia recente.


Come ricorderete, lo spread fra i nostri BPT ed i Bund a metà 2011 cominciò a decollare, superando quello fra Bonos e Bund, ovvero fra i titoli di stato spagnoli, storicamente più deboli dei nostri, ed i titoli tedeschi. Ma con una anomalia. Lo spread decollò troppo, come si vede qui:


Non c'era infatti nessuna ragione macroeconomica per cui i nostri titoli dovessero salire così bruscamente fra luglio e novembre 2011 e la speculazione internazionale ancora non aveva ancora deciso se scommettere contro la tenuta dell'euro od attendere, lucrando i rendimenti dei titoli sovrani degli Stati periferici. Ed allora cosa era successo? Era successo che la Germania, tramite le sue banche, principalmente la Deutsche Bank, aveva iniziato una massiccia vendita al ribasso dei BTP: nei primi sei mesi del 2011 il suo portafoglio passò da 8,01 miliardi a 997 milioni in titoli italiani, con una riduzione del 88%! Naturalmente di fronte a questa massiccia vendita, oltretutto e stranamente, estremamente propagandata dai mezzi di informazione con dovizia di particolari, il mercato reagì: i grandi fondi edge e le banche d'affari cominciarono a vendere allo scoperto titoli italiani, sia nei mercati futures, sia in quelli cash, confidando che la BCE non sarebbe intervenuta per sostenerne il corso, stante i limiti di mandato del suo operare. I futures sui BPT crollarono, passando da un valore di 110 ad 87,5, mentre quelli sui Bund passarono da 125 a 139, aiutando anche a tenere bassi gli interessi sui titoli tedeschi. Gli interessi del debito sovrano italiano invece crebbero, facendo divenire pressoché insostenibile a lungo termine il suo finanziamento e facendo temere a breve un default, che nei fatti non c'era, ma che una campagna di informazione martellante e le dichiarazioni quotidiane dei politici avversi fecero credere imminente. Il risultato fu il crollo del Governo Berlusconi, che peraltro già non godeva più di una solida maggioranza e l'insediamento "forzato" di Monti. Perché dico che non c'era pericolo imminente? Perché lo avevano appena detto uno studio della Commissione Europea, la Fondazione Stiftung Marktwirtschaft e la Neue Zürcher Zeitung! Riporto il grafico conclusivo di quest'ultima, che appare il più chiaro visivamente:


La sostenibilità a breve, immediata, è la barra blu, mentre quella a lungo termine è la barra celeste: i Paesi che hanno un debito sostenibile sono quelli che hanno l'andamento della barra negativo (verso sinistra) gli altri sono quelli più o meno insostenibili: quanti ne vedete sostenibili? Solo uno, l'Italia. Nel 2011 l'Italia era quindi perfettamente in grado di resistere e di far fronte ai propri impegni di spesa: altro che mancare i soldi per gli stipendi, come continua a dire qualcuno...

Su questo attacco si è già parlato molto, grazie alle rivelazioni del giornalista Alain Friedman, per sostenere o negare che l'azione fu orchestrata dalla Germania, proprio per eliminare Berlusconi che rischiava di far saltare il sistema euro: il famoso colloquio avuto da Napolitano con Monti a giugno 2011, in piena bufera speculativa, ha riempito le prime pagine dei giornali, così come si è molto disquisito della reale o meno volontà di Berlusconi di rovesciare il tavolo, minacciando l'uscita dall'eurozona. Ora però si è aggiunto un tassello piuttosto significativo ed inquietante: secondo un libro uscito l'anno scorso in America e scritto dall'ex Ministro del Tesoro americano Tim Geithner, alcuni funzionari europei lo avvicinarono nell'autunno del 2011 per proporgli un piano per abbattere Berlusconi, attraverso il diniego di sostegno all'Italia da parte del FMI, finché non se ne fosse andato. Questo darebbe credito alla tesi del "complotto" politico-finanziario ed ancora più grave avvalorerebbe l'ipotesi di un "golpe" nei confronti degli italiani, privati di fatto della loro sovranità, con la nomina, fuori da ogni processo democratico, di Monti a Presidente del Consiglio.

Che i mercati, o meglio le banche tedesche sui mercati, che qualcuno considera neutrali e rispondenti solo a logiche economiche, si erano comportati in maniera anomala lo aveva notato anche qualcun'altro: Prodi, che all'epoca era ormai osservatore esterno, dichiarò il suo stupore per l'azione della Germania, da lui considerata "suicida". Queste le sue parole in un'intervista al Corriere della Sera del 28 luglio 2011(qui il testo integrale): “La scelta di DeutscheBank? Un suicidio”. “E' la dimostrazione di una mancanza di solidarietà che porta al suicidio anche per la Germania. Significa la fine di ogni legame di solidarietà e significa obbligare tutti a giocare in difesa. E quando questo viene dalla Germania, un Paese che ha avuto più saggezza nel capire gli altri fino a qualche anno fa, sono assolutamente turbato”.

Dopo l'insediamento di Mario Monti come capo dell'Esecutivo, con il plauso e la benedizione della Merkel, lo spread cominciò a ridiscendere, ma durò poco: questa volta a giocare a sfavore era l'instabilità della Grecia ed il pericolo concreto della sua uscita dall'euro con il conseguente rischio da parte degli investitori (soprattutto tedeschi) di vedersi restituiti i prestiti in moneta svalutata e magari con un deciso haircut del credito. Ma qui intervenne l'altro Mario, quello che durante l'attacco del 2011 era stato silente a guardare la speculazione fare a pezzi l'Italia, Mario Draghi. Al culmine dell'instabilità e mentre gli edge fund e le banche pregustavano un'altra scorpacciata, nel luglio del 2012, il Presidente della BCE fece la sua famosa dichiarazione, riassunta nella frase "whatever it takes", in cui lanciava il programma OMT, Outright Monetary Transaction, un programma di acquisto condizionato dei titoli di stato dei Paesi dell'eurozona per difendere gli Stati in difficoltà dall'innalzamento dei tassi di interesse. Bastò la semplice dichiarazione di intervento a sconfiggere le spinte speculative ed a far abbassare gli spread, come il grafico sopra postato dimostra. Ora, è legittimo chiedersi come mai Draghi abbia trovato l'escamotage per impegnare la BCE ad un intervento senza violare lo statuto per salvare l'euro nel 2012, mentre non abbia avuto la stessa brillantezza per salvare l'Italia nel 2011: l'unica cosa che si può segnalare per comprenderne i motivi è il fatto che, grazie alla crisi del 2011, ci fu un cambio di guida in Italia, ma anche in Grecia, ed in tutti e due i casi furono sostituiti Presidenti del Consiglio riottosi ad eseguire le direttive della Commissione Europea e che avevano accarezzato l'idea di uscire dall'euro (Papandreu stava per indire un referendum, Berlusconi ne aveva parlato con i partner europei, secondo Bini Smaghi) con soggetti, provenienti dal mondo finanziario (Monti, Papademos), del tutto in linea con le direttive economiche.

Vi pare che questo comportamento di Draghi, che non muove un dito per salvare la sola Italia da una speculazione tendente a rovesciare un governo riottoso (Berlusconi), ma dichiara di "fare tutto ciò che è necessario" per salvare la Grecia e tutti i Paesi periferici (e quindi l'euro) quando al potere ci sono governi (Monti, Papademos) perfettamente allineati, non sia stato un agire politico?

Decisamente il capo della BCE ha la memoria corta

mercoledì 14 maggio 2014

Il sabotaggio


Hanno sabotato la nostra corsa.

Stavamo procedendo tanto bene, oramai eravamo arrivati in vista del traguardo ed invece sono intervenuti, ci hanno bucato le ruote e ci hanno lasciato in mezzo alla strada.

Ah, non l'avete letto sui giornali sportivi? Beh, ma è logico, qui non si parla del Giro d'Italia, si parla del Ciclo dell'Italia, più precisamente del Ciclo di Frenkel in Italia. Questo qua:


I lettori di Goofynomics lo conoscono come "Il romanzo di centro e di periferia", per i lettori del Sole 24 Ore ci ha pensato l'ottimo Vito Lops e per chi non sa cos'è ve lo spiego in due parole: il Ciclo di Frenkel è un modello economico, sviluppato da Roberto Frenkel e Martin Rapetti, che spiega le dinamiche che si sviluppano quando due o più Paesi si legano con una moneta unica o fissano irrevocabilmente il cambio fra di loro (di solito legandosi alla moneta dello Stato più forte) e questi Paesi, che non sono omogenei, permettono fra loro la libera circolazione di capitali e merci. Il risultato è quello sopra descritto.

Ora è ipotesi ormai comunemente accettata, almeno da parte degli studiosi più seri ed obiettivi, che questa dinamica è quella che si è riproposta all'interno della UEM e che ha la maggior responsabilità di quello che è accaduto e sta accadendo ai paesi periferici dell'Unione Europea. Lo ha fatto capire persino il vicepresidente della BCE, Victor Costancio, quando in un suo ormai celebre discorso nel 2013 ha ammesso che la crisi dell'Eurozona è dipesa da squilibri di debito privato estero (chi mi legge sa che ne abbiamo parlato), ovvero dalle dinamiche previste nel Ciclo di Frenkel.

Il problema è che questa teoria prevede come conseguenza inevitabile e necessaria (fase 6 e 7) la tensione sui mercati obbligazionari, il decollo dello spread, la recessione, l'attacco speculativo che rende insostenibile il cambio fisso (o la moneta unica) ed infine la rottura con conseguente uscita e svalutazione. Per noi non è una novità: è esattamente quello che è successo in Italia nel 1992. Se eravate troppo piccoli o non vi ricordate, accadde questo: nel 1992 avevamo un cambio fissato e sopravvalutato all'interno dello SME (che era un sistema di cambi fissi, pur se con delle oscillazioni) e la Bundesbank aveva dichiarato che non sarebbe intervenuta per difendere il rapporto di cambio: le condizioni ideali per un attacco speculativo, che infatti venne ad opera del famoso speculatore George Soros; questi, tramite il suo fondo "Quantum" iniziò a vendere allo scoperto lire per acquistare dollari, costringendo la Banca d'Italia a vendere dollari per sorreggere la quotazione della nostra valuta. Furono bruciate così riserve in dollari per 48 miliardi, aggravando così una situazione che già precedentemente non era rosea a causa della crisi e che aveva costretto il nostro buon Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, a dare il via al prelievo forzoso del 6x1.000 sui conti correnti di tutti i cittadini, cosa che era avvenuta nella notte (come ogni ladro che si rispetti...) fra il 9 ed il 10 luglio. Fu tutto inutile: nell'impossibilità di reggere il cambio sopravvalutato e non potendo svenare ulteriormente le casse dello Stato e le finanze dei cittadini, il Governo italiano fu costretto ad arrendersi ed uscire dallo SME, svalutando del 30%. Cosa avvenne dopo lo abbiamo visto ed a posteriori qualche pensiero non proprio cristiano per l'anima di Amato e di Ciampi, allora Governatore della nostra banca centrale, viene spontaneo...

Quindi, anche questa volta ci si sarebbe dovuto aspettare decollo dello spread, attacchi speculativi ed infine la rottura dell'unione od almeno l'uscita dell'italia dall'euro. Ed in effetti lo spread a metà 2011 è cominciato a decollare, superando quello fra Bonos e Bund, ovvero fra i titoli di stato spagnoli, storicamente più deboli dei nostri, ed i titoli tedeschi. Ma c'è un però. Lo spread ha cominciato a decollare troppo, come si vede qui:


Non c'era infatti nessuna ragione macroeconomica per cui i nostri titoli dovessero salire così bruscamente fra luglio e novembre 2011 e la speculazione internazionale ancora non aveva ancora deciso se scommettere contro la tenuta dell'euro od attendere, lucrando i rendimenti dei titoli sovrani degli Stati periferici. Ed allora cosa è successo? E' successo che la Germania, tramite le sue banche, principalmente la Deutsche Bank, iniziò una massiccia vendita al ribasso dei BTP: nei primi sei mesi del 2011 il suo portafoglio passò da 8,01 miliardi a 997 milioni in titoli italiani, con una riduzione del 88%! Naturalmente di fronte a questa massiccia vendita, oltretutto e stranamente, estremamente propagandata dai mezzi di informazione con dovizia di particolari, il mercato reagì: i grandi fondi hedge e le banche d'affari cominciarono a vendere allo scoperto titoli italiani, sia nei mercati futures, sia in quelli cash, confidando che la BCE non sarebbe intervenuta per sostenerne il corso, stante i limiti di mandato del suo operare. I futures sui BPT crollarono, passando da un valore di 110 ad 87,5, mentre quelli sui Bund passarono da 125 a 139, aiutando anche a tenere bassi gli interessi sui titoli tedeschi. Gli interessi del debito sovrano italiano invece crebbero, facendo divenire pressoché insostenibile a lungo termine il suo finanziamento e facendo temere a breve un default, che nei fatti non c'era, ma che una campagna di informazione martellante e le dichiarazioni quotidiane dei politici avversi fecero credere imminente. Il risultato fu il crollo del Governo Berlusconi, che peraltro già non godeva più di una solida maggioranza e l'insediamento "forzato" di Monti. Perché dico che non c'era pericolo imminente? Perché lo avevano appena detto uno studio della Commissione Europea, la Fondazione Stiftung Marktwirtschaft e la Neue Zürcher Zeitung! Riporto il grafico conclusivo di quest'ultima, che appare il più chiaro visivamente:


La sostenibilità a breve, immediata, è la barra blu, mentre quella a lungo termine è la barra celeste: i Paesi che hanno un debito sostenibile sono quelli che hanno l'andamento della barra negativo (verso sinistra) gli altri sono quelli più o meno insostenibili: quanti ne vedete sostenibili? Solo uno, l'Italia. Nel 2011 l'Italia era quindi perfettamente in grado di resistere e di far fronte ai propri impegni di spesa: altro che mancare i soldi per gli stipendi, come continua a dire qualcuno...

Su questo attacco si è già parlato molto, grazie alle rivelazioni del giornalista Alain Friedman, per sostenere o negare che l'azione fu orchestrata dalla Germania, proprio per eliminare Berlusconi che rischiava di far saltare il sistema euro: il famoso colloquio avuto da Napolitano con Monti a giugno 2011, in piena bufera speculativa, ha riempito le prime pagine dei giornali, così come si è molto disquisito della reale o meno volontà di Berlusconi di rovesciare il tavolo, minacciando l'uscita dall'eurozona. Ora però si è aggiunto un tassello piuttosto significativo ed inquietante: secondo un libro appena uscito in America e scritto dall'ex Ministro del Tesoro americano Tim Geithner, alcuni funzionari europei lo avvicinarono nell'autunno del 2011 per proporgli un piano per abbattere Berlusconi, attraverso il diniego di sostegno all'Italia da parte del FMI, finché non se ne fosse andato. Questo darebbe credito alla tesi del "complotto" politico-finanziario ed ancora più grave avvalorerebbe l'ipotesi di un "golpe" nei confronti degli italiani, privati di fatto della loro sovranità, con la nomina, fuori da ogni processo democratico, di Monti a Presidente del Consiglio.

Che i mercati, o meglio le banche tedesche sui mercati, che qualcuno considera neutrali e rispondenti solo a logiche economiche, si erano comportati in maniera anomala lo aveva notato anche qualcun'altro: Prodi, che all'epoca era ormai osservatore esterno, dichiarò il suo stupore per l'azione della Germania, da lui considerata "suicida". Queste le sue parole in un'intervista al Corriere della Sera del 28 luglio 2011(qui il testo integrale): “La scelta di DeutscheBank? Un suicidio”. “E' la dimostrazione di una mancanza di solidarietà che porta al suicidio anche per la Germania. Significa la fine di ogni legame di solidarietà e significa obbligare tutti a giocare in difesa. E quando questo viene dalla Germania, un Paese che ha avuto più saggezza nel capire gli altri fino a qualche anno fa, sono assolutamente turbato”.

Dopo l'insediamento di Mario Monti come capo dell'Esecutivo, con il plauso e la benedizione della Merkel, lo spread cominciò a ridiscendere, ma durò poco: questa volta a giocare a sfavore era l'instabilità della Grecia ed il pericolo concreto della sua uscita dall'euro con il conseguente rischio da parte degli investitori (soprattutto tedeschi) di vedersi restituiti i prestiti in moneta svalutata e magari con un deciso haircut del credito. Nonostante l'insediamento di Monti quindi si stava realizzando (questa volta indirettamente) la fase 6 del Ciclo di Frenkel ed eravamo ad un passo dalla fase 7. Ma qui intervenne l'altro Mario, quello che durante l'attacco del 2011 era stato silente a guardare la speculazione fare a pezzi l'Italia, Mario Draghi. Al culmine dell'instabilità e mentre gli edge fund e le banche pregustavano un'altra scorpacciata, nel luglio del 2012, il Presidente della BCE fece la sua famosa dichiarazione, riassunta nella frase "whatever it takes", in cui lanciava il programma OMT, Outright Monetary Transaction, un programma di acquisto condizionato dei titoli di stato dei Paesi dell'eurozona per difendere gli Stati in difficoltà dall'innalzamento dei tassi di interesse. Bastò la semplice dichiarazione di intervento a sconfiggere le spinte speculative ed a far abbassare gli spread, come il grafico sopra postato dimostra. Ora, è legittimo chiedersi come mai Draghi abbia trovato l'escamotage per impegnare la BCE ad un intervento senza violare lo statuto per salvare l'euro nel 2012, mentre non abbia avuto la stessa brillantezza per salvare l'Italia nel 2011: l'unica cosa che si può segnalare per comprenderne i motivi è il fatto che, grazie alla crisi del 2011, ci fu un cambio di guida in Italia, ma anche in Grecia, ed in tutti e due i casi furono sostituiti Presidenti del Consiglio riottosi ad eseguire le direttive della Commissione Europea e che avevano accarezzato l'idea di uscire dall'euro (Papandreu stava per indire un referendum, Berlusconi ne aveva parlato con i partner europei, secondo Bini Smaghi) con soggetti, provenienti dal mondo finanziario (Monti, Papademos), del tutto in linea con le direttive economiche.

Qual'è il risultato che queste mosse hanno ottenuto? Innanzitutto e principalmente il salvataggio dell'euro: se infatti la minaccia dell'OMT ci ha salvato dal dover emettere titoli ad interessi alla lunga insostenibili, essa ha anche impedito che si portasse a compimento il Ciclo di Frenkel: il risultato è che dal 2012 siamo incastrati in una fase 6, attutita, ma non per questo meno disastrosa; l'austerità a cui costringe la difesa della moneta unica, i tagli alla spesa pubblica che in fase recessiva amplificano, via moltiplicatore, l'effetto negativo sui redditi e sulla domanda aggregata, la disoccupazione in aumento ed il calo dei redditi nominali e reali, sono tutte conseguenze di questo essere rimasti "in sospeso", di voler perseverare a rimanere in una Eurozona sbagliata economicamente. La corsa di cui si parlava all'inizio, il cui arrivo è l'uscita dall'euro, è stata sabotata. Ma non preoccupatevi, anche se fanno di tutto per costringerci a rimanere ne verremo fuori, prima o poi, al più tardi quando, come osserva cinicamente l'ultimo studio di Nomisma, il livello di sofferenza del rimanere pareggerà nella mente delle persone quello temuto per uscire: per apprezzare meglio ecco le precise parole: "Se l'opzione di stare nell'euro dovesse divenire troppo onerosa, per persistenza della disoccupazione di massa ed estensione dei fenomeni di impoverimento, allora potrebbero formarsi maggioranze di cittadini i cui interessi sono più colpiti e che ritengono sopportabili i costi di un'uscita. Non si può dunque fare affidamento nell'elevatezza delle barriere all'uscita per mantenere invariato il frame work politico ed economico".

Se non l'aveste capito, l'"elevatezza delle barriere" è data dall'informazione distorta e terroristica che i mezzi di comunicazione ci forniscono amorevolmente ogni giorno. L'arrivo quindi non sarebbe lontano, le condizioni ci sono tutte perché infine il Ciclo si esaurisca, basterebbe solo che ci convincessimo che al di là dello striscione non c'è un baratro...




giovedì 6 giugno 2013

Gli USA comprano l'ITALIA



Forse, ma per ora è solo un pettegolezzo, abbiamo un po' di fortuna. L'aquila americana potrebbe accorrere in soccorso dello "stellone" italico. Se il Giappone sembra non essere più in grado di salvarci visto che l'espansione monetaria banzai pare aver raggiunto il suo apice, probabilmente ci penserà la Fed di Ben Bernanke.

Il Giappone di sicuro non aveva nei suoi piani di risolvere i nostri problemi di alti interessi sui titoli di Stato. Fatto sta che da quando il primo ministro S. Abe ha deciso la micidiale politica di Quantitative easing, sia il nostro spread che quello spagnolo hanno beneficiato di tutta questa liquidità. Ma ora sembra esserci qualche problema, qualche ripensamento degli investitori nipponici che non hanno le idee chiare. La borsa di Tokio evidenzia tutta questa incertezza: un giorno perde il 5% e un altro guadagna il 2% (ieri il -3,83%). Intanto ritraccia pesantemente.

Quindi negli Usa è molto probabile che si stiano chiedendo se è il caso di intervenire loro stessi nella vecchia Europa, visto che questa non ha la forza di autoregolarsi e risorgere:

"La Federal Reserve e' pronta a comprare Btp e titoli di Stato spagnoli. L'indiscrezione viene dal capo economista di Ubs, secondo il quale la banca centrale americana non avrebbe piu' la pazienza di aspettare le prossime mosse delle autorita' europee ancora divise su molte questioni chiave, come quella degli aiuti diretti alle banche utilizzando i fondi dell'ESM. 

Sembra fantascienza e invece il piano e' realmente sul tavolo. L’operazione, resa possibile dalle enormi disponibilita' liquide liberate dall'espansione monetaria di questi anni (piu' di 20 mila miliardi in circolazione), potrebbe far salire le quotazioni di Bonos e Btp, accorciando la distanza dai Bund tedeschi. 

In questo modo, con la piu' gigantesca operazione di compressione artificiale dei tassi di interessedella storia, Ben Bernanke potrebbe far scendere lo spread tra Btp e Bund dagli attuali 250-260 punti a un livello non superiore ai 130-140 punti base. 

Si spera cosi' di innescare un ciclo virtuoso di ripresa degli investimenti e dell'economia. E l’inflazione? Su questo capitolo la Germania potrebbe opporre ostruzione."

Non stupisce che gli Usa vogliano intervenire decisamente in quest'Europa di pazzoidi scatenati. Malgrado negli Usa le cose non siano rose e fiori, "Ancora peggiore e' pero' la situazione in Europa, che resta in recessione se non in depressione. "Se questa situazione dovesse permanere ancora a lungo, rischierebbe di compromettere gli sforzi immani della Fed nella lotta alla deflazione", sottolinea Hoefert."

Perché poi la Fed potrebbe veramente farlo, se volesse:

"Si chiama Federal Reserve ACT sezione 14 Federalreserve.gov si legge Operazioni a mercato aperto ovvero quello che la Federal Reserve può fare.
Vi propongo solo questo punto ovvero acquisto e vendita di obbligazioni degli Stati Uniti, dei singoli Stati, Contee etc e udite, udite degli Stati Esteri escludendo ovviamente quelli già falliti o sulla via del fallimento…

To buy and sell, at home or abroad, bonds and notes of the United States, bonds issued under the provisions of subsection (c) of section 4 of the Home Owners’ Loan Act of 1933, as amended, and having maturities from date of purchase of not exceeding six months, and bills, notes, revenue bonds, and warrants with a maturity from date of purchase of not exceeding six months, issued in anticipation of the collection of taxes or in anticipation of the receipt of assured revenues by any State, county, district, political subdivision, or municipality in the continental United States, including irrigation, drainage and reclamation districts, and obligations of, or fully guaranteed as to principal and interest by, a foreign government or agency thereof, such purchases to be made in accordance with rules and regulations prescribed by the Board of Governors of the Federal Reserve System."

"Per acquistare e vendere, in patria o all'estero, obbligazioni e note degli Stati Uniti, le obbligazioni emesse ai sensi delle disposizioni di cui al comma (c), della sezione 4 del Home Owners’ Loan Act of 1933 ... e le obbligazioni di, o pienamente garantita in capitale e interessi da parte, di un governo straniero o dell'agenzia stessa , tali acquisti da effettuare in conformità delle norme e dei regolamenti previsti dal Consiglio dei Governatori del Federal Reserve System"

Accadrà veramente? Bernanke correrà in nostro soccorso? Ci conviene aspettare il salvataggio interessato del bagnino americano, o forse sarebbe meglio salvarci da soli, abbandonando velocemente i marosi dell'area euro? A volte salti fuori dalla padella e invece di salvarti, cadi nella brace...

martedì 26 febbraio 2013

Abbiamo votato...ora non fate cazzate!!



Eccoci qui.


A dire ai mercati l’ovvio, ovvero che l’esito elettorale italiano dovrebbe vederli entusiasti, a tal punto da abbassare gli spread di tutti i governi europei dell’area euro Sud. Perché se è vero che io non ho tifato per questo esito, a guardarlo da vicino ne apprezzo più le qualità dei difetti inevitabili che accompagnano ogni tornata elettorale e ogni nuova composizione parlamentare.
E a puntualizzare le poche cose che mai, mai e poi mai dovremo fare in questo nuovo contesto.
*
Comincio dalle seconde. Mai, mai e poi mai cedere all’idea che si debba negoziare un prestito in aiuto dalla BCE, magari perché in preda al panico di uno spread che sale verso quota, chissà, 400. Perché come ben sappiamo questo aiuto viene in cambio di austerità. E l’Italia ha votato chiaramente, come richiamava il Premio Nobel Krugman: contro l’austerità.
E allora? Anche se fosse? Non saremmo comunque obbligati a farlo?
No. Mai. Sarebbe un suicidio.
Di suicidio convinto e liberatorio mi ricordo solo quello di Thelma e Louise nel grande film di Ridley Scott. Anche loro potevano arrestare la loro folle corsa verso il baratro ma scelsero di non farlo. Una scelta obbligata dalle circostanze e dal persistente inseguimento delle tutte identiche e burocratiche autovetture della polizia. Anche noi abbiamo i tanti funzionari grigi della Commissione europea che ci obbligano a lanciarci verso il suicidio chiedendoci ancora austerità (magari su questo punto tornerò con un altro post), ma la differenza è che possiamo dire “no” ed imboccare un’altra strada. Non solo, ma il “no” italiano può innescare una serie di dinamiche positive in Europa che porterebbe il continente a vedere finalmente la luce del sole e ad adottare le giuste politiche, le sole politiche in queste circostanze, per proseguire sul cammino comune europeo, rendendo docili e mansueti mercati e burocrati.
Abbiamo votato.
Contro l’austerità.
Contro l’austerità.
Contro l’austerità!
E’ stato un urlo corale, immenso che è venuto da tutta la penisola: la sconfitta di Monti in questo senso è mostruosa, ha perso 90 a 10. Avesse ascoltato quanto gli
chiedevamo da questo blog da più di anno chissà … Ma no, non era nel suo DNA, l’anti austerità. Ha perso, e gli va dato atto dell’eleganza del gesto di ammettere subito la sconfitta. Ma ora è fuori, basta. E non deve rientrare dalla finestra sotto le mentite spoglie di una organizzazione non politica basata a Francoforte a cui non spettano decisioni decisive per il nostro futuro come quelle delle politiche economiche da adottare.
Ma non è nemmeno questione di attribuzione o meno di competenze. E’ questione, appunto, di evitare il suicidio.
L’ingresso a gamba tesa della BCE sarebbe un suicidio per coloro come me che credono ancora nel fatto che senza euro s’interromperebbe per un lungo periodo la costruzione comune europea e vedono in ciò una sciagura.
Sono 2 i motivi che mi portano a sostenere che l’intervento della BCE porterebbe alla fine dell’euro. Primo, perché l’austerità negoziata nell’accordo con la BCE ucciderebbe l’euro (non è l’euro che genera austerità, ma le folli politiche che si perseguono all’interno della sua area) tramite quella recessione che con il voto abbiamo rifiutato. Secondo, perché con il voto abbiamo anche rifiutato 90 a 10 che la nostra politica economica fosse dettata unilateralmente da Bruxelles come è stata in maniera ottusa in questi ultimi anni.
Continuare a giocare con i processi democratici come se nulla fosse, ignorandoli, non sarebbe più tollerato: sarebbe una prova eclatante della non democraticità dell’attuale costruzione istituzionale europea che non rispetta il voto popolare, una prova talmente eclatante da rendere il partito non euro sempre più forte. Entro 1 anno la coalizione di Grillo, che pure oggi non è a vocazione maggioritaria contro l’euro, si riempirebbe di adepti dell’uscita dall’euro, richiedendo ed ottenendo un referendum su questo e con buone possibilità vincendolo. Usciremo dall’euro, pensando di avere risolto i nostri problemi e invece di avere combattuto per un’Europa migliore avremo abbandonato la sfida di migliorarci tramite dialogo e crescita. Ma sarebbe inevitabile.
I mercati capiscano questo e nel loro stesso interesse scommettano invece sugli aspetti incredibilmente pieni di opportunità che ci consegna questo voto.
*
Quali opportunità?
Per prima cosa la possibilità finalmente concreta di negoziare con Bruxelles in maniera più convinta politiche a favore della crescita. L’Italia, al contrario di Grecia, Irlanda, Francia, Olanda, Spagna, ha avuto il coraggio piuttosto unico e raro di votare  senza se e senza ma contro l’austerità. I suoi rappresentanti, al tavolo politico europeo, non potranno presentarsi come hanno fatto sinora consistentemente tutti i leader vincitori delle consultazioni nei Paesi di cui sopra ovvero: parto per Bruxelles per dire no all’austerità e arrivo a Bruxelles e mi taccio umilmente (Hollande essendo forse il caso più smaccato di questo atteggiamento). Ecco, l’Italia può diventare il perno dell’alleanza per la crescita al tavolo europeo. Quello che Monti non è mai stato capace né desideroso di essere. E questo non può che far piacere ai mercati: non che l’Italia si attivi da sola, unilateralmente, cosa che li terrorizza, forse a ragione, ma insieme, con una strategia unita e coerente per la crescita. Perché nessuno ama avere un debito con una controparte la cui attività economica costantemente declina.
Ma di quale crescita parliamo? Anche qui è fondamentale capire che la nuova composizione parlamentare può tornare estremamente utile per fare finalmente chiarezza. Non la crescita via riforme imposte da Bruxelles, uguali per tutti i Paesi. Non le riforme dei taxi quando i taxi sono vuoti a causa della recessione. Non la riforma delle pensioni che lascia giovani ed esodati senza un lavoro. Non la riforma del mercato del lavoro che alza i costi delle imprese, nega i sussidi di disoccupazione ai giovani, riduce la domanda di consumi rendendo i licenziamenti più facili e quindi introducendo maggiore precarietà nel momento peggiore. Non la spending review fatta a casaccio che taglia risorse alle amministrazioni virtuose come a quelle più bisognose, riducendo l’unica fonte di domanda alle imprese attivabile in questa recessione, quella pubblica.
No. Parliamo della crescita che nasce dalla solida alleanza tra politiche delle infrastrutture e politiche della lotta agli sprechi. Ovvero quelle politiche che non solo ridanno fiato alla domanda interna ma abbattono i costi di competere delle nostre imprese perché vanno ad incidere sui nostri ritardi strutturali veri, non quelli che dice Bruxelles spesso senza sapere quello di cui parla. Non quelle facili da fare ma inutili. Politiche, piuttosto, che creano risorse abbattendo la recessione e usano parte di quelle risorse per compensare se del caso gli sconfitti dal cambiamento strutturale in cui si avvierà il Paese con le riforme vere di cui abbiamo bisogno.
Abbattimento della burocrazia pervasiva, della tassazione sul lavoro, dei ritardati pagamenti che mangiano vive le piccole imprese. Anti corruzione, ma vera. Riforma universitaria, ma vera. Riforma della scuola, riforma liberale e democratica. Veri investimenti senza sprechi: nelle carceri, nelle Pompei, nelle scuole, sul riassesto del territorio, sulle vie commerciali, negli ospedali, nei tribunali, nella ricerca.
Sono temi di cui su questo blog parliamo da sempre. Sono temi che vedono sensibile la coalizione del Movimento a 5 stelle. I mercati dovrebbero brindare alla possibilità che questi ritardi strutturali avranno finalmente più probabilità di entrare nell’Agenda (ooops) del Paese.
Come devono brindare alla quasi-fine di un quindicennio che ha visto spesso (anche se non sempre) una leadership incompetente al comando. Nulla ci garantisce che il Movimento a 5 stelle non riempirà le aule del Parlamento di decreti scritti male, di caos demagogico e populistico, di incompetenza. Anche se, se il buongiorno si vede dal mattino, l’atteggiamento adottato nel Consiglio regionale siciliano dal Movimento depone bene, è costruttivo e, a quel che mi è dato sentire, per ora efficace. Non è nemmeno pensabile che un partito nuovo che attragga il 25% dei votanti non sia stato capace di trovare al suo interno gente pulita e competente. E certamente non sarà difficile fare meglio di quanto è stato fatto in quest’ultimo quindicennio. Tanti motivi per dire ai mercati: aspettate e guardate, il potenziale c’è tutto.
Certo a fronte di una novità Grillo che giudicheremo nel tempo manca ancora in questo Paese la novità di una forza convintamente liberale e democratica, che metta al centro del suo progetto impresa e sviluppo abbinandolo a solidarietà vera per restaurare le pari opportunità dei discriminati. Non è detto che a questa costruzione non ci si possa dedicare nei prossimi mesi, con la buona volontà dei tanti che non si ritrovano in Grillo ma che sentono il bisogno di far entrare il nostro Paese nel XXI secolo edin Europa con tutto quel nostro enorme potenziale che non abbiamo ancora saputo mettere al servizio della felicità di questa e delle future generazioni.
Ma ai mercati, sono certo, può bastare per ora l’incredibile laboratorio di innovazione sociale che la penisola italiana può finalmente diventare per l’Europa. Sarebbe una mossa autolesionista prevenirne il successo facendosi prendere da un panico che noi italiani non abbiamo avuto nel votare come abbiamo votato contro l’austerità.

domenica 17 febbraio 2013

Come lo spread è stato usato per imporre l’austerità


animal spirits
Un paper di Paul De Grauwe mostra che l’austerità è stata imposta ai PIIGS sulla base della paura dello spread e dei “sentiment” dei mercati. Ma non sono le politiche dei governi che determinano lo spread: è la BCE.
Paul Krugman paragona l’austerità fiscale alle “cure” medioevali, i salassi, che consistevano nel dissanguare il malato. Paul De Grauwe e Yuemei Ji in un recente articolo [link] sono più diplomatici, ma sulla base delle loro premesse si può giungere a conclusioni più precise circa le cause di un così palese fallimento.
Secondo i due economisti, i governi hanno scelto di seguire il “sentiment” dei mercati piuttosto che la razionalità. Il risultato è stato l’imposizione di una pesante austerità senza ottenere miglioramenti dei tassi d’interesse sui titoli i quali, invece, sono scesi solo e soltanto grazie all’intervento della BCE.

Lo spread e il debito pubblico

Vi è un’idea, prevalente soprattutto nella vulgata giornalistica e politica, che i mercati giudichino razionalmente la salute delle finanze pubbliche sulla base di indicatori oggettivi  e che lo spread sia perciò una sorta di “voto” rispetto al miglioramento o peggioramento dei conti pubblici e alla disponibilità nei riguardi di aggiustamenti anche dolorosi. Ma così non è:
Il grafico mostra che i cambiamenti nello spread sono ampiamente scorrelati rispetto alle variazioni di quello che dovrebbe essere il parametro più significativo, cioè il debito pubblico.

Spread, i mercati e Mario Draghi 

A cosa quindi è possibile correlare lo spread? Preliminarmente si può provare a valutare l’ascesa e la discesa dello spread prima e dopo l’intervento “dissuasore” della BCE, ovvero il famoso “whatever it takes” (qualunque cosa sia necessario) pronunciato daMario Draghi nel luglio 2012:
A differenza di quello precedente, questo grafico indica una fortissima correlazione tra lo spread iniziale, prima delle parole di Draghi, e la diminuzione successiva: in altri termini, quei paesi che più avevano visto salire lo spread sono anche quelli chel’hanno visto scendere in modo più consistente. Quindi i mercati scommettevano “contro” alcuni paesi (cioè sull’uscita di essi dall’euro), ma quando la possibilità di scommettere si è ridotta a causa della “garanzia”, seppur potenziale, della BCE, allora proprio i paesi che erano stati maggiormente bersagliati sono stati quelli ad esserne (relativamente) più beneficiati. L’Italia per prima, al di là dell’austerità o dell’affidabilità del governo Monti.

Lo spread come causa “politica” dell’austerità

L’ultimo punto interessante del lavoro di De Grauwe-Ji è la correlazione tra spread ed austerità.
La maggiore austerità coincide con spread più alti. I governi, quindi, hanno adottato misure di austerità tanto più radicali quanto più erano alti i tassi d’interesse. Ma, come abbiamo visto, i movimenti di questi ultimi erano correlati alla tensione sui mercati e al successivo intervento della BCE, non al debito pubblico. In sostanza, si è agito cercando di contenere deficit e debito, sostenendo che il problema segnalato dai mercati fosse la “prodigalità” degli stati, mentre in realtà il debito in sé non sembra avere avuto alcun effetto sugli spread. Una scelta politica quindi, non di natura tecnica/economica. E la stessa BCE non è esente dall’uso politico dello spread.
Qualcuno ha sostenuto che i mercati finanziari sono divenuti il “senato permanente”, non eletto, che decide le politiche economiche degli stati. Ma, a ben vedere, si può avanzare, sulla base degli eventi, anche un’ipotesi differente: la paura sui mercati è stata usata dai decisori politici, a prescindere dalle motivazioni che animavano l’andamento dei titoli di stato sui mercati stessi, per imporre quell’austerità e quelle riforme altrimenti impossibili da far accettare.

giovedì 14 febbraio 2013

La Germania ci rovina barando


La Germania sta barando: ci impone lo spietato regime di austerity e il taglio della spesa pubblica, mentre – sottobanco – usa nientemeno che il proprio debito pubblico (quello che ci impedisce di utilizzare) per lucrare sulla nostra crisi, aggravandola e pilotandola attraverso il mercato finanziario dei titoli di Stato. Lo afferma Pietro Cambi attraverso “Crisis”, il blog di Debora Billi. La “virtuosa” Germania, sostiene Cambi, ricorre proprio alla vituperata finanza pubblica per ricattare l’Italia e gli altri “Piigs”, grazie ad un semplice artificio bancario: se lo adottasse anche l’Italia, potrebbe abbattere di colpo gli interessi sul debito e tagliare lo spread dell’80%. Basterebbe tornare alla sovranità monetaria, sottraendosi alla tagliola dell’euro? Berlino, sostiene Cambi, lo sta già facendo: alla faccia delle pretese privatizzazioni, che a noi vengono imposte, è tuttora largamente pubblico il capitale delle maggiori banche tedesche.
Berlino, racconta Cambi, ha sistematicamente aggirato l’articolo principale del regolamento europeo che vieta alle banche centrali di concedere Angela Merkelliquidità agevolata ai propri Stati, passando direttamente alla clausola – perfettamente legale – che invece concede questa facoltà decisiva agli “enti creditizi di proprietà pubblica”. In regime pre-euro, la funzione di “prestatore di ultima istanza” era prerogativa di Bankitalia: anche oggi, se fosse autorizzata, la banca centrale potrebbe infatti approvvigionarsi presso la Bce di liquidità ad un tasso privilegiato, come tutti gli istituti bancari europei, dello 0,75%: così, Bankitalia potrebbe «comprare i titoli di Stato italiani immessi sul mercato» e «spegnere immediatamente la febbre da spread». In concreto: gli interessi su Bot e Btp lo Stato li pagherebbe a se stesso, perché «sarebbe debitore di una banca di cui è il proprietario». Quindi quei soldi «tornerebbero allo Stato o, cosa equivalente, andrebbero a ricostituire le riserve della banca stessa, che così potrebbe meglio adempiere alle proprie funzioni e, alla fine, fare da sé», ovvero «comprare i titoli Btp senza più chiedere soldi alla Bce».
In pratica, aggiunge Cambi, si recupererebbe la famosa sovranità monetaria che permetteva alla Banca d’Italia di stampare lire, ove necessario, per acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti e così tener bassi i tassi d’interesse. Mission impossibile: lo vieta il regolamento europeo che mette fuori gioco le banche centrali. Ma attenzione: non gli “enti creditizi di proprietà pubblica” che, «nel contesto dell’offerta di liquidità da parte delle banche centrali, devono ricevere dalle banche centrali nazionali e dalla Banca Centrale Europea lo stesso trattamento degli enti creditizi privati», ovvero la sospirata “liquidità agevolata” della Bce. Chiaro, no? Persino imbarazzante, dice Cambi: dunque, in teoria, “si può fare”. Tant’è vero che la Germania lo sta già facendo. All’Italia basterebbe nazionalizzare una banca, magari in cattive acque come il Monte dei Paschi di Siena, usandola come Commerzbank, colosso finanziario tedesco a capitale pubblicoveicolo – attraverso l’acquisizione facilitata di euro – per sostenere i titoli di Stato e abbattere lo spread.
In Germania, spiega Cambi, oltre la metà del sistema bancario è in mani pubbliche. Esempio: la Commerzbank, secondo istituto tedesco, ha lo Stato come azionista di maggioranza. E «siccome, tramite le proprie banche investe (e massicciamente) nei nostri Btp, lo Stato tedesco, come azionista di maggioranza, lucra sulle nostre sfighe e sul nostro spread: gli basta non comprare i nostri bond, ed ecco che lo spread si innalza». In poche parole, il governo di Berlino «esercita un controllo diretto impressionante sulla nostra politica interna», con manovre finanziarie da centinaia di miliardi. Lo Stato tedesco «è l’azionista di maggioranza di centinaia di istituti bancari di diritto privato ma a capitale quasi totalmente pubblico, che accedono alla Bce allo 0,75%». Quindi Berlino «compra massicciamente titoli tedeschi, tenendo giù i loro tassi di interesse».
Altro esempio, la Kfw (Kreditanstalt fuer Wiederaufbau), istituto nato
nel dopoguerra per gestire i fondi del Piano Marshall: è posseduta all’80% dalla Repubblica Federale Tedesca e al 20% dai Lander. In pratica, è al 100% pubblica, «come altre centinaia di banche tedesche» che, «con la scusa del project financing», finanziano un sacco di enti, iniziative e attività pubbliche e private, al posto dello Stato, «tenendo su a forza l’economia del paese». Formalmente, sono istituti di diritto privato, e quindi i loro finanziamenti – frutto del capitale pubblico e decisivi per l’economia tedesca – non vanno ad aumentare il debito pubblico della Germania. E come fa, Berlino, ad approvvigionarsi di euro? «Comprando decine di miliardi di euro di Bund, con gli euro presi in prestito dalla Bce allo 0,75% e, ovviamente con gli interessi sui prestiti a privati». Per approvvigionarsi sul mercato allo scopo Kwf, altro pilastro della finanza pubblica tedescadi finanziare queste attività, il governo tedesco «ha emesso nel tempo una quantità enorme di obbligazioni: insomma, ha fatto debiti per 430 miliardi di euro».
Al contrario della nostra analoga Cassa Depositi e Prestiti, le cui passività (obbligazioni postali) contribuiscono al cumulo del debito pubblico italiano per quasi il 20% del nostro Pil, le passività germaniche della Kfw, pari quasi 500 miliardi di euro, rappresentano il 17% del Pil tedesco. Ma – e qui sta il “trucco” – non sono state contabilizzate nel bilancio statale, e quindi non vanno ad aumentare, come invece dovrebbero, il “virtuoso” debito pubblico tedesco. Il tutto, aggiunge Cambi, è regolarmente permesso dalla Comunità Europea attraverso l’Esa-95, il manuale contabile che detta le regole per il calcolo dei debiti pubblici. Bruxelles «esclude dal computo le società pubbliche che si finanziano con pubbliche garanzie ma che coprono il 50,1% dei propri costi con ricavi di mercato e non con versamenti pubblici, tasse e contributi». Ovvero: fino a che un eventuale deficit o comunque i costi di funzionamento sono coperti almeno per il 50,1% dai ricavi, il deficit e le altre passività dell’istituto non vengono computati nel bilancio dello Stato. Come ha scritto il “Corriere della Sera”, la serietà di un tale principio è paragonabile alla considerazione del rischio da parte dei contabili che hanno favorito il crac della Lehman Brothers.
«Con un trucco meramente contabile, che in casi analoghi oltreoceano ha portato a condanne per bancarotta fraudolenta, la Germania ha cancellato o, se preferite, “occultato” oltre il 17% del suo debito pubblico», dichiara Cambi. «Eliminato questo trucco contabile, il debito pubblico tedesco farebbe un balzo del 20% in in colpo solo, dall’80% al 97%». Ed è solo la punta dell’iceberg di un tipo di “contabilità creativa” «probabilmente più spudorata di quella che è stata imputata alla famigeratissima e disgraziatissima Grecia, che peraltro aveva truccato i conti di un ben più modesto 10%». In effetti, aggiunge Cambi, i debiti degli istituti tedeschi nei confronti della Bce ammontano a qualcosa come 750 miliardi di euro – e di questi, almeno la metà sono da riferire a banche di proprietà pubblica. E il François Hollandebello è che la Germania non è il solo paese a fare questo genere di trucchetti: «Anche in Francia, Hollande (tanto per cambiare) ha appena istituito un ente simile, la Bpi, con compiti simili e una quarantina di miliardi di dote».
E allora perché Monti e colleghi non hanno pensato, a loro volta, a una soluzione del genere? Ovvero: perché mai, «pur essendo ben a conoscenza di questi immensi trucchi contabili», i “salvatori” dell’Italia «non hanno denunciato la Germania e le sue velleità paneuropee di fronte al mondo?». E’ proprio lì che Monti non voleva arrivare: «Non volendo nazionalizzare una banca per meri motivi di contabilità nazionale, perché così facendo si renderebbero troppo evidenti i giochini altrui, si preferisce trovarsi una buona scusa, come ad esempio l’evidente rischio di insolvenza dell’istituto medesimo, per essere “costretti” a nazionalizzarlo», come appunto il Montepaschi. Tutto questo, aggiunge Cambi, poteva semplicemente non-succedere, se solo non avessimo privatizzato, in nome del liberismo, la maggior parte dei nostri istituti bancari e di conseguenza la Banca d’Italia. Quanto alla mancata denuncia dei trucchi tedeschi, basta ascoltare Monti: solo «una crisi tremenda» avrebbe consentito di tagliare in Pietro Cambimodo selvaggio la spesa pubblica e procedere alla «privatizzazione e liberalizzazione forzosa dell’intera società».
Capito a cosa serviva, l’esplosione dello spread? «Una volta deciso che la crisi e le sue devastanti conseguenze erano il prezzo da pagare per plasmare il paese, Grecia o Italia non importa, secondo la dottrina della shock economy, il resto è una logica conseguenza: se non è un movente, ci si avvicina molto». E in Europa lo sanno? «Certo», conclude Cambi: è proprio da lì – dal sistema di potere che si estende da Bruxelles fino a Berlino – che è partita la grande “tosatura” dell’Italia e degli altri “Piigs”. Operazione truccata, insiste Cambi, e atrocemente sleale: proprio chi vieta all’Italia di ricorrere al debito, in realtà fa uso massiccio del proprio debito pubblico per sostenere la propria economia, contro la nostra. Quand’è che la politica italiana se ne comincerà ad occupare?.
Fonte: http://www.libreidee.org

lunedì 7 gennaio 2013

L'italia era sull'orlo del baratro?


"I paesi che sono a nord-est della linea continua diagonale dello spazio sostenibilità, più si allontanano da quella linea, maggiore è la loro distanza dalla sostenibilità. I paesi che si trovano a sud ovest della linea continua (nel grafico Italia e Lettonia) hanno la sostenibilità delle finanze pubbliche, nonostante l'invecchiamento della popolazione"


Il premier barzellettiere fu cacciato a suon di fanfare europee, sotto la pressione internazionale dello spread, e sotto la minaccia del default. Fu pertanto inventato un motivo pratico per giustificare il cambio di governo (e di regime democratico) che fosse comprensibile a tutto il volgo. L'amministrazione statale italiana non sarebbe più stata in grado di pagare gli stipendi degli statali.

Devo essere sincero, sul momento ci credetti, perché come tutti preso in contropiede dall'emergenza (inventata di sana pianta). Solo successivamente, dopo aver letto quali erano le reali cifre in campo, mi sono reso conto del'immensa bufala di una tale informazione, messa in bocca a giornalisti televisivi e della stampa perché spaventassero i cittadini italiani.

"Lo spread berlusconiano è salito a più di 500 punti base, ma mediamente si può presumere un livello intorno ai 400 punti. Visto che da quando è cominciato a salire quest’indice l’Italia emetteva circa 20 miliardi di Btp ogni mese, ciò significa che da ottobre 2011, a febbraio 2012 (c’era già Monti, ma lo addebito a B.) sono stati emessi circa 100 miliardi di titoli. Lo spread di Berlusconi ci è costato 4 miliardi. Brunetta ha avanzato la cifra di 7 miliardi. Io voglio essere più cattivo, dico 10 miliardi in più rispetto all’interesse pagato prima. Dopo febbraio, dopo varie peripezie, è intervenuto Draghi, e si che lui ci ha salvati veramente.

Monti ha preparato una serie di manovre depressive che hanno fatto scendere il Pil del 2,5 – 3%. Questo significa che abbiamo perso circa 40-50 miliardi di euro (1650 mld x 2,5%). Questo è stato l’impoverimento degli italiani nel 2012, a cui si devono aggiungere tutte le nuove imposizioni fiscali. Almeno altri 50 miliardi andati in fumo dalle tasche degli italiani. Per non parlare dell’impoverimento immobiliare…
Allora mi chiedo: per non pagare 10 miliardi di interessi dello spread, ne abbiamo bruciati 100 o forse più? Ma siamo pazzi?! Ma questo è veramente un governo di criminali come dice Barnard…"

Ed inoltre la spesa annua dello Stato italiano sfiora gli 800 miliardi! Cosa vuol dire che che non saremmo stati in grado di pagare gli stipendi, a causa di uno scostamento dei conti di 10 miliardi? Il bilancio dello Stato è 80 volte il costo dello spread berlusconiano, o in percentuale il costo dello spread impazzito è l'1,2% del bilancio. Per una cifra così modesta erano addirittura in pericolo gli stipendi degli impiegati statali? Non lo posso credere. E' come se una famiglia non fosse più in grado di pagare il mutuo a causa di una multa di divieto di sosta...

Ora non ci crede nemmeno l'Europa, che come dice Bagnai, avrebbe tutto l'interesse ad affermarlo:

"Lo certifica il Fiscal sustainability report della Commissione Europea, che avrebbe tutto l'interesse a certificare il contrario, visto che proprio dall'Europa vengono quelle simpatiche esortazioni all'austerità che, per avere un senso, devono presupporre che lo Stato italiano sia sull'orlo della catastrofe finanziaria! Invece nemmeno chi avrebbe interesse a dimostrare l'insolvenza dello Stato italiano, e la necessità dell'austerità, ci riesce! L'austerità italiana è servita solo a salvare Grecia e Spagna, e lo ha ammesso perfino Monti dalla Gruber!"

Ecco cosa si dice nel documento (qui il pdf) sul nostro paese:

"L' Italia non sembra affrontare un rischio di pressione fiscale nel breve termine.
Rischi per la sostenibilità sembrano essere medi nel medio periodo, mentre diventano bassi in una prospettiva a lungo termine, subordinati al completo all'attuazione dell'ambizioso  piano di risanamento fiscale e mantenendo il saldo primario ben oltre il 2014,  livello che dovrebbe essere raggiunto in quell'anno. Il debito pubblico (120,7% del PIL nel 2011 e dovrebbe salire al 126,5% nel 2014) è superiore al 60% del PIL del trattato. Sulla base delle politiche attuali, il debito sarebbe su un percorso di discesa a medio termine e oltre. Ma, il modo in cui il miglioramento strutturale della posizione primaria fiscale dovrebbe essere raggiunto entro il 2014 è piuttosto impegnativo sia per la situazione internazionale che per le specifiche storiche degli standard del paese, forte determinazione è necessaria per evitare slittamenti della politica di bilancio. Infatti, il rischio sarebbero molto più elevato nel caso del saldo primario strutturale si ritornasse ai bassi valori osservati in passato, come la media del periodo 1998-2012. L'attenzione dovrebbe, pertanto, essere risolutamente continua per attuare misure per la sostenibilità di miglioramento e ridurre il debito pubblico."

L'analisi è stata pubblicata l'8 dicembre 2012 e tiene evidentemente in considerazione gli interventi del governo Monti. Ovviamente, con l'esagerato incremento della pressione fiscale, la Commissione Europea non poteva non considerare più che basso il rischio fiscale, dal punto della sostenibilità dei conti pubblici.
Nel 2011 sul documento Pubblic finance in EMU della Commissione si scriveva, sostanzialmente che l'Italia era sulla strada giusta, indicata dai trattati europei:

"Il Consiglio ritiene che lo scenario macroeconomico alla base del programma è plausibile. Il programma prevede di riportare il disavanzo pubblico al di sotto del 3% del valore di riferimento del PIL entro il 2012, basato sul contenimento della spesa ulteriore e ricavi addizionali dal rispetto fiscali. Seguendo la correzione del disavanzo eccessivo, il programma prevede di raggiungere l'obiettivo di medio termine (OMT) di un equilibrata posizione di bilancio in termini strutturali entro la fine del periodo di riferimento (2014), sostenuta da un l'impegno a frenare ulteriormente la spesa primaria. Il programma prevede che il rapporto debito pubblico picco nel 2011 e a diminuire ad un ritmo crescente in seguito, con l'aumento dell'avanzo primario.
Il previsto sforzo finanziario medio annuo nel periodo 2010-2012 è superiore al 0,5% del PIL raccomandato dal Consiglio nel quadro della PDE, e il ritmo di adeguamento previsto dopo il 2012 è ben al di sopra delle disposizioni nel Patto di stabilità e crescita. 
...
Dato il debito pubblico molto elevato, che si attesta a circa il 120% del PIL nel 2011, il  perseguimento di un ben durevole, credibile consolidamento e l'adozione di misure strutturali per aumentare la crescita sono le priorità chiave per Italia. Secondo l'ultima valutazione della Commissione, i rischi riguardo alla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche sembrano essere medi. Per il periodo fino al 2012, il raggiungimento degli obiettivi per il generale disavanzo pubblico fissato nel programma di stabilità, e quindi la correzione del disavanzo eccessivo entro il 2012, si basa sulla piena attuazione delle misure già adottate.
Azione supplementare sarebbe necessaria se, ad esempio, i ricavi da lotta all'evasione fiscale sono inferiori a una migliore bilancio o in caso di difficoltà nel raggiungere il sistema di ritenuta prevista spesa in conto capitale."

In questo grafico i "buoni" sono a sud-est (Italia compresa) sotto la diagonale e i paesi con un'alta sfida alla sostenibile fiscalità (rischiosi) a nord-ovest (solo Finlandia e Lussemburgo) - incredibile la posizione della Grecia (EL)!

Ecco cosa dice al riguardo del rischio di lungo periodo (tiene in considerazione anche il welfare - pensioni e sanità - delle nazioni europee) ora il documento di sostenibilità fiscale europeo del 2012:


"Infine, per quanto riguarda le sfide a lungo termine della sostenibilità, per quattro di questi 22 paesi, in particolare, Belgio, Lussemburgo, Slovenia e Slovacchia, l'indicatore S2 mostra un rischio elevato, dovuto principalmente a un notevole costo a lungo termine dell'invecchiamento della popolazione, ben al di sopra della media UE. 



Per la Bulgaria, Danimarca, la Repubblica ceca, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Austria, Romania, Finlandia e il Regno Unito, anche se il costo di 
invecchiamento è superiore alla media UE, il rischio è di media, grazie ad una migliore iniziale 
 
posizione di bilancio. 

Germania, Estonia, Francia, Italia, Lettonia, Ungheria, Polonia 
 
e la Svezia sono a basso rischio. Alcuni di questi paesi hanno già fatto notevoli progressi nella riforma dei sistemi pensionistici (Danimarca, Estonia, Commissione europea 
Bilancio di sostenibilità fiscale 2012 
 
Francia, Italia, Lettonia, Ungheria, Paesi Bassi, Polonia e Svezia) e,
 
in tal modo, per affrontare rischi a lungo termine di bilancio dell'invecchiamento indotti. 

Tuttavia, le sfide a lungo termine sono maggiori se si considerano i rischi connessi all'impatto dei driver 
non demografici per l'assistenza sanitaria e di lunga durata di spesa cura, come 
 
dimostrato dallo 'scenario di rischio' dell'AWG, in particolare per la Germania, la Francia, 
 
Lituania, Malta, Paesi Bassi, Austria e Polonia."

Insomma avevamo un rischio fiscale medio nel 2011 (quando si cadeva nel baratro) ed improvvisamente nel 2012 siamo primi della classe. All'inizio del post il grafico che sintetizza la nostra situazione di sostenibilità fiscale odierna (dal Fiscal sustainability report). Come si vede siamo gli unici (con la Lituania) ad avere un sistema di welfare sostenibile nel lungo periodo.
Malgrado il governo Monti abbia mandato l'economia italiana in piena depressione. Non eravamo in una situazione argentina prima, e non siamo così ben messi oggi. In queste valutazioni della Commissione Europea c'è troppa politica e poca statistica a mio parere. Come possiamo avere una sostenibilità fiscale ottima sul lungo periodo con un Pil in avvitamento verso il basso?
Abbiamo fatto una riforma pensionistica esagerata, e distrutto la nostra economia per cosa? Per farci belli di fronte alla Commissione Europea. 

Intanto ai mercati a cui si riferiscono sempre i tecnici governativi, non importa nulla. L'unica cosa importante è la crescita, quella che il governo Monti non solo non ha cercato, ma ha colpevolmente invertito. Più passa il tempo, più escono dati e più gli interventi del governo Monti (ma anche gli ultimi di Tremonti-Berlusconi) appaiono deliranti.

La realtà è un'altra, cioè che l'Italia doveva essere munta come una vacca, per ben altre esigenze. Non era per fronteggiare un eventuale nostro default, ma per mantenere in piedi Europa ed euro:


"Italia, ufficiale pagatore d'Europa.

Prendere solamente, e non dare niente? L'Italia è considerato il piu' grande beneficiario della UE. Errore. Non sono Germania o Francia a pagare il contributo piu' alto - almeno in relazione al PIL del paese.
...
Tanto piu' il gioco si fa duro, tanto piu' cattivi si fanno i pregiudizi. In queste settimane si sta discutendo del bilancio EU dei prossimi anni. I presunti pigri hanno buone possibilità per pretendere piu' trasferimenti. Ma quando i capi di stato e di governo si incontreranno, sarà già chiaro chi si merita il titolo di ufficiale pagatore: l'Italia.
...
In rapporto al PIL, nel 2011 nessun'altro paese ha contribuito al bilancio EU quanto l'Italia. Il suo contributo lo scorso anno è stato pari allo 0.38 % del PIL, circa 5.9 miliardi di Euro.
...
Proprio l'Italia, che da tempo paga alti tassi sul debito pubblico e che in passato ha sempre dovuto smentire di avere bisogno di aiuti.
...
E dov'è la Germania nella classifica? Anche il Belgio e l'Olanda in rapporto al loro PIL hanno una quota maggiore rispetto alla Repubblica Federale. La Germania segue con Finlandia e Danimarca in terza posizione.
...
Ma la Germania è sempre stato il piu' grande contributore netto, potrebbe essere l'obiezione. Per niente. Dal 2000 in poi a guidare la classifica sono stati i Paesi Bassi, o addirittura il Belgio, che con un debito pubblico di oltre il 100% del PIL appartiene al gruppo dei paesi problematici.

Il titolo di ufficiale pagatore segreto - e involontario - lo merita l'Italia, che dopo Germania e Francia, resta il terzo contribuente ai fondi di salvataggio. E nonostante il suo alto indebitamente non ha ancora ricevuto un cent dal fondo salva stati.

L'esempio italiano mostra che l'ammontare dei contributi netti all'EU si basa molto piu' sulle capacità di negoziazione che sulle dimensioni dell'economia. O si potrebbe anche dire: sulla sfacciataggine. Alcuni paesi hanno negoziato sconti generosi, primo fra tutti la Gran Bretagna. Altri ricevono sconti dovuti ai costi aggiuntivi causati dallo sconto britannico - l'Italia non appartiene né all'uno né all'altro gruppo.

Le condizioni speciali britanniche fanno si' che lo UK contribuisca per una piccola parte del suo PIL (0.32 %), molto meno dell'Italia. Questo è ingiusto, secondo Mario Monti, il quale insieme alla Francia chiede di abolire per intero lo sconto britannico"

Se lo scrivono i tedeschi (Der Spiegel), c'è da fidarsi. Allora i conti tornano (quelli tedeschi). Gli italiani non si lamentano mai (lo dice sempre anche Monti), facciamogli pagare il costo dei vai default europei... tanto hanno le spalle larghe.