sabato 14 settembre 2013

L’INCREDIBILE STORIA DELLA NASCITA DEL TETTO DEL 3% DI DEFICIT


La cifra viene ripetuta in maniera martellante da François Hollande e Jean-Marc Ayrault (il primo ministro di Hollande NDA). Era l’alfa e l’omega pure della politica di bilancio portata avanti da Nicolas Sarkozy e François Fillon. A destra come a sinistra, la cifra viene utilizzata come un totem davanti al quale bisogna assolutamente inchinarsi, pena l’accusa di portare la nazione al fallimento. 

Considerato come insostenibile da molti economisti, vilipeso dalla sinistra radicale come il simbolo dell’odiata austerità, questo numero voi lo conoscete: è “l’impegno preso dalla Francia di far rientrare il proprio deficit al di sotto del 3% del PIL nel 2013″ ripete allo sfinimento Hollande. Per riuscire a centrare l’obiettivo, il bilancio presentato stamane (una settimana fa NDR) in consiglio dei ministri chiederà lacrime e sangue tramite 20 miliardi di nuove tasse. 

Come vediamo questo impegno avrà delle conseguenze dirette sulla nostra vita quotidiana. Ma questa cifra, scolpita nel marmo del trattato di Maastricht dal 1992, come è nata? Beh… fondamentalmente dal nulla. Incredibile, pertanto abbiamo rintracciato l’uomo che, al ministero delle finanze, ha scarabocchiato questa cifra. 

Questo alto funzionario lo confessa oggi: il tetto del 3% è stato inventato in un’ora una sera di giugno del 1981 senza poggiarsi su alcuna teoria economica ma, senza dubbio per questa ragione, convincendo perfettamente François Mitterrand, il quale aveva esigenza, per bloccare le spese dei suoi ministri, di una cifra tonda e facile da ricordare. Ed ecco come il fondamento della nostra politica di bilancio, imposto come regola ferrea a tutta l’Europa, ha visto la luce. 

L’aneddoto può far sorridere ma, e qui è il bello, i tecnocrati di Bruxelles si sono ispirati a questo famoso 3% la regola fintamente cartesiana che obbliga a limitare il deficit strutturale allo 0,5%. E perché non all’1 o al 2%? Nessuno lo sa così come nessuno sapeva da dove veniva il 3% di cui si parla tanto oggigiorno.


Il signor 3% è lui! Maglione blu e occhiali, Guy Abeille è l’inventore del concetto con cui ci martellano i governi di destra e sinistra da tre decadi “Il deficit non deve superare il 3% del PIL”. Una regola che
giustifica tutti gli aumenti delle tasse e le riforme degli ultimi 30 anni.

Allora, ci si aspetta che questo ex alto funzionario ministeriale tiri fuori strani grafici. Ma, sorpresa, si lascia andare “Ci siamo immaginati la cifra del 3% in meno di un’ora, è nata sull’angolo di un tavolo senza alcuna riflessione teorica”. 

Stento a crederlo, allora racconta “Era una sera del maggio 1981. Pierre Bilger, direttore del bilancio all’epoca, ci aveva convocati con Roland de Villepin (Cugino del futuro primo ministro Dominique NDLP). Ci ha detto: Mitterrand vuole che gli sia fornita rapidamente una regola facile, che suoni economista, e possa usare contro i ministri quando questi si intrufolano nel suo ufficio a chiedere soldi.” Nel suo ufficio al Louvre, all’epoca sede del ministero delle finanze, questo giovane diplomato in statistica all’ ENA (1) si gratta la testa. “C’era bisogno di qualcosa di semplice”, racconta. Scelse come denominatore il PIL perché “in economia tutto si riferisce al PIL”. Si procede dunque a cercare una cifra tonda, senza virgola. “Stavamo procedendo verso un deficit di 100 miliardi di franchi, questo rappresentava più del 2% di deficit. 1%? Questa cifra è stata scartata, impossibile da raggiungere. 2%? Ci avrebbe messo troppo sotto pressione. 3%? E’ una buona cifra, un numero che ha attraversato le epoche, che faceva pensare alla trinità” Vada quindi per il 3% di deficit. 

“Mitterand voleva una norma, gli è stata data. Non avremmo mai pensato che questa regola avrebbe passato il 1981″ racconta. Secondo lui sarebbe stato Laurent Fabius, all’epoca ministro delle finanze (2) il primo a parlare di deficit in percentuale. ”100 miliardi di franchi, era una cifra enorme. Preferiva parlare di deficit al 2,6%” continua Guy Abelle. Quanto al limite del 3% “E’ Mitterrand che lo riprenderà dandogli legittimità. Più tardi questo riferimento sarà teorizzato da degli economisti e ripreso nel trattato di Maastricht, divenendo uno dei criteri per l’ingresso nella zona Euro”.

30 anni dopo questo 3% scandisce la nostra vita quotidiana. Da lui dipende la scelta se costruire o meno, scuole, ospedali, asili nido o se aumentare le imposte. Guy Abelle ne è cosciente? “Noi siamo all’origine di questo, ma abbiamo avuto parecchi complici. E se non fosse il 3% si sarebbe comunque varata un’altra soglia per la tenuta dei conti pubblici” Questo “casalingo” di 62 anni inanella metafore per giustificarsi “Il seme di grano è divenuto un campo, ma avrebbe potuto essere un campo OGM” o ancora “All’epoca era qualcosa di insignificante, ma la bestia è uscita dalla gabbia e ci è sfuggita”, “insignificante” continua a ripetere questa parola per svincolarsi.

E poi “Mitterrand avrebbe potuto fare questa richiesta all’Insee (3), ad esempio, ritenuto più indipendente. No ha scelto la direzione del bilancio” spiega. Un servizio amministrativo che sa comporre a seconda di dove tira il vento. Un esempio “Io ero incaricato al ministero dell’economia, di stabilire anno dopo anno le cifre del deficit all’inizio degli anni ’80. Si lavorava senza computer all’epoca. Io non truccavo (4) niente.Ma alle volte bisognava capire le “costrizioni” dei politici. All’appropinquarsi delle sfide elettorali, in maniera informale, non c’era niente di scritto ovviamente, mi si chiedeva di “aggiustare i conti“.

Cosa ne pensa monsieur 3% della soglia dello 0,5% imposta dal nuovo trattato europeo? “E’ vero che la cifra 0, ha dei vantaggi. Ma se avessero usato la cifra 0,7% la gente si sarebbe fatta delle domande: perché questo numero? Dunque 0,5 è una metà, niente male, una cifra confortante” E riparte “Ah, sennò avrei un’altra idea per abbassare il debito…” Ci vediamo fra trent’anni

NDA

Non so voi ma io sono abbastanza sconvolto dalla “rivelazione” il martello con cui massacrano le nostre tasche da vent’anni per tenere in piedi i soldi del Monopoli è stato scelto… a casaccio da un boiardo di stato francese. Parbleu! Inoltre, dite quello che volete dei francesi, come dei tedeschi o degli olandesi o dei nordici in generale, ma… ma in Francia, in Germania, in Olanda, nell’odiato Nord Europa di queste cose SI PARLA E SI DISCUTE ANIMATAMENTE PERFINO IN PARLAMENTO! In Francia giusto pochi giorni fa 30 deputati della maggioranza si sono sfilati sul “fiscal compact”, in Germania si parla di questi temi un giorno si e un giorno anche. Steinbruck, candidato alla cancelleria per la SPD, attacca la Merkel chiedendole di smettere di mentire al popolo tedesco sulla Grecia. La maggioranza della Merkel si scontra con i turbo-capitalisti della FDP e i nazional-conservatori della CSU, costola bavarese della CDU, che di solito sono su sponde opposte (FDP per il turbo-capitalismo selvaggio, la CSU che difende con le unghie e con i denti il welfare teutonico), per una volta son d’accordo su una cosa, i soldi dei tedeschi non si toccano. In Olanda la campagna elettorale si è giocata tutta su questo tema e in Austria tra pochi mesi sarà lo stesso. In Italia? In Fallitaglia vige lo zittificio totale! Mai un dibattito sull’Europa e sui trattati! Mai, unanimità sempre e comunque e “Euro uber alles” e guai a chi osa fiatare, pena la scomunica da parte di King George, quello che ci costa cinque volte la regina d’Inghilterra, e dell’Istituto Luce 2.0 (Corriere; Repubblica; Stampa; Sole 24 Ore etc. etc.) . Sfido chiunque a uscire per strada e trovare qualcuno che conosca il “fiscal compact” o conosca il “numeretto” di cui sopra. Qui c’è lo zittificio completo e totale. Heil Europa e basta”

(1) La scuola di burocrati da cui proviene praticamente tutta la nomenklatura della V Repubblica, Hollande compreso.

(2) Oggi è ministro degli esteri di Hollande. Come vedete non siamo gli unici in Europa in quanto a dinosauri e relitti 

(3) Sarebbe il corrispondente francese dell’Istat

(4) Tricher: in francese imbrogliare, truccare etc. etc. Come si chiamava il predecessore di Draghi? Trichet! Per la serie nomen omen…

fonte:http://www.rischiocalcolato.it

venerdì 13 settembre 2013

Berlusconi fatto fuori nel 2011 perchè voleva uscire dall'Euro!

Chi ci segue su Twitter sa quanto nella serata di ieri questa notizia ha fatto rumore e sollevato un vero polverone. Oggi vogliamo riproporla tradotta perchè è giusto che ogni lettore si faccia la propria idea e ne tragga le proprie conseguenze grazie a Carmen del blog http://vocidallestero.blogspot.it. Buona lettura:

Dal britannico Telegraph Evans-Pritchard commenta alcune sorprendenti affermazioni che l'ex membro italiano della BCE, Lorenzo Bini-Smaghi, ha placidamente fatto nel suo recente libro. Affermazioni che dovrebbero destare l'attenzione sia dell'elettorato italiano sia di quello tedesco.



di Ambrose Evans-Pritchard; ultima modifica, 12 settembre 2013

E così, adesso lo sappiamo: nell'ottobre/novembre del 2011 Silvio Berlusconi aveva seriamente proposto dei piani per tirare l'Italia fuori dall'euro, provocando così la sua immediata rimozione dall'incarico e decapitazione politica da parte dei gendarmi delle politiche dell'eurozona.

Un ex membro della BCE, Lorenzo Bini-Smaghi, nel suo nuovo libro "Morire di Austerità", che per chi conosce l'italiano merita di essere letto, ha placidamente sganciato delle vere e proprie bombe .

Il signor Bini-Smaghi, fino a poco tempo fa uno dei sei membri del consiglio esecutivo della BCE, e per molti anni l'uomo dell'Italia a Francoforte – ha dichiarato che Silvio Berlusconi è stato rovesciato dall'incarico di premier Italiano nel novembre 2011, non appena ha iniziato a scuotere sul serio la gabbia dell'eurozona.

Più precisamente avrebbe discusso (minacciato?) un'uscita dell'Italia dall'euro nel corso di una riunione privata con altri uomini di governo dell'eurozona, presumibilmente con la cancelliera Angela Merkel ed il francese Nicolas Sarkozy, dato che lui non fa negoziati coi subalterni. ("L'ipotesi d'uscita dall'euro era stata ventilata in colloqui privati con i governi degli altri paesi dell'euro").

Lo sospettavamo da tempo. Adesso è confermato.
Il signor Bini-Smaghi rivela anche che la Merkel ha continuato a pensare che la Grecia avrebbe potuto essere fatta uscire dall'euro senza rischi fino all'inizio dell'autunno 2012, quando ad un certo punto lo Pfenning ha affermato che ciò avrebbe scatenato l'inferno, con reazioni a catena che avrebbero inghiottito l'intero sistema. A quel punto ha invertito la rotta, correndo ad Atene per elogiare il nuovo governo per i suoi eroici sforzi. ("Merkel l'ha capito solo nell'autunno del 2012").

Egli conferma poi che la Germania si trova in una situazione davvero difficile per i 547 miliardi di euro di crediti della Bundesbank alle banche centrali di Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia, Cipro e Slovenia.

Siamo sempre stati rassicurati sul fatto che i cosiddetti crediti Target2 nel sistema dei pagamenti interni della BCE erano delle regolazioni di tipo tecnico, senza rischi significativi.

Il signor Bini-Smaghi dichiara che qualsiasi Stato dell'eurozona che lasci l'euro dovrebbe probabilmente affrontare un default sulle obbligazioni estere. "La banca centrale nazionale non sarebbe in grado di ripagare i debiti accumulati verso altri membri del sistema euro, che sono registrati nel sistema interno dei pagamenti dell'Unione (noto come Target2). L'insolvenza provocherebbe grosse perdite per le controparti in altri paesi dell'eurozona, compresi banche centrali e Stati."

Gli elettori tedeschi potrebbero volerne sapere di più prima delle elezioni di domenica della prossima settimana, poiché i loro leader politici gli hanno sempre raccontato una storia diversa. Anche il partito anti-euro AfD – ora quotato al 4% nei sondaggi e con buone chance di entrare al Bundestag – potrebbe trovare questo argomento interessante.

Per quanto posso capire, la Bundesbank (così come le banche centrali di Finlandia, Olanda e Lussemburgo) compensa i creditiTarget2 sul Club Med [il blocco dei paesi mediterranei, ndt] vendendo titoli alle banche con sede in Germania. Lo fa per motivi di politica monetaria.




Ciò significa che se l'euro salta, la Bundesbank è ancora in debito di questo denaro verso le stesse banche private, che potrebbero essere Deutsche Bank, ma anche Nomura, Citigroup o Barclays. Non è una bufala. La Bundesbank non può fare default su questi titoli.

Può anche essere che io abbia poco cervello, ma devo ancora sentire una spiegazione soddisfacente su come tutto ciò possa essere scongiurato senza danni, come ci viene raccontato da una lunga serie di illustri economisti. Non li ho mai visti rispondere a questa domanda. Pubblicano lunghi articoli, abbagliando tutti con la loro scienza, come gli economisti sono propensi a fare (spesso bluffando), ma non arrivano mai al punto critico.

La prima cosa è che Target2 è l'altra faccia della fuga di capitali intra-UEM. Gli investitori privati si sono ritirati dal Club Med, scaricando i loro crediti sui contribuenti tedeschi e degli stati creditori del nord. Mettetela come volete, ma questa è la realtà.

Sì, la Bundesbank può stampare denaro con gaia dissolutezza in una crisi del genere – e dovrebbe farlo per evitare uno shock deflazionistico, e su scala molto più ampia di quanto mai pensato finora all'interno dell'eurozona. Non c'è dubbio che la Germania se la caverebbe, ma le sue dottrine economiche ne uscirebbero a pezzi.

La posizione ufficiale della Bundesbank è che la controversia su Target2 è in realtà una tempesta in un bicchier d'acqua. Il fatto è che non ci credono nemmeno loro. Un banchiere della Bundesbank con una responsabilità diretta in Target2 ha detto in mia presenza che "la cosa lo preoccupa ogni notte". Il presidente stesso della banca, Jens Weidmann, ha ammesso l'anno scorso che gli squilibri sono un "rischio inaccettabile".

Io sospetto che qualcuno stia cercando di gettare fumo negli occhi dei tedeschi, e non è lo splendidamente schietto Jens Weidmann. Io sono in disaccordo con le sue teorie monetariste, ma la sua onestà intellettuale è superba.

giovedì 12 settembre 2013

La Gabbia di Paragone?...Un vero disastro!

Al giorno d'oggi credere in qualcosa o in qualcuno sta diventando davvero sempre più difficile. Appena ci si fida di qualcuno questo automaticamente finirà per deludere tutte le tue aspettative.
Questo è quello che il popolo degli Euroscettici ha provato ieri guardando la tanto pubblicizzata quanto sospirata trasmissione Tv "La Gabbia" di Gianluigi Paragone.
Facciamo una piccola premessa: Paragone è scappato da mamma Rai perchè a suo dire era troppo ingessato in un sistema televisivo che non gli permetteva di esprimere argomenti come avrebbe voluto cosi questa estate è passato alla rete La7 dove avrebbe finalmente potuto fare ciò che lui si era prefissato, ovvero spaccare le sbarre della "Gabbia Europea" portando la verità dove altri e nemmeno le aquile hanno il coraggio di avventurarsi.
Noi euroscettici ovviamente abbiamo abboccato, anche perchè se nel buio dell'informazione mediatica vedi un barlume di luce sei portato istintivamente a seguirlo.
Da allora abbiamo pubblicizzato la trasmissione su tutti i social, blog, siti e quant'altro nella speranza di aver trovato finalmente la nostra casa e il nostro amplificatore divulgativo.
Tutto sembrava procedere per il meglio, supportati anche da "trailer" pubblicitari che lasciavano intendere un format incentrato sull'europa , l'economia e il problema della moneta unica con ospiti di grande caratura come Alberto Bagnai, Claudio Borghi Aquilini, M.A.Rinaldi per citarne alcuni, ai quali sarebbe spettato il compito di poter finalmente spiegare, a quella massa che noi chiamiamo PUDE, con serenità e tempo dovuto, i veri problemi che affliggono il paese e cosa fare per risorgere dalle ceneri.
Ebbene alla prima puntata del programma tutto il castello di carte è crollato.
Nulla di quanto sperato si è visto anzi è andata molto peggio rispetto al vecchio format della Rai sempre condotto dal rockettaro Paragone.
La prima ora del programma è passata nell'ascoltare una marea di insulti tra il galoppino delle procure Marco Travaglio e l'oca starnazzante Santanchè senza che nessun argomento fosse realmente trattato con serietà
nella più completa staticità del Paragone completamente inutile nel dirigere la trasmissione (se qualcuno ha capito l'argomento del contendere mi faccia un fischio).
Come qualcuno ha riportato su Twitter: "una gara di rutti tra camionisti avrebbe portato al dibattito argomenti più interessanti" (ovviamente totale rispetto per i camionisti, il loro lavoro e le loro gare di rutti alle quali vorrei unirmi) .
La seconda e la terza ora dovevano essere quelle dell'assalto all'economia e all'Europa che ci tiene in Gabbia ed ecco entrare in scena sul palco personaggi di nessun rilievo e competenza quali Mario Adinolfi, Laura Ravetto, Damiano, Chicco Testa, il mitico Giulietto Chiesa e Myrta Merlino.
In mezzo a cotanta ignoranza infine (non volevo crederci) è stato catapultato il prof. Alberto Bagnai relegato per un'ora su di un trespolo in mezzo a questi ciarlatani.
Il pensiero è stato: "qui si mette male, vogliono ridicolizzare il prof!".
Mai pensiero si rivelò più azzeccato.
Bagnai in tre ore di puntata ha parlato solo per 3 minuti dico 3 mentre i parolai si dibattevano sul nulla più assoluto alla ricerca di un applauso con farcitura di urla, insulti da bambini delle elementari e bassezze al limite della decenza.
Il culmine dell'ignoranza economica è stato raggiunto da Myrta Merlino quando alla proposta di uscire dall'euro del prof. Bagnai che aveva appena preso la parola e tentava di spiegare agli imprenditori in sala il perchè delle tasse elevate e dei problemi che li attanagliavano la Myrta ha obbiettato così: "con rispetto per il prof.Bagnai bisognerebbe parlare di cose serie ovvero dare risposte a questi imprenditori..., nell'euro ci siamo entrati e una volta dentro non si può uscire, parliamo di cose fattibili".
Ogni commento a questa affermazione è puramente superfluo, ma una domanda è lecita rivolgerla a Paragone: ma come si fa a parlare di economia invitando certa gente senza nessuna competenza? non sarà mica che la cosa è voluta?....ai posteri l'ardua sentenza.
Merita una citazione anche l'affascinante Adinolfi che sempre in risposta alla soluzione di uscire dall'Euro del Prof.Bagnai argomenta in maniera altamente preparata e tecnica con un "Mah"!.
Tralasciamo il resto della combricola perchè visti gli illuminati in gioco potete immaginare la caciara che ne è scaturita.
Peggio di cosi non poteva andare, penso si siano messi di impegno per arrivare ad un risultato cosi scadente.
Ogni speranza è stata frantumata in tre ore di nulla esclusi tre minuti di competenza dell'unico preparato in studio ovvero Bagnai.
Quello che vorremmo chiedere a Paragone é: ma è davvero questo quello che volevi fare con La Gabbia? ti sembra normale parlare di economia e non far parlare l'unico economista in studio preferendo quelle oche giulive e quei parolieri che hai invitato? ti sembra di aver portato qualcosa di nuovo in tv che "porta a porta" , "ballarò" ed altri non abbiano già fatto?almeno loro non hanno pretese di essere "ANTIQUALCOSA" e guardandoli sai esattamente cosa aspettarti da loro, mentre dalla tua "Gabbia di matti" sicuramente ci saremmo aspettati molto di più in base a quello che scrivevi durante l'estate.
Quanta amarezza, quanta delusione.
Noi del DeS però ti diamo il beneficio del dubbio e ti daremo una seconda occasione, quella non si nega a nessuno.
Ritenta primo strike!

mercoledì 11 settembre 2013

Svalutazione e prezzi: chi ci guadagna e chi ci perde.

Questo post nasce dall'esigenza (mia, ma spero anche di vostro interesse) di approfondire il contenuto di una pillola rossa di qualche tempo fa.
Dopo aver visto cosa accade ai prezzi di benzina e mutui ed ai costi di produzione, cercherò di analizzare più in dettaglio cosa accade in generale ai prezzi dei beni nel caso di un ritorno ad una valuta nazionale con conseguente svalutazione del suo valore rispetto ai paesi esteri: questo punto, che tanto e giustamente spaventa la gente comune (grazie alla costante e martellante opera di disinformazione dei nostri media) è anche il terreno più aspro di scontro fra chi si interessa di economia. Vediamo di fare un po' di chiarezza in modo comprensibile.
Innanzitutto ormai sappiamo (e se non lo sapete vuol dire che siete capitati qui per caso e quindi vi consiglio di leggervi prima la serie delle "pillole rosse"...) che svalutazione non è uguale ad inflazione: il pass-trough (termine tecnico che indica la quantità di svalutazione che si trasforma internamente in inflazione) è una percentuale che mediamente può oscillare tra il 20% ed il 40% e dipende da molti fattori; ipotizziamo una media del 30%. Qual'è l'effetto immediato di una svalutazione fra un paese A che svaluta rispetto ad un paese B? I beni prodotti dal paese A diventano più convenienti a parità di prezzo per i cittadini del paese B e viceversa, quindi l'effetto immediato è un aumento di esportazioni di A verso B ed una diminuzione di importazioni dei prodotti di B da parte di A. La prima domanda che sorge spontanea è: di quanto diminuisce il prezzo estero dei prodotti di A?
Come abbiamo già visto nella seconda pillola normalmente i costi di produzione sono condizionati prima di tutto dal costo del lavoro, poi dagli altri costi di produzione (materie prime, energia, trasporto, costi fissi): gli economisti liberisti ci dicono che solo se il salario del lavoratore viene compresso in termini reali, ovvero, in termini più semplici, in caso di aumento dell'inflazione il salario aumenta meno di essa, allora la svalutazione ha effetti positivi sul PIL, altrimenti l'effetto è nel medio periodo nullo. Facciamo due calcoli.
Ipotizzando una svalutazione del 30% (cifra non presa a caso, visto che è la svalutazione attesa in caso di uscita dell'Italia dall'euro per le ragioni che sappiamo) ed un pass-trough del 30% l'inflazione che ne deriverebbe sarebbe al massimo il 30% del 30%, ovvero il 9%. Perché al massimo? Perché l'inflazione non è un meccanismo automatico, ma dipende da tanti fattori congiunturali, per cui, in determinate circostanze, può aversi un'inflazione minore, non aversi inflazione o addirittura aversi una deflazione! Faccio una piccola digressione: guardate questo grafico:


chi ha letto le "pillole" in questo blog lo ha già visto: è il grafico storico del rapporto svalutazione/inflazione in Italia. Nel 1992 a fronte di una svalutazione del 20% avemmo l'anno successivo addirittura una variazione dell'inflazione negativa, passando dal 5% al 4%! Questo perché uscendo dallo SME, che, come adesso l'euro, ci bloccava il cambio, le esportazioni che erano state compresse, ripartirono di colpo, i fattori produttivi, che erano sottoutilizzati, ritornarono a regime e l'aumento dell'offerta, dei margini di profitto e la paura di perdere quote di mercato tenne sotto controllo i prezzi.  Se vi interessa avere una testimonianza diretta, una informazione "storica" è utile leggere i ricordi in prima persona di un imprenditore dell'epoca; la cosa istruttiva è che anche allora da parte delle autorità monetarie, politiche ed industriali interessate a mantenere un cambio fisso (e sopravvalutato) vi fu un coro che prediceva sventura e calamità in caso di svalutazione: "Carlo Azelio Ciampi" - ricorda l'imprenditore - "si sgolava ogni giorno per ribadire che l’Italia non doveva svalutare e che una valuta forte obbligava l’amministrazione pubblica ad essere più virtuosa mentre l’industria privata avrebbe dovuto orientare gli investimenti verso le produzioni ad alto contenuto tecnologico con elevato valore aggiunto." Vi ricorda qualcosa? Alla fine, nonostante l'accanita difesa del cambio, che portò a bruciare tutte le riserve della Banca d'Italia, la lira dovette essere svalutata: e cosa accadde? Nulla di quanto predetto: "Alle banche piccole, medie o grandi non internazionalizzate non provocò nessun danno in quanto avevano impieghi e raccolta in lire e lo stesso fu per tutte le istituzioni, pubbliche e private, non indebitate in valuta estera. In ogni caso non ci furono fallimenti tali da determinare danni rilevanti alla finanza. (...) Per i beni prodotti in Italia, che allora erano la stragrande maggioranza, gli incrementi dei prezzi seguirono un trend di incrementi poco più del normale. L’incidenza delle materie prime importate quasi sempre è una componente bassa del prezzo finale dei beni con queste prodotti. Anche la benzina ebbe un aumento ben minore dell’incremento del costo del petrolio in lire dovuto alla svalutazione.
Per quanto riguarda poi i beni voluttuari d’investimento, quali automobili o elettrodomestici di provenienza estera anche qui ci fu un incremento abbastanza modesto. Le aziende estere presenti in Italia pur di non perdere troppe quote di mercato in favore delle industrie italiane accettarono di ridurre di molto i propri margini di guadagno nel nostro mercato che erano diventati allora per loro molto elevati. Anzi, nel settore auto, molte case straniere vendettero per alcuni anni addirittura sottocosto, pur di non consegnare il mercato italiano in ampia prevalenza al costruttore nazionale. Ma cosa successe invece all’economia reale italiana, composta da piccole e medie industrie export oriented? Il lavoro per le aziende italiane riprese a tutta birra, dapprima e per ovvie ragioni per quelle esportatrici poi, con un certo sfasamento, per tutto il tessuto industriale italiano. Il portafoglio ordini era sempre gonfio e in crescita, gli investimenti delle imprese ripresero freneticamente, gli utili si gonfiarono come da anni non si ricordava e l’occupazione nell'economia reale ebbe un vero e proprio boom.
Inoltre, buona parte delle lavorazioni del manifatturiero che avevano cominciato a prendere la via della delocalizzazione rientrarono precipitosamente per le ottime condizioni di competitività che l’Italia aveva riconquistato. Insomma, l’economia reale italiana visse dopo il 1992 gli ultimi anni di grande splendore." Non siete convinti dei ricordi dell'imprenditore? Eccone la prova tratta da un altro grafico già familiare a chi mi legge: 



concentratevi sul periodo dal 1993 al 1996: la produzione industriale rispetto al nostro principale competitor internazionale (Germania) decolla, superandolo, facendo dell'Italia una vera locomotiva lanciata alla conquista dei mercati. Dal 1996 iniziano le manovre fiscali per l'avvicinamento all'euro e la produzione ha una flessione ed il resto è storia recente che il grafico sintetizza efficacemente...
Chiusa la digressione,torniamo al nostro esempio del paese A.
Se quindi abbiamo un sistema (auspicabile) di indicizzazione con aggancio dei salari all'inflazione, questi aumenterebbero fino al 9%, come costo per l'azienda. Veniamo ora al costo delle materie prime. Il costo delle materie prime e degli altri fattori di produzione variabili, incidono per un 30/40%, ma attenzione non tutte sono di importazione e non tutte le importazioni costano uguali; quello che ci si dimentica infatti è che la svalutazione è sempre verso qualche altra moneta e che se il paese A svaluta del 30% verso il paese B non è detto che verso il paese C o D svaluti della stessa percentuale. Ora se il paese D è un paese produttore di materie prime o, cosa che fa lo stesso, il costo delle materie prime di D è calcolato sulla moneta di C (quello che accade per il dollaro su cui si basa il prezzo del petrolio arabo), allora quello che interessa è quanto si svaluta la moneta di A verso D (primo esempio) o la moneta di A verso C per comprare da D (secondo esempio). Il risultato è che il costo di alcune materie prime può essere minore (o maggiore) con benefici (od aggravi) per l'azienda. Il discorso naturalmente vale anche per i semilavorati ed i componenti che il paese A importa da altri paesi, conseguentemente il calcolo dei costi di produzione non è così lineare; comunque per semplicità. ipotizzando esageratamente che la metà dei fattori di produzione sia totalmente di importazione e che anche nei confronti dei paesi da cui importa l'azienda di A la svalutazione sia del 30%, avremo un'aumento del 30% di un 20% dei costi di produzione, ovvero un aumento del 6% (30x20:100=6).
Quindi l'azienda di A che esporta vedrà aumentare i costi al massimo di un complessivo 15% (9+6) a fronte di una diminuzione di prezzo data dalla svalutazione del 30%, con una diminuzione di prezzo effettiva del 15% sul mercato internazionale: questo è il vantaggio competitivo reale della svalutazione.
In effetti il vantaggio, a parità di fattori di costo, sarebbe persino maggiore: come è intuibile, mentre il giorno dopo la svalutazione il prezzo all'estero scende immediatamente, il costo dei fattori di produzione non sale altrettanto rapidamente; i salari aumenteranno, se indicizzati, in un tempo abbastanza breve, ma non nell'immediato, e gli altri fattori ancora più lentamente, in quanto è ipotizzabile che una certa scorta di materie prime e componenti importati sia presente già nell'azienda, acquistati al prezzo precedente la svalutazione. 
Qual'è l'effetto di questo vantaggio? Ovviamente una maggiore richiesta estera di beni, diventati più convenienti e quindi un'aumento di produzione, con aumento del margine di profitto e del salario nominale via indicizzazione prima e successivamente aumento dell'occupazione.
Cosa accade nel mercato interno di A? Qual'è l'effetto sui redditi? Chi ci guadagna e chi ci perde? Si dice: l'inflazione provocata dalla svalutazione renderà più cari tutti i beni e chi non beneficia direttamente degli aumenti salariali nominali effettuati dalle aziende esportatrici vedrà erosa la sua possibilità di acquistare beni, con una perdita netta, e tutti si impoveriranno ed i consumi caleranno e le produzioni scenderanno, annullando i vantaggi delle esportazioni e insomma sarà "pianto e stridor di denti"...! Questo è l'effetto paventato sui redditi dei lavoratori con il quale i detrattori della svalutazione spaventano noi cittadini dalle colonne di prestigiosi giornali o dallo schermo delle televisioni. Ma non è proprio così.
Innanzitutto i beni prodotti da aziende di A che non hanno componenti d'importazione non aumenteranno di prezzo immediatamente, ma solo ed eventualmente nel medio-lungo periodo, a seconda del tasso di inflazione che si sarà verificato, come è accaduto anche nel 1992: chi lavorava materie prime italiane non ha aumentato i prezzi, poiché i costi ed il margine di profitto era rimasto invariato; poi ci sono beni che vengono prodotti con apporto marginale di materie prime estere, di solito l'energia (gas, petrolio): anche questi non hanno alcun interesse ad aumentare i prezzi a scapito delle proprie quote di mercato interno, dato che un aumento di prezzo farebbe scendere la domanda di tali beni, per cui manterrebbero nel breve lo stesso prezzo, anche a fronte di una lieve riduzione del margine di profitto. Ma anche le aziende con significativo apporto di beni esteri nella loro produzione non scaricheranno sul prezzo tutto l'aumento, e ciò per due ragioni, che poi sono quelle riferite dall'imprenditore e che puntualmente si sono verificate: la prima è che a fronte di un aumento del volume delle esportazioni possono tollerare una certa compressione dei margini di profitto interni, per cui i prezzi possono rimanere stabili o aumentare molto meno del tasso tendenziale di inflazione; la seconda è che la concorrenza estera (il paese B, ma anche C, D. F, ecc.), diventata più cara, cercherà di non perdere quote di mercato tenendo i propri prezzi uguali o di poco sopra il livello precedente, costringendo le imprese domestiche in concorrenza diretta a fare altrettanto.
Il consumatore quindi, solo per i beni che sono prodotti con forte apporto di materie prime estere e che si rivolgono prevalentemente od esclusivamente al mercato domestico, vedrà aumentare significativamente il loro costo, ma dalla situazione in generale ne avrà un beneficio: essendo anche di norma un lavoratore o in cerca di occupazione, avrà il vantaggio di una economia che riparte, ovvero possibilità di trovare lavoro se non ce l'ha, possibilità di continuare a lavorare senza rischio di essere licenziato, se dipendente, o dover chiudere, se autonomo, e prospettive di aumento di stipendio o di incassi derivanti dal maggior denaro circolante e dal conseguente aumento generale della domanda di beni e servizi e quindi di lavoro.
Questo per i lavoratori e gli occupandi. Ed i pensionati? Beh, per questa categoria, indubbiamente già svantaggiata, si tratta di scegliere di acquistare beni non importati, come sono di solito i beni di prima necessità, e di fare dei piccoli sacrifici, soprattutto sostituendo beni esteri, diventati costosi, con beni nazionali o con beni di paesi più convenienti, con la prospettiva che l'aumento della produzione e del PIL si rifletta sui prezzi dell'offerta dei beni primari, tenendoli fissi o addirittura facendoli scendere e che la propria pensione subisca degli aggiustamenti al rialzo per le migliorate condizioni dello Stato. Perché ricordiamocelo: più guadagnano i privati e più denaro entra nelle casse dello Stato, via tassazione diretta ed indiretta, a parità di aliquota.
Chi ci perde sicuramente da una svalutazione? Chiunque non sia un lavoratore, non esporti e non subisca la concorrenza estera, magari essendo monopolista, oltre naturalmente a chi vive di rendita. Questi sono gli unici e veri soggetti tutelati da una valuta forte, anche sopravvalutata: se mi è permesso, un po' poco per permettere il massacro di tutti gli altri...

Ripresa? vi abbiamo preso solo in giro! L’Istat corregge al ribasso le stime del Pil

di MARIETTO CERNEAZ

Saccomanni e Letta suderanno freddo, sempreché il governo duri… L’Istat, infatti, taglia le stime sul Pil per il secondo trimestre del 2013. Il Prodotto interno lordo, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è diminuito dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e del 2,1% su base tendenziale, cioè rispetto allo stesso periodo del 2012. La stima preliminare diffusa lo scorso 6 agosto aveva rilevato una diminuzione congiunturale dello 0,2% e una diminuzione tendenziale del 2%. La variazione acquisita per il 2013 è pari a -1,8%.

Molto male anche la spesa delle famiglie italiane, che nel secondo trimestre dell’anno 2013 ha registrato un calo in termini tendenziali del 3,2%. In particolare, gli acquisti di beni durevoli sono diminuiti del 7,1%, gli acquisti di beni non durevoli del 3,3% e gli acquisti di servizi dell’1,8%. Gli investimenti fissi lordi hanno segnato nel complesso una diminuzione tendenziale del 5,9%, rileva ancora l’Istat sottolineando che, in particolare, si registra una flessione del 7,5% degli investimenti in costruzioni e del 5,4% della spesa in macchinari e altri prodotti, mentre gli investimenti in mezzi di trasporto sono aumentati del 2,3%.

Rispetto al trimestre precedente, i principali aggregati della domanda interna(consumi finali nazionali e investimenti fissi lordi) sono diminuiti entrambi dello 0,3%, mentre le esportazioni sono aumentate dell’1,2%. Le importazioni hanno invece registrato una flessione dello 0,3%.

La domanda nazionale al netto delle scorte, rileva ancora l’Istat, ha sottratto 0,3 punti percentuali alla crescita del Pil. Il contributo dei consumi delle famiglie è stato di -0,3 punti percentuali, mentre quello degli investimenti fissi lordi e della spesa della Pubblica Amministrazione è stato nullo. La variazione delle scorte ha contribuito negativamente per 0,4 punti percentuali alla variazione del Pil, mentre l’apporto della domanda estera netta e’ stato positivo per 0,4 punti percentuali.

Mi sa che anche nel 2014 la ripresa rimarrà una chimera. Che importa, chi starà al governo ripeterà comunque quel che van dicendo i politici da 5 anni: l’anno prossimo usciremo dalla crisi.


lunedì 2 settembre 2013

Ed il vincitore è?..... Keynes


Aih aih un altra dura sconfitta per i liberisti, che naturalmente tacciono l'accaduto o vedono le cose come gli conviene. Già nella mini ripresa europea era saltato fuori che quel poco di Pil in più tedesco e francese nel secondo trimestre, dipendevano dallo Stato. Altro che liberismo e austerità. Grazie alle spese statali tedesche rese possibile dal dividendo dell'euro (non quello di Bisin, Boldrin e Giannino) che i tedeschi staccano ai nostri danni, e grazie al deficit francese che sempre i tedeschi fanno finta di non vedere, le due nazioni principali dell'Europa hanno potuto brindare alla fine della crisi (per ora...). Cioè grazie alla formula più Stato, e non più austerità o più liberismo.

Questa volta è stato Seminerio a sgamare un'altro trucco statalista fatto passare come vittoria liberista. Si tratta del caso irlandese. Uno dei Piigs che sembra essere stato risanato con successo. Anche se poi la stessa cosa viene detta ad intervalli regolari di Grecia, Portogallo o Spagna, salvo poi constatare la ricaduta nella crisi dei medesimi. Forse anche l'Irlanda non ha fatto bene i compiti a casa, solo che non si vede o non si vuol vedere la situazione reale. Ma le bugie hanno le gambe corte, prima o poi la verità salterà fuori. Quale magia hanno usato gli irlandesi per uscire dalla crisi?

"Lezioni irlandesi per Alesina e Giavazzi

Una notizia che interesserà tutti i sostenitori del nuovo “miracolo” irlandese, cioè la presunta e fantomatica capacità di Dublino di uscire dalla devastante crisi immobiliare che l’ha colpita, costringendola all’assistenza della Troika. Ed in effetti è un bel mistero, viste le metriche di deficit e disoccupazione del paese, che tuttavia non hanno sinora impedito al costo del debito sovrano di calare in modo impressionante, sia pure con qualche aiutino esterno. Presentato il progetto di bilancio 2014, scopriamo che l’Irlanda resta un paradiso del welfare, malgrado i “consigli” della Ue.

Il dato eclatante è che metà della popolazione irlandese riceve trasferimenti di welfare, e tali trasferimenti sono passati da 9,5 miliardi di euro nel 2002 a 20,24 miliardi nel 2013. Nello stesso periodo di tempo, l’inflazione è cresciuta di poco più del 30%, quindi la crescita del welfare irlandese in termini reali nell’ultimo decennio è stata imponente ed assolutamente non scalfita dall’austerità. Anzi, il governo irlandese ha permesso l’operare degli stabilizzatori automatici, che hanno evitato ad ampie fasce della popolazione di cadere in povertà ed hanno sorretto la domanda.

La Troika aveva chiesto al governo irlandese di tagliare le erogazioni di welfare del 2% nel bilancio 2014, pari a 440 milioni di euro, ma la risposta è stata negativa. Merita, a questo proposito, riportare quanto dichiarato da Joan Burton, ministro della Protezione Sociale
...
«L’effetto più importante dei pagamenti di welfare è che essi riducono i livelli di povertà. La ricerca ha dimostrato che i trasferimenti sociali riducono i livelli di rischio-povertà di oltre il 60% – Il risultato più efficace in tutta la Ue. Il secondo impatto della nostra spesa, a volte dimenticato, è il suo contributo a stabilizzare l’economia. La spesa del mio dipartimento mette i soldi nelle casse di quasi ogni azienda e negozio dello stato in modo molto immediato, perché i nostri beneficiari spendono i loro sussidi e pensioni ogni settimana, e quindi mantengono l’occupazione domestica e l’attività economica»
...
«La necessità di ridurre la spesa pubblica corrente complessiva deve essere contemperata col ruolo primario redistributivo del sistema di protezione sociale. E’ mio fermo convincimento che le opzioni scelte per ridurre la spesa complessiva possano essere considerate solo avendo riguardo ai potenziali impatti sulla povertà ed all’effetto sulla domanda complessiva dell’economia»

Veniamo ad alcuni numeretti: nel 2013 le entrate pubbliche irlandesi saranno pari a 59 miliardi di euro, e le spese a 71 miliardi. Il che significa che il deficit irlandese continua a restare cocciutamente elevato: la stessa Ue, nella sua previsione di primavera, lo ha stimato a fine 2013 al 7,5% del Pil. Entro questo ancora elevato squilibrio tra entrate e spese, le erogazioni di welfare pesano per circa un terzo delle entrate.

Quindi, la prossima volta che qualche fantasioso pedagogo liberista vi dirà che l’Irlanda è un modello virtuoso di taglio di spesa pubblica, segnatamente di welfare, mostrategli questi dati, tutti, ed invitatelo ad osservare un dignitoso silenzio."

Questa dell'Irlanda è una "magia" economica del tutto convenzionale per uscire dalla crisi. E' stato usato l'intervento dello Stato, ma non si tratta di intervento keynesiano a tutti gli effetti. Infatti è solo un intervento per mitigare con sussidi la povertà. Non è un intervento con cui lo Stato investe in attività produttive che facciano aumentare il Pil nazionale. Tutto questo welfare a deficit andrà solo ad aumentare il debito pubblico. Che l'Irlanda può ancora ingrossare in quanto molto minore di quello italiano.

Però è anche vero che l'Irlanda sostiene anche le aziende indirettamente attraverso incentivi fiscali: notoriamente sull'isola le tasse sono irrisorie, tanto che le multinazionali (vedi Microsoft o Apple) hanno li le loro sedi europee. Quindi viene perseguita una politica keynesiana indiretta, senza un intervento diretto dello Stato. Si può quindi affermare che nel suo complesso, la politica economica dell'Irlanda sia tutt'altro che liberista, ma direi ampiamente statalista, anche se non vi è intervento diretto dello Stato nelle aziende.

Affascinante questa politica economica europea. Soprattutto se si considera che viene condotta in modo uniforme in tutta la zona euro, cioè austerità per tutti. Solo che alcune nazioni sono più "uguali" di altre e la parola austerità ha significati diversi. Per esempio l'Irlanda è più uguale dell'Italia o della Grecia. L'Irlanda può spendere a deficit, l'Italia deve rispettare rigorosamente il 3%. L'Irlanda può gonfiare il suo welfare fino a sostenere metà della propria popolazione con sussidi, mentre la Grecia non può nemmeno rifornire gli ospedali di medicinali. 

E' un vero peccato che la gente comune qui in Italia continui ad essere rimbambita da telenovelas e quiz televisivi, invece che informata di quel che accade veramente in Europa. Perché forse se il precario e il disoccupato italiano sapessero che agli irlandesi è consentito dall'Europa una specie di "reddito di cittadinanza" (tanto caro a Grillo ndr), allora il dibattito pubblico e la pressione mediatica, costringerebbe Letta a battere veramente i pugni sul tavolo di Bruxelles invece di fare passerella e inchini presso le cancellerie europee. E probabilmente anche l'Italia come la Francia sforerebbe il tetto del 3% di deficit senza incorrere in sanzioni.

Lo schianto della Sinistra sull’Euro e come abbandonare la moneta unica.


di Frédéric Lordon, da “Le Monde Diplomatique, agosto 2013 (articolo lungo tutto da leggere)

Molti, specialmente a sinistra, continuano a credere che l’euro verrà modificato. Che passeremo dall’attuale euro dell’austerità a un euro finalmente rinnovato, progressista e sociale. Questo non succederà. Basta pensare all’assenza di qualsiasi leva politica nell’attuale immobilismo dell’unione monetaria europea per farsene una prima ragione. Ma questa impossibilità poggia soprattutto su un argomento molto più forte, che può essere espresso con un sillogismo.

In primo luogo: l’attuale euro è il risultato di una costruzione che, anche intenzionalmente, ha avuto come effetto quello di dare tutte le soddisfazioni possibili ai mercati dei capitali e strutturare la loro ingerenza sulle politiche economiche europee. Inoltre: qualsiasi progetto di trasformazione significativa dell’euro è ipso facto un progetto di smantellamento del potere dei mercati finanziari e di espulsione degli investitori internazionali dal campo dell’elaborazione delle politiche pubbliche.
 Ergo: 1) i mercati non lasceranno mai che si concepisca, sotto i loro occhi, un progetto la cui finalità evidente è quella di sottrarre loro il potere disciplinare; 2) appena un siffatto progetto cominciasse ad acquisire un briciolo di consistenza politica e qualche probabilità di essere attuato, si scatenerebbero una speculazione e una crisi di mercato acuta che non lascerebbero il tempo di istituzionalizzare una costruzione monetaria alternativa, e il solo esito possibile, a caldo, sarebbe il ritorno alle monete nazionali.

A quella sinistra «che ancora ci crede», non resta che scegliere tra l’impotenza indefinita o l’avvento di quel che pretende di voler evitare (il ritorno alle monete nazionali), non appena il suo progetto di trasformazione dell’euro cominciasse a esser preso sul serio! Bisogna poi chiarire cosa intendiamo in questa sede per «la sinistra»: certamente non il Partito socialista (Ps) che oramai con la sinistra intrattiene esclusivamente rapporti di inerzia nominale, né la massa indifferenziata degli europeisti, che, silenziosa o beata per due decenni, scopre solo ora le tare del suo oggetto prediletto e realizza, con sgomento, che potrebbe andare in frantumi. Ma un così lungo periodo di beato torpore intellettuale non si recupera in un batter d’occhio. E così, la corsa alle ancore di salvezza è cominciata con la dolcezza di un risveglio in piena notte, in un miscuglio di leggero panico e totale impreparazione.

In verità, le scarne idee a cui l’europeismo aggrappa le sue ultime speranze sono diventate parole vuote: titoli di stato europeo (o eurobond), «governo economico», o ancora meglio il «balzo in avanti democratico» di François Hollande – Angela Merkel, sentiamo fin da qui l’inno alla gioia -, soluzioni deboli per un pensiero degno della corazzata Potëmkin che, non avendo mai voluto approfondire nulla, rischia di non capire mai niente. Può darsi, d’altronde, che si tratti non tanto di comprendere quanto di ammettere. Ammettere finalmente la singolarità della costruzione europea, che è stata una gigantesca operazione di sottrazione politica.

Non è che, dicendo «democrazia» queste persone hanno tutt’altra cosa in testa?
In una sorta di confessione involontaria, in ogni caso, il rifiuto della sovranità equivale a un rifiuto della democrazia in Europa. Il «ripiegamento nazionale» diventa allora lo spauracchio destinato a far dimenticare questa piccola mancanza. Si fa un gran clamore per un Fronte Nazionale al 25%, ma senza mai chiedersi se questa percentuale – che in effetti è allarmante! – non ha per caso qualcosa a che fare, addirittura molto a che fare, con la distruzione della sovranità, non intesa come esaltazione mistica della nazione, ma come capacità dei popoli di determinare il loro destino.

Cosa resta infatti di questa capacità in una costruzione che ha scelto deliberatamente di neutralizzare, per via costituzionale, le politiche economiche – di bilancio e monetarie – sottomettendole a delle regole di condotta automatica iscritte nei trattati? I difensori del «sì» al Trattato costituzionale europeo (Tce) del 2005 avevano finto di non vedere che l’argomento principale del «no» risiedeva nella parte III, certo acquisita dopo Maastricht (1992), Amsterdam (1997) e Nizza (2001), ma che ripeteva attraverso tutte queste conferme, lo scandalo intrinseco della sottrazione delle politiche pubbliche al criterio fondamentale della democrazia: l’esigenza di rimessa in gioco e di reversibilità permanenti.
 Perché non c’è più niente da rimettere in gioco, neanche da rimettere in discussione, quando si è scelto di scrivere tutto e una volta per tutte in dei trattati inamovibili. Politica monetaria, uso dello strumento budgetario, livello di indebitamento pubblico, forme di finanziamento del deficit: tutte queste leve fondamentali sono state scolpite nel marmo.
Come si potrebbe discutere del livello di inflazione desiderato quando quest’ultimo è stato affidato a una Banca centrale indipendente e tagliata fuori da tutto? Come si potrebbe decidere una politica budgetaria quando il suo saldo strutturale è predeterminato («pareggio di bilancio») ed è fissato un tetto per il suo saldo corrente? Come decidere se ripudiare un debito quando gli Stati possono finanziarsi solo sui mercati di capitali?
 Lungi dal fornire la benché minima risposta a queste domande, anzi, con l’approvazione implicita che danno a questo stato di cose costituzionale, le trovate da concorso per le migliori invenzioni europeiste sono votate a passare sistematicamente accanto al nocciolo del problema.

Ci si domanda così quale senso potrebbe avere l’idea di «governo economico» dell’eurozona, questa bolla di sapone, che il Ps propone, quando non c’è proprio più niente da governare, dal momento che tutta la materia governabile è stata sottratta a qualsiasi processo decisionale per essere blindata in dei trattati.
 Sotto le apparenze di un gran balzo in avanti tramite la sofisticazione finanziaria, riallacciandosi in questo alla strategia europea dell’ingranaggio “tecnico”, gli Eurobond, dal canto loro non hanno nessuna delle proprietà immaginate dai loro ideatori. La Germania che gode dei tassi di interesse più bassi quando chiede prestiti sui mercati, sa molto bene quanto le costerebbe essere accomunata ai poveracci del Sud. Se acconsentisse, in cambio del suo impegno alla mutualizzazione finanziaria, chiederebbe di seguire la sua concezione di ideale europeo, ossia un surplus enorme di sorveglianza e ingerenza nelle politiche economiche nazionali – proprio come ha fatto, attraverso i trattati e i patti, al momento di entrare nella mutualizzazione monetaria.

Ciò vuol dire che, lungi dall’alleggerire, per quanto lievemente, le tare politiche della presente costituzione europea, gli eurobond le appesantirebbero ulteriormente. Chi può immaginare anche solo per un istante che la Germania acconsentirebbe a entrare nel meccanismo di solidarietà finanziaria di un debito condiviso, ossia a essere automaticamente costretta a pagare in caso di default di un paese qualsiasi, senza esigere, per il tramite di una costituzione rafforzata, un diritto di controllo drastico e permanente, accompagnato da una procedura di messa sotto tutela al minimo scostamento da parte di uno dei «partner»? L’inasprimento dei vincoli di governance automatica e forme di «troikizzazione» generalizzata – messa sotto tutela degli Stati da parte della Commissione, della Banca centrale europea (Bce) e del Fondo monetario internazionale – sono il solo risultato che ci si può attendere dagli eurobond. In altri termini, essi non farebbero che aggravare la crisi politica in cui l’Europa sta già sprofondando

In questa vicenda, la Germania è stata l’artefice principale della sottrazione generalizzata di sovranità, unica soluzione ammissibile ai suoi occhi quando si tratta di condividere un destino economico e soprattutto monetario con altri paesi, che essa ritiene incapaci di esercitare la loro sovranità se non per il peggio. Quindi, neutralizzazione generale! Resta viva e vegeta solo… la sovranità tedesca, che è stata trasposta tale e quale nelle istituzioni economiche e monetarie europee.

Le grida di spavento che accolgono qualsiasi chiamata in causa della Germania si succedono allora talmente stereotipate che finiscono per dirla più lunga su quelli che le emettono che non sull’oggetto in questione. Come spesso accade nelle forme di razzismo all’inverso, che credono di negarsi esse stesse professando delle amicizie troppo sbandierate per essere sincere, i più ossessionati dalla questione tedesca sono forse proprio quelli che, proclamando la loro germanomania, rifiutano qualsiasi analisi. A metà strada tra la filia e la fobia, due poli che non lasciano spazio al ragionamento, vi è la possibilità di portare avanti un’analisi oggettiva delle complessità strutturali, dei retaggi storici e dei rapporti di compatibilità o incompatibilità che ne risultano quando si tratta di far vivere insieme paesi diversi ricercando un grado di integrazione più elevato. In questo caso, bisogna proprio avere i paraocchi per non vedere che la Germania si è costruita una convinzione collettiva attorno alla moneta, che è per essa una posta in gioco così elevata da non poter fare la benché minima concessione in materia. Se ha accettato di entrare nell’euro, è stato solo alla condizione sine qua non di poter dettare la sua architettura istituzionale alla moneta unica, ricalcata sul proprio sistema nazionale. Poco importa che la Germania si sia persa dietro l’idea (falsa) che la sua iperinflazione del 1923 sia stata l’anticamera del nazismo, quando la deflazione del 1931 lo è stata probabilmente ben di più: la Germania ci crede, e agisce conformemente a questa convinzione. Nessuno può rimproverarle di avere la storia che ha avuto, né di raccontarla in un certo modo. Nessuno può rimproverarle di aver concepito una visione singolare di quel che deve essere un ordine monetario, e di rifiutare di entrare in un sistema diverso. Ma si può senza dubbio rimproverare a Berlino di imporre le sue idee fisse a tutti! E se è perfettamente legittimo lasciare che la Germania segua le sue ossessioni monetarie, è altrettanto legittimo non volerle seguire. In special modo quando questi principi monetari non convengono alle strutture economiche e sociali degli altri paesi, e nel nostro caso, ne conducono qualcuno verso il disastro.

Infatti, alcuni Stati membri hanno bisogno di svalutazione; alcuni, di lasciar aumentare il deficit; altri di ripudiare una parte del loro debito; altri ancora di inflazione. E tutti hanno soprattutto bisogno che questi aspetti ridiventino oggetto di deliberazioni democratiche! Ma i principi tedeschi, iscritti nei trattati, lo vietano...

Che non ci sia modo di sperare nel «balzo in avanti democratico» proposto da Hollande e Merkel è probabilmente un eufemismo. La riattivazione di un progetto federalista rimane un orizzonte molto vago, finche non sarà spiegato in cosa consisterebbe e non ci si darà la pena di esaminarne le condizioni di fattibilità. Occorrerebbe prima chiedere ai partigiani dell’avanzata federalista di illustrarci per quale miracolo la Germania accetterebbe di reintrodurre tutte queste questioni nel quadro di una deliberazione democratica, quando invece si è metodicamente sforzata di escluderle; e poi domandar loro se pensano che un federalismo sempre costituzionalmente impossibilitato a discutere di tali questioni resterebbe ai loro occhi un «balzo in avanti democratico».

Come semplice esercizio intellettuale, ammettiamo pure l’ipotesi di una democrazia federale europea in piena regola, con un potere legislativo europeo degno di questo nome, ovviamente bicamerale, dotato di tutte le sue prerogative, eletto a suffragio universale, come l’esecutivo europeo (di cui comunque non si prevede quale forma potrebbe prendere). La domanda che si porrebbe a tutti coloro che sognano così di «cambiare l’Europa per superare la crisi» sarebbe la seguente: riescono a immaginare la Germania che si piega alla legge della maggioranza europea se per caso il Parlamento sovrano decidesse di riprendere in mano la Banca centrale, di rendere possibile un finanziamento monetario degli Stati o il superamento del tetto del deficit di bilancio? Dato il carattere generale dell’argomento, aggiungeremo che la risposta – ovviamente negativa – sarebbe la stessa, in questo caso lo speriamo!, se questa stessa legge della maggioranza europea imponesse alla Francia la privatizzazione integrale della Sicurezza sociale. A proposito, chissà come avrebbero reagito gli altri paesi se la Francia avesse imposto all’Europa la propria forma di protezione sociale, come la Germania ha fatto con l’ordine monetario, e se, come quest’ultima, ne avesse fatto una condizione imprescindibile…

Bisognerà dunque che gli architetti del federalismo finiscano per accorgersi che le istituzioni formali della democrazia non esauriscono affatto il concetto, e che non c’è democrazia vivente, né possibile, senza uno sfondo di sentimenti collettivi, unico capace di far acconsentire le minoranze alla legge della maggioranza; poiché, in fin dei conti, la democrazia è questo: la deliberazione più la legge della maggioranza. Ma questo è proprio il genere di cose che gli alti funzionari – o gli economisti – sprovvisti di qualsiasi cultura politica, e che però formano l’essenziale della rappresentanza politica nazionale ed europea, sono incapaci di vedere. Questa povertà intellettuale ci porta regolarmente ad avere questi mostri istituzionali che ignorano il principio di sovranità, e il «balzo in avanti democratico» si annuncia già incapace di comprendere come questo comune sentire democratico sia una condizione essenziale e di come sia difficile soddisfarla in un contesto plurinazionale.

Una volta ricordato che il ritorno alle monete nazionali permetterebbe di soddisfare questa condizione, ed è tecnicamente praticabile, basta che sia accompagnato da alcune semplici misure ad hoc (in particolare il controllo sui capitali), saremo in grado di non abbandonare completamente l’idea di fare qualcosa in Europa. Non una moneta unica, poiché questa presuppone una costruzione politica autentica, per il momento fuori dalla nostra portata. Ma una moneta comune, questo sarebbe fattibile! Tanto più che gli argomenti validi a sostegno di una forma di europeizzazione restano, a patto ovviamente che gli inconvenienti non superino i vantaggi…

L’equilibrio si ritrova se, invece di una moneta unica, si pensa a una moneta comune, ossia un euro dotato di rappresentanti nazionali: degli euro-franchi, delle euro-pesetas, ecc. Immaginiamo questo nuovo contesto in cui: le denominazioni nazionali dell’euro non sono direttamente convertibili verso l’esterno (in dollari, yuan, ecc.) né tra loro. Tutte le convertibilità, esterne e interne, passano per una nuova Banca centrale europea che funge in qualche modo da ufficio cambi, ma è privata di ogni potere di politica monetaria. Quest’ultimo è restituito a delle banche centrali nazionali e saranno i governi a decidere se riprendere il controllo su di esse o meno. La convertibilità esterna, riservata all’euro, si effettua classicamente sui mercati di cambio internazionali, quindi a tassi fluttuanti, attraverso la Banca centrale europea (Bce), che è il solo organismo delegato per conto degli agenti (pubblici e privati) europei. Di contro, la convertibilità interna, quella dei rappresentanti nazionali dell’euro tra loro, si effettua solo allo sportello della Bce, e a delle parità fisse, decise a livello politico. Ci sbarazziamo così dei mercati di cambio intraeuropei, che erano il focolaio di crisi monetarie ricorrenti all'epoca del Sistema monetario europeo (5), e al tempo stesso siamo protetti dai mercati di cambio extraeuropei grazie al nuovo euro. È questa doppia caratteristica che fa la forza della moneta comune.

Allontanato così il fantasma della convergenza «automatica» delle economie europee, sappiamo che certe economie hanno bisogno di svalutare – a maggior ragione con l’attuale crisi! Ora, il dispositivo di convertibilità interna della moneta comune ha l’immensa virtù di rendere di nuovo possibili queste svalutazioni, ma in un clima di maggior tranquillità. L’esperienza degli anni ’80 e ’90 ha ampiamente dimostrato l’impossibilità di operare aggiustamenti del cambio in piena bufera di mercati finanziari interamente liberalizzati. La tranquillità interna di una zona monetaria europea libera dal flagello dei suoi mercati di cambio rende allora le svalutazioni dei procedimenti interamente politici, dove spetta alla negoziazione tra stati il compito di accordarsi su una nuova griglia di parità.

E non solo le svalutazioni! Perché il tutto potrebbe essere configurato secondo l’International Clearing Union proposta da John Meynard Keynes nel 1944, che, oltre alla possibilità di svalutazione offerta ai paesi con forti squilibri esterni, prevedeva anche di obbligare alla rivalutazione i paesi con forti eccedenti. In un sistema del genere, che vincolerebbe a delle rivalutazioni graduate attraverso una serie di soglie di eccedenti (per esempio del 4% del prodotto interno lordo, poi del 6%), la Germania avrebbe dovuto da lungo tempo accettare un apprezzamento del suo euro-marco, e con questo sostenere la domanda della zona euro, e quindi partecipare alla riduzione degli squilibri interni. In questo modo, le norme che regolano gli aggiustamenti del cambio verrebbero a supplire alla probabile mancanza di buona volontà da parte dei paesi eccedentari. ..

Il catechismo neoliberista grida all’inefficienza» e all’«inflazione» appena sente la parola «svalutazione». Per quanto riguarda l’inefficienza, diciamo che lo spirito deduttivo non è stato il suo forte, dal momento che la svalutazione è proprio quello che tale catechismo continua a preconizzare! A tal punto che reclama una svalutazione interna, attraverso i salari – e la disoccupazione, che esercita una pressione sui salari! – al posto della svalutazione esterna, quella del tasso di cambio. L’aggiustamento strutturale piuttosto che l’aggiustamento di parità tra le monete… Se arrivassero a uscire dall’euro per tornare a correre da soli, i tedeschi se ne accorgerebbero subito, e basterebbero due giorni di rivalutazione del nuovo deutschemark per mandare in fumo un intero decennio di restrizioni salariali…

Quanto all’inflazione, che richiederebbe di preferire il primo tipo di aggiustamento al secondo, è un ectoplasma in un periodo dove la minaccia più forte è data dalla deflazione (l’abbassamento del livello generale dei prezzi), che è almeno altrettanto pericolosa, e che richiederebbe nei fatti una reflazione controllata, non fosse altro che per alleggerire il peso reale del debito.

Ma questo effetto di alleggerimento reale non sarebbe forse dominato dall’incremento del nostro debito esterno per via della svalutazione stessa? Svalutare del 10% contro il dollaro equivale automaticamente ad appesantire del 10% il nostro debito denominato in dollari. Salvo che, come ha dimostralo Jacques Sapir, l’85% del debito francese è stato emesso con contratto di diritto francese e sarebbe ridenominato in euro-franchi, di conseguenza senza alcun effetto in seguito a una svalutazione.

La posta in gioco rappresentata da una moneta comune, in ogni caso, va ben al di là della rinnovata possibilità di svalutazione, che pur essendo, soprattutto nel periodo attuale, una libertà vitale, non rappresenta certo la soluzione universale. Uscire dall’euro così come esso è configurato attualmente, sarebbe non tanto una questione di macroeconomia – anche se in parte lo è sicuramente – quanto di conformità all’imperativo categorico della democrazia, che si chiama «sovranità popolare»

Se a livello di un comune sentire democratico, siamo ancora lontani dalla possibilità di attuare una sovranità popolare in un contesto plurinazionale, allora dobbiamo essere realisti e abbassare un po’ il tiro di sapere con chi perseguirla. Certamente non in ventotto o in ventisette, grandi numeri che sembrerebbero fatti apposta per prevedere il peggio! Sono i rapporti oggettivi di compatibilità che contano, partendo da un grado minimo di omogeneità di stili di vita, di idee identiche, o quanto meno simili in materia di modello sociale, preoccupazione ambientale, ecc. -, e un accordo preliminare sui grandi principi di politica economica. Queste convergenze, per cominciare, sono probabilmente alla portata di un ristretto numero di Stati. E non è falso affermare che possono a volte essere valutate sulla base di indicatori di convergenza… Ma non quelli indicati dal trattato di Maastricht.

Trattandosi per esempio della costituzione di un grande mercato come entità soggiacente alla moneta comune, di esso potrebbero far parte solo le economie che hanno modelli socio-produttivi simili e, di conseguenza, strutture di costi analoghe. Secondo questo principio, in questa nuova Europa economica e monetaria sarebbero ammessi solo quei paesi il cui salario medio o minimo non è interiore al 75% – o un’altra soglia da determinare – della media dei salari medi o minimi degli altri Stati membri. E questa totale rielaborazione della costruzione europea sarebbe l’occasione per finirla sia con il delirio dell’ortodossia monetaria, finanziaria e dell’aggiustamento strutturale generalizzato, che con le nefandezze della concorrenza «non distorta», che però si è adeguata benissimo a tutte le distorsioni strutturali, sociali e ambientali, e che si propone in realtà di lasciarle imperversare con la massima violenza.

Ed è qui che si torna al sillogismo di partenza: l’idea di passare dall’euro attuale a un euro riformato e progressista è un sogno vano. Per deduzione, se è progressista, i mercati finanziari, che attualmente detengono tutto il potere, non lo lasceranno nascere. L’alternativa è quindi la seguente: restare impantanati in un euro liberale solo marginalmente modificato con qualche trovata di second’ordine come il «governo economico» o gli euro-bond, dei rattoppi che non modificano di una virgola la logica profonda della «sottrazione di democrazia»; oppure scegliere lo scontro frontale con la finanza, che vincerà, a colpo sicuro… per poi però perdere tutto, poiché la sua «vittoria» distruggerà l’euro e creerà esattamente le condizioni per una ricostruzione da cui, questa volta, i mercati saranno esclusi!

È certo tuttavia che questo ritorno forzato alle monete nazionali, che sarà visto come un fallimento, avrà degli effetti politicamente depressivi che peseranno per qualche tempo su qualsiasi progetto di rilancio europeo. Ecco perché, fermo restando tutto il resto, la probabilità di un tale rilancio a termine dipende in maniera cruciale dal modo in cui si esce dall’euro. Costruire riserve di energia politica europea per attraversare il periodo delle monete nazionali implica la scelta del partito della moneta comune, ossia provocare la deflagrazione dei mercati annunciando questo progetto, ponendolo fermamente come l’orizzonte di una volontà politica di un certo numero di paesi europei, e non presentare il ritorno alle monete nazionali come unico sbocco possibile, e senza via d’uscita, dell’abbandono dell’euro. Se dunque non si sfugge al ritorno alle monete nazionali, il modo in cui ci si ritornerà determinerà la possibilità di ripartirne!

In tutti i casi, salvo la grande anestesia definitiva nell’euro antisociale, ci torneremo. È questo il prezzo da pagare per una costruzione europea incapace di evolvere per essersi privata di qualsiasi grado di libertà. Per le costruzioni troppo rigide, l’unica scelta possibile è quella di resistere finché non si trovano a dover affrontare shock esterni troppo forti, oppure di rompersi: ma non quella di adeguarsi.

L’europeismo protesterà affermando che la sua amata Europa continua senza sosta a fare progressi. Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf), meccanismo europeo di stabilità (Mes), riscatto del debito sovrano tramite la Bce (7), unione bancaria: progressi probabilmente acquisiti un po’ dolorosamente, ma reali! Sfortunatamente, e come prevedibile, nessuno attacca il cuore stesso della costruzione, questo nocciolo duro da cui provengono tutti gli effetti depressivi e antidemocratici: esposizione delle politiche economiche ai mercati finanziari, Banca centrale indipendente, ossessione anti-inflazionista, aggiustamento automatico dei deficit, rifiuto di prevedere un loro finanziamento monetario. Pertanto i «progressi» restano secondari, come delle toppe messe alla meno peggio per aggiustare le conseguenze ben più disastrose che il «cuore» granitico e sacralizzato continua a produrre. L’Europa sta continuando a mettere pezze agli effetti senza mai affrontare le cause. Incapace di una revisione di fondo, e inconsapevole del fatto che l’unico futuro che si prepara è la distruzione.

(30 agosto 2013)