mercoledì 17 aprile 2013

PAGHERANNO IN CINQUE MILIONI


 

Di Eugenio Benetazzo

Lasciate perdere le fantasiose proiezioni politiche sul futuro del nostro paese, ormai non ha neanche tanto senso continuare ad aspettare il nuovo governo. La pagheranno circa cinque milioni di italiani, questa fase di instabilità e di mancanza di convergenza politica  nell'interesse del paese, con il Partito Democratico come principale responsabile. Sono cinque milioni infatti i contribuenti  italiani (intesi come persone fisiche) che secondo le rilevazioni di Bankitalia detengono depositi e giacenze bancarie a prima vista superiori a euro 100.000. Lo hanno fatto capire con grande disinvoltura persino le autorità sovranazionali europee, l'Italia non è più di tanto a rischio per adesso, nonostante i suicidi quotidiani e le chiusure sistematiche di piccole e medie imprese day by day. La prima manovra tampone, con grande presunzione, istituita dal prossimo governo sarà l'istituzione di una sorta di imposta di solidarietà su chi possiede disponibilità liquide superiori a centomila euro appunto. Il prelievo potrebbe essere anche di entità piuttosto contenuta (tra lo 0.5% e il 3%), mettendo il futuro governo nelle condizioni di gestire le future contingenze della spesa pubblica. In parallelo ci potrebbe stare anche un inasprimento dell'attuale l'imposta di bollo (oggi allo 0.15%) facendola lievitare sino allo 0.50% del totale degli assets finanziari complessivamente detenuti.

DI sicuro a quel punto si introdurranno anche dei meccanismi di protezionismo e blindatura delle attuali ricchezze del paese istituendo il divieto di espatrio dei capitali al fine di preservare l'integrità e la tenuta del sistema bancario italiano. Non che siano soluzioni tanti radicali e ortodosse, se fossi stato il primo ministro italiano le avrei messe a regime ancora dallo scorso anno piuttosto che inasprire la tassazione diretta sui patrimoni immobiliari. Più denaro esce in questo momento dall'Italia, più si accelera la velocità di caduta dell'intera economia nazionale: anche se adesso molti lettori non saranno d'accordo, in questo momento bisogna spingere per fare entrare più capitali possibili, anche con discutibili benefici fiscali. La nostra fortuna è rappresentata momentaneamente dagli ammortizzatori familiari privati, costituiti dai risparmi dei nostri padri e nonni, che stanno preservando il welfare italiano al pari della Cassa Integrazione. Tutti e due sono comunque destinati a terminare: non dureranno ancora per molti anni. Sfruttate pertanto questo momento di limbo politico se avete intenzione di delocalizzare parte dei vostri risparmi per sfuggire dalla persecuzione fiscale che ci attende: grosso modo avete un vantaggio di 6/8 settimane prima che arrivi la purga e come ho detto non ci sarà più di tanto da fare, ma solo da subire.

Il prossimo governo dovrà infatti abozzare anche la nuova finanziaria e decidere come trovare la copertura per altri 12/18 mesi di Cassa Integrazione, pena fenomeni incontrollati di tensione e violenza sociale. Purtroppo anche l'Italia come l'Europa, manco naviga a vista, è completamente priva di un Cabinet Office ovvero di una cabina di regia o di un ponte di comando. Il nuovo primo ministro (illuminato) dovrà inesorabilmente svegliare gli italiani dal torpore fanciullesco e rivelare loro che per far respirare il paese si dovranno tagliare o limitare l'erogazione di determinati servizi (soprattutto sul fronte sanitario), aggredendo finalmente quei 250 miliardi di spesa pubblica che non generano necessariamente welfare. In centinaia ogni giorno mi scrivete per sapere cosa accadrà se l'Italia verrà ricommissariata, se l'euro è destinato a rompersi in due, se l'Unione Europea ha i mesi contati, se è conveniente aprire un conto di deposito su una banca svizzera, se è opportuno detenere oro fisico o se conviene investire in questo o quel fondo di investimento a fronte dello scenario drammatico che stiamo vivendo.

Personalmente come analista e come operatore finanziario indipendente mi sono fatto un quadro complessivo di cosa ci aspetta non solo in Italia, ma anche in Europa: la view non è per tutti e non è il caso di esternarla, la maggior parte di chi legge è destinata a perdere comunque gran parte del proprio denaro. Non starò a guardare e non intendo camminare come un cieco senza bastone. Al momento in cui scrivo mi trovo negli uffici di una banca di gestione di investimento a Londra in prossimità di Regent Street, in questi giorni (aspettando il funerale di stato della Thatcher) stiamo dedicando molte energie e risorse a definire tutti gli aspetti istituzionali ed operativi per il lancio e la gestione di un fondo di fondi di investimento di diritto maltese a marchio Deltoro Holding che avrà come obiettivo principale la gestione della volatilità, l'immunizzazione fiscale e patrimoniale, la sterilizzazione dei rischi sistemici e la delocalizzazione degli assets detenuti in portafoglio. Purtroppo il progetto imprenditoriale proprio così come nacque Deltoro Holding non è rivolto a tutti ma solo ai followers in sintonia con la nostra mission aziendale. Invito anche voi a fare altrettanto, organizzandovi per la creazione di soluzioni similari, purtroppo come italiani possiamo fare affidamento solo alle nostre capacità ed individualità, il governo e lo stato ci hanno abbandonato da anni. Un augurio di buona sorte finanziaria a tutti i lettori del portale.

I tedeschi insultano gli Italiani: “Parlate di suicidi ma voi siete più ricchi di noi”



L’affondo: Per sanare i debiti usate i soldi della gente”

Basta piangere, basta lamentarsi della povertà crescente, dei suicidi «che c’erano anche prima della crisi», dei populismi in aumento esponenziale. I Paesi del Sud Europa, dice l’infallibile Bce, nascondono le loro immense ricchezze al Nord. Di conseguenza è giusto che si salvino da soli. È la sconcertante conclusione dell’inchiesta che ha ispirato la copertina di questa settimana dell’autorevole Spiegel. 
Che esce, guarda caso, il giorno dopo il congresso fondativo del primo partito dichiaratamente anti-euro mai nato in Germania, “Alternative für Deutschland”. 

In realtà, se è vero che i numeri non mentono, è altrettanto vero che bisogna saperli leggere. Ed è evidente che in Germania le statistiche pubblicate di recente dalla Bce sulla ricchezza delle famiglie europee hanno creato un pericoloso corto circuito nella testa di molti. Aggravato dal concomitante salvataggio di Cipro che ha segnato un cambio di paradigma nelle politiche della Ue, introducendo il precedente devastante dell’«ognun per sé», tanto caro proprio a Berlino. 

Il risultato ha ispirato il titolo dello Spiegel «Patente di povertà. Come i Paesi europei in crisi nascondono i loro patrimoni». Morale: l’autosalvataggio di Cipro deve essere il modello futuro per l’Europa, eccome. E fa niente se tutti si affannano, da Mario Draghi in giù, a spergiurare che Cipro è un caso unico e irripetibile, che nessun risparmiatore sarà toccato da salvataggi futuri. I tedeschi ora pensano, anzi, si auspicano il contrario, rinvigoriti anche dalla notizia che i ciprioti sono molto più ricchi di loro. 


Il ragionamento è lungo e articolato ma è sufficiente citare un paio di passaggi sull’Italia per capirne il senso e rimanere basiti. «Ogni giorno in Italia ci sono molti suicidi ma c’erano già prima della crisi». Un attenuante, certo. La ricchezza mediana delle famiglie italiane, poi, essendo di 173.500 euro, «tre volte quella dei
tedeschi», ispira una conseguenza ovvia. Avendo l’Italia un debito pubblico del 130% contro quello tedesco che è all’80%, c’è una sola soluzione perché esca dall’impasse, perché si liberi finalmente di questo tallone d’Achille dei suoi conti pubblici. Eccola qua: «sarebbe più sensato che i Paesi in crisi riducano i loro debiti con le proprie forze: aggredendo maggiormente la ricchezza dei suoi cittadini».

Il settimanale è così grezzo da dimenticarsi che gli stipendi degli italiani sono molto più bassi di quelli tedeschi, o che per pagare le enormi quantità di tasse che gravano su stipendi e sulla casa ci vuole liquidità. Così come dimentica di citare gli abissi che ci sono tra i servizi di cui beneficiano i tedeschi rispetto agli italiani, in cambio delle tasse. 

L’unico dato che lo Spiegel non nasconde è quello sulla povertà: da noi la quota di poveri è al 16,5% contro il 13,4% dei tedeschi. Così come ammette che i tedeschi hanno una tradizione da cicale: preferiscono vivere in affitto e spendere in viaggi piuttosto che risparmiare. Ma quando arriverà il momento di salvarci, se mai accadrà, è prevedibile che la parola d’ordine sarà una sola: salvatevi da soli. Come Cipro.

Fonte : La stampa TONIA MASTROBUONI

martedì 16 aprile 2013

Il Cancelliere HELMUT KOHL: imposi l’euro ai Tedeschi facendo il Dittatore




Ebbene sì: per imporre l’euro mi sono comportato come un dittatore. Se i tedeschi avessero potuto scegliere con un referendum, la moneta unica non sarebbe mai stata adottata dalla Germania. Parola di Helmut Kohl, l’uomo della Riunificazione, protagonista con la britannica Thatcher e col francese Mitterrand della fatale conversione neoliberista dell’Europa, all’origine dell’attuale Unione Europea. In un’intervista per la tesi di dottorato di un giornalista, il cancelliere tedesco più longevo del dopoguerra ha detto che avrebbe perso con una maggioranza schiacciante ogni eventuale votazione popolare sull’euro. «Sapevo che non avrei mai potuto vincere un referendum in Germania: avremmo perso il referendum sull’introduzione dell’euro. Questo è abbastanza chiaro: avrei perso sette a tre».


L’intervista, racconta il “Telegraph” in un articolo tradotto da “Come Don Chisciotte”, è stata condotta dal giornalista tedesco Jens Peter Paul nel 2002, l’anno in cui il marco tedesco è stato sostituito dall’euro in banconote e monete, ma è stata pubblicata soltanto ora. Nell’intervista, Kohl sostiene che adottando l’euro come emblema del progetto europeo si sarebbe scongiurata un’altra guerra nel vecchio continente. «L’euro è sinonimo di Europa: e l’Europa, per la prima volta, non avrà più la guerra». Parole che suonano beffarde, nel bel mezzo del più devastante massacro sociale europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, scatenato proprio dalla moneta unica non-sovrana e dalla sanguinosa politica di rigore che comporta.


Nella stessa intervista, Kohl racconta che per la sua successione politica aveva puntato su Wolfgang Schäuble, l’attuale ministro delle finanze del governo Merkel, emblema del rigore più inflessibile. L’ex leader tedesco, che ha guidato il paese per 16 anni, ammette che le resistenze dei tedeschi di fronte alla nascita dell’Eurozona erano ben movitate: assurdo e pericoloso creare un’unione monetaria senza prima aver creato un’unione economica e fiscale, perché la moneta unica diventa il cuore della crisi. In Germania intanto cresce il partito anti-euro promosso dall’economista Bernd Lucke, per il quale potrebbe votare almeno un tedesco su quattro. Luncke sostiene la progressiva dissoluzione dell’euro ed esorta i paesi del Sud Europa a lasciare immediatamente la moneta unica.


lunedì 15 aprile 2013

Dalla Germania chiedono lo scioglimento dell'EURO per salvare la UE




Intervista del Guardian all'economista tedesco che ha sollevato la questione di incostituzionalità sul MES e che sostiene il movimento di Alternativa per la Germania

Intervento di Joachim Starbatty alla conferenza di fondazione del partito euroscettico separatista Alternative für Deutschland.

Uno dei più eminenti economisti tedeschi chiede un rapido scioglimento della zona euro nella sua forma attuale, e sostiene che il progetto di un'Europa unita è in pericolo di implosione se i paesi indebitati non sono fatti uscire.
Parlando prima della conferenza di fondazione del nuovo movimento politico separatista che vuole sfidare con forza il sostegno della Germania ai salvataggi della zona euro, Joachim Starbatty, professore di politica economica che ha presentato ripetuti ricorsi alla Corte costituzionale tedesca sostenendo che i salvataggi della zona euro sono incostituzionali, ha detto che se la battaglia dell'euro va avanti, si rischia il crollo della UE.

"L'Europa sta andando in pezzi proprio in questo momento," ha detto Starbatty. "Una moneta che si supponeva avrebbe dovuto unire il continente, sta facendo proprio il contrario. E' debole e in difficoltà per il fatto che i singoli membri non sono più in grado di sostenerla. Pertanto, sarebbe meglio se i paesi che non sono competitivi, come Grecia, Irlanda, Spagna, Italia, ecc. fossero lasciati uscire". Un'alternativa, ha sostenuto, sarebbe un'uscita della Germania.
Starbatty è un convinto sostenitore del movimento Alternative für Deutschland (Alternative per la Germania), che ha tenuto questa domenica la conferenza inaugurale del partito. Il movimento è composto di intellettuali, da medici a economisti - l'alto numero di professori gli ha causato il soprannome di "partito dei professori" - come anche da piccoli e medi imprenditori e da professionisti in pensione. Ha già 6,000 membri ed è pronto a vivacizzare le elezioni politiche in Germania tra sei mesi.

Con un nome ispirato a "alternativlos", che significa "non ci sono alternative" - parola che il cancelliere Angela Merkel ha utilizzato in difesa delle sue politiche, inclusi i salvataggi della zona euro - il partito vuole dimostrare che la cancelliera si sbagliava, in particolare nel caso dell'euro. Molti vorrebbero vedere il ritorno del marco tedesco.
Gli analisti sono scettici sul fatto che AfD possa conquistare il 5% dei voti necessari a ottenere dei seggi al Bundestag.
"Economicamente la Germania sta facendo bene, cosa che compromette notevolmente le possibilità di un partito di protesta", ha detto Richard Hilmer della società di sondaggi Infratest Dimap.
Ma AfD rappresenta pur sempre una grave minaccia per i cristiano democratici della Merkel (Cdu), il loro partito fratello bavarese, la CSU, e il pro-business Free Democrats, tutti parte di una coalizione che sperano possa essere rieletta il 22 settembre.
Anche la perdita di poche centinaia di seggi potrebbe costringere la Merkel ad allearsi coi socialdemocratici di centro-sinistra e a unirsi in una grande coalizione, che porterebbe a un indebolimento delle sue politiche, o anche potrebbe costarle il potere.
"Alle elezioni i voti per l'AFD potrebbero davvero minacciare la CDU," ha ammesso Wolfgang Bosbach del CDU. Il suo collega Klaus-Peter Willsch ha aggiunto: "Un partito del genere è pericoloso per noi."

Starbatty dice che l'obiettivo del AFD è di "scuotere l'elite politica" sia della Germania che dell'Europa. Egli è stato a lungo membro del CDU, da cui è uscito in segno di protesta per come la Germania è stata costretta al ruolo di cane da guardia dell'Europa, al fine di sostenere il suo atteggiamento filoeuropeo per tentare di salvare una moneta che egli sostiene essere "viziata dalla nascita."

"Molti politici tedeschi stanno nascondendo la testa nella sabbia" ha detto "Non vogliono ammettere la realtà che allo stato attuale il loro progetto visionario non può continuare a funzionare, perché credono così tanto nel sogno e temono di essere visti come anti-europei.
"Non riescono a riconoscere che dobbiamo trovare un modo sano di andare avanti, che, benché doloroso, contribuirà a far evolvere l'Europa."

Il 72enne, che si descrive come economista della scuola di Adam Smith, ha ricordato la prima visita del cancelliere Konrad Adenauer in Grecia nel 1950. "Allora, furono necessari solo sette poliziotti. Quando la Merkel è andata in visita nel 2012, la proteggevano 7.000 poliziotti. Che cosa vi dice questo sui sentimenti di solidarietà forgiati dall'Europa? "

Starbatty rifiuta l'etichetta di "anti-europeo" attribuita al partito, preferendo invece quella di "euroscettico". Egli rifiuta anche il paragone con UKIP, con il quale dice che l'AfD ha molto poco in comune.
"Noi siamo pro-Europa - vogliamo salvarla, e l'unico modo per farlo è di sciogliere la zona euro. Nella sua forma attuale, l'Europa non sta portando, né porterà, alla pace e all'unità che i suoi creatori avevano promesso ", ha insistito.

Dopo la critica rivolta al suo partito di attirare i neonazisti, il partito sta controllando attentamente tutti i suoi potenziali aderenti per garantire che esponenti dell'estrema destra non si infiltrino nei suoi ranghi.

"Questo deriva dall' idea dei tedeschi che se non sei con la maggioranza devi per forza avere tendenze estremiste," ha detto Starbatty. Questo è uno dei motivi per cui è tutt'altro che facile fondare un nuovo partito in Germania.

Rifiutando del tutto le politiche della Merkel, il partito è molto più incline ad allinearsi con il primo ministro britannico, David Cameron.
"Siamo ben lontani dall'essere d'accordo con tutto quel che dice Cameron, ma rispettiamo il suo progetto di tenere un referendum" ha detto Adam Konrad, giornalista ed editore della Frankfurter Allgemeine Zeitung, che è uno dei membri fondatori di AFD. "Egli ha un senso di realismo britannico, un approccio fresco e sano, con cui dovremmo avere più a che fare in Germania", ha aggiunto Starbatty.

Un recente sondaggio ha suggerito che il 26% dei tedeschi, timorosi sul futuro della loro economia e preoccupati per i loro risparmi, sarebbero pronti a votare per un partito anti-euro. Il dato sale al 40% per fascia di età tra i 40 e i 49 anni.

Ma un problema che il partito nascente potrebbe trovarsi ad affrontare è l'età media piuttosto avanzata dei suoi componenti , che un osservatore ha stimato essere "molto vicina a quella del conclave Vaticano", ma l'aspirante leader del partito ha insistito che molti sostenitori più giovani sono in attesa dietro le quinte per "vedere come il partito sviluppa, prima di impegnarsi".

venerdì 12 aprile 2013

Il prossimo nella crisi dell'euro? Portogallo e Slovenia sono i principali candidati


I guai di Cipro hanno scatenato un nuovo esame dello stato di salute della zona euro, con un focus particolare su quale paese potrebbe essere il prossimo in fila per un piano di salvataggio e la misura in cui gli azionisti e risparmiatori avranno perdite quando le banche falliranno (bail-in ). Gran parte dell'attenzione si è concentrata su due paesi.
In primo luogo, il Portogallo, che è stato spinto di nuovo in prima pagina, con la corte costituzionale del paese che di recente ha sentenziato contro alcuni tagli di bilancio del governo su mandato dell'UE. In secondo luogo, la Slovenia, che si trova ad affrontare una massiccia crisi bancaria,  e che a sua volta, fornisce un altro banco di prova potenziale per la zona euro vagamente definito piano 'bail-in'. 
In un nuovo incontro si è parlato di tutto questo, Open Europe fornisce un breve riassunto dei punti chiave per guardare alla situazione in ogni paese: 
 
Per leggere Open Europe per intero, clicca qui: 

Punti chiave: 

Entrambi il Portogallo e la Slovenia potrebbero avere bisogno di assistenza  dall'esterno di qualche tipo. 

Portogallo 

La domanda interna, la spesa pubblica e gli investimenti si contraggono bruscamente, lasciando il paese fortemente dipendente dalla crescita incerta delle esportazioni.
Con il taglio dei salari e dei costi interni (svalutazione interna), il Portogallo negli ultimi anni ha migliorato il proprio livello di competitività nella zona euro rispetto alla Germania. Tuttavia, questa tendenza ha iniziato ad invertirsi bruscamente nel 2012, il che significa che la divergenza tra i paesi come il Portogallo e la Germania ha iniziato a crescere di nuovo - esattamente il tipo di squilibrio che la zona euro sta cercando di eliminare.




Nei suoi sforzi di austerità, il Portogallo sta ora combattendo contro gravi limiti politici e costituzionali. Per la seconda volta, la corte costituzionale del paese si è pronunciata contro i tagli salariali nel settore pubblico - un caposaldo del piano di austerità dell'UE verso il paese - ed inoltre il precedente consenso politico in Parlamento nei confronti dell'austerità è evaporato.
Questo comporterà che, sarà sempre più difficile per il Portogallo a proporre nuove manovre di austerità e di conseguenza negoziare i termini di salvataggio con i paesi creditori all'estero.
Il Portogallo avrà anche bisogno di qualche ulteriore assistenza finanziaria nel breve periodo. E 'improbabile che questa assistenza possa prendere la forma di un secondo piano di salvataggio completo, ma potrebbe comportare l'utilizzo del programma di acquisto di bond OMT da parte della BCE, facendo si che il Portogallo possa tornare sui mercati.


Slovenia 

La Slovenia non è Cipro - in realtà è molto di più simile alla Spagna. Le sue banche sono sottocapitalizzate significativamente con prestiti tossici ora vicini al 18% del PIL. Le banche hanno pochissima disponibilità per coprire meno della metà delle perdite potenziali derivanti da tali prestiti.



Allo stesso tempo, un settore privato fortemente indebitato ora cerca disperatamente di ottenere nuovo debito, che a fianco  dell'austerità e alla mancanza di investimenti, hanno causato il precipitare della crescita. 
Anche se un salvataggio completo è improbabile, il paese potrebbe presto aver bisogno di un pacchetto di salvataggio UE di importo compreso tra € 1 miliardo e 4 miliardi di € (tra il 3% e il 11% del PIL) per contribuire a ristrutturare le basi del paese e le banche mal gestite.

Tale piano è probabile che includa forti perdite per gli azionisti (bail-in), ma, a differenza di Cipro, non può colpire grandi depositanti (non assicurato) e non ci sarà alcun tentativo di tassare i piccoli (assicurato) depositanti.
Questa è la situazione attuale a grandi linee...voi su chi scommettete? chi sarà la prossima vittima del disastro Euro?

Fonte: openeurope.co.uk






giovedì 11 aprile 2013

Münchau: Soros ha ragione, fuori la Germania dall'Euro


Wolfgang Münchau nel suo settimanale commento su Der Spiegel è d'accordo con Soros: o si fanno gli euro-bond oppure la Germania se ne deve andare. Da Spiegel.de

La Germania fuori dall'Euro per salvare il resto dell'unione monetaria: lo speculatore Soros ha perfettamente ragione. Nella situazione attuale la Germania costringe gli altri paesi ad adottare il suo modello economico. Nel lungo periodo non puo' funzionare.

Nel suo ultimo anno da primo ministro, Margaret Thatcher era giunta alla conclusione che per la Gran Bretagna una relazione troppo stretta con la Germania appena riunificata era fuori discussione. L'allora ministro dell'industria Nicholas Ridley nel 1990, in un'intervista imprudente allo "Spectator", aveva dichiarato quello che la Thatcher pensava - ma non aveva mai detto. L'unione monetaria è un progetto tedesco che ha come obiettivo l'egemonia in Europa. Ridley a causa di cio' dovette andarsene. Thatcher lo segui' poco dopo.

All'epoca ero giornalista al "Times" di Londra e ricordo la mia indignazione per il commento anti-tedesco di Ridley. Col senno di poi devo ammettere: e' andata proprio come Ridley aveva previsto. La Germania nel frattempo è diventata la potenza centrale in Europa. Thatcher e Ridley da una prospettiva puramente di potere potere politico arrivarono alla conclusione: non saremo mai felici nel ruolo dei junior-partner all'interno di una unione monetaria. E oggi la pensano allo stesso modo anche italiani, spagnoli e francesi. E' necessario rinunciare alla sovranità e di fatto è possibile sopravvivere solo se si diventa come la Germania. Per gli inglesi era un'idea insopportabile.

Il finanziere americano George Soros con un attacco speculativo dalle dimensioni mai viste fino ad allora, nel 1992 fece affondare l'aggancio della sterlina al Marco tedesco. E ora vede un nuovo pericolo di frammentazione in Europa. Martedi in un'intervista allo Spiegel Online ha detto: o la Germania accetta gli Euro-bond oppure deve uscire dall'Euro.

Soros basa la sua analisi su di una semplice intuizione: l'Euro rischia la disintegrazione a causa dell'indebitamento privato, che ora nei paesi del sud sta transitando sui bilanci pubblici. Per Soros la crisi non potrà essere risolta senza l'unione bancaria e senza gli Euro-bond.

Cio' che non è sostenibile prima o poi dovrà finire

Tuttavia Soros sa che la messa in comune del debito, sia in Germania che nel resto della parte Nord dell'Eurozona non puo' essere accettata. E cosi' la disintegrazione della zona Euro è solo una questione di tempo. Ma sono i legami e le decisioni politiche che potrebbero far durare ancora a lungo questa situazione. Ma cio' che non è sostenibile, prima o poi finirà. Questa regola naturale è valida anche in Europa.

Soros propone una sua riflessione: sarebbe molto meglio se fosse la Germania a lasciare l'Euro, invece della Spagna o dell'Italia. Perché se fossero gli stati del sud a uscire dalla moneta unica ci troveremmo in una situazione caotica. Il debito sarebbe ripagato in Euro o in moneta nazionale? Ci sarebbe un assalto alle banche? Ci sarebbero disordini politici?

Se fosse la Germania ad andarsene tutti questi problemi non si porrebbero. Naturalmente il nuovo D-Mark si apprezzerebbe con forza. Ma ad una rivalutazione effettiva si sarebbe comunque arrivati in un modo o nell'altro.

E anche i patrimoni tornerebbe a rivalutarsi. Secondo uno studio sui patrimoni netti delle famiglie europee pubblicato questa settimana dalla BCE, i tedeschi sono fra i piu' poveri in Europa. Apparentemente cio' è dovuto al basso tasso di case di proprietà in Germania, il piu' basso nella zona Euro. La casa di proprietà molto spesso è la voce piu' significativa del patrimonio familiare. Ma questo non spiega tutto. Anche gli squilibri hanno un ruolo importante. La Spagna  nella zona Euro ha vissuto una forte inflazione. In Germania l'Euro è rimasto sostanzialmente stabile.

La Germania sembra piu' povera di quanto non sia in realtà 

Chi come il sottoscritto negli ultimi anni ha viaggiato molto fra la Germania, la Francia, l'Italia e il Belgio puo' solo confermare che l'Euro in Germania ha un potere d'acquisto molto piu' elevato che in Spagna. Entrambi i paesi hanno la stessa moneta nominale, ma non reale. La Germania non è affatto povera. Ma l'Euro crea cosi' tante distorsioni che la Germania sembra piu' povera di quanto non sia in realtà. 

Si puo' fare il necessario aggiustamento all'interno dell'unione monetaria, ma questo richiede una centralizzazione totale dell'intera politica economica. Gli Euro-bond sarebbero solo l'inizio. Per fare questo non vedo alcuna realistica opportunità politica. Se rifiutiamo questa strada, allora dovremmo essere onesti e dire: basta con l'unione monetaria.

Accolgo con favore la fondazione del nuovo partito anti-Euro "Alternative fuer Deutschland". Non ne condivido le posizioni. Ma almeno sono coerenti. Mentre quelle della CDU e della FDP - pro euro, ma contro gli Euro-bond - sono intrinsecamente contraddittorie. Sull'Euro ci sono due posizioni logicamente coerenti. L'AfD ne rappresenta una. Dell'altra la maggior parte dei partiti hanno una grande paura.

Margaret Thatcher sull'Europa almeno era coerente. Ha avuto fiuto sia sugli sviluppi economici che su quelli del potere politico all'interno della zona Euro. Per questa ragione merita il mio rispetto.

Stato a moneta sovrana e stato dell'Eurozona...cosa cambia?

Per questo post tecnico ma chiarissimo volevamo ringraziare il blog Tempesta perfetta che come sempre fornisce ottimi articoli per capire la situazione economica Europea e globale ed i reali motivi della crisi che ci attanaglia. Buona lettura.

Molte persone sono ancora ferme a considerare lasovranità monetaria come un semplice concetto economico-finanziario, da cui dipendono alcune scelte di politica monetaria e poco altro: secondo questo approccio generalista, la sovranità monetaria consentirebbe ai governi di "stampare" moneta creando inflazione, mentre la mancanza di sovranità monetaria premierebbe la cultura della stabilità sia fiscale che finanziaria e favorirebbe l’indipendenza delle banche centrali dai governi. Non è affatto così. La sovranità monetaria, oggi come oggi, è un vero spartiacque giuridico-istituzionale fra gli stati che possono ancora ambire ad essere democratici e quelli che ormai hanno deciso di calpestare le costituzioni nazionali in nome di non meglio precisati interessi privati e di casta. Continuare a presentare la sovranità monetaria come un principio retrogrado e nazionalista, superato ormai da più moderni ed efficienti meccanismi di gestione dei flussi finanziari, fa parte di un preciso disegno dei regimi oligarchici, che hanno interesse da una parte a separare i governi dalla loro naturale funzione monetaria e dall’altra a controllare i maggiori organi di informazione affinchè l’opinione pubblica venga sempre di più allontanata dalla verità dei fatti. La democrazia dai suoi doveri egualitari e redistributivi. I cittadini e i lavoratori dai loro diritti umani e sociali acquisiti nei secoli.




Non è un caso che all’interno del pastrocchio istituzionale dell’eurozona, dove la sovranità monetaria dei singoli stati membri è stata messa al bando per favorire la nascita del comitato d’affari facente capo alla banca centrale autonoma e indipendente BCE, continuano a susseguirsi infrazioni su infrazioni delle consolidate norme costituzionali che da un centinaio di anni almeno tutelano la dignità dei cittadini in Europa. A settembre scorso siamo rimasti con il fiato sospeso in attesa che la Corte Costituzionale tedesca di Karlsruhe si pronunciasse sulla legittimità del Meccanismo Europeo di Stabilità, mentre
in questi giorni è stata la Corte Costituzionale del Portogallo a contestare alcune delle misure del piano di austerità del governo perché ampiamente discriminatorie nei confronti di certi cittadini (in particolare ci riferiamo ai lavoratori, pubblici e privati, e ai pensionati) a favore di altri (i maggiori beneficiari del comitato d’affari di Bruxelles: grandi imprenditori, politici, banchieri, rentiers). A ottobre prossimo toccherà invece di nuovo alla Corte Costituzionale tedesca emettere il verdetto di condanna o assoluzione sulle nuove iniziative di acquisto illimitato di titoli intraprese (almeno a parole) dalla BCE. Nessuna notizia perviene invece dalla Corte Costituzionale italiana, che si accapiglia sui cavilli più insignificanti dei decreti legislativi del governo e del parlamento ma non ha mai visto tutto ciò che è stato fatto alla nostra tanto osannata carta costituzionale negli ultimi trent’anni, con l’adesione agli scellerati accordi monetari europei. Da che mondo è mondo, spostare una trave è sempre stato molto più complesso e faticoso che giochicchiare con una pagliuzza. Soprattutto se quella trave è stata messa lì con la compiacenza e il tacito assenso di chi dovrebbe essere incaricato a spostarla.


Ma siccome noi siamo diffidenti per natura e non ci fidiamo di quei personaggi oscuri, notoriamente complottisti e sovversivi, nascosti sotto la toga di giudici e magistrati che vivono asserragliati nelle alte corti di Germania e Portogallo, abbiamo bisogno di toccare con mano, con i dati, con i fatti, quali siano effettivamente le differenze fra un paese che mantiene ancora intatta la propria sovranità monetaria e un altro che invece ha deciso di calpestarla, in nome della pace e del progresso del mondo (con particolare riguardo del proprio conto in banca). Sul sito Economonitor, l’economista americano Ed Dolan si è sbizzarrito a confrontare l’andamento di alcuni indici di prestazione di due paesi agli antipodi in tutti i sensi, come Stati Uniti e Grecia, per capire in quale maniera i rispettivi sistemi economici e finanziari hanno reagito alla crisi, prefigurando dei possibili scenari futuri. Anche perchè alcune bizzarre analisi economiche, condizionate da precise influenze politiche ed ideologiche, associano spesso il comportamento degli Stati Uniti a quello della Grecia, paventando ai primi il medesimo destino dei secondi. Alla fine scopriremo invece che le scelte di entrambi governi in materia di politica economica sono state pessime, ma un paese, gli Stati Uniti, riuscirà a salvarsi e ad uscire dalla crisi per il solo fatto di avere mantenuto la propria sovranità monetaria, mentre l’altro, la Grecia, continuerà ad essere annientato e distrutto fino a quando i tedeschi non decideranno di consentirgli di uscire dall’eurozona e di tornare alla propria moneta sovrana nazionale, la dracma. E tirando le somme, possiamo anche affermare che gli Stati Uniti avrebbero tutte le potenzialità e le leve fiscali per essere un normale paese democratico ma a causa delle solite resistenze delle classi egemoni e dominanti preferiscono non esserlo fino in fondo; mentre al contrario, la Grecia non può più garantire ai propri cittadini nessuno dei diritti costituzionali e sta sprofondando nel limbo degli stati non stati che non hanno più una loro identità e autonomia, ma sono eterodiretti dall’esterno e da organismi sovranazionali. Unacolonia insomma, buona solo per essere sfruttata e depredata.




Il fatto più curioso è che se ci limitassimo ad osservare l’andamento del solo deficit pubblico rapportato al PIL nazionale degli ultimi venti anni (guarda grafico sotto), noteremmo una notevole similitudine fra ciò che è avvenuto negli Stati Uniti e in Grecia. In effetti, la squilibrio nei conti pubblici greci registrato nel 2009 è stato molto più profondo di quello americano, ma la circostanza che ha cambiato drasticamente le sorti di entrambi i paesi è come sono stati utilizzati questi ampi deficit governativi e ciò che hanno messo concretamente in moto. Mentre in Grecia siamo ancora in piena depressione economica, con vertiginosi crolli del reddito nazionale e una disoccupazione da paese del terzo mondo, negli Stati Uniti si registrano i primi timidi segnali di inversione del ciclo e una più sostenuta ripresa degli investimenti e dell’occupazione. In pratica, se guardiamo soltanto i dati cumulati, vediamo che sia il debito pubblico della Grecia che quello degli Stati Uniti è quasi raddoppiato dal 2002 ad oggi (dal 101% al 181% il primo, dal 57% al 107% il secondo), ma mentre il debito greco è servito a rimborsare oneri finanziari crescenti, per lo più dovuti alla dinamica inarrestabile degli interessi da corrispondere ad investitori esteri, quello americano è andato in parte a finanziare le imprese nazionali, la ricerca, lo stato sociale, creando i presupposti sia per un rilancio della domanda interna che delle esportazioni. Una differenza dovuta appunto al fatto che gli Stati Uniti hanno una propria moneta sovrana, il dollaro, di cui hanno un pieno controllo riguardo alle scelte di politica monetaria e fiscale, mentre dal 2002 ad oggi, dal momento dell’ingresso nella zona euro, la Grecia non ha potuto fare alcuna scelta né nell’uno né nell’altro senso, avendo deciso di adottare una moneta straniera come l’euro e di attenersi ai vincoli di bilancio imposti da Bruxelles.






Fra l’altro, la sovranità monetaria degli Stati Uniti ha consentito al governo e alla banca centrale di modulare il tasso di cambio del dollaro rispetto alle altre valute internazionali per aumentare i margini di competitività durante il periodo di recessione e dare maggiore impulso alle esportazioni americane. Invece il tasso di cambio fisso dell’euro rispetto ai maggiori partners commerciali europei, non ha consentito alla Grecia di recuperare alcun margine di competitività e ricevere a monte benefici da una possibile svalutazione monetaria, scaricando a valle tutti i costi degli aggiustamenti e degli squilibri nei conti con l’estero sui lavoratori, sui cittadini, sui tagli alla spesa pubblica, sull’aumento delle tasse, che se da una parte hanno ridotto le importazioni, dall’altra hanno anche depresso la domanda interna e il tessuto produttivo locale. E’ vero che il valore di cambio dell’euro può oscillare rispetto a quello delle altre valute internazionali, ma è altrettanto vero che questi cambiamenti dipendono da politiche monetarie e commerciali dell’intera area euro nel suo complesso, le quali ignorano del tutto le esigenze delle economie più deboli come quella greca e favoriscono al massimo le economie dei paesi più forti come la Germania.




Per capire meglio questo meccanismo, possiamo esaminare l’andamento del tasso di cambio effettivo reale, che è una media ponderata dei tassi di cambio della valuta nazionale rapportata ai differenziali di inflazione con i maggiori partners commerciali e rappresenta un ottimo indice di competitività del paese in questione. Dopo aver raggiunto un picco nel 2009, il dollaro ha deprezzato il suo cambio reale del 12,7%, cosa che ha aumentato significativamente le esportazioni americane. Al contrario l’euro greco si è svalutato soltanto del 5%, privando la produzione interna dello slancio necessario a far uscire il paese dalla recessione. Questo diverso comportamento del cambio è associato con le diverse politiche monetarie adottate dalle banche centrali: la Federal Reserve ha imboccato una decisa strategia espansiva, fornendo soprattutto liquidità alle banche con le successive operazioni di quantitative easing, mantenendo i tassi di interesse praticamente a zero e sostenendo le manovre fiscali del governo, mentre la BCE ha continuato la sua rigida osservanza alla politica monetaria restrittiva imposta dai tedeschi, con qualche piccola deviazione necessaria riguardante le due operazioni LTRO(i cui effetti calmieranti sul mercato dei titoli di stato avranno una durata ben determinata e saranno sterilizzati a partire dal 2014, quando i prestiti alle banche arriveranno a scadenza) e l’intenzione soltanto annunciata ma mai diventata operativa di acquistare illimitatamente titoli di stato sul mercato secondario tramite l’OMT. 


L’altro vantaggio di avere una propria moneta sovrana è da ricondurre al minor rischio di default percepito dai mercati, che si traduce in un più basso tasso di interesse da corrispondere ai possessori di titoli di stato. Un paese che ha una propria moneta sovrana non può mai essere costretto a dichiarare default sul rimborso delle proprie obbligazioni denominate in valuta nazionale, perché all’occorrenza può emettere tutto il denaro necessario per rispettare le varie scadenze di pagamento. I problemi possono sorgere soltanto nei casi in cui la moneta comincia a svalutarsi eccessivamente uscendo dal circuito dei mercati valutari, gli afflussi di capitali esteri si interrompono e si creano le premesse per una fiammata inflazionistica interna, mettendo il paese nelle condizioni di dichiarare default per altra via e chiedere ugualmente il supporto finanziario del FMI. Questo meccanismo è ampiamente riconosciuto dai mercati, che grazie anche al ruolo primario del dollaro come moneta di riserva internazionale, non assegnano agli Stati Uniti tale rischio, accettando tranquillamente i bassi interessi sui titoli di stato stabiliti dalla Federal Reserve. Cosa invece, che fin dall’inizio degli incerti programmi di salvataggio della trojka, i mercati non hanno riconosciuto alla Grecia, la quale ha in pratica dovuto dichiarare un default parzialesul pagamento dei propri titoli, uscendo di fatto dal mercato internazionale dei capitali per eccesso di rischio ed elevato interesse. Nel grafico seguente si può vedere la drammatica divergenza fra i tassi di interesse dei titoli di stato USA e della Grecia. Il solo pagamento degli interessi ha eroso una quota di spesa pubblica corrente pari al 5,4% del PIL greco, rispetto all’1,7% corrisposto dagli Stati Uniti. La bassa percentuale del PIL dispersa per il pagamento degli interessi e la maggiore fiducia degli investitori internazionali ha consentito agli Stati Uniti unmaggiore spazio di manovra per attuare le sue politiche fiscali.







La politica fiscale ideale di un governo, come già sappiamo, dovrebbe essere sempre anti-ciclica, nel senso che dovrebbe produrre ampi deficit governativi, tagli alle tasse e aumenti di spesa pubblica in periodo di recessione per compensare la caduta dei redditi e creare le premesse per la ripresa, mentre dovrebbe tendere ai surplus di bilancio durante i periodi di espansione e di elevata occupazione per evitare un eccessivo surriscaldamento dell’economia e impedire a monte fiammate inflazionistiche. La politica fiscale pro-ciclica fa invece esattamente il contrario, allungando i periodi di recessione e rallentando la ripresa con aumenti di tasse e tagli alla spesa pubblica, e allargando invece i deficit quando l’economia è in crescita, con conseguente riduzione degli effetti benefici delle politiche fiscali espansive quando queste diventano davvero necessarie e urgenti.


Tuttavia per stabilire se la politica fiscale di un paese è pro-ciclica o anti-ciclica abbiamo bisogno di un misuratore affidabile, che riesca ad eliminare gli effetti del ciclo economico in corso e altri fattori transitori e non strutturali. Iniziamo con la definizione del potenziale reale di crescita di un’economia, che è il livello reale di PIL che si avrebbe se l’intero sistema economico sfruttasse appieno i suoi fattori produttivi e seguisse i normali trend di crescita di lungo periodo. L’output gap è la differenza fra questo livello potenziale reale e il PIL nominale registrato effettivamente periodo per periodo. L’output gap è negativo durante i periodi di recessione, perché i fattori produttivi non sono sfruttati appieno, e positivo durante le fasi di espansione, perché in certi casi la domanda aggregata può superare l’offerta aggregata creando fenomeni inflattivi e i fattori produttivi vengono sfruttati oltre le loro normali capacità (si pensi per esempio agli straordinari richiesti ai lavoratori o al funzionamento eccessivo dei macchinari, anche durante gli orari notturni). In un’economia stabile ed efficiente è chiaro che l’output gap dovrebbe essere sempre pari a zero. In secondo luogo ricalcoliamo il bilancio pubblico scorporando gli effetti degli stabilizzatori automatici, quali le imposte sul reddito (maggiori entrate) e i sussidi di disoccupazione (maggiori uscite), che si mettono in moto spontaneamente espandendo i surplus durante i periodi di espansione e i deficit durante le recessioni. In questo modo otteniamo il saldo strutturale di bilancio, che è l’avanzo o il disavanzo fiscale che avremmo qualora l’economia avesse un output gap pari a zero. Decurtando adesso da questo primo saldo il pagamento degli interessi dal lato della spesa pubblica corrente, ricaviamo il saldo primario strutturale di bilancio. Se facciamo un’operazione in più, eliminando da questo ultimo saldo gli effetti delle misure una tantum come i ricavi derivanti da privatizzazioni e i condoni fiscali, otteniamo il saldo fiscale primario implicito (underlying primary fiscal balance).


Le variazioni del saldo primario implicito forniscono un quadro di riferimento più preciso sulle politiche fiscali adottate dal governo. Una corretta politica fiscale anti-ciclica dovrebbe spostare il saldo primario implicito verso i deficit durante le recessioni, mentre l'andamento di questa grandezza dovrebbe tendere verso i surplus quando l’economia attraversa una fase di espansione. Un’errata politica fiscale pro-ciclica agisce invece in modo opposto, perché amplifica i deficit del saldo primario implicito in periodi di espansione e tende verso i surplus durante le fasi recessive. Analizzando il grafico riportato sotto, dove vengono comparati i saldi fiscali primari impliciti di Stati Uniti e Grecia in relazione al corrispondente andamento degli output gap, si può notare che le politiche fiscali dei due paesi sono state entrambe pro-cicliche nell’ultimo decennio e in particolare nel periodo più profondo della crisi, dal 2009 in poi. I saldi primari impliciti tendono in entrambi i casi a muoversi verso i surplus quando invece dovrebbero espandere i loro deficit. 





Il grafico mostra come gli Stati Uniti abbiano mantenuto un output gap positivo per più di dieci anni, dal 1997 al 2008, compreso il breve periodo di recessione del 2001. La politica fiscale è stata nel complesso pro-ciclica durante questo decennio, perchè ha cominciato con un incoraggiante avanzo primario implicito del 3% del PIL e si è conclusa con un deficit primario implicito del -1,9%. Fra i fattori che hanno contribuito a determinare questo scarto del 4,9% verso il deficit bisogna includere i ben noti tagli fiscali generalizzati, le spese militari per la difesa dell’amministrazione Bush e l'espansione della copertura sanitaria del programma Medicare. Segue un breve periodo di politica fiscale anti-ciclica dal 2008 fino al 2010, che comincia con gli sgravi fiscali di Bush nella primavera del 2008 e continua con il pacchetto di stimolo fiscale dell'amministrazione Obama, approvato dal Congresso nel febbraio 2009.

Le misure di stimolo fiscale combinate con i tagli alle tasse probabilmente hanno ridotto la gravità della recessione, ma non sono stati sufficienti a garantire una ripresa sostenuta dell’economia. Uno dei motivi che hanno causato questo recupero troppo lento e graduale è da addebitare ancora una volta all’errata politica fiscale, che è tornata di nuovo a diventare pro-ciclica nel momento in cui doveva essere espansiva. Il pacchetto di stimolo fiscale e di spesa pubblica si è concluso nel 2012 e a causa del contorto meccanismo del Fiscal Cliff, dovuto al mancato accordo del Congresso sull’approvazione del bilancio federale, porterà ad un nuovo programma recessivo di tagli e aumenti delle tasse, che avrà l’effetto negativo di ridurre sostanzialmente il disavanzo primario implicito quando l’economia nel suo complesso pare essersi stabilizzata al di sotto delle sue prestazioni potenziali, visto che l’output gap risulta ancora negativo. Si prevede che questa tendenza verso la politica di consolidamento fiscale proseguirà per tutto il 2013 e il 2014, anche se gli Stati Uniti sono ancora lontani da raggiungere un dannoso surplus di bilancio. A conti fatti, sebbene le pressioni ideologiche e politiche di certi gruppi di potere abbiano costretto il governo americano a perseguire la rigida disciplina di bilancio nel momento meno opportuno rallentando indubbiamente la ripresa, ciò non ha ancora provocato un’improvvisa battuta d'arresto dell’economia come sta avvenendo altrove, soprattutto nell’eurozona.

Se la politica fiscale degli Stati Uniti non è stata sicuramente adeguata e all’altezza, quella adottata in Grecia, sulla spinta della trojka, è stata invece un tragico disastro. L’andamento generalmente pro-ciclico della politica fiscale in Grecia era stato simile, ma ancora più pronunciato rispetto agli Stati Uniti, durante il periodo di espansione dell’economia greca, dal 2002 al 2007, con l’output gap che balza dal -1,2% al + 7,4%. Durante questa fase in cui si doveva quantomeno compensare la crescita con un restringimento della spesa pubblica, la politica fiscale è stata invece fortemente espansiva, con il deficit primario implicito che aumenta dal -0,8% al -5,8%. Durante i successivi due anni, non appena il PIL greco ha cominciato a contrarsi, il governo ha provato a contrastare questa tendenza con una politica ancora più espansiva e il deficit primario implicito è aumentato fino al -10.3% del PIL. Poi sono arrivati i piani di “salvataggio” della trojka, le misure di austerità, il rigore suicida e le cose sono andate rapidamente in rovina.


Il momento chiave dell’inizio della fine della Grecia avviene nell’ottobre del 2009, quando con l’insediamento del nuovo governo, il primo ministro neo-eletto, George Papandreou, è stato costretto ad ammettere che la Grecia aveva falsato i dati di bilancio per rientrare nei parametri imposti dall'UE, con il disavanzo stimato per il 2009 che non era affatto del -3,7% del PIL, ma del -12,5%. Sotto le forti pressioni della trojka, il governo ha intrapreso così un programma di austerità d'emergenza che ha aumentato le tasse e ridotto la spesa pubblica. Nonostante le feroci proteste di piazza, già nel 2011 il saldo primario implicito era tornato in surplus e ha inesorabilmente continuato a salire fino ad oggi, quando si prevede che raggiungerà il 6,5% del PIL entro il 2013. Non sorprende quindi che tale politica fiscale fortemente pro-ciclica e contraria alle più elementari norme di buon senso, abbia spinto l'economia reale in caduta libera, con l’output gap previsto per il 2013 al -17.5% del PIL. Praticamente un’intera economia, un intero paese è fermo, con i fattori produttivi inutilizzati, con uno spreco ingiustificato di risorse umane e finanziarie, da sacrificare inutilmente sull’altare dell’austerità. E circostanza ancora più assurda quanto prevedibile, questo scempio politico e sociale non ha portato alcun risultato sulla strada tanto invocata del consolidamento fiscale, dato che il deficit di bilancio corrente per il 2013 dovrebbe attestarsi intorno al -5,6% del PIL, a causa soprattutto degli oneri finanziari e degli interessi da corrispondere ai creditori istituzionali o privati.


In buona sostanza, se dovessimo dare un giudizio complessivo alle politiche fiscali applicate dai due paesi, nè gli Stati Uniti nè la Grecia meriterebbero la sufficienza, perchè entrambi i governi hanno condotto politiche sistematicamente pro-cicliche. Come già anticipato, avendo sia la Grecia che gli Stati Uniti mantenuto ampi deficit primari impliciti nel periodo di maggiore espansione economica durante il primo decennio del 2000, si sono trovati poi con un insufficiente spazio di manovra fiscale per condurre un’adeguata risposta anti-ciclica quando il mondo intero è precipitato nella crisi finanziaria globale. Ma la vera differenza fra Grecia e Stati Uniti, che ha determinato gli attuali esiti divergenti, è stata la mancanza di sovranità monetaria, che ha costretto il governo greco a dichiarare default parziale sul debito pubblico, a pagare interessi esorbitanti sui propri titoli di stato, a chiedere un programma di salvataggio esterno, a subire le imposizioni folli della trojka e a non potere utilizzare lo strumento della svalutazione monetaria per rilanciare la propria economia, senza scaricare tutti gli oneri di aggiustamento sulle spalle dei lavoratori e dei cittadini. Facendo leva proprio su questo strumento giuridico-istituzionale prima ancora che economico-finanziario, in grado da solo di concedere ampia libertà di manovra delle proprie politiche fiscali e monetarie, gli Stati Uniti hanno invece potuto superare abbondantemente le prestazioni della Grecia durante lo stretto passaggio attraverso la crisi finanziaria globale.

E fin qui non abbiamo parlato degli effetti redistributivi delle politiche fiscali e monetarie, che sia negli Stati Uniti che in Grecia hanno ampliato a dismisura il divario fra i pochi ricchissimi e la massa indistinta di poveri e disperati. Non dimentichiamo infatti che malgrado il sostegno diretto all’economia reale, come nel caso degli aiuti di stato all’industria automobilistica, negli Stati Uniti le operazioni di quantitative easing di salvataggio delle banche, degli investitori finanziari e della borsa di Wall Street sono stati notevolmente maggiori di qualsiasi manovra fiscale espansiva messa in campo dal governo. Eppure, nonostante questa evidente disparità redistributiva, la coesione sociale e l’autorevolezza delle istituzioni democratiche nel continente americano sono state ampiamente garantite, cosa che non si può dire nell’eurozona, dove i dubbi sulla legittimità degli apparati sovranazionali di Bruxelles e delle loro direttive autarchiche continuano a cozzare con i principi fondamentali delle costituzioni democratiche e a creare ampie sacche di dissenso e mobilitazione nel popolo vessato. E se proprio vogliamo fare un esempio di come la sovranità monetaria possa funzionare ancora meglio in senso democratico, consiglio di rivolgere l’attenzione verso il Giappone e di leggere l’interessante dossier curato da Renato Brunetta (quando si dice che il centrodestra sta superando a sinistra il patetico e inqualificabile centrosinistra italiano!).


In poco più di tre mesi il nuovo governo guidato dal primo ministro Shinzo Abe ha cambiato il pluriennale trendnegativo del paese nipponico, agendo sulla monetizzazione dei deficit pubblici, favorendo una svalutazione del cambio, costringendo la banca centrale a mantenere una politica monetaria espansiva di bassi interessi e acquisti illimitati di titoli sia sul mercato primario che secondario per stimolare il credito bancario alle imprese produttive, programmando un grande piano di spesa pubblica e infrastrutture per la ricostruzione delle regioni colpite dallo tzunami del 2011, stabilendo misure per la competitività, l’innovazione e lo sviluppo delle aziende, finanziando investimenti necessari a rafforzare la sicurezza e lo stato sociale, l’occupazione, la sanità, l’istruzione. Questo è in sintesi il modo più corretto in cui può e deve funzionare una democrazia vera, moderna, efficace, che senza smantellare l’industria finanziaria e bancaria, la mette invece al servizio del benessere collettivo. E ribadiamo che questo tipo di democrazia si può costituzionalmente conseguire soltanto mantenendo la propria sovranità monetaria. Non esiste altro modo per difendere l’equità, la giustizia sociale, la libertà di impresa, la capacità del governo di contrastare le crisi economiche e invocare istanze democratiche dal basso senza queste premesse.Non esiste democrazia senza sovranità monetaria. Tutto il resto è robaccia varia, arte del compromesso e della mistificazione, difesa ad oltranza dei privilegi e delle posizioni dominanti, delicati equilibrismi da professionisti della menzogna. Eurozona insomma.