lunedì 2 settembre 2013

Lo schianto della Sinistra sull’Euro e come abbandonare la moneta unica.


di Frédéric Lordon, da “Le Monde Diplomatique, agosto 2013 (articolo lungo tutto da leggere)

Molti, specialmente a sinistra, continuano a credere che l’euro verrà modificato. Che passeremo dall’attuale euro dell’austerità a un euro finalmente rinnovato, progressista e sociale. Questo non succederà. Basta pensare all’assenza di qualsiasi leva politica nell’attuale immobilismo dell’unione monetaria europea per farsene una prima ragione. Ma questa impossibilità poggia soprattutto su un argomento molto più forte, che può essere espresso con un sillogismo.

In primo luogo: l’attuale euro è il risultato di una costruzione che, anche intenzionalmente, ha avuto come effetto quello di dare tutte le soddisfazioni possibili ai mercati dei capitali e strutturare la loro ingerenza sulle politiche economiche europee. Inoltre: qualsiasi progetto di trasformazione significativa dell’euro è ipso facto un progetto di smantellamento del potere dei mercati finanziari e di espulsione degli investitori internazionali dal campo dell’elaborazione delle politiche pubbliche.
 Ergo: 1) i mercati non lasceranno mai che si concepisca, sotto i loro occhi, un progetto la cui finalità evidente è quella di sottrarre loro il potere disciplinare; 2) appena un siffatto progetto cominciasse ad acquisire un briciolo di consistenza politica e qualche probabilità di essere attuato, si scatenerebbero una speculazione e una crisi di mercato acuta che non lascerebbero il tempo di istituzionalizzare una costruzione monetaria alternativa, e il solo esito possibile, a caldo, sarebbe il ritorno alle monete nazionali.

A quella sinistra «che ancora ci crede», non resta che scegliere tra l’impotenza indefinita o l’avvento di quel che pretende di voler evitare (il ritorno alle monete nazionali), non appena il suo progetto di trasformazione dell’euro cominciasse a esser preso sul serio! Bisogna poi chiarire cosa intendiamo in questa sede per «la sinistra»: certamente non il Partito socialista (Ps) che oramai con la sinistra intrattiene esclusivamente rapporti di inerzia nominale, né la massa indifferenziata degli europeisti, che, silenziosa o beata per due decenni, scopre solo ora le tare del suo oggetto prediletto e realizza, con sgomento, che potrebbe andare in frantumi. Ma un così lungo periodo di beato torpore intellettuale non si recupera in un batter d’occhio. E così, la corsa alle ancore di salvezza è cominciata con la dolcezza di un risveglio in piena notte, in un miscuglio di leggero panico e totale impreparazione.

In verità, le scarne idee a cui l’europeismo aggrappa le sue ultime speranze sono diventate parole vuote: titoli di stato europeo (o eurobond), «governo economico», o ancora meglio il «balzo in avanti democratico» di François Hollande – Angela Merkel, sentiamo fin da qui l’inno alla gioia -, soluzioni deboli per un pensiero degno della corazzata Potëmkin che, non avendo mai voluto approfondire nulla, rischia di non capire mai niente. Può darsi, d’altronde, che si tratti non tanto di comprendere quanto di ammettere. Ammettere finalmente la singolarità della costruzione europea, che è stata una gigantesca operazione di sottrazione politica.

Non è che, dicendo «democrazia» queste persone hanno tutt’altra cosa in testa?
In una sorta di confessione involontaria, in ogni caso, il rifiuto della sovranità equivale a un rifiuto della democrazia in Europa. Il «ripiegamento nazionale» diventa allora lo spauracchio destinato a far dimenticare questa piccola mancanza. Si fa un gran clamore per un Fronte Nazionale al 25%, ma senza mai chiedersi se questa percentuale – che in effetti è allarmante! – non ha per caso qualcosa a che fare, addirittura molto a che fare, con la distruzione della sovranità, non intesa come esaltazione mistica della nazione, ma come capacità dei popoli di determinare il loro destino.

Cosa resta infatti di questa capacità in una costruzione che ha scelto deliberatamente di neutralizzare, per via costituzionale, le politiche economiche – di bilancio e monetarie – sottomettendole a delle regole di condotta automatica iscritte nei trattati? I difensori del «sì» al Trattato costituzionale europeo (Tce) del 2005 avevano finto di non vedere che l’argomento principale del «no» risiedeva nella parte III, certo acquisita dopo Maastricht (1992), Amsterdam (1997) e Nizza (2001), ma che ripeteva attraverso tutte queste conferme, lo scandalo intrinseco della sottrazione delle politiche pubbliche al criterio fondamentale della democrazia: l’esigenza di rimessa in gioco e di reversibilità permanenti.
 Perché non c’è più niente da rimettere in gioco, neanche da rimettere in discussione, quando si è scelto di scrivere tutto e una volta per tutte in dei trattati inamovibili. Politica monetaria, uso dello strumento budgetario, livello di indebitamento pubblico, forme di finanziamento del deficit: tutte queste leve fondamentali sono state scolpite nel marmo.
Come si potrebbe discutere del livello di inflazione desiderato quando quest’ultimo è stato affidato a una Banca centrale indipendente e tagliata fuori da tutto? Come si potrebbe decidere una politica budgetaria quando il suo saldo strutturale è predeterminato («pareggio di bilancio») ed è fissato un tetto per il suo saldo corrente? Come decidere se ripudiare un debito quando gli Stati possono finanziarsi solo sui mercati di capitali?
 Lungi dal fornire la benché minima risposta a queste domande, anzi, con l’approvazione implicita che danno a questo stato di cose costituzionale, le trovate da concorso per le migliori invenzioni europeiste sono votate a passare sistematicamente accanto al nocciolo del problema.

Ci si domanda così quale senso potrebbe avere l’idea di «governo economico» dell’eurozona, questa bolla di sapone, che il Ps propone, quando non c’è proprio più niente da governare, dal momento che tutta la materia governabile è stata sottratta a qualsiasi processo decisionale per essere blindata in dei trattati.
 Sotto le apparenze di un gran balzo in avanti tramite la sofisticazione finanziaria, riallacciandosi in questo alla strategia europea dell’ingranaggio “tecnico”, gli Eurobond, dal canto loro non hanno nessuna delle proprietà immaginate dai loro ideatori. La Germania che gode dei tassi di interesse più bassi quando chiede prestiti sui mercati, sa molto bene quanto le costerebbe essere accomunata ai poveracci del Sud. Se acconsentisse, in cambio del suo impegno alla mutualizzazione finanziaria, chiederebbe di seguire la sua concezione di ideale europeo, ossia un surplus enorme di sorveglianza e ingerenza nelle politiche economiche nazionali – proprio come ha fatto, attraverso i trattati e i patti, al momento di entrare nella mutualizzazione monetaria.

Ciò vuol dire che, lungi dall’alleggerire, per quanto lievemente, le tare politiche della presente costituzione europea, gli eurobond le appesantirebbero ulteriormente. Chi può immaginare anche solo per un istante che la Germania acconsentirebbe a entrare nel meccanismo di solidarietà finanziaria di un debito condiviso, ossia a essere automaticamente costretta a pagare in caso di default di un paese qualsiasi, senza esigere, per il tramite di una costituzione rafforzata, un diritto di controllo drastico e permanente, accompagnato da una procedura di messa sotto tutela al minimo scostamento da parte di uno dei «partner»? L’inasprimento dei vincoli di governance automatica e forme di «troikizzazione» generalizzata – messa sotto tutela degli Stati da parte della Commissione, della Banca centrale europea (Bce) e del Fondo monetario internazionale – sono il solo risultato che ci si può attendere dagli eurobond. In altri termini, essi non farebbero che aggravare la crisi politica in cui l’Europa sta già sprofondando

In questa vicenda, la Germania è stata l’artefice principale della sottrazione generalizzata di sovranità, unica soluzione ammissibile ai suoi occhi quando si tratta di condividere un destino economico e soprattutto monetario con altri paesi, che essa ritiene incapaci di esercitare la loro sovranità se non per il peggio. Quindi, neutralizzazione generale! Resta viva e vegeta solo… la sovranità tedesca, che è stata trasposta tale e quale nelle istituzioni economiche e monetarie europee.

Le grida di spavento che accolgono qualsiasi chiamata in causa della Germania si succedono allora talmente stereotipate che finiscono per dirla più lunga su quelli che le emettono che non sull’oggetto in questione. Come spesso accade nelle forme di razzismo all’inverso, che credono di negarsi esse stesse professando delle amicizie troppo sbandierate per essere sincere, i più ossessionati dalla questione tedesca sono forse proprio quelli che, proclamando la loro germanomania, rifiutano qualsiasi analisi. A metà strada tra la filia e la fobia, due poli che non lasciano spazio al ragionamento, vi è la possibilità di portare avanti un’analisi oggettiva delle complessità strutturali, dei retaggi storici e dei rapporti di compatibilità o incompatibilità che ne risultano quando si tratta di far vivere insieme paesi diversi ricercando un grado di integrazione più elevato. In questo caso, bisogna proprio avere i paraocchi per non vedere che la Germania si è costruita una convinzione collettiva attorno alla moneta, che è per essa una posta in gioco così elevata da non poter fare la benché minima concessione in materia. Se ha accettato di entrare nell’euro, è stato solo alla condizione sine qua non di poter dettare la sua architettura istituzionale alla moneta unica, ricalcata sul proprio sistema nazionale. Poco importa che la Germania si sia persa dietro l’idea (falsa) che la sua iperinflazione del 1923 sia stata l’anticamera del nazismo, quando la deflazione del 1931 lo è stata probabilmente ben di più: la Germania ci crede, e agisce conformemente a questa convinzione. Nessuno può rimproverarle di avere la storia che ha avuto, né di raccontarla in un certo modo. Nessuno può rimproverarle di aver concepito una visione singolare di quel che deve essere un ordine monetario, e di rifiutare di entrare in un sistema diverso. Ma si può senza dubbio rimproverare a Berlino di imporre le sue idee fisse a tutti! E se è perfettamente legittimo lasciare che la Germania segua le sue ossessioni monetarie, è altrettanto legittimo non volerle seguire. In special modo quando questi principi monetari non convengono alle strutture economiche e sociali degli altri paesi, e nel nostro caso, ne conducono qualcuno verso il disastro.

Infatti, alcuni Stati membri hanno bisogno di svalutazione; alcuni, di lasciar aumentare il deficit; altri di ripudiare una parte del loro debito; altri ancora di inflazione. E tutti hanno soprattutto bisogno che questi aspetti ridiventino oggetto di deliberazioni democratiche! Ma i principi tedeschi, iscritti nei trattati, lo vietano...

Che non ci sia modo di sperare nel «balzo in avanti democratico» proposto da Hollande e Merkel è probabilmente un eufemismo. La riattivazione di un progetto federalista rimane un orizzonte molto vago, finche non sarà spiegato in cosa consisterebbe e non ci si darà la pena di esaminarne le condizioni di fattibilità. Occorrerebbe prima chiedere ai partigiani dell’avanzata federalista di illustrarci per quale miracolo la Germania accetterebbe di reintrodurre tutte queste questioni nel quadro di una deliberazione democratica, quando invece si è metodicamente sforzata di escluderle; e poi domandar loro se pensano che un federalismo sempre costituzionalmente impossibilitato a discutere di tali questioni resterebbe ai loro occhi un «balzo in avanti democratico».

Come semplice esercizio intellettuale, ammettiamo pure l’ipotesi di una democrazia federale europea in piena regola, con un potere legislativo europeo degno di questo nome, ovviamente bicamerale, dotato di tutte le sue prerogative, eletto a suffragio universale, come l’esecutivo europeo (di cui comunque non si prevede quale forma potrebbe prendere). La domanda che si porrebbe a tutti coloro che sognano così di «cambiare l’Europa per superare la crisi» sarebbe la seguente: riescono a immaginare la Germania che si piega alla legge della maggioranza europea se per caso il Parlamento sovrano decidesse di riprendere in mano la Banca centrale, di rendere possibile un finanziamento monetario degli Stati o il superamento del tetto del deficit di bilancio? Dato il carattere generale dell’argomento, aggiungeremo che la risposta – ovviamente negativa – sarebbe la stessa, in questo caso lo speriamo!, se questa stessa legge della maggioranza europea imponesse alla Francia la privatizzazione integrale della Sicurezza sociale. A proposito, chissà come avrebbero reagito gli altri paesi se la Francia avesse imposto all’Europa la propria forma di protezione sociale, come la Germania ha fatto con l’ordine monetario, e se, come quest’ultima, ne avesse fatto una condizione imprescindibile…

Bisognerà dunque che gli architetti del federalismo finiscano per accorgersi che le istituzioni formali della democrazia non esauriscono affatto il concetto, e che non c’è democrazia vivente, né possibile, senza uno sfondo di sentimenti collettivi, unico capace di far acconsentire le minoranze alla legge della maggioranza; poiché, in fin dei conti, la democrazia è questo: la deliberazione più la legge della maggioranza. Ma questo è proprio il genere di cose che gli alti funzionari – o gli economisti – sprovvisti di qualsiasi cultura politica, e che però formano l’essenziale della rappresentanza politica nazionale ed europea, sono incapaci di vedere. Questa povertà intellettuale ci porta regolarmente ad avere questi mostri istituzionali che ignorano il principio di sovranità, e il «balzo in avanti democratico» si annuncia già incapace di comprendere come questo comune sentire democratico sia una condizione essenziale e di come sia difficile soddisfarla in un contesto plurinazionale.

Una volta ricordato che il ritorno alle monete nazionali permetterebbe di soddisfare questa condizione, ed è tecnicamente praticabile, basta che sia accompagnato da alcune semplici misure ad hoc (in particolare il controllo sui capitali), saremo in grado di non abbandonare completamente l’idea di fare qualcosa in Europa. Non una moneta unica, poiché questa presuppone una costruzione politica autentica, per il momento fuori dalla nostra portata. Ma una moneta comune, questo sarebbe fattibile! Tanto più che gli argomenti validi a sostegno di una forma di europeizzazione restano, a patto ovviamente che gli inconvenienti non superino i vantaggi…

L’equilibrio si ritrova se, invece di una moneta unica, si pensa a una moneta comune, ossia un euro dotato di rappresentanti nazionali: degli euro-franchi, delle euro-pesetas, ecc. Immaginiamo questo nuovo contesto in cui: le denominazioni nazionali dell’euro non sono direttamente convertibili verso l’esterno (in dollari, yuan, ecc.) né tra loro. Tutte le convertibilità, esterne e interne, passano per una nuova Banca centrale europea che funge in qualche modo da ufficio cambi, ma è privata di ogni potere di politica monetaria. Quest’ultimo è restituito a delle banche centrali nazionali e saranno i governi a decidere se riprendere il controllo su di esse o meno. La convertibilità esterna, riservata all’euro, si effettua classicamente sui mercati di cambio internazionali, quindi a tassi fluttuanti, attraverso la Banca centrale europea (Bce), che è il solo organismo delegato per conto degli agenti (pubblici e privati) europei. Di contro, la convertibilità interna, quella dei rappresentanti nazionali dell’euro tra loro, si effettua solo allo sportello della Bce, e a delle parità fisse, decise a livello politico. Ci sbarazziamo così dei mercati di cambio intraeuropei, che erano il focolaio di crisi monetarie ricorrenti all'epoca del Sistema monetario europeo (5), e al tempo stesso siamo protetti dai mercati di cambio extraeuropei grazie al nuovo euro. È questa doppia caratteristica che fa la forza della moneta comune.

Allontanato così il fantasma della convergenza «automatica» delle economie europee, sappiamo che certe economie hanno bisogno di svalutare – a maggior ragione con l’attuale crisi! Ora, il dispositivo di convertibilità interna della moneta comune ha l’immensa virtù di rendere di nuovo possibili queste svalutazioni, ma in un clima di maggior tranquillità. L’esperienza degli anni ’80 e ’90 ha ampiamente dimostrato l’impossibilità di operare aggiustamenti del cambio in piena bufera di mercati finanziari interamente liberalizzati. La tranquillità interna di una zona monetaria europea libera dal flagello dei suoi mercati di cambio rende allora le svalutazioni dei procedimenti interamente politici, dove spetta alla negoziazione tra stati il compito di accordarsi su una nuova griglia di parità.

E non solo le svalutazioni! Perché il tutto potrebbe essere configurato secondo l’International Clearing Union proposta da John Meynard Keynes nel 1944, che, oltre alla possibilità di svalutazione offerta ai paesi con forti squilibri esterni, prevedeva anche di obbligare alla rivalutazione i paesi con forti eccedenti. In un sistema del genere, che vincolerebbe a delle rivalutazioni graduate attraverso una serie di soglie di eccedenti (per esempio del 4% del prodotto interno lordo, poi del 6%), la Germania avrebbe dovuto da lungo tempo accettare un apprezzamento del suo euro-marco, e con questo sostenere la domanda della zona euro, e quindi partecipare alla riduzione degli squilibri interni. In questo modo, le norme che regolano gli aggiustamenti del cambio verrebbero a supplire alla probabile mancanza di buona volontà da parte dei paesi eccedentari. ..

Il catechismo neoliberista grida all’inefficienza» e all’«inflazione» appena sente la parola «svalutazione». Per quanto riguarda l’inefficienza, diciamo che lo spirito deduttivo non è stato il suo forte, dal momento che la svalutazione è proprio quello che tale catechismo continua a preconizzare! A tal punto che reclama una svalutazione interna, attraverso i salari – e la disoccupazione, che esercita una pressione sui salari! – al posto della svalutazione esterna, quella del tasso di cambio. L’aggiustamento strutturale piuttosto che l’aggiustamento di parità tra le monete… Se arrivassero a uscire dall’euro per tornare a correre da soli, i tedeschi se ne accorgerebbero subito, e basterebbero due giorni di rivalutazione del nuovo deutschemark per mandare in fumo un intero decennio di restrizioni salariali…

Quanto all’inflazione, che richiederebbe di preferire il primo tipo di aggiustamento al secondo, è un ectoplasma in un periodo dove la minaccia più forte è data dalla deflazione (l’abbassamento del livello generale dei prezzi), che è almeno altrettanto pericolosa, e che richiederebbe nei fatti una reflazione controllata, non fosse altro che per alleggerire il peso reale del debito.

Ma questo effetto di alleggerimento reale non sarebbe forse dominato dall’incremento del nostro debito esterno per via della svalutazione stessa? Svalutare del 10% contro il dollaro equivale automaticamente ad appesantire del 10% il nostro debito denominato in dollari. Salvo che, come ha dimostralo Jacques Sapir, l’85% del debito francese è stato emesso con contratto di diritto francese e sarebbe ridenominato in euro-franchi, di conseguenza senza alcun effetto in seguito a una svalutazione.

La posta in gioco rappresentata da una moneta comune, in ogni caso, va ben al di là della rinnovata possibilità di svalutazione, che pur essendo, soprattutto nel periodo attuale, una libertà vitale, non rappresenta certo la soluzione universale. Uscire dall’euro così come esso è configurato attualmente, sarebbe non tanto una questione di macroeconomia – anche se in parte lo è sicuramente – quanto di conformità all’imperativo categorico della democrazia, che si chiama «sovranità popolare»

Se a livello di un comune sentire democratico, siamo ancora lontani dalla possibilità di attuare una sovranità popolare in un contesto plurinazionale, allora dobbiamo essere realisti e abbassare un po’ il tiro di sapere con chi perseguirla. Certamente non in ventotto o in ventisette, grandi numeri che sembrerebbero fatti apposta per prevedere il peggio! Sono i rapporti oggettivi di compatibilità che contano, partendo da un grado minimo di omogeneità di stili di vita, di idee identiche, o quanto meno simili in materia di modello sociale, preoccupazione ambientale, ecc. -, e un accordo preliminare sui grandi principi di politica economica. Queste convergenze, per cominciare, sono probabilmente alla portata di un ristretto numero di Stati. E non è falso affermare che possono a volte essere valutate sulla base di indicatori di convergenza… Ma non quelli indicati dal trattato di Maastricht.

Trattandosi per esempio della costituzione di un grande mercato come entità soggiacente alla moneta comune, di esso potrebbero far parte solo le economie che hanno modelli socio-produttivi simili e, di conseguenza, strutture di costi analoghe. Secondo questo principio, in questa nuova Europa economica e monetaria sarebbero ammessi solo quei paesi il cui salario medio o minimo non è interiore al 75% – o un’altra soglia da determinare – della media dei salari medi o minimi degli altri Stati membri. E questa totale rielaborazione della costruzione europea sarebbe l’occasione per finirla sia con il delirio dell’ortodossia monetaria, finanziaria e dell’aggiustamento strutturale generalizzato, che con le nefandezze della concorrenza «non distorta», che però si è adeguata benissimo a tutte le distorsioni strutturali, sociali e ambientali, e che si propone in realtà di lasciarle imperversare con la massima violenza.

Ed è qui che si torna al sillogismo di partenza: l’idea di passare dall’euro attuale a un euro riformato e progressista è un sogno vano. Per deduzione, se è progressista, i mercati finanziari, che attualmente detengono tutto il potere, non lo lasceranno nascere. L’alternativa è quindi la seguente: restare impantanati in un euro liberale solo marginalmente modificato con qualche trovata di second’ordine come il «governo economico» o gli euro-bond, dei rattoppi che non modificano di una virgola la logica profonda della «sottrazione di democrazia»; oppure scegliere lo scontro frontale con la finanza, che vincerà, a colpo sicuro… per poi però perdere tutto, poiché la sua «vittoria» distruggerà l’euro e creerà esattamente le condizioni per una ricostruzione da cui, questa volta, i mercati saranno esclusi!

È certo tuttavia che questo ritorno forzato alle monete nazionali, che sarà visto come un fallimento, avrà degli effetti politicamente depressivi che peseranno per qualche tempo su qualsiasi progetto di rilancio europeo. Ecco perché, fermo restando tutto il resto, la probabilità di un tale rilancio a termine dipende in maniera cruciale dal modo in cui si esce dall’euro. Costruire riserve di energia politica europea per attraversare il periodo delle monete nazionali implica la scelta del partito della moneta comune, ossia provocare la deflagrazione dei mercati annunciando questo progetto, ponendolo fermamente come l’orizzonte di una volontà politica di un certo numero di paesi europei, e non presentare il ritorno alle monete nazionali come unico sbocco possibile, e senza via d’uscita, dell’abbandono dell’euro. Se dunque non si sfugge al ritorno alle monete nazionali, il modo in cui ci si ritornerà determinerà la possibilità di ripartirne!

In tutti i casi, salvo la grande anestesia definitiva nell’euro antisociale, ci torneremo. È questo il prezzo da pagare per una costruzione europea incapace di evolvere per essersi privata di qualsiasi grado di libertà. Per le costruzioni troppo rigide, l’unica scelta possibile è quella di resistere finché non si trovano a dover affrontare shock esterni troppo forti, oppure di rompersi: ma non quella di adeguarsi.

L’europeismo protesterà affermando che la sua amata Europa continua senza sosta a fare progressi. Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf), meccanismo europeo di stabilità (Mes), riscatto del debito sovrano tramite la Bce (7), unione bancaria: progressi probabilmente acquisiti un po’ dolorosamente, ma reali! Sfortunatamente, e come prevedibile, nessuno attacca il cuore stesso della costruzione, questo nocciolo duro da cui provengono tutti gli effetti depressivi e antidemocratici: esposizione delle politiche economiche ai mercati finanziari, Banca centrale indipendente, ossessione anti-inflazionista, aggiustamento automatico dei deficit, rifiuto di prevedere un loro finanziamento monetario. Pertanto i «progressi» restano secondari, come delle toppe messe alla meno peggio per aggiustare le conseguenze ben più disastrose che il «cuore» granitico e sacralizzato continua a produrre. L’Europa sta continuando a mettere pezze agli effetti senza mai affrontare le cause. Incapace di una revisione di fondo, e inconsapevole del fatto che l’unico futuro che si prepara è la distruzione.

(30 agosto 2013)

giovedì 29 agosto 2013

GRECIA: LA GUERRA CIVILE è ALLE PORTE

di Anna Filamonova

Di recente, la Grecia ha avuto “l’onore” di essere la prima in Europa per la riduzione delle spese di bilancio sui servizi sanitari. In particolare, le spese sui medicinali sono state ridotte da 5,6 miliardi di euro (2010) a 3,8 miliardi nel 2011 e 2,88 miliardi nel 2012. Come diretta conseguenza, più di 50 compagnie farmaceutiche internazionali hanno sospeso l’invio di medicinali alla Grecia. Per i parenti dei pazienti dell’ospedale è diventato comune dover correre estenuanti maratone da una farmacia all’altra per cercare le medicine necessarie. C’è un’acuta carenza di attrezzatura medica. Gli ospedali statali contano solo circa 6.500 dottori e 20.000 infermiere e inservienti; massicce quantità di medici professionisti stanno lasciando il Paese.

Persino chi ha un lavoro ha difficoltà a pagare per i servizi medici, i cui prezzi sono bruscamente aumentati. Sempre più spesso la gente non ha soldi per ottenere un’assistenza medica di qualità, specialmente nelle regioni rurali e sulle isole. In un rapporto di esperti dell’ONU pubblicato nel maggio 2013, è stato osservato che più del 10% del totale della popolazione del Paese vive in condizioni di estrema povertà. La Grecia rimane il solo Paese dell’Eurozona senza un complesso schema di assistenza sociale, i servizi sanitari sono quasi inaccessibili ai poveri e ai cittadini con redditi bassi e quasi un terzo della popolazione non ha un’assicurazione medica statale.

Nonostante la liquidazione forzata dello stato sociale in Grecia, la crisi che si è abbattuta sul Paese non fa che peggiorare e i pagamenti dei debiti ai creditori internazionali si fanno più difficili. Quando nel marzo 2012 alcuni investitori privati furono costretti a cancellare più del 50% del debito greco, la Goldman Sachs, ad esempio, si è rifiutata di ristrutturare il debito della Grecia. I prestiti nazionali da 5 miliardi di dollari verranno ripagati alla banca per intero. Come il trader di Wall Street A. Rastani aveva affermato non molto tempo prima della nomina di Lucas Papademos come primo ministro, “a noi non importa molto di come aggiusteranno l’economia, di come aggiusteranno l’intera situazione; il nostro lavoro è guadagnarci e personalmente sogno questo momento da tre anni. Tutte le sere vado a letto e sogno un’altra recessione … quando il mercato crolla … se sai cosa fare, se hai il giusto piano da assemblare, puoi farci un sacco di soldi”. A quanto pare, il “piano giusto” è stato messo in moto. Da un parte, l’obiettivo di ridurre il totale del debito greco al 124% del PIL era stato fissato; dall’altra, nel 2012 il debito aveva già raggiunto il 156%, nel 2013 sarà di almeno il 175% ed entro il 2014 sarà di almeno il 190% del PIL nazionale.

L’offensiva su vasta scala contro la proprietà dello Stato continua. Nel 2010 il governo di G. Papandreou ha garantito ai creditori internazionali che sarebbe stato in grado di guadagnare almeno 50 miliardi di euro tramite la privatizzazione della proprietà statale della Grecia; tuttavia, secondo le successive stime degli esperti, entro il 2016 non verranno guadagnati più di 9,5 miliardi di dollari dalla privatizzazione. E questo nonostante il fatto che è stato privatizzato praticamente tutto – il settore energetico, i trasporti, la costa. Persino il servizio fiscale è stato privatizzato. Persino le università sono proprietà privata per il 49%, il che va direttamente contro la Costituzione nazionale. Ma in Grecia ci sono tutti i modi per aggirare la legge: ad esempio, per poter espandere la privatizzazione, sono state abolite 69 leggi che avrebbero complicato le cose. Nella sfera della privatizzazione, c’è un regola per cui non è permesso restituire allo Stato un oggetto privatizzato.

La Grecia è ricca di risorse naturali, possiede una sviluppata industria navale e un enorme potenziale per sviluppare la sua produzione agricola e industriale ed il suo turismo. Il leader del Movimento dei Cittadini Indipendenti Spitha, il compositore greco Mikis Theodorakis, consiglia questo piano per salvare l’economia della Grecia: “Noi proponiamo di negoziare un prestito dalla Russia o dalla Cina ad un tasso di interesse inferiore. Inoltre, proponiamo di ridurre la somma creando una joint venture con compagnie russe, come l’oleodotto Burgas-Alexandroupolis, in modo da sfruttare insieme le ricchezze del nostro Paese. I beni del nostro sottosuolo comprendono risorse estraibili di valore ed è dimostrato che possediamo aree petrolifere e di gas. Abbiamo molti porti che potrebbero essere usato per diverse necessità, comprese basi di mantenimento militare, come ad esempio su Syros, dove in passato le navi sovietiche si fermavano per le riparazioni. E la cosa più importante, noi crediamo che delle più strette relazioni tra il popolo russo e quello greco permetterà al nostro Paese di respirare liberamente, dal momento che oggi siamo costretti ad abbassare la testa di fronte agli interessi e ai capricci dei ricchi Paesi occidentali”. Tuttavia, queste proposte vengono ignorate.

Una volta la Gazprom aveva manifestato interesse comprando la parte di proprietà statale (65%) della DEPA Corporation, che si occupa della distribuzione di gas in Grecia, ma l’affare è saltato, come indicato dai rappresentanti della Gazprom, a causa dell’assenza delle garanzie adeguate da parte del governo greco e della possibilità che Bruxelles avrebbe posto il veto sull’accordo.

La Grecia, con il suo enorme debito estero, viene condotta verso Scilla e Cariddi: da un lato, l’Unione europea minaccia Atene con duri provvedimenti se il piano di privatizzare gran parte del Paese dovesse fallire; dall’altro, sta ostacolando gli accordi di privatizzazione con i partner “sbagliati”, primo su tutti la Russia, sabotando la possibilità di recupero per l’economia della Grecia …Gli obiettivi delle strutture euro atlantiche con riguardo alla Grecia sono state in parte rivelate dall’ex ministro degli esteri tedesco Joschka Fischer, il quale in un’intervista con il quotidiano italiano Corriere della Sera ha dichiarato che se la Grecia esce dall’Eurozona potrebbe arrestare l’integrazione degli Stati balcanici nell’UE. Secondo Fischer, un risultato simile è altamente indesiderabile, in quanto aprirebbe la strada alla Russia al dominio sui Balcani. Questo è perché, ad esempio, il rapporto di luglio del FMI pone l’accento sul significato speciale della partecipazione della Grecia al progetto del Gasdotto Trans-Adriatico (TAP) per esportare gas naturale dall’Azerbaijan all’Europa attraverso la Grecia, l’Albania ed il Nord Italia. 

È previsto il rilancio del programma per la privatizzazione della compagnia del gas DEPA per la metà del 2014. I preparativi per la vendita sono stati fatti a gran velocità. Il 3 agosto 2013, la compagnia greca del gas e del petrolio Hellenic Petroleum ha approvato l’acquisizione da parte della compagnia petrolifera della Repubblica dell’Azerbaijan (SOCAR) della maggioranza delle azioni dell’operatore greco del sistema di trasporti del gas, la DEFSA.

In complesso, nel periodo 2008-2012 il volume dell’economia greca è diminuito di almeno il 25%, peggio delle cifre della Grande Depressione americana del 1929. Quest’anno il governo greco si aspetta un’ulteriore diminuzione del PIL del 4,5%.

E naturalmente, le misure di austerità non hanno intaccato banchieri o armatori (la Grecia è il terzo paradiso fiscale degli armatori nel mondo). L’impatto della “riforma”, sotto forma di aumento dei prezzi, delle tasse e della disoccupazione, ha colpito i segmenti più poveri della popolazione. Nell’aprile 2013, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 27,2%. Dietro questa cifra giace il destino di 4,56 milioni di persone. In 450.000 famiglie greche non c’è una sola persona occupata. Dei 2,6 milioni di persone che lavorano nel settore pubblico, 900.000 sono stati licenziati nel solo 2009. Tra i giovani dai 15 ai 24 anni, il tasso di disoccupazione è del 60%, anche se secondo gli specialisti questa cifra non riflette il vero stato delle cose. I sussidi di disoccupazione sono stati tagliati e ora li ricevono solo 225.000 disoccupati. L’Eurotroika comporterà il licenziamento di altre 150.000 lavoratori del settore pubblico entro il 2015.

Dal 2009, ci sono stati 8.000 scioperi in Grecia, compresi alcuni generali. Oggi la situazione nel Paese è tale da trovarsi sull’orlo degli scontri armati: i casi in cui i manifestanti fanno uso di armi vengono osservati sempre più spesso. “Un’esplosione sociale è inevitabile”, afferma l’ex diplomatico greco Leonidas Chrysanthopoulos, “è solo questione del quando accadrà”.

Anna Filimonova
Fonte: www.strategic-culture.org
Link: http://www.strategic-culture.org/news/2013/08/18/greece-a-social-explosion-is-inevitable.html

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cuar di ROBERTA PAPALEO

Olli Rehn avverte l'Italia: l'Italia copra il gettito perso dell'IMU

Mentre Enrico Letta esulta, l'Italia rimane osservata speciale dell'Unione europea. Arriva subito l'avvertimento.


il commissario Ue all'economia, Olli Rehn avverte l'Italia. "Essenziale assicurare la sostenibilità della finanza pubblica".
C'è una cosa che l'Italia deve tenere sempre in considerazione: che la sua sovranità, così come quella di altri paesi dell'Eurozona, non è più soltanto nelle sue mani. Anzi, a detenerla è soprattutto l'Unione europea. Dunque, in queste ore in cui Pdl e Pd rivendicano la paternità e il merito dell' abolizione dell'Imu, Roma rimane osservata speciale.

L'Ue sta infatti analizzando la decisione del governo Letta e vuole capire quali misure saranno adottate per compensare il gettito fiscale perso.

"E' assolutamente essenziale - afferma in una nota il commissario Ue all'economia, Olli Rehn, - che l'Italia assicuri la sostenibilità della finanza pubblica - Accolgo con favore le forti rassicurazioni del primo ministro Letta sulla determinazione dell'Italia di rispettare i suoi impegni di bilancio per il 2013. Il governo ha inoltre annunciato che intende coprire l'impatto sul bilancio delle misure annunciate riducendo la spesa piuttosto che aumentando le tasse. Anche questa è una mossa nella giusta direzione, ma attendiamo naturalmente di vedere i dettagli di questi piani".
Fonte: WSI

mercoledì 28 agosto 2013

Merkel: La Grecia non avrebbe dovuto entrare nell'euro


Furore da campagna elettorale: la cancelliera accusa il suo predecessore Gerhard Schroeder. I suoi discorsi sembrano proprio anti euro.
La cancelliera tedesca Angela Merkel si scaglia contro il suo predecessore Gerhard Schroeder per aver permesso alla Grecia di entrare nell'euro.

Sempre più agguerrita la campagna elettorale di Angela Merkel. D'altronde, l'Election Day si avvicina - i tedeschi si recheranno alle urne il prossimo 22 settembre - e la cancelliera vuole assolutamente riconfermare la propria poltrona e il proprio potere: per continuare a governare non solo in Germania anche in Eurozona.

E così, parlando a un comizio di fronte a una platea di 1.000 elettori, Merkel ha detto che la crisi dei debiti in Grecia stava andando avanti da anni, e che dunque Atene non avrebbe mai dovuto aderire all'euro. La colpa è stata di chi ha permesso che ciò accadesse, in particolare del suo predecessore Gerhard Schroeder, del partito rivale dei socialdemocratici. 

"Il cancelliere Schroeder ha accettato la Grecia e ha indebolito il Patto di stabilità: entrambe le decisioni sono state sbagliate e hanno dato il via ai problemi che stiamo affrontando", avrebbe detto Merkel, stando a quanto riportato dai media, nel comizio che si è tenuto nella città di Randsburg.

I suoi commenti sono giunti in risposta alle critiche del partito socialdemocratico (SPD), che ha accusato la gestione della Grecia da parte di Merkel, mettendo in evidenza come il paese abbia già ricevuto due pacchetti di salvataggio del valore di 240 miliardi di euro e nonostante questo avrebbe bisogno di altri finanziamenti per sopravvivere. 

Peer Steinbrueck, numero uno dell'SPD, ha sottolineato che la Merkel non sta dicendo la verità sui reali costi che la Germania sta pagando per salvare Atene, Tuttavia, stando agli utili sondaggi, l'SPD rimane ancora molto indietro, con il 25% del sostegno degli elettori, contro il 39% a supporto di Merkel.

Fonte: WSI

lunedì 26 agosto 2013

L'idiota difesa dell'euro e dell'Ue su "IL FATTO QUOTIDIANO"


Dopo aver letto il post di G. Granero su IlFattoQuotidiano.it, non so se piangere o ridere. Si vorrebbe controbattere a chi afferma che l'Europa è guidata unicamente da Germania e Francia, chi afferma come me che l'euro è una tragedia, chi afferma che l'Ue non è un'istituzione democratica, ma alla fine non chiarisce nulla e rende ancora più forte l'opposizione a questa assurda ottusità pro europea.

"Presunto Problema 1: la dominazione (franco-)tedesca". Mi pare ovvio che la Germania, o la Francia, come qualunque altro Paese, tentino di imporre la loro visione. I lettori stanno quindi dicendo semplicemente che…ci sono riuscite! Vale quindi la pena di ricordare che, nell’Ue, tutte le regole del gioco (i Trattati) sono scritte all’unanimità: o ci stanno tutti, o niente. E, una volta definite le regole, si gioca a maggioranza qualificata, vale a dire che niente (nessuna legge, per esempio) può passare senza l’appoggio di un nutrito gruppo di Stati. La Germania, da sola o con il solo appoggio francese, in Europa non ha i numeri per decidere nulla, e tantomeno per “imporlo” agli altri. Se (e dico se) hanno ragione i lettori, mi pare quindi più utile interrogarsi sull’incapacità italiana di creare un consenso diverso e alternativo.
Non voglio negare con questo la contrapposizione di vedute tra un blocco “nordico” di Stati che si considerano “virtuosi” e un blocco “del sud” di Stati considerati “cicala” in difficoltà economica. Però ho dovuto mettere tante virgolette perché ci avviciniamo ai livelli del Bar Sport, e qui mi fermo. L’uscita dalla crisi, a mio modesto avviso, è legata all’uscita da queste semplificazioni nella testa dei cittadini e ancor più in quella dei decisori politici."

Ma quali semplificazioni da bar! Ma se nell'ultimo vertice decisivo in cui partecipò Monti, questi dovette forzare la mano costringendo gli altri capi di Stato a fare gli straordinari (la Merkel voleva a tutti i costi vedere la partita degli europei...) per riuscire ad ottenere una misera concessione dalla Germania. Quel Mes salva Stati, per la cui adesione, guarda caso, la Germania ha poi preteso ancora maggiore austerità, garanzie, restrizioni e "riforme". Tanto che l'Italia, persino sotto il governo Monti, si è guardata bene dal chiedere aiuti.

Ma di cosa vanvera Granero. Ma quali discorsi da bar. Piuttosto questi sono discorsi da banchieri, quelli del "blocco nordico", quelli con le banche piene di derivati e crediti inesigibili dal sud Europa. Come se fossero stati costretti con una pistola alla tempia a concedere tutto quel flusso di liquidità verso investimenti improduttivi nel sud Europa. Diciamo la verità una volta per tutte: la finanza del nord Europa ha sbagliato completamente investimenti, ed ora vorrebbe che fossero i cittadini del sud Europa a rimborsarglieli. Ma quando mai si è vista una cosa così assurda essere difesa a spada tratta persino dai debitori?

E poi il fatto che i politici del sud Europa non riescano ad imporsi, semmai è la prova provata che sono tutti, e dico tutti oppositori e maggioranze, al soldo o al ricatto di questa élite finanziaria mitteleuropea.

"Presunto problema 2: l’euro". Non intendo dilungarmi sull’influenza dell’euro sull’economia italiana ed europea, e sulla possibile “soluzione” di un’uscita dalla moneta unica. Come molti lettori rilevano, fior di economisti ne discutono quotidianamente e mi stupisce molto sentir parlare di “pensiero unico pro euro”, mentre in quel poco che leggo trovo una sorta di pensiero unico anti-euro, basato su pochissimi fatti concreti e moltissime congetture. Un’eccezione: Zingales, che giustamente (a mio avviso) invita a chiedersi, prima di proiettare scenari di ritorno alla lira, dove saremmo ora senza l’euro. Già, perché una cosa è certa: se l’euro non fosse mai esistito, la crisi del 2008 sarebbe scoppiata lo stesso, il nostro debito astronomico – così come quello della Grecia – sarebbe comunque entrato nel mirino degli speculatori e, con tutta probabilità, avremmo già fatto default.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’euro non è stato la causa scatenante della crisi, e che quindi parlare di “eurocrisi” è scorretto e fuorviante. Prendiamo due esempi:
Il problema di Cipro è (speriamo di poter dire “era”) un settore finanziario e bancario sproporzionato rispetto all’economia nazionale, e sovraesposto ad alcuni paesi. Esattamente lo stesso problema dell’Islanda, che non solo non ha l’euro ma nemmeno fa parte dell’Unione. E in entrambi i casi, il problema era noto da tempo, ma la classe politica ha preferito rimandare decisioni difficili fino a quando era troppo tardi.
Qual è lo Stato UE che ha speso più denaro pubblico per salvare il suo sistema bancario e finanziario? Lo spiega Barroso davanti al Parlamento europeo: il Regno Unito, con la sua solida sterlina.

Ultimo fatto che vorrei sottolineare sul presunto problema euro: l’euro non è un optional, è parte integrante dell’Unione e tutti gli Stati Ue sono chiamati, appena rispettino le condizioni, ad adottarlo (tranne chi ha ottenuto un opt-out, come il Regno Unito). In parole povere: un referendum per uscire dall’euro è un non-senso: o si esce dall’Ue, e quindi anche dal mercato interno e da tutte le altre politiche comuni, o si negozia un opt-out. Entrambe opzioni piuttosto difficili, e infatti gli economisti pro-exit preferiscono soprassedere su questi aspetti, a mio avviso non secondari, del problema.

Insomma, ci sono partiti e movimenti che hanno preso i vostri voti promettendo cose impossibili. E ci sono valanghe di articoli, editoriali, opinionisti che parlano di euro a prescindere dalla situazione giuridica e politica attuale. Sarebbe un enorme passo avanti se, parlando dell’euro e nel rispetto di tutte le opinioni, si integrasse il semplice concetto che in tutto questo processo non siamo soli, e non possiamo ignorare le regole che abbiamo sottoscritto."


Posso comprendere e condividere le preoccupazioni per un nuovo cambio di unità monetaria. Lasciare l'euro e tornare alla lira non è una scampagnata. Ne ho scritto anche in diversi post qui. Ma ad un certo punto bisognerà fare una seria valutazione costi/benefici, ossia: ci costa di più rimanere nell'euro od uscire? Mi pare che finora analisi politico-economiche di questo genere, fra media e pensatori vicini ai partiti di governo, non siano state fatte.
Ma tutte le restanti cose scritte da Granero nel punto 2 sono emerite caxxate.

Perché mai dovrebbe essere chiaro che l'euro non è stata la causa scatenante della crisi? perché la causa è da ricercarsi nei mutui subprime impazziti nel 2008 negli Usa? Ma perché allora questa crisi che l'Italia stava superando non senza difficoltà nel 2011 e ritornata violenta non appena la Germania (il "blocco nordico") ha preteso di riavere indietro tutto il credito elargito? Forse perché le sue banche erano troppo coinvolte. Non è un caso che negli Usa li chiamassero gli "idioti di Dusseldorf".
Ma se non ci fosse stato l'euro sarebbero stati perlopiù affari "amari" dei tedeschi e del marco. Invece così ci hanno coinvolto pesantemente, in quanto hanno voluto compensare le perdite dei derivati con i crediti che avevano con noi.
La Bce avrebbe potuto comportarsi da calmieratrice nella crisi offrendo liquidità gratis, per dare tempo alle economie del sud di riassorbire il colpo. Ma la Germania ha invece preteso di chiudere tutti i rubinetti, di impedire che si stampassero euro come invece fece la Fed con il dollaro, e nel contempo di farsi rimborsare i crediti. La botte piena e la moglie ubriaca. Infatti i risultati si vedono tutti, di questa gestione monetaria egoista e fallimentare.

E poi che c'entrano Cipro e le banche Inglesi con l'euro? Un bel niente, se non che Cipro senza l'euro poteva avere un sistema bancario squilibrato e non è mai successo niente, mentre proprio sotto l'euro il suo sistema bancario è entrato in crisi. Guarda caso. E le banche inglesi soffrono semplicemente dello stesso male di quelle americane, francesi e tedesche: sono cioè ripiene di carta straccia. Ma con l'euro non c'entra nulla la loro crisi. 
Degli esempi che si potevano evitare in quanto poco indicativi delle dinamiche interne alla zona euro che vedono ingenti squilibri nelle partite correnti fra paesi core e periferici, che implicano l'impazzimento di debiti e pressione fiscale nei paesi più deboli. Indotti a questo gioco perverso dalla facilità di credito precedentemente elargito e quindi ritrovatisi con importazioni squilibrate rispetto alle esportazioni.

Infine l'ultimo capitoletto è il culmine dell'ilarità. Si è appena parlato due righe sopra di Inghilterra e sterlina, e si viene a minacciare più sotto che uscire dall'euro non si può senza uscire dall'Ue. Perché l'Inghilterra non è forse fuori dall'euro e dentro l'Ue? Se regole particolari valgono per il Regno Unito potrebbero benissimo valere anche per l'Italia. Il non senso qui non è il referendum sull'euro, quanto le farneticazioni di Granero.

"Presunto problema 3: l’UE non è democratica". Qui i lettori sono appena più clementi di Nigel Farage, leader carismatico degli euroscettici britannici, che sostiene che l’UE è anti-democratica. Vale la pena di guardare e ascoltare alcuni suoi interventi (per esempio qui, ospite della TV finlandese, o qui, in un vecchio intervento in cui parla anche di noi). Oratore molto efficace, riuscirebbe quasi a convincere anche me, se soltanto quel che dice non si basasse su presupposti del tutto falsi:

1) L’UE non funziona per niente come Farage pretende di far credere (e come molti tuttora credono). Queste cose dovrebbero insegnarle a scuola, ma per chi vuole informarsi rapidamente consiglio il sito dell’UE o un video dei Presidenti delle Istituzioni su YouTube (potete mettere i sottotitoli in italiano). Punto fondamentale: la Commissione non adotta nessuna legge! Quello che Farage chiama “governo europeo non eletto”, attribuendogli funzioni legislative da sovrano assoluto e quindi confondendo i poteri democratici, in realtà ha diritto di proporre le leggi europee, che poi però possono diventare tali solo con l’accordo degli Stati Membri (il Consiglio dell’UE, formato dai Ministri nazionali) e del Parlamento europeo(direttamente eletto dai cittadini). La Commissione poi non è per nulla “irremovibile”, ma può essere sfiduciata dal Parlamento europeo – come qualunque governo nazionale. 
2) Nessun governo è stato “rimosso” dall’UE: quando, nel mezzo della crisi, dei governi sono saltati, sono stati i Parlamenti nazionali a togliere loro la fiducia, e i cittadini a eleggere nuovi Parlamenti, che poi hanno nominato nuovi governi. E’ successo cioè quello che Farage rivendica per il suo Regno Unito, la possibilità di sceglier e rimuovere i propri leader, e che l’UE non gli ha mai tolto né mai gli toglierà.
3) Se la famigerata “Troika” è come il fumo negli occhi per molti, all’interno della Troika la Commissione ha finito per diventare un comodo parafulmine. Non ci vorrebbe (se l’informazione fosse corretta) una laurea in economia per capire che i bail out costano molti soldi, e che la Commissione quei soldi non li ha (vedi il mio ultimo post: con l’1% del PIL europeo non si salva nemmeno la Lettonia). Dietro il parafulmine ci sono gli Stati, con i loro pingui bilanci nazionali, ma troppo numerosi e protetti dai media nazionali per essere chiamati a rispondere delle accuse alla Farage. L’IMF poi nessuno capisce cosa sia. Meglio prendersela con la Commissione, e con i Commissari “non eletti”.

Mi fermo qui, alla top 3. Non dubito che alcuni risponderanno che i problemi sono ancora altri. A mio avviso, i problemi ci sono eccome, e ne ho parlato in precedenza. Oggi mi pare che il problema fondamentale sia lo smantellamento alla base dei principi fondatori dell’UE, anche attraverso la polarizzazione dell’opinione pubblica e il ritorno, preoccupante, dei complessi di superiorità nazionali (attenzione: non mi riferisco solo a uno Stato). Ma questa è un’altra Storia."


Se l'Unione europea è un esempio di democrazia io sono paragonabile ad Einsten perché so le quattro operazioni, qualche utile formula matematica e sommariamente qualche sprazzo della teoria della relatività... Ma di che si blatera in questo post di Granero. Le istituzioni europee sono qualcosa di talmente strano che è persino difficile descriverle. Sono una via di mezzo tra una consiglio d'amministrazione, gli organi di un'alleanza commerciale e le istituzioni di uno Stato vero e proprio.

L'Unione legifera continuamente norme minuziosamente idiote e molta burocrazia. Quindi il suo potere legislativo è più dannoso che utile, ed in molti sostengono con ragione che è completamente nelle mani delle lobby. Il Parlamento europeo esegue solamente ordini superiori.
Il potere esecutivo dell'Unione non proviene dai cittadini europei in forma diretta, ma dalle singole nazioni, con il risultato che vengono difesi perlopiù gli interessi delle nazioni egemoni. Non a caso di Germania e Francia. I "ministri" non hanno nulla a che fare con il Parlamento, che è un costoso "soprammobile" semi inutile. 
E' come se in Italia i ministri provenissero dalle regioni invece che in seguito alle elezioni parlamentari. E la Lombardia vi facesse sempre la parte del leone comandando a bacchetta le altre. Con un presidente del consiglio che sarebbe niente di più che un maggiordomo come lo è H. V. Rompuy.
E questa è democrazia? E poi, che c'entra e cosa importa cosa dice o non dice Farange? Si cita il Bossi inglese per caso per rendere più ridicole le critiche all'Ue? Siamo alla stesse bassezze di Scacciavillani che per svilire l'idea di nuova lira la chiama "bungalira"?
Nessun governo è stato rimosso, e dal punto di vista formale posso essere d'accordo. Ma quanti invece sono stati "accomodati"? Vorrei tanto che Granero spiegasse ai lettori de IlFattoQuotidiano.it da dove saltano fuori Monti, Letta (non ci doveva essere Bersani li?) e perché Napolitano è stato votato per la seconda volta alla Presidenza, cosa mai avvenuta prima. Chi ha imposto all'Italia questi splendidi governi campioni dell'austerità e difensori a spada tratta delle scelte compiute all'estero?
Invece non si può non vedere nella Troika un ente democraticissimo e simpaticamente accettato dalle popolazioni di cui si prende cura. Se la Commissione non è un parafulmine è comunque complice in tutte le nefandezze compiute a suo nome dalla Troika. Si tratta in realtà di null'altro che commissari fallimentari che si intromettono negli affari di uno Stato sovrano, imponendo decisioni sulla pelle dei cittadini, che di sicuro non hanno mai votato questi signori.

Se quella di Granero doveva essere un chiarimento ed una difesa dei "valori" dell'Ue e dell'euro, mi pare si sia trasformata nella solita cialtronata del partito unico dell'euro (PUDE ndr). Che non vuole ad ogni costo discutere e aprire gli occhi sulla situazione disastrosa in cui versa l'Italia, e buona parte della zona euro a causa della decisione folle di adottare l'euro moneta unica, prima di aver fatto una vera riforma politica in senso democratico e una completa uniformazione economica dell'Europa.


Grillo fa parte del PUDE!!

«No, non vogliamo parlare dell’euro». Intervistato da “Bloomberg”, Beppe Grillo si rifiuta di denunciare il nemico numero uno della crisi italiana. Buio pesto, allora, se se nemmeno il “Movimento 5 Stelle” se la sente di parlare apertamente del problema-euro: «Dato che tutti i media, i sindacati, le associazioni di impresa e ovviamente i partiti non vogliono parlare dell’euro e che il capo del movimento alternativo non vuole parlare dell’euro, per ora bisogna puntare su qualcosa d’altro», prende nota il blog “Cobraf”. «Grillo oscilla sempre un poco, stando ai post del suo blog che ogni tanto fanno intravedere qualcosa di diverso, ma quando lo intervistano (solo stampa estera) ripete sempre che preferisce il default e non l’uscita dall’euro». Meglio restare nella trappola della Bce rinegoziando il debito, con «un default parziale dei titoli di Stato». L’unica chance dell’Italia? «E’ puntare sul crash per cambiare le cose. Cioè, fino al crash non si può fare molto. E solo dopo, la gente si sveglierà e il M5S andrà al governo».

Anche Grillo, scrive “Gz” su “Cobraf” in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”, si informa leggendo i professori di economia che scrivono sui giornali. Personaggi come Lucrezia Reichlin, già capo dell’ufficio studi della Bce, consigliera di Enrico Letta, editorialista del “Corriere della Sera” e membro del Cda di Unicredit, nonché erede di una delle famiglie più importanti della sinistra intellettuale italiana. La Reichlin, annota “Gz”, dice quasi le stesse cose di Grillo: «L’Italia è in una situazione abbastanza catastrofica. È vero, ci sono primi segnali di ripresa, ma dall’inizio della crisi la caduta della produzione industriale è stata enorme, così come resta enorme il debito pubblico ed è cresciuto molto anche il debito privato, che in Italia era tradizionalmente basso. In questa situazione è molto difficile rimettersi su una possibile traiettoria di crescita. Dunque non escludo che ci vorrà, prima o poi, una ristrutturazione del debito. Certo, è una parola grossa. Non voglio fare l’uccello del malaugurio, ma…».

Come spiegare quello che quasi ogni giorno si legge anche sul “Financial Times”, dove si discute di azzerare il debito pubblico spostandolo tra le passività della banca centrale, ad esempio, per salvare le forme, facendole emettere un bond perpetuo a tasso zero per scambiarlo con i Btp? Una soluzione semplice,
raccomandata con insistenza da Ambrose Evans-Pritchard, il quale «spiega per la centesima volta che Usa, Regno Unito e Giappone, senza ammetterlo, stanno facendo proprio questo». E cioè: garantire, in modo illimitato – grazie all’emissione di moneta sovrana – gli interessi sul debito, praticamente a costo zero, attraverso il semplice intervento della banca centrale. Diversi economisti europei su “Vox” si esprimono esattamente come il “Financial Times”: basterebbe una semplice manovra contabile per eliminare il problema del debito pubblico. «Pensi che siano fuori di melone? Bene, discutine la proposta e dimostra che non ha senso. Invece niente, silenzio, nessun dibattito, nessuna discussione nel merito». Ci si limita a ripetere slogan. Tipo: «Il debito pubblico è enorme», quindi serve «tagliare agli sprechi» e «reprimere l’evasione fiscale», ma dato che questa strategia non funziona, ecco che occorre «vendere beni pubblici», come unica alternativa al default».

«Il debito pubblico è solo una passività contabile dell’istituzione che ha il potere di creare moneta», protesta “Gz”, riferendosi ovviamente a paesi liberi, dotati di moneta sovrana. Ok, il debito «ha il piccolo difetto che paga interessi, e dopo 40 anni questi ti schiacciano». Ma attenzione: se il tuo debito «lo scambi con un’altra passività contabile dello Stato, che non paga interessi, hai risolto il problema». Sicché, «parlare di default, di crash dell’Italia è allucinante: tra i problemi che ha l’Italia, quello del debito pubblico è l’unico che risolvi senza difficoltà». Quello che manca è la volontà politica, in uno scenario desertificato dalla disinformazione: servirebbero banche pubbliche e una banca centrale statale, abilitata alla libera creazione di moneta. In Italia il debito è diventato uno spauracchio dopo il 1981, col divorzio tra Tesoro e Bankitalia voluto da Ciampi e Andreatta, che hanno consegnato alla finanza privata speculativa il controllo del debito nazionale. Poi è arrivato l’euro, la moneta “straniera” che si può solo prendere in prestito. E ora, col Fiscal Compact, il divieto di sostenere l’economia con la spesa pubblica fisiologica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: crisi, recessione, depressione. E nessuno – nemmeno Grillo – che fornisca un’analisi chiara. L’unica da cui potrebbero nascere vere soluzioni.

venerdì 16 agosto 2013

Siamo in ferie

Salve a tutti sino al 26 di agosto il blog va in ferie ma rimaniamo attivi su tweeter. Ricarichiamo le batterie per prepararci alla battaglia contro il #pude di questo autunno ed inverno. No Euro sempre... A presto e state connessi su tweeter.