mercoledì 11 febbraio 2015

Aridatece li sordi!


Dopo il (breve) periodo di solidarietà con Tsipras e la Grecia, appena il neo Ministro delle Finanze greco Varoufakis ha ventilato l'ipotesi di non restituire il debito accumulato dal suo Paese con gli aiuti del Fondo Salva Stati e del MES, un solo grido si è levato dal cuore (?) dei giornalisti, dei commentatori e dei politici di governo italiani: aridatece li sordiiii!!!

E sì, perché la solidarietà politica per chi, pur male e confusamente, si erge, o tenta di farlo, contro il dominio teutonico dell'Europa e contro il suo "bravo" (Troika) è un conto, ma quando si parla di circa 40 miliardi di euro (ma sono meno) che avremmo elargito per il salvataggio dello Stato ellenico e che rischiano di evaporare, allora tutti amici, ma i patti si rispettano, come ha precisato l'ineffabile Renzi.

Ed allora ecco che il povero popolo greco, del quale si piangevano le miserie e la perdita di quasi ogni diritto civile, diventano quelli che "hanno le pezze al culo perché in fondo sono corrotti" come ha mirabilmente sintetizzato Sabina Guzzanti in un tweet. Ma tutti questi indignati fustigatori hanno un idea di chi ha goduto di questi fondi e perché?

Come ormai ben sapete, o dovreste, il meccanismo dell'ESF prima e del MES dopo si basa sul principio della messa a garanzia di una somma, derivante dai versamenti effettuati dai singoli aderenti alla UEM che sono proporzionali alla grandezza del Paese (noi siamo i terzi contributori, dopo Germania e Francia), per emettere titoli di finanziamento a breve con il ricavato dei quali si sostengono con prestiti gli Stati che chiedono l'aiuto del Fondo. Tale aiuto è condizionato al rispetto di un "memorandum", ovvero di direttive precise economiche che il Paese in difficoltà dovrà rispettare per ottenere ulteriori tranches di finanziamenti. Ora, come vengono impiegati questi finanziamenti? I fondi precedenti al MES, come il EFSF (European Financial Stability Facility), dei quali ha usufruito anche la Grecia, sono andati a risanare il settore bancario dei Paesi che avevano visto collassare i loro bilanci per colpa dei troppi prestiti non ripagati dal settore privato, prestiti che erano stati finanziati dalle banche degli Stati del Nord Europa, Germania e Francia in testa, come si può vedere dalla composizione del debito estero greco



Al momento dello scoppio della crisi vi era un'esposizione verso il settore bancario francese di circa 56 mld e verso quello tedesco di circa 30 mld, poi in ordine di importanza vi erano gli inglesi e gli olandesi. Il settore bancario italiano era esposto per poco meno di 5 mld. Dopo la tranche di aiuti del 2011 il debito francese, che già si era ridotto, praticamente scompare e quello tedesco si riduce a pochi miliardi. In altre parole il settore bancario privato francese e tedesco, grazie agli aiuti elargiti da tutti gli Stati facente parte dell'Unione Monetaria, rientrano delle loro esposizioni con la Grecia. E' vero che i contribuenti tedeschi e francesi hanno dovuto versare la quota maggiore di contributi al EFSF, ma ciò che sfugge, e che i loro governanti si guardano bene dal rammentare, è che questi contributi sono serviti a salvare il loro settore bancario che si era pericolosamente ed imprudentemente esposto finanziando quello greco, di fatto quindi risparmiando notevolmente sui sussidi che sarebbero stati costretti a versare se avessero dovuto fare da soli. Il calcolo è che complessivamente i francesi abbiano risparmiato il 50% di spesa, mentre i tedeschi il 33% circa (considerando l'utilizzo dell'escamotage Target2, qui perfettamente illustrato).

Volete indietro i soldi? Allora telefonate a Holland e la Merkel e protestate vivamente: sono certo che saranno comprensivi...

giovedì 22 gennaio 2015

Kaboom! QE? Draghi sugnu...


Quantitative Easing, per gli amici QE, è l'ultimo argomento di moda (nei peggiori bar e (tele)giornali...).

Conosciuto anche come "il bazooka di Draghi" tutti i TG di oggi lo presentano come l'arma finale per far ripartire la crescita, sconfiggere la recessione, allontanare il rischio (?) di deflazione e spingere di nuovo su i consumi. Praticamente l'equivalente economico dell'elisir di lunga vita...

Ma che cos'è il QE? E perché non c'hanno pensato prima a questa bomba "fine di mondo (gramo)"?

Il quantitative easing è una manovra strettamente monetaria con la quale una Banca Centrale si impegna all'acquisto massiccio di titoli, di solito di Stato, per un periodo di tempo determinato, ma piuttosto lungo. Il risultato è che si immette una gran quantità di denaro nel circuito finanziario, nel presupposto che esso scarseggi e che sia questa scarsità a frenare gli investimenti ed i consumi. Quindi si "spara" denaro per aumentarne la massa in circolazione, cosa che dovrebbe portare ad un aumento dell'inflazione, sconfiggendo il rischio di deflazione, ed ad un aumento di disponibilità monetaria per gli operatori economici che avrebbero così più facilità di ricevere prestiti dalle banche.
A cascata ciò porterebbe ad un aumento degli investimenti, quindi dei posti di lavoro, quindi dei redditi, quindi dei consumi. Bello, no?

E siamo alla seconda domanda: perché hanno aspettato tanto? Perché in Europa c'è chi teme l'inflazione e vede nell'acquisto di titoli di uno Stato un aiuto allo Stato stesso, che piazza facilmente il suo debito, con il rischio di condividere con lui il "rischio Paese", ovvero che quei titoli in pancia alla BCE perdano valore se quello Stato fa default, e non onori il suo debito (non ci vuole Poirot per capire chi è "chi"...).

Siccome "chi" è piuttosto influente la BCE ha deciso che solo il 20% del QE sarà condiviso, mentre il rimanente 80% sarà onore ed onere delle BC dei singoli Paesi, le quali acquisteranno i titoli di Stato e ne risponderanno con i loro assets (leggi riserve auree e monetarie).

Prima di indignarvi per la mancanza di cooperazione (che non c'è mai stata dall'inizio di questa sedicente Unione Europea) vi do una notizia: il QE di Draghi non servirà a (quasi) niente.

Non lo dico io, che sono un dilettante (nel senso che mi diletto) di economia: lo dice qualche commentatore più qualificato, come Frances Coppola, Alberto Gallo (head of macro credit research at RBS) e... la BCE!

Frances Coppola in due splendidi articoli che vi invito a leggere "The fiscal theory of monetary expansion" e "Let's all play QE" ci dice sostanzialmente che il semplice stimolo monetario, senza un conseguente stimolo fiscale (spesa a deficit e/o riduzione tassazione), non può stimolare domanda e redditi, crea tensioni sui cambi con i partner finanziari e commerciali, soprattutto se la loro moneta ha un cambio fisso con l'euro, ed ha un effetto deflattivo, non inflattivo!

Alberto Gallo in "ECB QE will not make Europe a good investment" afferma sostanzialmente lo stesso, ovvero se gli Stati non fanno politiche espansive il QE non ha effetti nell'economia reale se non un momentaneo stimolo all'export extra UE per l'indebolimento dell'euro, creando solo aspettative di ulteriori iniezioni di liquidità nel mercato finanziario (come in Giappone) e la creazione di "bolle" mobiliari, spingendo su il prezzo ed il rendimento in conto capitale dei titoli.
Ciò favorirebbe il 10% circa della popolazione europea, detentrice di significative quantità di titoli; sfortunatamente questo 10% è quello che ha una propensione marginale al consumo 3 volte meno del 50% più povero della popolazione, rendendo di fatto ineffettivo lo stimolo derivante dal maggior reddito da capitale. (la propensione marginale al consumo sarebbe quella quota di maggior reddito che un soggetto destina al consumo. Intuitivamente più è il reddito di base, meno il suo incremento va ad aumentare i consumi: chi è più ricco se guadagna di più non consuma molto di più, differentemente dal povero che consuma gran parte del maggior reddito).

Chi ci fornisce questi numeri? Ma la stessa BCE, in un suo studio di marzo 2014 (citato da Gallo). In definitiva quindi lo studio della BCE ci dice che il QE della BCE... non funzionerà, se non per arricchire chi è già benestante e, aggiungo io, per comprare tempo agli Stati in difficoltà, rimandando l'inevitabile default o l'uscita dall'euro.

Non è fantastico? Buon QE a tutti...!

martedì 20 gennaio 2015

Fact checking: Passera e gli interessi sui mutui

"Se usciamo dall'euro gli interessi dei mutui, non dico 10, ma almeno 5 volte aumenterebbero" "poi avremo dei debiti in euro da ripagare con le lire" (Passera, Piazzapulita del 19.1.15)

Questo sarebbe un banchiere. Uno che non sa neanche come sono fatti i mutui, la legge che regola i pagamenti e soprattutto che non conosce la determinazioni ed i tipi di interessi in vigore. O forse sì?

Per Passera e per voi affezionati lettori ecco qualche utile chiarimento.

I mutui sono principalmente di due tipi: a tasso fisso ed a tasso variabile. Se uscissimo dall'euro cosa accadrebbe? Mettiamo che il nuovo governo in carica decide di fare il grande passo ed abbandonare l'euro per adottare le "lirette" (nome scelto per far piacere a Mieli, Zucconi ed altra genia eurista; d'altronde chiamarle "bungalire" come simpaticamente le definisce quel mattacchione di Scacciavillani mi sembrerebbe eccessivo...). Immediatamente tutti i rapporti denominati in euro e retti da legislazione italiana o anche esteri senza una valuta espressamente indicata come unica fonte di pagamento, con clausola "effettiva" o similare, vengono convertiti nelle nuove lirette, con un tasso di conversione 1/1, se non vogliono far impazzire i contabili. Quindi i mutui del cittadino qualunque (che è l'oggetto delle attenzioni "pelose" degli euristi) si trasformano per il futuro in mutui in lirette, sia per gli interessi che per la sorte.

Il Governo poi saggiamente, per non rovinare i suoi cittadini, fa un decreto, con il quale, in deroga all'art.1278 c.c. stabilisce che i debiti già esistenti che andranno a scadere saranno pagati con valuta calcolata al momento della conversione, e non al momento della scadenza del debito. Ciò significa che il creditore avrà la valuta senza la eventuale successiva rivalutazione o svalutazione intercorsa. Ti devo mille euro tra tre mesi, e tra tre mesi ti darò mille lirette, qualsiasi sarà all'epoca il rapporto di cambio. Non è un grande sacrificio, e comunque fa parte del rischio di valuta.

Torniamo ai mutui: il mutuatario vedrà quindi il suo mutuo in euro trasformato in lirette. Ma gli interessi? Ci sono due possibilità: se sono a tasso fisso, nulla questio; devo un 4% fisso e quindi pagherò un 4% fisso. Mi sembra logico ed intuitivo. Se è a tasso variabile, questo di solito è composto da due parti: un tasso fisso e una parte determinata sull'Euribor, ovvero l'Euribor + una percentuale fissa di aumento. La parte fissa rimane fissa, mentre per l'Euribor ci sono due possibilità: essendo un tasso formato da una media dei tassi di prestito interbancario di un paniere di banche europee, o l'Italia, non facendo parte più dell'euro, esce dal paniere, e quindi l'Euribor andrà calcolato sul restante panel di banche, oppure l'Italia resta nel paniere e, l'eventuale aumento del tasso di interesse che dovrà pagare la banca nel panel per rifinanziarsi da altre banche europee, entrerà nel calcolo del tasso Euribor.

Ora se il paniere è composta da circa 40 banche, l'aumento dei tassi di 4 (tante sono le italiane nel panel) quanto incide sul totale? 1/10. Quindi, può l'Euribor aumentare di 5 volte, partendo mettiamo dal 0,5%? Ci vorrebbe un tasso interbancario applicato alle banche italiane del 20%, perché ciò avvenga... Può aumentare di 4 volte? No. Di 3? No. Di 2? forse, sarebbe un tasso del 5%, alto ma non impossibile.

La verità è che anche un aumento significativo del tasso di rifinanziamento delle banche italiane inserite nel paniere, diluendosi nella determinazione media porterebbe ad un aumento dell'Euribor probabilmente di un punto percentuale, a parità delle altre condizioni, quindi un aumento del tutto accettabile per chi ha un mutuo variabile, considerando il miglioramento economico che a medio termine dovrebbe procurare l'uscita dal cappio dell'euro e dei suoi parametri.

Il tasso complessivo aumenterebbe di 5 volte, come ipotizzato da Passera? Evidentemente no. Come il prezzo della benzina è solo per il 25% influenzato dal costo del petrolio, così un tasso variabile vedrebbe l'aumento dell'Euribor di un punto influenzare il proprio tasso solo di una percentuale, rimanendo uguale la parte fissa (spread) del tasso applicato.

Per tutti gli altri rapporti debito/credito c'è la famosa Lex Monetae, già esaminata. Sintetizzando: NESSUNO e sottolineo NESSUNO potrebbe richiedervi il pagamento in euro del vostro acquisto ancora pendente (auto, ad esempio) o derivante da contratto in essere (rateale, di durata, ecc.) perché non sarebbe più una moneta avente corso legale in Italia, e NESSUNO potrebbe rifiutare un pagamento in lirette. Se poi avete fatto un contratto sotto legislazione estera probabilmente avevate i vostri buoni motivi e comunque avete affrontato un rischio consapevolmente. Si chiama rischio di impresa.

Questa è la meno immaginifica e mirabolante, ma più tranquilla realtà.

Anche Passera passerà...

venerdì 16 gennaio 2015

The neverending story



Vi ricordate il film "Neverending story"? E' un fantasy degli anni '80 per bambini dove un ragazzino veniva risucchiato da un libro dentro il mondo di Fantàsia per affrontare la minaccia dall'Oscurità (The Nothing in originale) che, come una coltre, stava coprendo tutto e distruggendo quel mondo. Ecco, la storia della crisi che l'Italia sta vivendo è molto simile: anche qui c'è un'oscurità (economica) che sta man mano distruggendo il nostro Paese e sembra non avere fine. Sono ormai sei anni che siamo in crisi e non se ne vede l'uscita: vediamo per capire come è l'andamento dei principali indicatori economici al 2014

grafico 1

grafico 2

grafico 3

grafico 4

grafico 5

grafico 6

Potrebbe andare peggio... potrebbe piovere. (Marty Feldman).

Ad ulteriore conforto (...) vi annuncio che il 2014 si è chiuso con un rapporto Debito/PIL che sfiora il 138% con una contrazione consolidata del PIL dello 0,4 (dati ISTAT).

E' evidente che con questi dati la svolta nel 2015 non vi sarà, nonostante i soliti proclami: " Nel 2015, la variazione del Pil tornerà debolmente positiva (+0,5%), chiudendo la lunga recessione del triennio precedente. Per il 2016 è previsto un consolidamento della crescita economica (+1%), che si dispiegherà a ritmi inferiori a quelli dei più dinamici concorrenti europei ed internazionali." (ISTAT Le prospettive per l'economia italiana 2014-2016 p. 3).

Perché non riusciamo ad uscire dalla crisi? Eppure il governo Renzi sta facendo tutto quello che ci viene chiesto dagli organismi politici ed economici internazionali: riforma del mercato del lavoro, riforme istituzionali per snellire l'iter burocratico legislativo, tagli alla spesa pubblica... Ecco, appunto: il governo Renzi sta facendo tutto quello che non serve per uscire dalla crisi, ma anzi ne peggiora ed amplifica gli effetti.

Vediamo perché.

1. Riforma del mercato del lavoro (Jobs Act)

Ne abbiamo parlato, Questa riforma agisce in due direzioni: da una parte rende flessibile l'entrata nel mondo del lavoro, con il contratto a tutele crescenti, dall'altra facilità l'espulsione del lavoratore, con l'applicazione attenuata dell'art. 18 Statuto Lavoratori. Questo dovrebbe favorire l'assunzione di nuovi lavoratori, non avendo il datore di lavoro il timore di "sposare" il lavoratore, offrendogli un contratto a tempo indeterminato e rendendo meno onerosa e soprattutto definitiva la sua uscita.

Risolve i problemi che abbiamo evidenziato? Assolutamente no. Le imprese assumono ed hanno sempre assunto considerando l'utilità marginale del lavoratore, ovvero, in parole più semplici, quanto può incrementare il reddito l'utilizzo di quel lavoratore in rapporto al suo costo. Ciò evidentemente dipende dalla domanda di beni che l'imprenditore si aspetta di dover soddisfare; ora in una conclamata crisi di domanda (vedi grafico 3) l'impresa non ha alcuna convenienza ad assumere e ad incrementare una produzione che già è eccessiva rispetto alla richiesta. Il fatto che possa produrre anche a costo inferiore non modifica questa situazione, poiché la crisi di domanda è crisi di reddito (come si vede dal grafico 1 del PIL), ne consegue che questa recessione non deriva se non in minima parte dal fatto che il consumatore, aspettandosi prezzi futuri più bassi, dilaziona gli acquisti, ma semplicemente dal fatto che non vi sono i soldi per procedere agli acquisti. Punto.

Gli imprenditori questo lo sanno, ed infatti nel grafico 3 si vede che sono crollati i consumi anche per gli investimenti, dato che comprare macchinari nuovi per tenerli inutilizzati o sottoutilizzati non è economicamente logico. Se quindi si interviene solo dal lato dell'offerta (costo del lavoro) non si risolve il problema, che è dal lato della domanda: Il poco compianto (politicamente parlando) Monti ed i suoi successori Letta e Renzi hanno (per ragioni che abbiamo già esaminato) distrutto i nostri redditi (come simpaticamente ha ammesso Monti intervistato dalla CNN) e quindi la nostra capacità di spesa e non è producendo più beni od anche a minor costo che si supera la crisi.

Che il Jobs Act non funzionerà lo dicono i precedenti storici: nonostante la moderazione salariale degli ultimi anni e l'incremento dell'utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato (che ha superato quelli a tempo indeterminato) e quindi della flessibilità tanto invocata, la disoccupazione è continuata a salire (grafico 4).

2. Riforme istituzionali

Si è detto che l'iter di approvazione delle leggi è lungo ed inutilmente complesso, con due Camere che duplicano le funzioni legislative: da qui la riforma che elimina il Senato come Camera legislativa e la fa diventare un'assemblea con competenze minori, occupandosi solo di alcuni tipi di leggi, e sostanzialmente diverse, diventando una specie di tramite per le istanze degli Enti locali. E' questa la soluzione di un vero problema che ha impedito di agire per contrastare la crisi? Chiaramente no, e che sia un falso problema lo dimostra un semplice dato: l'incremento abnorme dell'uso dei decreti legge da parte degli ultimi governi, Vediamo qualche dato tratto dal sito del Senato :

2008  DL approvati Camera   49 / Senato   58 / Comm. Camera   5 / Comm. Senato   5
2009  DL approvati Camera 102 / Senato 113 / Comm. Camera 41 / Comm. Senato 27
2010  DL approvati Camera 109 / Senato   80 / Comm. Camera 25 / Comm. Senato 11
2011  DL approvati Camera 143 / Senato   90 / Comm, Camera 14 / Comm. Senato 20
2012  DL approvati Camera 133 / Senato 126 / Comm. Camera 53 / Comm. Senato 29

Ora il DL dovrebbe essere uno strumento da utilizzare per ragioni d'urgenza che non permettono l'attesa dei tempi ordinari legislativi: come si vede dal 2009 l'utilizzo di tale strumento si è più che raddoppiato ed è diventato la fonte principale di legislazione. Evidentemente la crisi economica ha costretto i governi che si sono succeduti a legiferare d'urgenza ed il Capo dello Stato a "chiudere un occhio" sull'esistenza dei requisiti di ammissibilità, ma proprio per questo non può essere stata la lunghezza degli iter legislativi (che sono stati bypassati) ad aver impedito o ad impedire l'attuazione di norme efficaci a contrasto della crisi.

Le altre riforme in cantiere (legge elettorale, eliminazione Province, numero dei deputati) possono forse migliorare il funzionamento dell'apparato statale (personalmente ne dubito), ma hanno un impatto zero sulla situazione economica.

3. Tagli alla spesa pubblica

Ormai dovreste averlo capito: questa è attualmente una crisi di domanda causata da politiche di riduzione dei redditi, per contrastare uno squilibrio nella bilancia dei pagamenti originariamente causato da un eccesso di indebitamento del settore privato con l'estero (Se siete nuovi o non vi è ancora chiaro andate sulla maschera di ricerca di questo blog per cercarvi i post che trattano la questione o partite semplicemente da zero. Tranquilli, ce la potete fare...).

In questo contesto tagliare la spesa pubblica, che è domanda, sia diretta, perché la PA chiede beni e servizi per la sua attività, sia indiretta, perché fornisce redditi ai suoi dipendenti, redditi che vengono spesi nel mercato privato e diventano quindi guadagno privato, significa togliere ancora più risorse disponibili al consumo e, grazie al moltiplicatore keynesiano, porta ad una contrazione del PIL che è maggiore del risparmio di spesa, con la bella conclusione di innalzare il rapporto debito/PIL, perché diminuisce il denominatore più di quanto faccia il numeratore.

Le vere ragioni dei tagli le abbiamo viste quando abbiamo parlato più volte di privatizzazioni (solito consiglio: maschera di ricerca) ed evidentemente non hanno nulla a che fare con la crisi, se non che per qualcuno la crisi è una ghiotta occasione per arricchirsi.

Se queste quindi sono le azioni a contrasto del declino economico che ci affligge prepariamoci ad una "storia senza fine" da tramandare ai nostri figli ed ai nostri nipoti: d'altronde a ben pensarci abbiamo già The Nothing che ci governa...



giovedì 8 gennaio 2015

L'attacco finale


Siamo alla resa dei conti.

Dopo l'attacco indiretto portato dal M5S, sotto le spoglie accattivanti e superficialmente giuste del c.d. reddito di cittadinanza, che non è un vero reddito di cittadinanza e proprio per questo provoca effetti distorsivi e deflattivi, come si può vedere qui, arriva l'attacco diretto e definitivo al lavoro, il vero bersaglio di tutte le politiche liberiste attuate negli ultimi 40 anni in Italia. Per capirlo basta guardare questo grafico:

Fonte: Goofynomics
E' dalla fine degli anni '70 che la quota salari sul prodotto interno ha cominciato a calare progressivamente fino ad arrivare a livelli pre anni '60, con un lieve recupero nei primi anni dell'euro (quando l'economia tirava, drogata dal debito estero) fino allo scoppio della crisi. Ciò significa che da allora il conflitto distributivo è andato a favore del capitale, il quale si è appropriato, con l'incremento della quota dei profitti, dell'aumento della produttività, fino alla fine degli anni '90. Lo si vede bene qui:

Fonte: Goofynomics

la "pancia" fra le due linee rappresenta l'incremento della quota salari rispetto all'incremento della produttività: come si vede la quota salari aumenta più che proporzionalmente della produttività, recuperando così a proprio favore la quota di distribuzione del reddito, fino al 1980, poi comincia a calare in termini reali, ovvero cala più dell'incremento della produttività, perdendo mano a mano quota fino al 1997, quando le curve si incontrano e procedono parallelamente fino allo scoppio della crisi.

Tenete presente che, in un mondo capitalistico perfetto, in presenza di un giusto salario, le due curve dovrebbero precedere accostate parallelamente, come è avvenuto dal 2000 al 2008, ovvero ad un incremento di produttività dovrebbe corrispondere un pari aumento dei salari, cosa che sosterrebbe la domanda globale di beni e permetterebbe di assorbire la produzione e di rendere stabile la crescita (non contando nel consumo per semplicità le esportazioni e le importazioni). Quindi quello che è accaduto è che, con le lotte sindacali negli anni '70 i lavoratori hanno migliorato a proprio favore il conflitto distributivo, orientandolo maggiormente verso i salari ed ottenendo così degli aumenti reali di reddito (cioè maggiori rispetto alla produzione) per circa un decennio, poi gli industriali e gli altri detentori di capitale hanno spostato a loro favore tale conflitto aumentando la quota di reddito destinata al profitto.

E' una particolarità tutta italiana? No, quello che è successo in Italia è il riflesso di quello che è successo in tutte le economie avanzate nello stesso periodo: in tutto il mondo vi è stata una "controffensiva" del capitale sul lavoro:

Fonte: Sinistrainrete     Dati: AMECO Commissione Europea
La linea nera rappresenta il tasso di profitto rispetto al PIL (scala di sinistra) delle tre economie più avanzate, ovvero USA, Europa e Giappone (media ponderata), mentre la linea grigia il tasso ponderato di incremento della produttività delle tre zone (scala di destra). Come si vede a partire dagli anni '80 il tasso di profitto decolla, nonostante la produttività vada calando, aumentando sempre più la propria quota sul PIL. Il conflitto distributivo pende quindi a favore del profitto a scapito del lavoro.

Da notare che, anche dopo la crisi e l'austerità indotta, il tasso di profitto rimane comunque ben più elevato della produttività; ciò significa che vi sono aziende che continuano ad avere un buon tasso di profitto che non è stato intaccato dal calo della domanda globale, ma che si è mantenuto grazie al crollo dei salari ed alla disoccupazione. Ciò significa anche che per alcune aziende la crisi è comunque un'opportunità di guadagno (un esempio lo trovate in questo articolo) e queste aziende e gli uomini che le rappresentano non si dannano certo l'anima per cambiare o far cambiare tale situazione. Questo vi dovrebbe spiegare molte cose...

In questo quadro il Job Act di Renzi trova una sua perfetta collocazione: con il contratto a tutele crescenti si è infatti riuscito a trasformare il contratto a tempo indeterminato, ultimo baluardo delle lotte sociali degli anni '70 - con la sua stabilità e sicurezza garantita dallo Statuto dei Lavoratori - in un tipo particolare di contratto precario, lasciando quindi alla mercé del datore di lavoro la durata e soprattutto la qualità del rapporto lavorativo.

A parte infatti quanto emerge dallo studio della UIL, citato fra gli altri in questo articolo, che spiega il "lato oscuro" del rapporto indennizzi/incentivi, per cui si rischia che sia conveniente per le imprese assumere e poi dopo due/tre anni licenziare il lavoratore, il problema vero del nuovo contratto a tempo indeterminato è dato dal fatto che il dipendente non ha più la stabilità del contratto come base diciamo "negoziale" per i suoi rapporti con il datore di lavoro. Sottostando alla possibilità di essere licenziato senza obbligo di motivazione (non applicandosi l'art. 18, neppure nel testo rimaneggiato e depotenziato che esce dalla riforma), se non una generica e soggettiva non idoneità al lavoro, è evidente che il dipendente per i primi anni sarà totalmente succube del proprio datore, il quale lo utilizzerà come ritiene più opportuno, sia riguardo all'orario, sia riguardo alle modalità di svolgimento dei compiti assegnati e soprattutto riguardo alla paga, che può essere non a caso oggetto di accordi aziendali.

Questa riforma ci porta quindi più vicino agli USA ed all'etica liberista che permea i contratti di lavoro oltreoceano, aggravato dal fatto che il NAFTA (l'accordo di libero scambio Nord Americano), come abbiamo visto, ha tirato giù ulteriormente i salari degli americani, messi in competizione con i lavoratori messicani (ed è quello che ci toccherà con il TTIP), ed è appunto l'attacco finale al concetto di lavoro come diritto di cui all'art. 4 Cost. (e non come favore), e ad una retribuzione che garantisca un'esistenza libera e dignitosa di cui all'art. 36 Cost., che sono la base della nostra società e del nostro assetto economico costituzionale.

A chi giova questa riforma? Agli stessi che abbiamo già visto quando abbiamo parlato di art. 18 dello Statuto: basta rileggersi l'ultima parte di quell'articolo per avere le risposte (un po' di impegno dopo la pigrizia delle feste...)

Buona lettura.


mercoledì 31 dicembre 2014

Considerazioni di fine anno: la democrazia è faticosa e, per alcuni, fastidiosa



Stavo scrivendo un post "tecnico" sul lavoro (sarà un viatico per iniziare bene il 2015...) quando, girellando un po' su Facebook - che non amo (mi perdoneranno gli amici che ho su FB) perché molto spesso è una sentina di livore ed autorazzismo, pieno, se va bene, di facciamoqualcosismo e bisognaunirsituttiperlaPatria (salvo dividersi poi ferocemente per un pur minimo diverso "credo" sovranista), se va male di vimeritatetutto e sietedeirivoluzionaridatastiera (gli altri, naturalmente) - girellando, dicevo, mi sono imbattuto, prima nella proposta lanciata da Scenari Economici di candidare il buon Rinaldi a Presidente della Repubblica (hai il mio voto, Antonio!), pieno di commenti del tipo "magari, ma gli italiani sono pecoroni e pigri e menefreghisti e cinici, quindi è tutto inutile", poi nel post di Arlette Zat che riportava un post di Bagnai con una frase meravigliosa che probabilmente conoscerete, ma che riporto per quei pochi che ignorano Goofynomics:

"Noi avremmo il diritto di sbattercene dell'economia, come della medicina, o della botanica. In una democrazia normalmente costituita dovrebbero essere i politici a doverla capire, l'economia, per indirizzare il paese secondo il mandato politico ricevuto dagli elettori. Non starebbe agli elettori farsi carico di conoscere tutto lo scibile, la Repubblica dei filosofi non esiste perché non può esistere, la funzione alta della politica dovrebbe proprio essere questa, questo tipo di mediazione culturale."

Successivamente ho letto la domanda secca di uno che, rivolgendosi agli "economisti" (che sono ormai le moderne Sibille), chiedeva in pratica "glie 'a famo?" con conseguenti risposte/commenti del tipo "siamo spacciati", condite dal solito "colpa di chi non si informa e vive serenamente beato e italianimerdesimeritanotutto" (scritto probabilmente da un Pari inglese...).

Non so a voi, ma a me l'insieme di questi elementi mi ha spinto ad una riflessione: la democrazia è faticosa. A questa si è collegata una seconda, un tantino meno ovvia: la democrazia non è compatibile con un capitalismo di tipo liberista.

Questa seconda affermazione, mi direte, non è nuova: già J.P. Morgan, in un suo paper aveva chiarito che le Costituzioni democratiche dei Paesi del Sud Europa, nate dalle lotte contro la dittatura, erano incompatibili con l'applicazione di politiche liberiste "pure" come quelle che vuole implementare la UEM; la differenza però è in un non trascurabile dettaglio: non una democrazia di impianto sociale/socialista è incompatibile, ma la democrazia tout court. Che è un bel passo avanti.

Partiamo però dalla prima questione: la democrazia è faticosa, perché presuppone una coscienza ed una capacità di comprensione che solo una formazione culturale solida di base dà e obbliga ad interessarsi di quello che accade al di fuori del nostro vissuto quotidiano. Il primo punto spiega anche perché la democrazia non è esportabile, come fosse un pacco regalo, a Paesi che per il loro percorso storico non hanno ancora una sufficiente alfabetizzazione di massa o comunque le condizioni socio-culturali per svilupparla: la democrazia è una pianta che ha bisogno di trovare il terreno adatto. Ma non basta. La pianta va innaffiata con la partecipazione collettiva, quella che viene chiamata opinione pubblica, che permetta di valutare le scelte politiche ed indirizzare tali scelte con il voto consapevole. 

Qui però sorge il problema: se un cittadino ha legittimamente il diritto di non essere un esperto di economia, di diritto, di non essere un filosofo, come dice giustamente il professor Bagnai, perché dovrebbe darsi la pena di essere informato, che già ha il suo lavoro che lo impegna e tanti altri pensieri per la testa? Perché la democrazia rappresentativa, come descritta dal noto economista, forse sta mostrando dei limiti invalicabili e per salvarci dobbiamo faticare di più

Il discorso di Bagnai è teoricamente corretto, ma presuppone che vi sia una categoria di cittadini, i politici, che, delegati appunto dal popolo a curare gli interessi della Nazione, lo facciano con dedizione, altruismo, capacità ed onore (questo riecheggia non a caso il contenuto dell'art. 54 Cost. "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore"). In altre parole tali cittadini (primi inter pares) dovrebbero studiare e capire le materie di cui sopra, per decidere cosa è meglio per il popolo. Si dirà: ma non devono diventare dei tuttologi, ci sono i tecnici, ovvero gli esperti, i quali dovranno fornire gli strumenti, già elaborati, per poter decidere. Giusto, ma come si può giudicare un parere tecnico, senza avere almeno dei rudimenti della materia, magari per contrastare un certo parere? Vedete, è il problema che hanno nel processo i Giudici con i consulenti tecnici, quando devono decidere: mi affido totalmente e con fiducia alle conclusioni del perito (e quindi decido secondo il SUO parere), o cerco di capire il contenuto della perizia, magari perché ci sono dei punti critici e non condivisibili (e decido secondo il MIO parere)? Un vecchio brocardo definisce il Giudice "peritus peritorum" e questa è/dovrebbe essere la linea prevalente: il magistrato è il "perito dei periti" e sta a lui l'onere e l'onore di decidere se conformarsi o meno al risultato della perizia, naturalmente motivandolo.

Anche il politico quindi e a maggior ragione, dovendo decidere dell'interesse di tutti, non di poche parti, dovrebbe essere un peritus peritorum e voi capite la difficoltà in una realtà estremamente complessa come l'attuale. Questa difficoltà tra l'altro è ciò che ha portato negli anni '80 ed ancor più oggi al mito del "governo tecnico" caldeggiato, come sempre, dai liberisti: se il politico non ci arriva e vede solo il suo interesse privato e quello delle clientele ad esso legate, allora che vadano a governare i "tecnici", scevri da ogni interesse politico-elettorale, che sanno cosa bisogna fare e possono, appunto per la loro neutralità, agire senza condizionamenti. Per la critica a questo pensiero, soprattutto per la dimostrazione della "fallacia dell'ottimo economico" vi rimando al libro di Bagnai, appena uscito, "L'Italia può farcela"; qui ci limiteremo a dire che la politica ha una funzione inalienabile di indirizzo che deve essere preservata. Ma per preservarla occorre che i politici siano preparati e mediamente colti, ovvero che vengano scelti con criteri di merito e capacità. E qui il sistema democratico rappresentativo mostra già dei limiti. Sono ormai decenni che la classe politica scelta o imposta ai cittadini o non è all'altezza del suo compito o tradisce il mandato popolare, per interessi di una sola parte, di solito chi paga la campagna elettorale e può garantire una lunga carriera (ed un bel posto alla fine del mandato).

Si è quindi creata una classe di "ottimati" tanto radicata, quanto incapace o collusa, che di fatto ha reso un mito la rappresentanza delegata, quella per cui si scelgono via, via le persone più capaci e ci si affida al loro governo, buttando solo un occhio di tanto in tanto su quello che fanno, pronti a punirli con il (mancato) voto alle prossime elezioni. Forse non è mai stato così, questa è evidentemente una favoletta, ma per lo meno si tendeva almeno nelle dichiarazioni a questo ideale. Ora ci dicono che chi pone dei dubbi sullo splendido e progressivo percorso attuato dal Governo è un gufo...

Quindi ricapitolando una democrazia rappresentativa che funzioni presuppone una doppia fatica: quella dei politici ad essere pronti e preparati a gestire la Res Publica, con un'attenzione all'interesse collettivo e quella dei cittadini di controllare che ciò venga fatto bene e appunto nel loro interesse. E' possibile attualmente? Probabilmente no, e comunque, qui è il limite invalicabile, se e solo se ci raccontano le cose come stanno, ovvero ci permettono di farci un'idea corretta, senza dover diventare noi stessi dei segugi della notizia e degli esperti dello scibile umano. E qui ci vorrebbe un saggio solo sul problema dell'informazione, per il quale, oltre alla lettura e visione di questo post di Marcello Foa, posso solo rimandarvi ad un altro aspetto interessante da me trattato, ovvero il paradosso della troppa informazione.

Ecco dove la democrazia rappresentativa mostra di essere purtroppo fuori dal nostro tempo: essa presuppone una specie di "patto sociale" duplice, da una parte che i politici delegati non tradiscano il popolo che li ha eletti e non li conducano alla distruzione per interessi altri e magari stranieri (fischiano le orecchie, senatore Monti?), dall'altra, visto che i politici sono uomini e non angeli, che i mezzi di informazione facciano realmente il loro lavoro, che sarebbe quello di dare notizie, possibilmente vere, e non opinioni e veline di spin doctors, così da permettere alla gente, senza troppo impegno e studio, di farsi una corretta opinione ed esercitare il diritto di giudizio e scelta, tramite il voto (ed infatti si dovrebbe poter votare, vero Renzi?). Un patto questo che evidentemente non sussiste più e forse non ha più le condizioni per sussistere.

La soluzione? Io non la so, ma i liberisti ne hanno una ottima come dicevo: cavalcare l'onda ed abolire del tutto la democrazia, prima informalmente, tramite continue scelte "emergenziali" e "necessitate" (che, purtroppo, impongono tempi rapidi e decisioni che non possono aspettare il compimento di iter democratici, lunghi e laboriosi...), poi, quando la rana-popolo è abbastanza bollita da considerare l'emergenza vera o presunta la normalità (notato quanti bei decreti leggi rapidi e spediti fanno gli ultimi governi, senza uno straccio di reale urgenza e necessità, nel silenzio imbambolato o peggio complice dell'opinione pubblica "colta"?), anche formalmente, per esempio abolendo una Camera.

Una vera democrazia presuppone una serie di check and balance (controllo e bilanciamento fra poteri) il più importante dei quali è il voto consapevole e libero del popolo. Ma un popolo consapevole magari non si fa spolpare per ripagare debiti esteri neanche propri e magari si fa due conti su come viveva prima e dopo l'avvento salvifico dell'euro e, sempre magari, si fa una sonora risata in faccia al Plateroti di turno che evoca il costo della benzina come quello dell'uranio se si esce dall'Eurozona (spero che le "pillole rosse" di questo blog le abbiate lette...). Ecco tutto questo da un po' fastidio a chi vuole manovrare liberamente, dentro e fuori l'Italia e siccome la formazione e soprattutto la curiosità di sapere si impara a scuola, ecco che la scuola magicamente va a picco e, a volte letteralmente, in macerie. Come dice quello bravo, tout se tient...

No, decisamente per alcuni la democrazia è fastidiosa e deleteria, un cancro da estirpare, cominciando con l'avvelenarne le radici, ovvero la Costituzione. Spero che, se mi avete letto fino ad oggi, lo abbiate ormai ben chiaro in mente.

Buon 2015.


venerdì 12 dicembre 2014

Il referendum che non c'è


Siamo in piena febbre referendaria.

Il Movimento 5 Stelle si è deciso e sta raccogliendo le firme per poter fare un referendum sull'uscita dall'euro, gli attivisti sono mobilitati e Grillo tuona contro gli scettici, come la Lega, ricordando che un referendum di indirizzo si può fare, perché si è già fatto nel 1989. quando fu chiesto al popolo italiano se avesse voluto che la Comunità Europea si trasformasse in un'Unione vera e propria, dotata di un Governo che rispondesse al Parlamento Europeo, dando quindi un mandato costituente a quest'ultimo.

Ha ragione Grillo? Purtroppo no.

Il referendum da lui citato fu introdotto con legge costituzionale 3 aprile 1989 n. 2 e constava di quattro articoli; all'art. 2 vi era il quesito vero e proprio, che riporto integralmente:

Art. 2.
1. Il quesito da sottoporre al referendum e' il seguente: "Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunita' europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunita'?".
Questa consultazione, del tutto anomala, dato che la nostra Costituzione non prevede la possibilità di indire un referendum di indirizzo, fu effettuata in via straordinaria e quindi non suscettibile di estensione analogica, perché in tutta Europa si stavano svolgendo consultazioni simili, al fine di capire se i popoli europei avessero voluto una vera e propria Costituzione europea. Poiché noi non avevamo uno strumento consultivo costituzionalmente previsto, come in Francia, Olanda ed Inghilterra, eccezionalmente fu introdotta con una deroga singola, la possibilità di interpellare i cittadini. Secondo molti giuristi, si trattò di un referendum ad oggetto impossibile a valenza meramente plebiscitaria, senza un vero potere di indirizzo, dato che si rivolgeva ad un organo non nazionale, come il Parlamento europeo.

Questa esperienza può essere ripetuta? La risposta è ancora no.

La fonte della legge in deroga del 1989, che ribadisco non ha introdotto nulla nel nostro ordinamento in via generale, era lo stesso Trattato di Roma, il quale prevedeva espressamente che l'eventuale previsione di un potere costituente fosse sottoposto a ratifica da parte di tutti gli Stati firmatari. Nei Paesi dove tale strumento era legislativamente previsto, tale ratifica sarebbe avvenuta con un referendum popolare, altrimenti sarebbe stato il Parlamento a ratificare, come in effetti è avvenuto in vari Paesi, come la Germania, la Spagna, L'Austria e la Grecia. Era quindi un trattato internazionale che fondava il diritto di procedere con uno strumento non ordinario, e fu in base a questa legittimazione ed al consenso unanime politico che la legge potè essere promulgata. In Italia il Trattato era già stato ratificato dal Parlamento a larghissima maggioranza (con esclusione di Rifondazione Comunista e della Lega che votarono contro) e quindi giuridicamente il consenso era già stato prestato, ma, per avere una legittimazione popolare, fu deciso di effettuare una consultazione dei cittadini, peraltro senza prima operare alcun tipo di informazione ed ancor meno di discussione del tema posto all'attenzione: il risultato fu un plebiscito emotivo a favore della delega costituzionale con l'88,1% di voti positivi.

Per potersi avere un nuovo referendum consultivo (che comunque non impegnerebbe in alcun modo il Governo) dovrebbe pertanto essere proposta una nuova legge costituzionale per una deroga ad hoc, questa volta senza legittimazione, neppure "morale" da parte di una fonte internazionale. A parte ciò, e le conseguenti resistenze giuridiche ad una legge siffatta, questa dovrebbe essere sottoposta al procedimento, previsto dall'art. 138 Cost, il quale prevede due distinte votazioni delle due Camere ripetute con un intervallo di almeno tre mesi fra l'una e l'altra, e la seconda con maggioranza qualificata; se nella seconda votazione non si raggiunge il voto favorevole dei 2/3 di ciascuna delle Camere, la legge può essere sottoposta a referendum confermativo, se richiesto da 1/5 dei membri di una Camera o 500.000 elettori o cinque Consigli regionali, e non è promulgata finché non raggiunge al referendum la maggioranza assoluta dei votanti.

Come si può notare, non è un procedimento né semplice, né breve e presuppone una volontà politica uniforme nel Parlamento. Esiste attualmente questa volontà in tema di uscita dall'euro? Evidentemente no, ciò significa che una proposta di legge costituzionale per introdurre una consultazione in deroga rischierebbe di fallire, non raggiungendo neppure la maggioranza assoluta necessaria per sottoporla a referendum.

Se comunque si ammettesse che tale procedimento possa andare a buon fine, poi ci sarebbe comunque la necessità di indire ed organizzare il referendum, con un quesito che possa passare il vaglio della Corte Costituzionale. Questione questa piuttosto delicata, in quanto qualsiasi quesito sottoponesse ai cittadini una decisione che influisse negativamente sulla partecipazione a trattati internazionali già ratificati, si scontrerebbe con il divieto di referendum abrogativo su tali temi previsto dall'art. 75 Cost.. Anche qui i tempi stimati sono nell'ordine di 1 o 2 anni.

Tirando le somme, l'idea suggestiva di sottoporre ad un referendum di indirizzo - che in effetti sarebbe solo un referendum consultivo, come lo era quello sulla Costituzione europea, - la questione della permanenza nell'area euro si scontra contro difficoltà ed impedimenti che la rendono di fatto inutilizzabile come strumento di pressione politica e, nelle more, sottoporrebbe l'Italia a tensioni economiche che sono facilmente intuibili.

Un referendum sull'euro ha quindi la stessa possibilità di un referendum sulla partecipazione alla NATO: temi suggestivi e corretti (se volete il mio parere, io uscirei dalla NATO...), ma totalmente irreali e buoni solo per illudere chi crede nella possibilità della "democrazia diretta" in un Paese grande e complesso come l'Italia, nel quale è costituzionalmente previsto che siano i politici delegati con il voto, attraverso gli organi designati, a compiere, bene o male, le scelte per noi.