mercoledì 26 marzo 2014

Nazionalismo e Nazione

Come era altamente prevedibile e previsto, il Front National della Le Pen ha riportato una schiacciante affermazione alle amministrative francesi: solo osservatori ciechi o in malafede si possono oggi stupire dell'avanzamento di un partito che fa della lotta contro l'euro e per la riconquista della sovranità nazionale il suo principale obiettivo.
Le reazioni, scontate della stampa nazionale nostrana sono state l'allarme per l'affermazione di un partito nazionalista, populista ed antieuropeo; ora, mentre è chiaro cosa significhino gli ultimi due termini (anche se "populista" viene usato spesso a sproposito e con accezioni diverse), il termine "nazionalista" rimane ai più oscuro o mal compreso, sia per chi lo combatte, sia per chi orgogliosamente lo fa proprio, confondendolo spesso con la tutela del perimetro nazionale o con il concetto di sovranità. Anche gli euroscettici italiani, dalla Lega fino ai movimenti sorti di recente, come ARS o Progetto Eurexit, vengono tacciati dai difensori dell'euro e dellUnione Europea, come retrogradi e nostalgici nazionalisti.
Vediamo quindi di capire meglio cosa significa.
Secondo il Dizionario di Storia Treccani con il termine "nazionalismo" si intende propriamente l’esaltazione dell’idea di Nazione, come antecedente allo Stato e trascendente gli individui stessi, e ingloba in sé una visione conservatrice e autoritaria dei problemi politici (tradizionalismo, antiliberalismo, antidemocrazia) come pure una soluzione solidaristica delle competizioni sociali (antisocialismo); punto di sbocco poi di ogni concezione nazionalistica è la realizzazione di una potenza nazionale, ora come frutto di espansionismo, ora di imperialismo coloniale, ora infine come influenza culturale-spirituale (www.treccani.it).
Storicamente quindi il nazionalismo è stato l'incubatore di tutti quei movimenti e partiti che hanno fatto della supremazia di un certo popolo o di una certa etnia, con il conseguente diritto-dovere all'espansione ed al predominio, il loro marchio, come il Nazismo ed il Fascismo. Può essere ricondotto al nazionalismo anche quel comunismo, come quello cinese maoista o nordvietnamita, che considerava come unico "popolo" degno di avere pieni diritti e guidare il Paese quello appartenente ad una certa classe sociale.
Gli euroscettici quindi, ed in special modo quelli italiani, possono essere tacciati di nazionalismo?
La Lega, almeno quella storicamente attaccata al concetto di popolo padano, ha in sé qualche aspetto che può essere definito nazionalista, anche se più che nazionalismo si può parlare di spinta indipendentista ed alla autodeterminazione del c.d. popolo padano, mediante il distacco dall'Italia, e, visto che non vi sono spinte all'egemonia, ma piuttosto all'autarchia, non di espansionismo si tratta, ma di isolazionismo autosufficiente.
Tolta la Lega, che comunque sta facendo con Salvini un faticoso percorso per affrancarsi dalle scorie più retrive del suo pensiero politico, nessun movimento contrario all'euro ed all'Unione Europea, può minimamente essere accostato al nazionalismo.
Il recupero invocato della propria sovranità monetaria, fiscale ed economica è difatti una spinta al recupero di un concetto di Stato sovrano che trova la sua esplicazione massima nella Costituzione democratica del 1948; la Nazione di cui si invoca la tutela è semplicemente l'Italia, intesa nella sua integrità territoriale, comprensiva di tutti quelli che legittimamente possono essere chiamati cittadini italiani, qualsiasi sia la loro provenienza, nascita o razza. E' quindi la dignità dello Stato che si vuole recuperare e proteggere, la possibilità di perseguire autonomamente le politiche che diano attuazione al "programma costituzionale" che la Parte prima della Carta illustra e che l'art. 3 Cost. comma II impone alla Repubblica, quando le affida il compito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.".
Compiti questi che la partecipazione all'Unione Europea e la sottoscrizione dei trattati, prima di tutto quello di Maastricht sull'unione monetaria, di fatto e di diritto impediscono.
La liberazione dall'euro ed il distacco dall'eurozona non sono quindi spinte al recupero di un nazionalismo inteso come esaltazione di un popolo-etnia da contrapporre ad altri popoli, ma il rifiuto di una cessione ad organismi non elettivi ed opachi, come sono la Commissione europea e la BCE, di funzioni statali di indirizzo e controllo; anzi, si può dire che proprio il recupero di un nazionalismo sano, inteso in senso antistorico come tutela dello Stato-Nazione, permetterebbe di eliminare quelle frizioni fra popoli che la gestione egoistica e miope dei Paesi del Nord-Europa, attuata indirettamente attraverso il controllo delle funzioni chiave della Commissione e del board della Banca Centrale, sta creando ed alimentando, finendo col distruggere quel concetto di comunità europea che è alla base del lungo periodo di pace che sostanzialmente abbiamo goduto dal 1945 ad oggi. Se oggi si vuol parlare di nazionalismo nel senso storico sopra delineato bisogna guardare alla UE ed al predominio tedesco nella sua gestione, non ai movimenti euroscettici; il sovranismo paritario, sostenuto da quest'ultimi è anzi l'unica strada per una convivenza pacifica degli Stati europei e per riscoprire la fratellanza fra i popoli. Altrimenti, invece di più Europa, ci ritroveremo con una situazione fra Stati simile a quella che si presentava il primo decennio del secolo scorso.
E tutti sappiamo come è andata a finire...

mercoledì 12 marzo 2014

Il paradosso della troppa informazione: il caso Ucraina


La crisi ucraina è stata raccontata, almeno dai media occidentali, in un modo che è paradigmatico del funzionamento delle società moderne, basate sull'informazione massiccia. Già nel 1969 Borges metteva in guardia dalla troppa informazione che circola, dichiarando: "Era meglio nel medio Evo: c'erano meno libri, ma venivano letti. Oggi la gente vive solo il contemporaneo: sul giornale leggono della Cina, della Svezia, dell'America, per cui parlano di questi paesi, senza però conoscerne la storia". Adesso nel 2014, grazie alle tecnologie digitali ed alla rete, abbiamo cento volte più informazioni potenzialmente a disposizione, ma la capacità umana di acquisizione è rimasta pressoché la stessa. La conseguenza è che, per pura difesa, lasciamo che questa enorme massa di informazione ci scivoli addosso, come la pioggia su un impermeabile, senza poter o voler fare una cernita ragionata di quanto ci viene raccontato, con il risultato paradossale di avere meno senso critico adesso di quando l'informazione scarseggiava e poteva essere gestita. Questo ci pone più indifesi nei confronti delle narrazioni che provengono da fonti considerate genericamente "autorevoli" come i telegiornali: non avendo né tempo, né voglia di acquisire autonomamente le informazioni, cosa che implicherebbe fare una valutazione e scelta critica della massa indistinta di dati reperibili aliunde, diamo per buone le costruzioni dei fatti che ci vengono fornite, oltretutto supportate da immagini in diretta e dal vivo che danno l'illusione dell'oggettività delle stesse, come se la televisione fosse l'occhio di Dio che tutto oggettivamente vede, e non un mezzo necessariamente parziale che mostra solo quello che vuol mostrare, con un montaggio che di per sé è un'interpretazione del fatto ripreso.

Questo essere diventati meno critici e meno colti, nel senso di essere capaci di un minore approfondimento dei fatti e con un bagaglio culturale, forse più vasto, ma sicuramente meno profondo e ragionato, ci ha portato ad essere più facilmente preda di rappresentazioni volutamente false e propagandistiche della realtà. Il risultato è che quello che ci viene detto/mostrato è tutto quanto possiamo sapere di un evento e, corollario importante, se non ci viene mostrato nulla, semplicemente l'evento non esiste.

Questi due fenomeni li ritroviamo nella narrazione della crisi ucraina.

L'Ucraina, secondo l'informazione dominante, è stata retta negli ultimi anni da un dittatore filo-russo che voleva impedire l'avvicinamento del Paese all'Europa; la gente però si è ribellata, è scesa in piazza per manifestare la propria volontà di entrare nell'Unione Europea e, nonostante abbia subito una sanguinaria repressione, è riuscita ad avere la meglio, a cacciare il tiranno, a liberare il capo dell'opposizione che languiva ingiustamente in carcere e ad instaurare un governo filo-occidentale. La Russia però non accetta questo distacco dalla propria influenza ed ha reagito occupando la Crimea e minacciando la guerra alla povera Ucraina.

Naturalmente la realtà dei fatti è totalmente diversa. Ed infatti:

1- Il presidente Yanukovich era stato regolarmente e democraticamente eletto. La votazione, che aveva indispettito i governi occidentali (che appoggiavano l'opposizione), ha visto gli osservatori internazionali dell'OCSE e del CSI solo apparentemente schierati su opinioni difformi, come riporta il sito www.equilibri.net:

"Secondo il coordinatore capo degli osservatori dell’ Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa (OSCE), Walburga Habsburg Douglas, il risultato elettorale rappresenta un retrocesso nel processo di democratizzazione dell’Ucraina: «Considerando l’abuso di potere e l’eccessiva importanza rivestita dal denaro in queste elezioni, l’Ucraina ha invertito la tendenza verso la consolidazione della democrazia».

In riferimento all’abuso di potere burocratico e amministrativo esercitato dal governo, Andreas Gross, presidente dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, ha affermato che la sovranità del popolo ucraino ha vacillato davanti all’ “oligarchizzazione” del processo elettorale: «Sfortunatamente, il grande potenziale democratico della società ucraina non è stato sfruttato appieno nel corso delle elezioni».

Un’opinione discordante è arrivata dagli osservatori inviati dalla Comunità di Stati Indipendenti (CSI), un’organizzazione che raggruppa una serie di stati prima appartenenti all’Unione Sovietica e ora politicamente affini alla Russia. Secondo questi osservatori, il processo elettorale è stato «limpido e democratico».".

Basta un'analisi delle diverse dichiarazioni per rendere palese che l'accusa di "eccessiva importanza rivestita dal denaro", senza però denunciare corruzioni, o il mancato pieno sfruttamento del potenziale democratico (concetto piuttosto criptico e vago che non dice nulla) sono mere reazioni stizzite ad un risultato non voluto, ma al quale non si può opporre niente di concreto, contrapposte ad un giudizio, magari anche eccessivamente premiante, ma che certifica una sostanziale regolarità. Ed in effetti Patrick J Buchanan, ex candidato repubblicano per le presidenziali USA, in un suo articolo critico sull'interventismo americano ed europeo, riconosce che le elezioni erano state "free and fair".

2- Riguardo poi alla "sollevazione di popolo" contro il governo filorusso, alla sua reale consistenza ed alle motivazioni sottostanti rimando all'approfondita e documentata analisi di Riccardo Seremedi sul blog Orizzonte48.

3- Per arrivare alla cacciata del cosiddetto e democraticamente eletto tiranno l'Occidente non ha trovato di meglio che appoggiare e sostenere pericolosi movimenti di estrema destra e filo-nazisti, come Svoboda o Pravy Sector, come risulta da un servizio della BBC del febbraio di quest'anno.

4- L'oppositore che langue in carcere, la ex pasionaria Timoshenko, era stata condannata per gravi reati, oltretutto gonfiando per lucro personale il prezzo della fornitura di gas da parte della Gazprom, peggiorando così i conti del Paese, come riporta puntualmente in un altro suo articolo Seremedi, con una sentenza che aveva passato il vaglio della Corte Europea per i Diritti dell'Uomo.

5- Il governo instaurato dopo la cacciata di Yanukovich è composto da vari elementi di Svoboda e UNA-UNSO, l'Autodifesa nazionale ucraina, partito che si è fatto notare per l'espulsione di preti russi da chiese ortodosse, per l'intimidazione delle minoranze ungheresi, polacche e rumene dell'Ucraina occidentale alle elezioni del 2004 e per la richiesta di riabilitare i combattenti anticomunisti che parteciparono a fianco delle SS all'invasione della Russia. Ecco le biografie dei più discussi, tratte dal sito www.voltairenet.org:

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Andriy Parubiy (Андрій Парубій)
Andrej Parubij
Segretario del Consiglio nazionale sicurezza e difesa (corpo ombrello del   Ministero della Difesa e delle Forze Armate).
Co-fondatore del Partito Social-Nazionale d’Ucraina (con Oleg Tjagnybok).









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Dmytro Yarosh (Дмитро Ярош)
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Dmitrij Jarosh
Vicesegretario del Consiglio nazionale sicurezza e difesa (corpo ombrello del Ministero della Difesa e delle Forze Armate).
Capo del Trizub Stepan Bandera e di Fazione destra.
Jarosh ha combattuto con gli islamisti ceceni. Il 1 marzo 2014 ha chiesto aiuto all’emiro del Caucaso del Nord Doku Umarov, considerato dalle Nazioni Unite membro di al-Qaida. Nel video fasullo di Andrej Kozhemjakin, con Andrej Dubovik nel ruolo di poliziotto cattivo, aveva il ruolo del povero attivista umiliato nella neve.

JPEG - 14.8 KbOleksandr Sych (Александр Сыч)
Aleksandr Sych
Vicepremier e membro del Partito per la Libertà (Svoboda).
Attivista antiaborto (anche in caso di stupro).











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Ihor Tenyukh (Игорь Тенюх)
Igor Tenjukh 
Ministro della Difesa. Anche se la sua adesione formale al Partito della libertà (Svoboda) non è certa, ha partecipato alle sue riunioni.
Laureatosi negli Stati Uniti, ha condotto le manovre congiunte Ucraina-NATO. Durante la guerra in Georgia (2008) organizzò l’assedio di Sebastopoli e fu nominato viceammiraglio. La sua nomina a ministro della Difesa ha convinto la Marina ucraina a non riconosce il nuovo governo e ad issare la bandiera russa.




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Dmytro Boulatov (Дмитрий Булатов)
Dmitrij Bulatov
Ministro della Gioventù e dello Sport.
Membro di UNA-UNSO.
Ha affermato di essere stato rapito e torturato orribilmente il 22-31 gennaio 2014. Poi si recò in Germania per cure senza incontrare i giornalisti. Tuttavia, il ministro degli Esteri Leonid Kojara ha detto che stava bene e che si trattava di una messa in scena. Infine, un mese dopo era in ottima forma.




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Oleh Makhnitsky (Олег Махницкий)
Oleg Makhnitskij
Procuratore generale dell’Ucraina.
Membro del Partito della Libertà (Svoboda).













Oltre a questi, sono presenti, Tatjana Chornovol, Presidente della Commissione Anticorruzione Nazionale (UNA-UNSO), 
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Igor Shvajka, Ministro delle Politiche Agricole ed Alimentari (Svoboda), 
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Andrej Mokhnik, Ministro dell'Ecologia e delle Risorse Naturali (Svoboda)
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JPEG - 17.3 KbSergej Kvit, Ministro della Pubblica Istruzione (Svoboda)  
















Questo per quanto riguarda l'Ucraina. Per la parallela ed altrettanto fuorviata narrazione del "successo greco" rinvio al prossimo post.

martedì 4 marzo 2014

Elezioni europee per stracciare i trattati


Oltre all’Unione bancaria e al micidiale Ttip, il Trattato Transatlanco che “asfalterebbe” le residue tutele europee sul lavoro a unico vantaggio delle multinazionali, una delle maggiori minacce che da Bruxelles incombono sull’Italia è il Patto fiscale, avverte Luciano Gallino. 
Da quest’anno, il Fiscal Compact obbliga gli Stati contraenti a ridurre il debito pubblico al 60% del Pil o meno, al ritmo di un ventesimo l’anno. Il Pil italiano 2013 è stato di 1.560 miliardi. Il debito si aggira sui 2.060 miliardi, pari al 132% del Pil. Gli interessi sul debito superano i 90 miliardi l’anno, con tendenza a crescere, di cui 80 pagati con l’avanzo primario, cioè la differenza tra le tasse che lo Stato incassa e quello che spende in stipendi, beni e servizi. Per scendere alla quota richiesta dal Patto, che varrebbe 940 miliardi, bisognerebbe quindi recuperare 1.120 miliardi. Divisi per venti, fanno 56 miliardi l’anno. «Dove li prende tanti soldi, per quasi una generazione, uno Stato che ha incontrato gravi difficoltà al fine di trovare due o tre miliardi una tantum per eliminare l’Imu?».
Per i neoliberisti, ciò che conta non è il valore assoluto del debito da scalare, bensì il rapporto debito-Pil. Ovvio: se il Pil italiano crescesse del 4% l’anno, cioè con un incremento di oltre 60 miliardi, il Fiscal Compact farebbe meno paura. Peccato però che – stando alle previsioni più ottimistiche – non si vada oltre l’1%. «Con questo tasso di crescita, risulta impossibile far fronte all’impegno assunto», scrive Gallino, illustrando un possibile Piano-B. Per esempio: «Chiedere alla Ue di ridiscutere il trattato escludendo dal rapporto debito-Pil la colossale spesa per interessi». L’idea sbagliata è che, «a forza di contrarre la spesa pubblica, si arrivi a ripagare il debito». Attenzione: «Grazie a tale idea perversa, lo Stato italiano sottrae all’economia 80 miliardi l’anno, a causa di un iugulatorio avanzo primario usato solo per pagare gli interessi (e non tutti), facendo così precipitare il paese in una spirale inarrestabile di deflazione».
In altre parole, «l’austerità imposta da Bruxelles sta soffocando l’economia italiana, dopo la Grecia, l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna». Tema decisivo, «da sottoporre al più presto a una discussione pubblica». Luogo perfetto, per parlarne: il Parlamento Europeo, «a condizione, ovviamente, di mandarci qualcuno il quale non pensi che l’austerità e il resto siano una cura mentre sono il malanno». La situazione è infatti palesemente

martedì 18 febbraio 2014

Stati Uniti d'Europa: questo è il sogno che si preparano a venderci

USE. Tanto simile ad USA, capace di evocare forza, grandezza, leadership, un sogno di superpotenza con cui cullare gli elettori europei: questo è quello che si preparano a comunicare gli apparati europei, questa è la visione incantatrice, l'arma contro il montare dell'euroscetticismo in tutt'Europa, per contrastare il successo, in Francia, in Olanda ed in Grecia, dei partiti che chiedono l'uscita dall'Unione Europea Monetaria e l'abbandono dell'euro. L'unione politica dopo quella monetaria e bancaria (quest'ultima per la verità ancora da attuare pienamente).

Una visione ritenuta vincente dalla Commissione Europea. Viviane Reding, Vice Presidente della Commissione si spinge già a tratteggiarne il funzionamento: "Abbiamo bisogno di costruire gli Stati Uniti d'Europa con la Commissione come Governo e due Camere, il Parlamento Europeo e un Senato degli Stati Membri." In quest'ottica i Governi ed i Parlamenti nazionali rimarrebbero, ma con un ruolo politico minore, esclusivamente a livello locale, come da noi un Consiglio ed una Giunta regionale, in ogni caso sottoposti al Governo ed al Parlamento federale.

Per sostenere questa costruzione l'EU metterà in campo tutte le armi comunicative e suggestive; un aiuto, secondo Barroso, lo daranno le commemorazioni per il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Il messaggio, lanciato dal il Presidente della Commissione in un suo discorso ad Atene è stato: "nessun altra costruzione politica ad oggi ha dimostrato di essere migliore nell'organizzare la vita sociale per diminuire la barbarie in questo mondo. ... Noi non dobbiamo mai considerare come garantite pace, democrazia o libertà e questo è soprattutto importante da ricordare a maggio, quando i popoli europei saranno chiamati a partecipare alle elezioni". Una vera e propria "chiamata alle armi" del cittadino europeo per contrastare l'avanzata dei partiti euroscettici, definiti da Barroso di estrema destra e populisti, la cui affermazione potrebbe, secondo il messaggio che farà parte della campagna pro-Europa, condurre di nuovo l'Europa alla guerra.

Tralasciando i toni apocalittici e rimanendo con i piedi per terra, questo sogno di un unione politica ha qualche possibilità di tradursi in realtà? Ci sono le condizioni politiche sociali ed economiche per realizzare gli Stati Uniti d'Europa? Ad oggi la risposta non può essere che negativa.

Quattordici anni di moneta unica, invece di unire le genti e creare un unico mercato armonico di beni e servizi ha ridestato ed acuito le tensioni fra Stati che sembravano sepolte dopo la Seconda Guerra Mondiale. L'unione forzata di economie funzionalmente diverse, con diversi gradi di sviluppo e basate su principi diversi, lasciate libere di competere fra loro, senza quella armonizzazione e cooperazione che lo stesso Trattato di Maastricht considerava come fattori essenziali per il funzionamento e la crescita dell'Unione Europea, ha portato alla creazione di differenziali di inflazione che hanno "messo nell'angolo" le produzioni dei dei paesi più deboli, creando disoccupazione, deindustrializzazione e l'erosione di quel sistema di welfare e tutele che hanno contribuito alla pace sociale dagli anni '90 in poi. Su ciò si è innestata, trovando il terreno ideale, la mai sopita volontà di supremazia tedesca, attuata non più attraverso l'aggressione militare, ma con la conquista economica e l'utilizzo di un consapevole e cinico mercantilismo a danno principalmente dei propri "fratelli" europei.

Nessuno degli strumenti che avrebbero potuto mitigare gli effetti negativi (largamente previsti) di questa unione imperfetta è stato messo in campo: non il sostegno diretto della BCE ai Paesi in difficoltà, vietato espressamente dal Trattato UEM, non i trasferimenti da parte della Banca Centrale, sul modello della FED, di un bilancio europeo (tenuto non a caso al minimo), per ridistribuire risorse, non la possibilità di acquisto dei titoli pubblici dei singoli Stati, come prestatore di ultima istanza, da parte della BCE, per "raffreddare" e tenere bassi gli interessi sul loro debito. L'inesistenza di azioni cooperative si è poi unita alla severità degli interventi sanzionatori in caso di sforamento dei parametri di Maastricht: la Commissione europea, insieme al Fondo Monetario Internazionale ed alla BCE, la famigerata Troika, ha imposto, in cambio di sovvenzioni agli Stati, rigide e spietate politiche di austerità, a base di tagli feroci alla spesa pubblica, dismissioni e flessibilizzazione del mercato del lavoro, sulla base di teorie economiche ultra-liberiste, tanto indifferenti alla sofferenza dei popoli, quanto inefficaci a sanare gli squilibri se non al prezzo della distruzione dei redditi dei cittadini e l'eliminazione dei diritti sociali conquistati negli anni passati.

Sullo sfondo di questo panorama di desolazione suona oltremodo beffardo il monito di Barroso: non solo la pace e la democrazia non sono più garantite adesso di quanto lo erano sessant'anni fa, ma mai come adesso la democrazia corre il pericolo di diventare un vuoto meccanismo di elezione di rappresentanti, senza alcun reale potere, e lo Stato un mero apparato applicativo di norme decise ed approvate altrove, che rinuncia ai propri compiti costituzionali, tradendo il suo scopo e la sua funzione.

In queste condizioni l'unica vera difesa della pace e della libertà è rappresentata dall'azione volta a sciogliersi dall'abbraccio mortale dell'Eurozona, dalla riconquista della sovranità nazionale, semplicemente per poter effettuare quelle politiche necessarie a tutelare i propri cittadini e svolgere i compiti assegnati dalla Costituzione e dal ripudio di quelle politiche economiche che vedono il lavoro sempre più svilito ed i diritti sociali calpestati.

I veri patrioti europei sono gli euroscettici.

lunedì 10 febbraio 2014

Uscire dall’euro: il piano di Geert Wilders per l’Olanda

di Alessandro Guerani - 07/02/2014 - 


Lo studio di Capital Economics discute benefici e problemi dell'addio alla moneta unica per i Paesi Bassi. Mentre il Freedom Party è in testa alle proiezioni per le elezioni europee


Il leader del partito di destra olandese Freedom Party Geert Wilders ha presentato ieri uno studio economico, commissionato alla società di consulenza inglese Capital Economics, che presenta i benefici per l’Olandarivenienti da una sua uscita non solo dall’Eurozona ma dalla Unione Europea, inserendolo dentro al programma per le elezioni europee su cui chiamerà gli elettori olandesi a votare.

USCIRE DALL’EURO: I VANTAGGI – Lo studio di ben 157 pagine affronta i vantaggi di un’uscita dell’Olanda sotto due punti di vista. Il primo riviene dalla maggiore crescita riveniente dal potere decidere politiche commerciali ed industriali, fuori dal quadro regolatorio europeo, e soprattutto dalla ritrovata autonomia monetaria e fiscale che potrebbe essere indirizzata verso le esigenze precipue dell’economia olandese e non essere più un “one size fit all” come obbligatoriamente è quella della BCE e delle regole di Maastricht, rafforzate dai vari Fiscal Compact, Two Pack, Six Pack, eccetera che lo studio stesso ritiene comunque ritagliate solo sulla situazione della Germania. Ricordiamo infatti che l’Olanda ha un pesante problema di debito privato, che sta raggiungendo quasi il 300% del reddito disponibile delle famiglie ed è, includendo anche gli operatori non finanziari, oltre il 220% del PIL, motivo per cui lo Stato ha già dovuto nazionalizzare due delle quattro principali banche olandesi, ABN Amro e SNS Reaal.


È chiaro che una politica monetaria deflazionistica è l’ultima cosa che serve per chi è molto indebitato e già fa fatica a restituire i soldi, quindi capite la presa che anche solo quest’argomento potrà avere sull’elettorato. Infatti lo studio afferma che l’Olanda, che ha visto un drastico calo dei consumi interni dall’inizio della crisi nel

martedì 4 febbraio 2014

FAQ sull'Euroexit, di Jacques Sapir

Ci sono alcune domande, riguardo l'uscita dall'euro, che tornano a ripetersi e a cui è importante dare risposta. Sapir propone sul suo blog un riepilogo delle più frequenti e significative .


di Jaques Sapir

Il dibattito sull'uscita, o sulla dissoluzione dell'Euro, suscita una serie di domande che continuano a ripetersi. Raccogliamone alcune nella nota che segue, al fine di chiarire il dibattito.

1 - Differenza tra deprezzamento e svalutazione della moneta

Questi due termini sono oggi usati come sinonimi. In realtà fanno riferimento a cose leggermente diverse.
Svalutazione è un termine usato quando la valuta ha un regime di cambio fisso, sia esso rispetto a un metallo (l’oro, l’argento o entrambi) o a una moneta (la Sterlina, il Dollaro, etc.). La parità è garantita dallo stato, che si impegna a scambiare una certa quantità della sua moneta contro una certa quantità del riferimento, metallo o un’altra valuta, a un tasso di cambio determinato. Si parla di svalutazione quando questo tasso viene ribassato ufficialmente. La svalutazione veniva praticata nei sistemi monetari a tasso fisso (per esempio Bretton Woods). Per analogia, se un governo si impegna a garantire una parità della propria moneta entro dei margini di oscillazione noti (+ o - 5%) rispetto ad un tasso di cambio, ma poi annuncia che la sua moneta fluttuerà oltre i vecchi limiti, si parla di svalutazione o rivalutazione a seconda della variazione che avviene quando questi limiti vengono superati.
Il deprezzamento è la diminuzione del tasso di cambio della valuta sul mercato dei cambi in assenza di un interventodiretto dello stato o della Banca centrale. Lo stato o la Banca centrale possono, tuttavia, continuare ad intervenire con delle "operazioni di mercato" (acquisto o vendita di altre valute), con interventi sui tassi di interesse, o anche, nel caso della Banca centrale, con la decisione di acquistare grandi quantità di titoli di debito (pubblico o privato).

2 - Il deprezzamento dell’Euro potrebbe essere un'alternativa alla dissoluzione dell'Eurozona, al ritorno alle valute nazionali e al deprezzamento di queste monete? 

Questa domanda si pone regolarmente ogni volta che si accumulano tensioni all’interno dell’eurozona. Consideriamo pure come alternativa alla dissoluzione dell'Euro il suo deprezzamento nei confronti del dollaro. Ma, in questo caso, si tende a dimenticare:
Il fatto che in un processo di deprezzamento dell'Euro, la parità implicita di ogni paese rispetto all'Euro non cambia. Tuttavia, il problema risiede nelle differenze di incrementi annuali di produttività e di inflazione all’interno della zona Euro. Sembra impossibile trovare un tasso di cambio che soddisfi tutti i paesi aderenti, che hanno economie strutturalmente molto diverse.
Il fatto che non tutti i paesi hanno lo stesso grado di integrazione nella zona Euro. La Francia è uno dei meno integrati, mentre il tasso di integrazione della Spagna e dell'Italia è molto più elevato. Se l'Euro si deprezzasse, la Francia quindi se ne avvantaggerebbe molto di più dei suoi due vicini del sud. Sostenere l'idea del deprezzamento dell'euro rispetto al dollaro è, in certo senso, volere la morte dei paesi mediterranei.
Per mettere in atto tale deprezzamento, sarebbe necessario che la Banca Centrale Europea acquistasse massicciamente (tra i 700 e i 1400 miliardi) il debito pubblico emesso dai singoli Stati. Tuttavia, quando questa possibilità (OMT) è stata sollevata da Mario Draghi, è stato per importi molto più piccoli. Non è possibile per la BCE intraprendere una politica che presto sarebbe considerata incostituzionale dal punto di vista della Costituzione tedesca.

3 - Un deprezzamento della moneta sarebbe favorevole all'economia francese?

Va per la maggiore l’idea che, oggi, la concorrenza sul mercato dei prodotti non si fa sul prezzo ma sulla qualità. Questo limiterebbe l’efficacia di un deprezzamento. Un'altra idea molto diffusa sostiene che si possono ottenere gli stessi risultati con una svalutazione interna, ossia una diminuzione dei prezzi e dei salari in un paese considerato. Guardiamo allora ai risultati di queste diverse politiche.
Un deprezzamento della moneta (dell'euro in questo caso) ha effetti positivi sull'economia, come mostrato in un recente studio del CEPII [1]. Diversi studi che sono stati realizzati da centri di ricerca pubblici o privati, indicano che la competitività di prezzo rimane largamente dominante nel caso dei prodotti fabbricati in Francia. Dovremmo notare che questo studio considera un deprezzamento del 10%. È noto che le elasticità variano se si deprezza la moneta del 20% o più. Lo studio CEPII di fatto sottostima l'impatto positivo di un deprezzamento.
Lo studio citato del CEPII indica anche che una svalutazione interna avrebbe risultati equivalenti. Ma indica anche che questi risultati sarebbero molto più lenti nel manifestarsi. Tuttavia, in questo caso, si deve tener conto del calo dei consumi interni del paese.
Infatti, una svalutazione interna non è altro che una politica di deflazione, come venne chiamata negli anni '30, praticata da Ramsay Macdonald in Gran Bretagna, Pierre Laval in Francia e dal cancelliere Brunning in Germania. Data la presenza di varie rigidità nominali nei prezzi [2], e del fatto che i costi finanziari sono costanti in termini nominali, queste politiche si sono tutte rivelate delle catastrofi sociali ed economiche. Queste politiche sono in gran parte responsabili dell'aumento a oltre il 26% del tasso di disoccupazione in Spagna e in Grecia.
Gli esempi recenti della Gran Bretagna e soprattutto del Giappone mostrano tutti i benefici di un deprezzamento della moneta, che nel caso del Giappone è stata consistente.Una svalutazione interna non è un'alternativa ad una politica di deprezzamento della moneta, come mostrato da tutti gli esempi storici.

4 - Il deprezzamento della moneta rende inutili gli sforzi per una politica di riforme strutturali.

Questa è una delle domande più frequenti, che implica che solo lo sforzo, e quindi la sofferenza, paga in economia. Si riconosce qui la base cristiana del ragionamento. Va anche aggiunto che non si dice nulla sul chi debba fare questi sforzi...Nel merito, facciamo le seguenti osservazioni:
E’ necessario chiarire di quali riforme strutturali stiamo parlando. In realtà, sono quasi sempre riforme che conducono ad una diminuzione dei diritti sociali e dello stato sociale. Altre riforme, che riguardano la direzione della politica industriale, gli investimenti in ricerca e formazione, che sono le vere riforme strutturali, sono menzionate solo molto raramente.
Un deprezzamento della moneta, facciamo il caso di un ritorno al Franco accompagnato da un sensibile

mercoledì 29 gennaio 2014

A cosa servono le leggi



Prendo spunto dal contenuto di un  post del prof. Alberto Bagnai e da un commento al post che ha suscitato reazioni piuttosto sbrigative e liquidatorie per svolgere alcune considerazioni da giurista.

Sarebbe da sciocchi o da ingenui non ammettere che, ad esempio, nel diritto internazionale degli Stati le norme ed i trattati siano scritti con inchiostro sempre delebile e che quando si va a toccare la sovranità del comportamento di Nazioni, vi sia il rischio dell'irrilevanza del diritto rispetto al fatto; basta pensare che il tentativo di regolamentare la responsabilità giuridica degli Stati, compiuto nel 2001 dalla Commissione di Diritto Internazionale dell'ONU con il Progetto di articoli sulla responsabilità dello Stato è rimasto appunto un progetto che non è mai stato trasformato in norma di diritto, anche se è diventato la base nella prassi per la valutazione dei comportamenti di un Paese e dei suoi organi al fine di emettere le risoluzioni dell'ONU.

Sarebbe però altrettanto sciocco ed anche pericoloso ritenere allora che il diritto sia un orpello inutile, che la legge sia solo quella del più forte e che una norma valga meno della carta sulla quale è scritta. Pericoloso perché è quello che vogliono farvi credere: se esistono i "piddini", utili ai poteri economici, che credono che la colpa della crisi sia la "castacriccacorruzione" (per dirla alla Bagnai), esiste anche un diverso tipo di "piddino", altrettanto utile ai poteri finanziari, per il quale "laleggenoncontaepoiigiudicisonotutticorrotti".

Cominciamo col capire cosa è una norma e qual'è il suo valore.

Una norma si può definire come una statuizione che obbliga, vieta o regola un certo comportamento, con modalità che dipendono dal momento storico e politico: quando si crea una consapevolezza della necessità, del disvalore o della funzione sociale di un certo comportamento, sia in campo civile che penale, e questa consapevolezza raggiunge un certo grado di diffusione e consenso, allora quel comportamento viene regolato di conseguenza. Possiamo dire che normalmente la norma di diritto segue e codifica una sensibilità sociale già maturata dai cittadini, la cristallizza e la rende un dato acquisito. Questo è appunto il suo valore: il fatto che, da quel momento in poi la valutazione "storica" di un comportamento umano lascia il posto ad una valutazione "astratta" e quindi a-temporale, diventa un patrimonio acquisito della società che l'ha espressa, un nuovo tassello di quello che possiamo definire progresso sociale, che può da alcuni essere considerato un regresso, ma che non elimina il fatto fondamentale di essere un elemento che si va ad aggiungere agli altri già consolidati, portando così ad un mutamento della società, alla sua crescita, esattamente come cresce un cristallo, strato dopo strato.

Una volta acquisito, questo dato normativo ha una resistenza al cambiamento - più forte in quanto sia più forte il consenso sociale al suo mantenimento - che è un'opposizione potremmo dire "fisiologica" alla sua cancellazione o modifica. Le lotte sociali dei lavoratori degli anni 60/70 ad esempio hanno portato nel diritto del lavoro ad un corpo di leggi a tutela della dignità del lavoratore ed a difesa del posto di lavoro, che negli anni successivi, anche se il sentire sociale era nel frattempo mutato, hanno continuato ad esplicare il loro effetto. Questo "effetto persistenza" della norma è ciò che più preoccupa chiunque voglia intervenire sull'assetto sociale regolato; un esempio è stata la lotta furibonda contro l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, con un tentativo di abrogazione effettuato dal governo Berlusconi nel 2002 poi abortito e, solo dopo dieci anni, un intervento che non lo elimina, ma ne mina le fondamenta, da parte del governo Monti, grazie alla nuova formulazione della norma voluta dalla riforma Fornero. Solo un depotenziamento quindi, nonostante vi fosse da tempo la spinta da parte della grande e media industria per abolirlo, essendo un ostacolo alla flessibilità (precarizzazione) del rapporto di lavoro.

C'è però un altro modo per evitare l'ingombro di una norma: ignorarla. Se si ha abbastanza potere e si può controllare il dissenso, o che è lo stesso orientare il consenso, è possibile agire come se la norma non esistesse, soprattutto come detto in campo internazionale. E' notorio che la Germania fu il primo Paese a sforare i parametri europei di rapporto deficit/PIL, ignorando le regole che la UE si era date e, forte del suo potere politico all'interno dell'Unione, forzò una modifica e su proposta dell'Italia che aveva la presidenza dell'Ecofin (per il sano principio che mandare un sicario a fare il lavoro sporco è sempre meglio) un procedimento di infrazione già avviato, che avrebbe dovuto portare all'irrogazione delle sanzioni previste dal Patto di Stabilità, fu trasformato in una mera "raccomandazione" politica a rispettare i parametri, raccomandazione che ovviamente rimase lettera morta.

Però, pur se ignorata una norma esiste e questa sua esistenza mostra e continua a mostrare l'illiceità della condotta tenuta da chi l'ha ignorata: ecco l'altra importante caratteristica di una legge: la sua incomprimibilità. Si può ignorare o violare una prescrizione, ma essa esiste e può in ogni momento essere richiamata per sanzionare il comportamento in violazione; in altre parole, esiste sempre un giudice che, chiamato a decidere sulla legittimità dell'azione rispetto alla norma, potrà, in base a quest'ultima, sanzionare chi ha agito o in casi più gravi annullare l'azione stessa. Si può dire che finché esiste la norma violata esiste ed è palese la violazione che ne viene fatta, violazione che continua a pendere sul capo di chi ha agito come una minaccia.

Questo spiega quindi perché chi è in torto ed è interessato a far dimenticare l'illiceità del suo comportamento voglia che voi pensiate che una legge, una prescrizione in fondo siano solo vuote parole: il tentativo è quello di legalizzare ex post, di far ratificare come ormai accettabile o inevitabile quello che sa potrebbe essere rimesso in discussione. L'esempio attuale più forte è quello del dettato costituzionale: l'erosione di diritti da parte dell'Unione Europea e l'omissione di azioni doverose da parte del Governo, in nome del "ce lo chiede l'Europa" è insanabilmente in contrasto con quanto prescrive la nostra Carta e, se ci fosse la consapevolezza di questo contrasto, si capirebbe che esisterebbe la possibilità giudiziale di sindacare tutto quello che è stato fatto finora, come ha mostrato più volte e soprattutto in questo post un giurista come Quarantotto, facendo crollare tutto il sistema liberista che stiamo implementando.

Ecco che in quest'ottica si capisce cosa sono le riforme strutturali e perché ce le chiedono con insistenza e preoccupazione: la modifica legislativa dei diritti dei lavoratori, la cancellazione formale del sistema delle tutele, la sottrazione allo Stato di alcune attività prima di tutto sociali, come la sanità o la previdenza, una volta attuate con leggi ed abrogazioni, cristallizzerebbero finalmente (per chi lo sostiene) un sistema liberista di ispirazione vonhayekiana in maniera intangibile e soprattutto lo renderebbero un sistema "giusto" perché secondo legge.

Fino a che non riusciranno in questo intento saranno sempre sotto la minaccia di una ri-espansione per ribellione popolare delle norme attualmente calpestate, di una restaurazione virtuosa dei diritti e delle tutele. E siccome chi può riportare la legalità, soprattutto ripristinare il dettato costituzionale ed opporsi a norme che siano in contrasto con questo è la Corte Costituzionale, ecco spiegato l'attacco avutosi nei giorni scorsi all'immagine dei Giudici, con tutti i discorsi, fintamente morali, riguardo agli emolumenti ed ai costi della Corte, o la valutazione fortemente negativa, come difesa fra caste, di una decisione giuridicamente corretta per quanto socialmente odiosa. E' lo stesso metodo di delegittimazione ipocrita che ha portato altri organi di tutela, come la Corte di Conti, ad essere screditati ed ha portato nel suo complesso la Magistratura a perdere il suo prestigio e soprattutto la fiducia della gente nel suo operato. Il metodo è conosciuto e sperimentato: si parte sempre da fatti reali per quanto minoritari o circoscritti, possibilmente odiosi o scatenanti invidia sociale, per montare campagne, tanto indignate quanto ipocrite, contro una presunta "casta" che gode privilegi ed immunità. La campagna può avere o no un forte riscontro popolare, ma, che si scopri essere una calunnia o la pura verità, sempre ed inevitabilmente un certo livello di credibilità dell'istituzione viene eroso, un frammento di fiducia viene perso ed è esattamente questo il risultato voluto. Il rapporto Eurispes sulla fiducia nelle istituzioni italiane è chiaro: La credibilità dei giudici è passata da un 52,4% del 2004, sommando le risposte di chi ha molta o abbastanza fiducia nella Magistratura, al 42% del 2013, con una perdita del 10,4%, mentre la sfiducia complessiva è passata dal 41,1% al 56,4%, con un aumento persino maggiore del 15,3%, derivato dalla presa di posizione negativa di chi precedentemente non aveva un'opinione, passati dal 6,5% al 1,6%.

Ora è chiaro e sono io il primo a dirlo come avvocato che vi siano ragioni oggettive di peggioramento del servizio Giustizia ed anche e soprattutto della qualità della statuizione giudiziale, peggioramento dovuto non come ultima causa dall'utilizzo di giudici non togati poco preparati, per coprire i soliti buchi di organico, come è indubbio che vi siano stati episodi di protagonismo o parzialità da parte di alcuni magistrati, ma questo trend negativo, questo sentiment così peggiorato non può avere una spiegazione se non nella campagna incessante, spesso altrettanto faziosa e distorta, fatta negli anni passati da politici e giornalisti contro l'istituzione stessa, per interessi spesso personali. Bisogna però stare attenti e comprendere che l'attacco a certi poteri, soprattutto quando essi sono comunque l'ultimo baluardo contro la trasformazione definitiva della nostra democrazia in un regime ordoliberista, spesso può essere pilotato e voluto, o comunque incoraggiato e sostenuto (per il noto principio degli "utili idioti"), esattamente come pilotata e voluta è l'attenzione esagerata e continua alla corruzione ed agli sprechi della classe politica, tanto esistente quanto ininfluente sulla situazione di crisi economica, per distrarre da ben altri e più gravi problemi. Rendere non credibile i giudici tout court significa delegittimare a priori qualsiasi decisione si ponga in contrasto con interessi economici camuffati da "riforme" necessarie, suggerendo ragioni personali o contrasti ideologici e politici di chi giudica. Lo stesso attacco alla Costituzione, mostrata come un vuoto contenitore di proclami storicamente datati e quindi da modificare per renderla attuale (falsità che sarà oggetto di analisi in un prossimo post) è funzionale a quest'azione di accerchiamento dei nostri principi democratici.

Non fate il gioco di chi vuole togliervi i vostri sacrosanti diritti dicendo che sono sorpassati.