martedì 10 giugno 2014

Euro: dove stiamo andando?

La principale argomentazione tra chi sostiene che l’uscita dall’Euro sia impossibile é la seguente: tornare alla propria moneta causerebbe una forte svalutazione della stessa con un conseguente aumento incontrollato dei prezzi.
Eppure, se leggessimo le ultime parole di Mario Draghi, parrebbe che sia proprio lui il primo a confutare questa tesi:

“L’apprezzamento dell’Euro sta pesando sulle dinamiche dell’inflazione nell’Eurozona.”

“Monitoriamo con attenzione il tasso di cambio e le dinamiche del credito. La stretta sul credito sta pesando sulla ripresa nei paesi piu’ vulnerabili dell’Eurozona.”

“No rischio deflazione. Siamo pronti a misure eccezionali”.

Lo scenario: in questo momento l’Euro vale 1,36 Dollari, un valore troppo forte per alcuni Paesi europei . Un recente studio della Deutsche Bank ha fornito i livelli di soglia del cambio Euro/Dollaro ai quali,stante l’attuale domanda, le economie entrerebbero in crisi (in particolare per l’export). Bene, la soglia per l’Italia é fissata a 1,17€; oggi siamo quindi 19 cent sopra il livello limite (+13,8%). La Francia sembra poter sopportare un cambio non superiore a 1,24€. La Germania é al sicuro fino ad 1,54€ ma, semmai dovesse ripartire l’economia, potrebbe arrivare fino a 1,94€. Sorpresa per la Spagna che si attesta agli stessi livelli grazie ad una buona competitività industriale.
L’Euro ha subito un notevole apprezzamento nei confronti di quei Paesi, come Usa e Giappone, che hanno applicato forti politiche monetarie espansive, immettendo ingenti quantità di moneta. Così siamo giunti allo scenario attuale: l’Euro forte, sopra le soglie limite sopra citate, mette in crisi le esportazioni. Di conseguenza scende il fatturato delle aziende che abbassano i prezzi pur di vendere; abbiamo il primo temuto fenomeno: la deflazione. A causa di ciò si riduce la produzione e di conseguenza l’occupazione; le imprese entrano in crisi e sono costrette a licenziare; aumenta la disoccupazione. Se le difficoltà si fanno sempre più forti, cresce anche la possibilità di insolvenza; le banche si fidano meno a prestare denaro sia alle imprese sia ai privati senza lavoro o precari e dunque innalzano il tasso di interesse richiesto (credit crunch).
In che modo Draghi vuole combattere tutto ciò? Come si possono arginare l’imminente deflazione ed i suoi effetti devastanti?
Sappiamo che vi é una relazione inversa tra quantità di moneta e tasso di interesse. Se sale la quantità di moneta presente in un’economia (tecnicamente aggregati m1, m2 e m3) i tassi d’interesse calano. La gente spende quello che ha nel portafoglio e quindi non lascia la giacenza in banca. Se spendo, rimetto in circolo l’economia.
Ed ecco qui le mosse di Draghi:
- taglio dei tassi dallo 0,25% allo 0,15%. Quindi il costo di un finanziamento, a parità di spread applicato dalla banca, decresce.
- il tasso sui depositi marginali scende allo 0,4% dallo 0,75%: ridotto quindi il tasso a cui la Bce presta liquidità alle banche. Se le banche hanno un accesso al credito più semplice, possono ottenere liquidità più agevolmente. Più liquidità disponibile dovrebbe tradursi in maggiori prestiti concessi. Non sempre, voi direte, potrebbero anche reinvestire questa liquidità in cerca di profitti.
Il primo piano Ltro ebbe proprio questo effetto. La Bce prestò ingenti quantità di denaro alle banche europee ad uno tasso pari allo 0,75%. Con questa liquidità le banche comprarono titoli di stato che rendevano anche il 4-5%; il loro profitto fu dunque la differenza tra il rendimento ottenuto e l’esiguo tasso di finanziamento. Le banche italiane comprarono molti titoli di stato italiani. Questo si tradusse in profitti e conseguente raffreddamento dello spread: il rischio passò di mano dagli investitori stranieri alle nostre banche ( dal 49% a quasi il 70% del totale), che quindi esigevano meno per il rischio sostenuto.
- é previsto un nuovo piano Ltro ma vincolato all’erogazione di prestiti nell’economia reale, eccezion fatta per i mutui che ovviamente sono a rischio bolla; ricordiamo tutti cosa sia successo grazie ai mutui subprime. Le banche, dunque, non possono comprare titoli di stato con la liquidità ottenuta. Tradotto: prestate denaro all’economia reale e non fate transazioni finanziarie speculative.
- rendimenti negativi sui tassi overnight. Quando le banche hanno un eccesso di liquidità, possono prestarla per massimo 24h ad altre banche che ne hanno bisogno. Se il rendimento di questa operazione é negativo, le banche in sovrappiù hanno tutto l’interesse a non prestare denaro. Se non lo prestano ad altre banche, possono immetterlo nell’economia finanziando imprese e privati.
Ed ecco che arriviamo brevissimo al famigerato Quantitative Easing, che dovrebbe vedere presto la luce, ora preceduto dall’operazione di acquisto di obbligazioni Abc.
Di cosa si tratta: tramite il QE la banca centrale stampa denaro che immette nell’economia, o meglio, lo Pompa nelle casse delle banche, comprando in cambioi loro asset tossici “bad securities”; liberali dunque dai prestiti di difficile recupero, pulendo i loro bilanci. Dall’altro lato compra titoli di stato. In questo modo aumenta la loro domanda e quindi fa in modo che i tassi di interesse, quindi i rendimento, scendano. Se ciò avviene, le banche avranno meno convenienza nell’investire in titoli di stato perché rendono meno. Le banche sono costrette a guardare le nostre richieste di finanziamento se vogliono ottenere tassi profittevoli Quindi: disincentivo all’investimento, soldi freschi nelle loro casse e bilanci ripuliti; tutte le condizioni ottimali per poter cominciare a prestare denaro.
La Bce stessa stessa ha deciso di sterilizzare il piano Smp, ovvero l’acquisto settimanale di titoli di stato da parte della Bce, con cui veniva drenata la liquidità generata in aiuto dei paesi più colpiti dalla crisi. Se la Bce compra i titoli di stato, genera domanda. Maggiore domanda equivale a minori tassi. Ecco che il nostro spread, come quello di tutte le economie europee deboli, si é abbassato. Ovviamente questa decisione di sospensione potrebbe avere ripercussioni negative sui nostri rendimenti. Se la Bce non compra più titoli di stato, avrà a disposizione denaro da spendere (170 Mld di euro), che impiegherà proprio con il nuovo piano Ltro o l’acquisto di obbligazioni Abc (asset backed security). Cosa sono: supponiamo che io abbia un mutuo che faccia fatica a pagarlo. La mia banca decide di emettere un’ obbligazione Abc di pari importo del mio mutuo residuo. A fronte della corresponsione di un tasso d’interesse, finanzia il credito aperto per il mio mutuo e lo copre. Di fatto cede di mano il rischio a chi compra l’obbligazione. Il sottostante di questa operazione, cioè la garanzia, é proprio la mia casa (backed security). La Bce si offre all’acquisto di queste obbligazioni di durata triennale ad un tasso agevolato dell’1%; un modo per pulire i bilanci e generare liquidità alle banche da immettere nell’economia. Pronti per il tanto atteso quantitative easing.
Abbiamo detto: creazione di liquidità e abbassamento dei tassi di interesse. In questo si cerca di combattere il credit crunch. Le imprese ottengono denaro e investono. Nel frattempo i privati hanno nuova liquidità o possono finanziare i loro acquisti. Loro comprano, le imprese producono e investono. I prezzi aumentano e si genera inflazione. Nel frattempo, se immetto liquidità e genero inflazione, il valore della moneta scende perché il suo potere di acquisto é minore: ci vogliono più pezzi per comprare lo stesso bene, quindi ogni singolo pezzo vale meno. Avete presente cosa hanno fatto Giappone e America recentemente?
Ecco la ricetta Draghi: inflazione e calo del valore dell’Euro; proprio ciò che sembra far paura agli accesi sostenitori dell’Euro.
Manca ancora un nodo da risolvere a mio avviso: i cambi fissi. I rapporti di forza nell’area euro devono poter fluttuare. Oggi la Germania sta registrando un saldo sempre più positivo nella sua bilancia commerciale; questo Euro ha il prezzo giusto per lei, a discapito delle economie per cui é troppo pesante. La Fed stessa ha recentemente intimato ai teutonici di introdurre misure per diminuire l’avanzo nella bilancia commerciale, cercando di colmare lo squilibrio con gli altri paesi dell’area Euro.
Basterebbe un po’ di propaganda mediatica di regime in meno per capire i reali problemi, o meglio, basterebbe ascoltare le parole di Draghi, che é proprio il principale baluardo a difesa della moneta unica, benché le sue teorie, in molti casi, di avvicinino a chi vorrebbe uscire dall’Euro.

venerdì 6 giugno 2014

La mossa di Draghi non funzionerà...aiuterà solamente la Germania!!

Un interessante articolo di Frances Coppola su Forbes commenta la recente mossa di Draghi: i tassi di interesse negativi rischiano di sortire un effetto opposto a quello dichiarato...quindi, forse il vero scopo è quello di aiutare la Germania in disinflazione deprimendo il cambio. Ma la guerra valutaria, dice Coppola, non è la mossa più saggia. 

La BCE ha imposto tassi di interesse negativi sui fondi depositatidalle banche (riserve "in eccesso"). Il tasso sui depositi della BCE è stato pari a zero per lungo tempo, e la possibilità della BCE di imporre tassi negativi sulle riserve è stato discusso per parecchiotempo.

Ho scritto sui probabili effetti dei tassi negativi sulle riserve già aDicembre 2012. La mia conclusione è questa:


Ma consideriamo cosa accadrebbe se una economia in fase dipressione deflazionistica introducesse dei tassi di interesse negativi. La compressione dei margini delle banche già in crisiporterebbe inevitabilmente a tassi più elevati per i mutuatari e a ridurre i volumi degli impieghi. Si tratta di una stretta monetaria, chenon facilita, e l'effetto sarebbe di contrazione. Peggiorerebbe la recessione.

Tassi di interesse negativi sono una tassa sulle riserve bancarie. Essi sono quindi intrinsecamente restrittivi. L'argomento è che le banche cercheranno di sbarazzarsi delle riserve piuttosto che pagare l'imposta, così avranno un incentivo a prestare di più. Ma l'evidenza sembra suggerire il contrario. Questo grafico mostra i volumi di deposito e di prestito delle banche danesi, prima e dopo l'introduzione di tassi negativi sulle riserve (h / t Roberto Mulazzi):




Oh, cari miei. Sembra che ci sia stata una fuga dei depositi - non a caso, sino a che anche le banche danesi non hanno spostato i tassi negativi direttamente sui risparmiatori, esse avrebbero trovato il modo di scoraggiarli. E i volumi dei prestiti, già in calo nel momento in cui sono stati imposti i tassi negativi, hanno continuato a diminuire.

Sembra improbabile che la BCE non sia a conoscenza degli effetti dei tassi negativi sui volumi di credito danesi. Così, nonostante gli estesi commenti dei media su tassi negativi che incoraggiano le banche a concedere prestiti, io dubito che questo sia il vero scopo. Infatti, dato che l'aggregato monetario M3 per l'Eurozona èeffettivamente migliorato leggermente nel mese di aprile, è difficile capire perché la BCE dovrebbe agire ora, quando non l'ha fatto all'inizio di quest'anno.

Quindi io non credo affatto che si tratti di prestiti bancari. Penso che si tratti della disinflazione tedesca e del cambio dell'euro.

L'inflazione CPI tedesca è attualmente allo 0,9%, ben al di sotto dell'obiettivo della BCE "vicino a" il 2%, e in tendenza discendente. Non è chiaro esattamente perché sia così, ma una possibilità è l'euro forte. A causa della dipendenza della Germania dalle esportazioni, un euro forte mette delle pressioni al ribasso

mercoledì 4 giugno 2014

il TTIP rivelato


C'è una sigla che ogni tanto affiora misteriosa negli articoli economici e di cui si mormora negli ambienti politici, qualcosa di cui si sta occupando con molta discrezione la Commissione Europea e che Renzi ha dichiarato essere una priorità per il semestre italiano: il TTIP o Trasatlantic Trade and Investment Partnership. Cos'è? Letteralmente è l'accordo fra i due blocchi transatlantici, ovvero gli USA e l'Europa, per regolare in maniera comune il mercato delle merci, dei servizi e degli investimenti, una sorta di mercato comune transatlantico, un accordo per facilitare l'interscambio commerciale fra i due blocchi. Ma il TTIP è solo questo? E cosa significa in effetti facilitare l'interscambio commerciale?

Per capire cosa è in effetti il TTIP dobbiamo fare un passo indietro ed esaminare un'altro accordo simile, sancito il 1 gennaio 1994, fra gli USA, il Canada ed il Messico: il NAFTA, North American Free Trade Agreement. Come si può intuire il NAFTA è la versione nordamericana del TTIP e crea uno spazio di libero scambio fra i tre Paesi aderenti: vediamo le caratteristiche comuni, come le descrive un comunicato dell'ambasciata e del consolato canadese in Italia (il grassetto ovviamente è mio):
"Il NAFTA prevede un trattamento nazionale, il più favorevole dei trattamenti nazionali, e la proibizione di norme sul rendimento che abbiano un effetto negativo sugli scambi commerciali. Canada, Stati Uniti e Messico devono trattare i reciproci beni, servizi o investitori come se fossero i propri. Una volta che merci, servizi e investimenti provenienti da un paese entrano in un altro, non possono essere oggetto di discriminazioni sulla base della loro origine. Gli investitori internazionali con investimenti in Canada godono dei privilegi del NAFTA se utilizzano il Canada come "base" per effettuare investimenti negli Stati Uniti o nel Messico.
Il NAFTA assicura agli esportatori presenti in Canada l'accesso sia agli Stati Uniti che al Messico. Regole più chiare sul contenuto nordamericano di alcuni prodotti, incluse quelle per gli autoveicoli, riducono il rischio di interpretazioni unilaterali da parte dei funzionari delle dogane.
Gli esportatori e gli investitori possono essere sicuri che i loro interessi saranno effettivamente difesi grazie ad un sistema per la risoluzione delle controversie più trasparente e più chiaramente regolamentato. Le controversie derivanti dall'applicazione dei dazi possono essere affidate a commissioni bi-nazionali. I contrasti tra investitori e governi dei paesi NAFTA possono essere risolti tramite un arbitrato internazionale.
Le formalità burocratiche da espletare in caso di viaggi d'affare sono state semplificate. Gli uomini d'affari, purché appartenenti ad una delle 60 professioni riconosciute, possono ottenere un permesso di soggiorno temporaneo senza alcuna approvazione precedente.
Il NAFTA contempla una copertura totale dei diritti derivanti dalla proprietà intellettuale stabilendo principi e regole di applicazione. Brevetti, marchi, diritti d'autore e segreti commerciali delle aziende e degli individui canadesi sono protetti. Rispetto a qualsiasi altro accordo bilaterale o multilaterale, il NAFTA prevede un maggiore livello di protezione per i diritti di proprietà intellettuale.
In base all'Accordo, tutti gli investitori dei paesi NAFTA devono essere trattati in modo egualitario. La copertura offerta dal NAFTA si estende anche agli investimenti effettuati da una qualsiasi azienda incorporata in un paese NAFTA, indipendentemente dal suo paese di origine.".

Per capire quindi cosa ci aspetta possiamo vedere cosa è successo agli aderenti al NAFTA e cosa ha comportato aderirvi. Cominciamo da quanto riferisce l'Associazione Oscar Romero, che ha un suo osservatorio sulla situazione dell'america latina: "il NAFTA ha dimostrato di essere un'oppressione per le famiglie lavoratrici e per l'ambiente. Uno sguardo alle conseguenze del NAFTA dimostra perché questi tipi di trattato di libero commercio devono essere rifiutati. Le famiglie lavoratrici soffrono: grazie al NAFTA quasi 400 mila posti di lavoro sono stati persi negli Stati Uniti ed i lavoratori guadagnano mediamente solo il 77% di quanto guadagnavano prima dell'entrata in vigore del trattato; in Messico, dall'inizio del NAFTA, circa 10 milioni di messicani guadagnano meno del salario minimo e 8 milioni di famiglie si sono spostate dalla classe media a quella bassa. L'ambiente soffre: nell'area delle maquillas, lungo il limite tra il Messico e gli Stati Uniti, l'inquinamento è aumentato e i rifiuti dei prodotti chimici hanno incrementato drammaticamente il tasso di epatiti e di malformazioni dei nascituri. L'esperienza del NAFTA dimostra come i diritti basilari dei lavoratori e delle loro famiglie siano erosi dai trattati di libero commercio che non proteggono i lavoratori. Le corporazioni multinazionali si spostano da zone dove il lavoro deve rispettare norme di regolazioni dei salari in paesi dove i salari sono più bassi e i diritti sindacali sono annullati con la minaccia di trasferire la produzione all'estero.". Non molto diverso è il parere del giornalista, esperto di questioni latino-americane, e storico (ha insegnato anche alla Bocconi...) Gennaro Carotenuto, che in un suo articolo (che nel sito originale risulta sparito...) spiega: "Dal primo gennaio sono entrati in vigore alcuni dei capitoli più conflittuali del Trattato di Libero Commercio del Nord America (TLCAN o NAFTA in inglese) e sono definitivamente liberalizzati prodotti fondamentali come il frijol, il mais, la canna da zucchero e il latte in polvere. E immediatamente numerose organizzazioni contadine si sono mobilitate, per chiedere la revisione del trattato. "E' il colpo di grazia ai contadini messicani" hanno gridato in migliaia bloccando completamente il Paseo de la Reforma, una delle principali strade di Città del Messico. Alla protesta si sono uniti deputati di tutti i partiti meno il PAN del presidente Felipe Calderón, che parlano di rinegoziazione di tutta la parte agricola del trattato che in questi anni dal primo gennaio 1994 ha favorito enormemente l'agricoltura assistita statunitense e danneggiato quella messicana pienamente liberalizzata. E' molto triste il bilancio del Messico come paese pioniere nell'accettare un accordo di libero commercio con gli Stati Uniti. Oramai il 90% del commercio estero del paese è con gli Stati Uniti e tutta l'economia del paese è controllata come mai prima nella storia dal vicino del Nord. Ma l'aspetto più grave è la vera pulizia etnica agraria che ha caratterizzando l'adozione del TLC e i piani neoliberali voluti dai governi messicani in sinergia con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Ogni anno dalle campagne messicane sono espulsi almeno 600.000 lavoratori (una cifra che nel 2008, con l'entrata in vigore degli ultimi capitoli si raddoppierà), quasi tutti uomini tra i 15 e i 45 anni. Il politologo John Saxe-Fernández - e non è il solo - individua un vero "disegno demografico", una precisa politica con il doppio obbiettivo di svuotare le campagne messicane, fonte di conflittualità sociale, e rifornire l'economia statunitense di milioni di lavoratori disponibili a lavori sottopagati utili a calmierare il mercato del lavoro di quel paese.".

Ma le conseguenze non si fermano qui. Vediamo cosa riferisce il giornalista e scrittore Maurizio Blondet: "In Canada, le autorità nazionali hanno revocato due brevetti di proprietà della Eli Lilly (la mega-farmaceutica statunitense) perché questa non aveva apportato prove sufficienti della effetti benefici che affermava i due farmaci avessero. Eli Lilly sta pretendendo dal governo canadese danni per 500 milioni di dollari, e pretende che le leggi canadesi sui brevetti sanitari siano cambiate. Ed avrà ragione, perché il Canada fa incautamente parte del NAFTA (accordo commerciale nordamericano di libero commercio, con Usa e Messico) che lo lega a questa normativa. Un responsabile del governo canadese, citato dal Guardian, ha detto a proposito del NAFTA: «Negli ultimi cinque anni ho visto piovere sulla mia scrivania lettere di studi di avvocati di New York e Washington, i quali intimano al governo canadese di non applicare nuove leggi o proposte di legge in materia ambientale. Dai prodotti chimici per lavaggio a secco ai farmaci, dai pesticidi alle leggi brevettuali, in pratica tutte le nuove iniziative politiche in questo campo sono state prese di mira e, per lo più, silurate». Il Canada è già stato perseguito dalla estrattiva americana Loine Pine, per aver introdotto una moratoria sul fracking: la società «danneggiata» pretende dal governo colpevole qualcosa come 250 milioni di dollari.".

Secondo un report dell'UNCTAD (qui in originale), un ente delle Nazioni Unite che è l'organo principale dell'Assemblea per gli aspetti legati al commercio ed allo sviluppo, con gli accordi per regolamentare le dispute fra Stati ed aziende, ovvero gli accordi come quelli previsti nel NAFTA o nel TTIP, gli investitori stranieri hanno intentato cause contro un largo ventaglio di misure governative, chiedendo la modifica di regolamenti interni riguardanti il gas, il nucleare, lo commercializzazione dell'oro e i cambi, le revoca di licenze ed autorizzazioni (nel settore minerario, delle telecomunicazioni e del turismo), il ritiro di sovvenzioni (per esempio nel settore dell'energia solare) e per espropri. Questo è l'incremento delle controversie sollevate contro gli Stati da multinazionali ed aziende:

Fonte: UNCTAD 2013
Il numero totale è dato dalla lunghezza complessiva della barra: la differenzazione riguarda solo le controversie presentate davanti all'ICSID (Centre for Settlement of Investment Disputes), segmento in rosso o davanti ad altri organismi di conciliazione, in grigio. Come si vede, man mano che gli accordi, bilaterali o multilaterali, prevedono questo tipo di risoluzione, l'incremento delle cause sale notevolmente. Vediamo il contenuto di qualcuna di queste, tratte sempre dall'articolo di Blondet,, tanto per farsi un'idea di quello che potrebbe accadere con il TTIP: 
"L'Argentina, durante la sua crisi finanziaria, ha congelato le bollette di acqua ed elettricità, che salivano alle stelle. Ma aveva privatizzato i settori (come raccomanda il FMI), che ora erano in mano alle multinazionali dei servizi acqua-luce-gas. Queste mega imprese hanno portato in giudizio Buenos Aires perché, appunto, aveva ridotto i loro profitti impedendo loro di rincarare le tariffe. Ebbene: l'Argentina è stata condannata a pagare un miliardi di dollari di indennità.
In Salvador, certe comunità locali sono riuscite a far rimangiare al governo la decisione di sfruttare un giacimento d'oro, con il motivo che l'industria estrattiva avrebbe inquinato le acque. Una dura lotta, che ha compreso anche l'assassinio di tre dei capi della rivolta. Ma ecco: la ditta mineraria canadese che aveva ottenuto la concessione ha trascinato in giudizio lo stato del Salvador, e pretende un risarcimento di 315 milioni di dollari - a titolo di «compensazione della perdita dei profitti futuri anticipati».
Il governo australiano, dopo dibattito parlamentare, ha obbligato i fabbricanti di sigarette a confezionare i pacchetti con colori anonimi e scritte dissuasive del tipo «Il fumo provoca cancro al polmone». Ma gli studi legali della Philip Morris, scoperto che l'Australia aveva firmato un accordo di libero scambio con Hong Kong, si sono appellati ad un tribunale «internazionale» (offshore, come i paradisi fiscali) esigendo un risarcimento miliardario per la perdita di quello che la Philip Morris chiama «la sua proprietà intellettuale», ossia il design dei suoi pacchetti di sigarette.
In Amazzonia, la Chevron (statunitense) ha imbastito una causa simile per non pagare 18 miliardi di dollari di danni per i danni ambientali che ha prodotto. Sta vincendo, perché nel nuovo «diritto internazionale» in fieri il capitale e il profitto hanno diritti assoluti e supremi sopra le leggi dei singoli Stati, e sopra la salute dei cittadini.".

In quest'ultima frase è riassunto il vero contenuto, la vera essenza e la reale ragione di questi accordi: con il TTIP, così come con il NAFTA o altri patti di libero scambio, le aziende ottengono il riconoscimento giuridico che il profitto è un diritto, e che tale diritto è pari se non superiore agli altri diritti dell'uomo, come la salute o la sicurezza, e, come ogni diritto, quando viene leso deve essere risarcito. La nascita di questo nuovo diritto, non previsto in alcuna Costituzione, è essenzialmente lo scopo della creazione di un mercato comune anche per il TTIP: le multinazionali, finora limitate dalle nostre regole severe sulla qualità dei prodotti, sulle modalità di fabbricazione o di sfruttamento delle risorse, fremono e spingono per un'approvazione rapida dell'accordo, che comprende naturalmente l'ISDS, per poter finalmente esportare legalmente, sementi OGM, carni trattate con antibiotici non terapeutici, preparazioni con ingredienti meno pregiati, senza che si possano più opporre regole sanitarie, di provenienza o lavorazione certificata o limiti ambientali e di sicurezza più restrittive di quelle in vigore negli USA. Per fare un esempio tipicamente italiano, il Parmigiano non sarà più indicato come DOCG poiché ciò discriminerebbe altre produzioni simili e tale denominazione non è riconosciuta dalla legislazione USA...

Naturalmente i sostenitori di tale accordo fanno leva sul consistente aumento del volume degli scambi che una tale standardizzazione (al ribasso) delle regole del commercio dovrebbe portare: secondo uno studio che si fregia del titolo di "indipendente", commissionato dall'Unione Europea, il beneficio sarebbe un guadagno di 119 miliardi di euro all'anno per l'Unione Europea, con una media di 545 euro in più per ogni famiglia di quattro persone (L'indicazione è suggestiva, ma ricorda quella dei polli di Trilussa...). Le esportazioni di imprese europee verso gli USA salirebbero del 28%, con benefici che non peserebbero sul resto del mondo.
Se ci fate caso questi vantaggi tanto sbandierati sono identici a quelli che altri studi "indipendenti" indicarono come conseguenza dell'UEM, ovvero della creazione dell'area di applicazione dell'euro, prima della sua realizzazione: addirittura si parlò in quel caso di un aumento fino al 300% del volume degli scambi, una volta che ci fossimo liberati delle diverse monete e di un conseguente consistente aumento del reddito pro-capite: la realtà è sotto gli occhi di tutti... Se vi volete divertire a leggere gli altri meriti che avrebbe il TTIP secondo uno studio dell'Istituto Aspen qui trovate l'articolo.

Fortunatamente a questo accordo si oppongono vari Enti, associazioni e qualche politico più avveduto: ad esempio un senatore francese centrista, tal Jean Arthuis ha stilato sette punti che ha chiamato "7 buone ragioni per opporsi al trattato transatlantico" e che ha pubblicato su Le Figaro (per chi mastica il francese qui l'articolo originale): le ragioni sono più o meno quelle dette, dall'arbitrato privato per le controversie fra Stati ed aziende, alla sparizione dei registri di certificazione qualitativa, dalla regolamentazione finanziaria che gli USA vogliono mantenere com'è (rifiutando evidentemente qualsiasi controllo o limitazione), all'abbassamento degli standard sanitari e di produzione (una traduzione del testo di questi punti lo ha fatto La Stampa in un suo articolo critico sul TTIP). Anche il Parlamento Europeo, pur dichiarando che l'accordo deve procedere come programmato ha manifestato qualche perplessità: in un discorso del 16 ottobre 2013 l'allora Presidente Martin Schulz ha dichiarato: "To be clear: the goal of the Free Trade Agreement can’t be that one side takes over the rules of the other side; nor can the goal be a race-to-the-bottom – we do not and will not end up with lower social, health or environmental protection standards.
This Agreement must mean safer consumer goods and improved public health. And the European Parliament will ensure that our citizens’ interests will be well protected and that there will be no unnecessary haste." ("Per essere chiari: l'obiettivo del Free Trade Agreement non può consistere nel fatto che una parte travolge le regole dell'altra; né può essere una corsa al ribasso - noi decisamente non ci ritroveremo con degli standard più bassi in materia di  tutela sociale, salute o protezione ambientale.
Questo Accordo deve significare prodotti più sicuri per il consumatore e un miglioramento della salute pubblica. Ed il Parlamento Europeo dovrà assicurare che gli interessi dei nostri cittadini saranno ben protetti e che non verrà fatta immotivatamente fretta" (alla conclusione dell'accordo)).

Voci nettamente contrarie sono state quelle di Jos Dings e Pieter de Pous, due membri del gruppo di esperti chiamato a studiare l'accordo con funzione consultiva (trovate la loro dichiarazione inviata al Financial Times tradotta sul sito di Voci dall'Estero qui) e quella di Lori M. Wallach, giornalista di Le Monde Diplomatique, che ha scritto un articolo dal titolo "Il trattato transatlantico, un tifone che minaccia gli europei", concentrandosi sui problemi di una giustizia privata ed opaca, come quella prevista dal TTIP, oltre che dei pericoli sanitari e finanziari dell'accordo. Da segnalare anche un articolo molto duro del Guardian "This transatlantic trade deal is a full-frontal assault on democracy", che trovate qui tradotto dal solito meritorio Voci dall'Estero.

In Italia invece, tranne un articolo di Giorgio Barba Navaretti, professore di Economia Politica laureato alla Bocconi, dall'eloquente titolo "Un accordo utile anche all'Italia" sul Sole 24 Ore e uno di Limes di uguale indirizzo "La Ttip tra Usa e Ue: un’opportunità per tutti", sulla stampa nazionale si è per lo più ignorato l'argomento; solo La Stampa (che riporta il contenuto dell'articolo de Le Figaro), e recentemente Il Fatto Quotidiano con un pezzo asettico che riporta blandamente le opinioni contrarie, hanno dato voce al dibattito in corso.

Adesso voi siete tra i pochi eletti in Italia che possono dire di essersi fatta un'idea precisa di cosa sia il TTIP e cosa comporti: fate sentire la vostra voce se non volete che il vostro futuro sia governato dalle multinazionali e se volete che Elysium ed il suo mondo rimangano solo un inquietante film...


lunedì 26 maggio 2014

L'Italia è venduta!!...data via per 80€ come una puttana!


Sono triste!Sono deluso!SONO INCAZZATO COME UNA BESTIA!.
Quello che è successo ieri nella tornata elettorale è qualcosa di allucinante di inverosimile che si fatica a credere o meglio alla quale non si può credere.
L'Italia ha dimostrato tutto il suo provincialismo, tutta la sua piccolezza, la sua IGNORANZA e la sua mancanza di spina dorsale.
In Italia contano i poteri forti, le lobby che controllano i media, che disinformano che fanno terrorismo estremo, ma quello che sbalordisce è l'incapacità dell'italiano medio di capire i problemi e di reagire compatto ad essi.
CI SIAMO PROSTITUITI!!
Sono bastati 80 miseri euro in busta paga per chi già  ha un lavoro per dare via la nostra dignità (per non dire altro).
Sono bastati 80 euro per cancellare il senso di ribellione al nemico che ti sta uccidendo lentamente.
NON SIAMO UN POPOLO!!
Basta vedere i risultati delle votazioni degli altri stati europei per capire come noi non siamo capaci di essere uniti, di alzare la testa, tenere la schiena dritta e reagire alle difficoltà. 
Si, le difficoltà che tutti gli italiani se intervistati ti raccontano ma che poi al momento di fare la voce grossa, di reagire, rinnegano nella solitudine dalla cabina elettorale, dimostrando di essere piccoli, egoisti e melliflui. 

Incapaci di reagire alle difficoltà incapaci di unirsi verso un nemico comune, incapaci di guardare in faccia l'avversario senza timore. 
NON SIAMO UN POPOLO lo ripeto, siamo persone sole che pensano solo ai propri interessi (neanche tanto bene), siamo dei creduloni da TV, ci piacciono le belle parole dette sul piccolo schermo e crediamo ad esse, ma non ci sogniamo neanche minimamente di analizzarle di discuterle e domandarci se siano reali, pensiamo che se l'ha detto la TV allora è giusto, non può farci male.
NON SIAMO UN POPOLO...perchè se così fosse saremmo indignati per gli 80 euro ad alcuni e a tanti altri no, saremmo indignati per le migliaia di morti suicida dovute alla crisi, saremmo indignati per  l'Italia usurpata da una congiura internazionale del suo governo democratico, saremmo indignati per i nostri giovani che non trovano lavoro nel loro paese, saremmo indignati nel vedere qualcuno venire a casa nostra dicendoci come arredare casa, si saremmo indignati SE FOSSIMO UN POPOLO......... MA NON LO SIAMO!
I veri popoli, come la storia più o meno recente, ci insegna sono altri, sono la Francia che si è ribellata con la Le Pen, sono l'Inghilterra con Nigel Farage, sono l'Olanda, sono l'Austria con Wilders,..Hanno subito le botte e hanno reagito come un vero popolo sovrano dovrebbe fare..
Quando sei al tappeto cerchi di rialzarti per dimostrare che non sei finito, ti rialzi per cercare di reagire, ti rialzi per combattere, noi invece siamo rimasti giù al tappeto e abbiamo gettato la spugna,
Ieri abbiamo dimostrato al mondo che noi italiani siamo quelli che non combattono, quelli che sono servili, quelli che ringraziano anche dopo le botte.
ECCOCI SIAMO gli Italiani... NON SIAMO UN POPOLO...SOLO PUTTANE!!

martedì 20 maggio 2014

I limiti giuridici alla propaganda


La questione qui trattata prende spunto da questa dichiarazione che il Segretario della lega Nord ha rilasciato a Milano il 15 maggio e che su Twitter ha scatenato un putiferio fra euroscettici che la sostenevano nella sua legittimità ed eurofili che reagivo con indignazione o divertito sarcasmo.

Siccome sono un giurista prestato alla divulgazione economica, per un attimo torno nei miei panni e faccio qualche considerazione giuridica in merito: la questione "procurato allarme" nasce dal fatto che, a quanto è stato riferito da Salvini, molti sindaci leghisti sarebbero stati interpellati da i propri concittadini per avere rassicurazioni sulla realtà o meno delle conseguenze catastrofiche che avverrebbero se l'Italia uscisse dall'euro. Questi poveri funzionari, di fronte a richieste pressanti, avrebbero inviato mail per chiedere lumi al proprio partito, che, come tutti sanno, è in prima linea nella battaglia per uscire dalla moneta unica. Da qui, visto che i sindaci sono pubblici ufficiali per la legge, la reazione del segretario della Lega di ricorrere all'art. 658 c.p. che punisce "chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l'autorità o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio".

La questione a mio parere deve essere affrontata in altri termini. L'art. 658 c.p. infatti punisce il reato di chi, con informazioni non corrette, mette in moto inutilmente la macchina statale: il tipico caso è la denunzia infondata dell'attuarsi di un grave reato o il propagare la notizia infondata dell'accadimento di un disastro (naturale o sinistro) in modo tale da mettere in allarme operativo le forze di pubblica sicurezza o gli organi preposti alle calamità. Quello che viene punito è quindi l'aver smosso inutilmente le autorità o averle messe in stato di preallarme: il Tribunale di Bologna, ad esempio, ha ritenuto sussistente la fattispecie dell'art. 658 nell'aver telefonato all'operatore del 112 annunciando falsamente il tentativo di suicidio da parte di una donna, determinando l'intervento delle forze dell'ordine (Trib. Bologna 15.1.2010). Non è punita pertanto la notizia allarmistica in sé, ma il fatto che sia stata comunicata alle autorità, mettendole in allarme o in moto; ciò significa che diffondere notizie false di pericoli inesistenti alla gente non è reato, se ciò non provoca un intervento concreto da parte delle autorità, dove per "concreto" si intende un intervento di tipo istituzionale ed operativo o l'approntamento di un tale intervento.

Il sindaco che non sa cosa rispondere a chi lo interpella sulle sciagure che colpirebbero i redditi ed i risparmi se si uscisse dall'euro e scrive al proprio partito, non compie un'attività istituzionale od operativa nell'ambito dei suoi poteri, e quindi non rientra nell'ambito di applicazione dell'art. 658 c.p..

Ma ci sono comunque dei limiti alla propaganda volta a terrorizzare le persone comuni? La questione non è facile.

A prima vista sembra soccorrerci l'art. 656 c.p. "Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l'ordine pubblico." il quale punisce "chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato l'ordine pubblico". Qui in effetti il reato non è più nei confronti degli organi dello Stato, bensì a tutela dell'ordine pubblico: ma cosa si intende con "ordine pubblico"? Vi risparmio le discussioni dottrinali su uno dei concetti più oscuri ed indeterminati di tutto il codice penale, criticato soprattutto per la pericolosa genericità che ha dato adito a repressioni autoritarie (basti pensare che si è considerato, nella vigenza del codice Zanardelli del 1889, violazione dell'ordine pubblico persino il cantare a voce alta l'Inno dei lavoratori!), dove l'ordine pubblico era inteso come ordine costituito e quindi come preservazione del potere al governo, per arrivare all'interpretazione "democratica" data dalla Corte Costituzionale di ordine pubblico come diritto delle persone alla "pubblica tranquillità": in quest'ottica le notizie false, esagerate o tendenziose sono punibili in quanto turbino la tranquillità dei cittadini.

Sembrerebbe tutto risolto, quindi: la propaganda, che per sua natura è esagerata e tendenziosa, sarebbe punibile se arriva a spaventare, a togliere la tranquillità generale della popolazione ad essa soggetta. Vengono in mente le dichiarazioni catastrofiste che, ad esempio abbiamo visto qui. Ma non è così. Proprio per evitare che venissero colpite le opinioni e quindi il diritto sacrosanto di espressione del pensiero, sancito dall'art. 21 Cost., la giurisprudenza ha precisato l'ambito di applicazione della norma penale: il reato è compiuto quando quella che viene diffusa in maniera falsa o distorta è una notizia, ovvero l'accadimento di un fatto reale. Ecco le parole del Tribunale di Milano: "Poiché in base ai principi costituzionali in materia di libertà di manifestazione del pensiero, il termine "notizia", di cui all'art. 656 cod. pen., deve essere interpretato restrittivamente come annuncio, informazione, comunicazione di determinati fatti od eventi, non è configurabile il reato di pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico, qualora ci si sia limitati a formulare valutazioni, critiche, previsioni, apprezzamenti, sia pure tendenziosi, ovvero ad esprimere giudizi politici." (Trib. Milano 17.4.1972). Sulla stessa onda il Tribunale di Ravenna: "Il principio affermato dalla Corte costituzionale, secondo il quale l'espressione "notizie false, esagerate o tendenziose" impiegata nell'art. 656 c.p. è una forma di endiade con la quale il legislatore si è proposto di abbracciare ogni specie di notizie che, in qualche modo, rappresentino la realtà in modo alterato, è destinato a marcare una più netta distinzione tra le notizie e le opinioni: punibili, le prime, ove vengano presentate con notazioni di falsità e turbino concretamente l'ordine pubblico, pienamente lecite le seconde ancorché inesatte ed eterodosse." (Trib. Ravenna 2.7.1974). Le date delle sentenze sono importanti: ambedue le decisioni sono state emesse in un periodo di grandi turbamenti politici e sociali e tendevano a salvaguardare l'opinione, soprattutto politica, di tipo rivoluzionario o comunque anti-sistema espresse in pubblico o con scritti. Passato infatti quel periodo storico e soprattutto dopo il 1990 non vi sono più sentenze che si occupano di tale fenomeno.

Quello però che stiamo attualmente vivendo è di nuovo un periodo difficile e potenzialmente atto anche a disordini sociali (il movimento dei "forconi" ne è stato solo un assaggio), pertanto il problema si ripropone con una certa forza: fino a quando possiamo considerare lecita la proposizione di opinioni che ventilano o danno per inevitabili eventi futuri catastrofici per l'economia ed i redditi dei cittadini, in caso di rottura dell'unione monetaria? Fino a quanto è lecito spaventare l'opinione pubblica per costringerla a rimanere nella situazione attuale e sopportare le conseguenze dell'austerità? Proviamo a trovare un criterio oggettivo.

Nel principio sancito dalla Corte Costituzionale e riportato dal Tribunale di Ravenna si intuisce che la notizia inesatta o falsa diventa reato solo quando la libertà di espressione tutelata dall'art. 21 Cost, che è anche, si badi bene, libertà di dire cose assurde o false o distorte, va a collidere con un altro principio tutelato dalla Carta, come appunto l'ordine pubblico, inteso come regolare e tranquillo svolgimento dell'attività democratica e civile. Ma esistono anche altri principi: quello al lavoro ed alla giusta retribuzione (artt. 4 e 36), quello alla formazione di famiglie e alla tutela dei figli (art. 31), quello alla salute (art. 32), ecc.. Tutti questi diritti non possono venire calpestati o messi in pericolo e se il risultato di una comunicazione distorta di massa è l'attenuazione di questi principi o della loro tutela, ovvero l'accettazione che siano limitati, allora la comunicazione stessa diventa illecita. Ciò è conforme con tutta la giurisprudenza della Corte Costituzionale sull'equilibrio delle tutele e soprattutto sul limite generale della salvaguardia dei diritti fondamentali come criterio per valutare la liceità di qualsiasi norma o comportamento anche non normativamente previsto. Il caso ad esempio della risarcibilità dei danni non patrimoniali, anche se non derivanti da reato e quindi esclusi generalmente da tutela, quando il bene violato è costituzionalmente garantito, è ben noto in campo civile.

Si può quindi affermare che una propaganda che agevoli e favorisca la persistenza di una situazione di violazione di principi costituzionalmente garantiti è da considerare illecita: ma tale illecito è penalmente rilevante? Se applichiamo una lettura costituzionalmente orientata dell'art. 636 c.p., allora si può concludere che vi possono essere forme di propagazione di opinioni che integrano il reato: quando ad esempio chi la esprime ha un ruolo istituzionale, ovvero si presenta con credenziali che rendono le sue affermazioni "fatti" per l'opinione comune e le opinioni non vengono presentate come tali, ma come certezze e quindi come fenomeni che sicuramente accadranno. La valutazione dovrà tenere presente la manifesta esagerazione nella descrizione di eventuali fenomeni catastrofici o dannosi, che superano qualsiasi possibilità seria di previsione da parte di un esperto in materia, configurandosi quindi in una consapevole e premeditata menzogna. La presenza di queste caratteristiche porterebbe l'opinione espressa a rappresentarsi come un vero e proprio fatto futuro che il propagandatore presenta come certo ed inevitabile e quindi idoneo a turbare concretamente l'opinione pubblica.

Altro aspetto è poi la possibilità che tale propaganda integri il reato di favoreggiamento reale di cui all'art. 379 c.p., il quale recita. "Chiunque fuori dei casi di concorso nel reato e dei casi previsti dagli articoli 648, 648-bis, 648-ter, aiuta taluno ad assicurare il prodotto o il profitto o il prezzo di un reato, è punito con la reclusione fino a cinque anni se si tratta di delitto, e con la multa da euro 51 a euro 1.032 se si tratta di contravvenzione.". Viene in mente ad esempio una propaganda che agevoli la turbativa dei mercati di cui all'art. 501 c.p., che significativamente ha come aggravanti "se il fatto è commesso dal cittadino per favorire interessi stranieri" e "se dal fatto deriva un deprezzamento della valuta nazionale o dei titoli dello Stato, ovvero il rincaro di merci di comune o largo consumo.", ovvero una propaganda che agevoli il ben più grave reato di cui all'art. 246 c.p. "corruzione del cittadino da parte dello straniero" (e vengono in mente gli incarichi e le consulenze che taluni hanno, per sé o per propri familiari, in istituzioni europee o banche internazionali...).

Come si vede il terreno è scivoloso ed il confine fra lecito ed illecito e soprattutto fra ciò che è penalmente rilevante e ciò che non lo è non è facilmente tracciabile: quello che è indubbio è che si possono e si devono trovare criteri per colpire ciò che va al di là della semplice affermazione di opinioni, per quanto infondate o bislacche, specialmente valutando che le conseguenze possono essere queste:


Vi è una correlazione fra suicidi e tasso di disoccupazione che, pur con tutte le cautele, è ormai da considerare assodato. Non a caso l'ISTAT, dal 2010 ha cessato di fornire le statistiche di tali cause di suicidio... Ora ritengo che propagandare come giuste, necessarie ed inevitabili politiche economiche che hanno come fine necessario l'aumento della disoccupazione, come si è visto in Spagna, Portogallo e Grecia, ed al contrario come foriera di disastri ancora peggiori l'attuazione di altre politiche, che presuppongono il recupero di sovranità fiscale e monetaria da parte dello Stato, soprattutto da parte di chi sa benissimo quali sono gli esiti delle une e conosce i reali pericoli delle altre, debba essere valutato con una severità maggiore in questo periodo, in cui è in gioco la vita dei cittadini e la sopravvivenza economica della Nazione.

Basta leggere lo splendido blog di Barra Caracciolo (linkato sulla home page) per comprendere che è in atto un tentativo concreto di attacco ai nostri diritti sociali ed economici, attraverso la gestione della crisi: siamo in una vera e propria guerra, combattuta con la moneta unica e le relative politiche liberiste al posto delle pallottole e degli eserciti, ma con effetti nei Paesi colpiti pari a quelli di una guerra guerreggiata (rileggete qui e poi mi dite se sto esagerando...), anche le parole quindi possono essere armi e devono essere maneggiate con cautela e responsabilità e il loro uso esageratamente distorto e terroristico deve essere impedito e sanzionato.

Non si può e non si deve scherzare sulla pelle delle persone...

mercoledì 14 maggio 2014

Il sabotaggio


Hanno sabotato la nostra corsa.

Stavamo procedendo tanto bene, oramai eravamo arrivati in vista del traguardo ed invece sono intervenuti, ci hanno bucato le ruote e ci hanno lasciato in mezzo alla strada.

Ah, non l'avete letto sui giornali sportivi? Beh, ma è logico, qui non si parla del Giro d'Italia, si parla del Ciclo dell'Italia, più precisamente del Ciclo di Frenkel in Italia. Questo qua:


I lettori di Goofynomics lo conoscono come "Il romanzo di centro e di periferia", per i lettori del Sole 24 Ore ci ha pensato l'ottimo Vito Lops e per chi non sa cos'è ve lo spiego in due parole: il Ciclo di Frenkel è un modello economico, sviluppato da Roberto Frenkel e Martin Rapetti, che spiega le dinamiche che si sviluppano quando due o più Paesi si legano con una moneta unica o fissano irrevocabilmente il cambio fra di loro (di solito legandosi alla moneta dello Stato più forte) e questi Paesi, che non sono omogenei, permettono fra loro la libera circolazione di capitali e merci. Il risultato è quello sopra descritto.

Ora è ipotesi ormai comunemente accettata, almeno da parte degli studiosi più seri ed obiettivi, che questa dinamica è quella che si è riproposta all'interno della UEM e che ha la maggior responsabilità di quello che è accaduto e sta accadendo ai paesi periferici dell'Unione Europea. Lo ha fatto capire persino il vicepresidente della BCE, Victor Costancio, quando in un suo ormai celebre discorso nel 2013 ha ammesso che la crisi dell'Eurozona è dipesa da squilibri di debito privato estero (chi mi legge sa che ne abbiamo parlato), ovvero dalle dinamiche previste nel Ciclo di Frenkel.

Il problema è che questa teoria prevede come conseguenza inevitabile e necessaria (fase 6 e 7) la tensione sui mercati obbligazionari, il decollo dello spread, la recessione, l'attacco speculativo che rende insostenibile il cambio fisso (o la moneta unica) ed infine la rottura con conseguente uscita e svalutazione. Per noi non è una novità: è esattamente quello che è successo in Italia nel 1992. Se eravate troppo piccoli o non vi ricordate, accadde questo: nel 1992 avevamo un cambio fissato e sopravvalutato all'interno dello SME (che era un sistema di cambi fissi, pur se con delle oscillazioni) e la Bundesbank aveva dichiarato che non sarebbe intervenuta per difendere il rapporto di cambio: le condizioni ideali per un attacco speculativo, che infatti venne ad opera del famoso speculatore George Soros; questi, tramite il suo fondo "Quantum" iniziò a vendere allo scoperto lire per acquistare dollari, costringendo la Banca d'Italia a vendere dollari per sorreggere la quotazione della nostra valuta. Furono bruciate così riserve in dollari per 48 miliardi, aggravando così una situazione che già precedentemente non era rosea a causa della crisi e che aveva costretto il nostro buon Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, a dare il via al prelievo forzoso del 6x1.000 sui conti correnti di tutti i cittadini, cosa che era avvenuta nella notte (come ogni ladro che si rispetti...) fra il 9 ed il 10 luglio. Fu tutto inutile: nell'impossibilità di reggere il cambio sopravvalutato e non potendo svenare ulteriormente le casse dello Stato e le finanze dei cittadini, il Governo italiano fu costretto ad arrendersi ed uscire dallo SME, svalutando del 30%. Cosa avvenne dopo lo abbiamo visto ed a posteriori qualche pensiero non proprio cristiano per l'anima di Amato e di Ciampi, allora Governatore della nostra banca centrale, viene spontaneo...

Quindi, anche questa volta ci si sarebbe dovuto aspettare decollo dello spread, attacchi speculativi ed infine la rottura dell'unione od almeno l'uscita dell'italia dall'euro. Ed in effetti lo spread a metà 2011 è cominciato a decollare, superando quello fra Bonos e Bund, ovvero fra i titoli di stato spagnoli, storicamente più deboli dei nostri, ed i titoli tedeschi. Ma c'è un però. Lo spread ha cominciato a decollare troppo, come si vede qui:


Non c'era infatti nessuna ragione macroeconomica per cui i nostri titoli dovessero salire così bruscamente fra luglio e novembre 2011 e la speculazione internazionale ancora non aveva ancora deciso se scommettere contro la tenuta dell'euro od attendere, lucrando i rendimenti dei titoli sovrani degli Stati periferici. Ed allora cosa è successo? E' successo che la Germania, tramite le sue banche, principalmente la Deutsche Bank, iniziò una massiccia vendita al ribasso dei BTP: nei primi sei mesi del 2011 il suo portafoglio passò da 8,01 miliardi a 997 milioni in titoli italiani, con una riduzione del 88%! Naturalmente di fronte a questa massiccia vendita, oltretutto e stranamente, estremamente propagandata dai mezzi di informazione con dovizia di particolari, il mercato reagì: i grandi fondi hedge e le banche d'affari cominciarono a vendere allo scoperto titoli italiani, sia nei mercati futures, sia in quelli cash, confidando che la BCE non sarebbe intervenuta per sostenerne il corso, stante i limiti di mandato del suo operare. I futures sui BPT crollarono, passando da un valore di 110 ad 87,5, mentre quelli sui Bund passarono da 125 a 139, aiutando anche a tenere bassi gli interessi sui titoli tedeschi. Gli interessi del debito sovrano italiano invece crebbero, facendo divenire pressoché insostenibile a lungo termine il suo finanziamento e facendo temere a breve un default, che nei fatti non c'era, ma che una campagna di informazione martellante e le dichiarazioni quotidiane dei politici avversi fecero credere imminente. Il risultato fu il crollo del Governo Berlusconi, che peraltro già non godeva più di una solida maggioranza e l'insediamento "forzato" di Monti. Perché dico che non c'era pericolo imminente? Perché lo avevano appena detto uno studio della Commissione Europea, la Fondazione Stiftung Marktwirtschaft e la Neue Zürcher Zeitung! Riporto il grafico conclusivo di quest'ultima, che appare il più chiaro visivamente:


La sostenibilità a breve, immediata, è la barra blu, mentre quella a lungo termine è la barra celeste: i Paesi che hanno un debito sostenibile sono quelli che hanno l'andamento della barra negativo (verso sinistra) gli altri sono quelli più o meno insostenibili: quanti ne vedete sostenibili? Solo uno, l'Italia. Nel 2011 l'Italia era quindi perfettamente in grado di resistere e di far fronte ai propri impegni di spesa: altro che mancare i soldi per gli stipendi, come continua a dire qualcuno...

Su questo attacco si è già parlato molto, grazie alle rivelazioni del giornalista Alain Friedman, per sostenere o negare che l'azione fu orchestrata dalla Germania, proprio per eliminare Berlusconi che rischiava di far saltare il sistema euro: il famoso colloquio avuto da Napolitano con Monti a giugno 2011, in piena bufera speculativa, ha riempito le prime pagine dei giornali, così come si è molto disquisito della reale o meno volontà di Berlusconi di rovesciare il tavolo, minacciando l'uscita dall'eurozona. Ora però si è aggiunto un tassello piuttosto significativo ed inquietante: secondo un libro appena uscito in America e scritto dall'ex Ministro del Tesoro americano Tim Geithner, alcuni funzionari europei lo avvicinarono nell'autunno del 2011 per proporgli un piano per abbattere Berlusconi, attraverso il diniego di sostegno all'Italia da parte del FMI, finché non se ne fosse andato. Questo darebbe credito alla tesi del "complotto" politico-finanziario ed ancora più grave avvalorerebbe l'ipotesi di un "golpe" nei confronti degli italiani, privati di fatto della loro sovranità, con la nomina, fuori da ogni processo democratico, di Monti a Presidente del Consiglio.

Che i mercati, o meglio le banche tedesche sui mercati, che qualcuno considera neutrali e rispondenti solo a logiche economiche, si erano comportati in maniera anomala lo aveva notato anche qualcun'altro: Prodi, che all'epoca era ormai osservatore esterno, dichiarò il suo stupore per l'azione della Germania, da lui considerata "suicida". Queste le sue parole in un'intervista al Corriere della Sera del 28 luglio 2011(qui il testo integrale): “La scelta di DeutscheBank? Un suicidio”. “E' la dimostrazione di una mancanza di solidarietà che porta al suicidio anche per la Germania. Significa la fine di ogni legame di solidarietà e significa obbligare tutti a giocare in difesa. E quando questo viene dalla Germania, un Paese che ha avuto più saggezza nel capire gli altri fino a qualche anno fa, sono assolutamente turbato”.

Dopo l'insediamento di Mario Monti come capo dell'Esecutivo, con il plauso e la benedizione della Merkel, lo spread cominciò a ridiscendere, ma durò poco: questa volta a giocare a sfavore era l'instabilità della Grecia ed il pericolo concreto della sua uscita dall'euro con il conseguente rischio da parte degli investitori (soprattutto tedeschi) di vedersi restituiti i prestiti in moneta svalutata e magari con un deciso haircut del credito. Nonostante l'insediamento di Monti quindi si stava realizzando (questa volta indirettamente) la fase 6 del Ciclo di Frenkel ed eravamo ad un passo dalla fase 7. Ma qui intervenne l'altro Mario, quello che durante l'attacco del 2011 era stato silente a guardare la speculazione fare a pezzi l'Italia, Mario Draghi. Al culmine dell'instabilità e mentre gli edge fund e le banche pregustavano un'altra scorpacciata, nel luglio del 2012, il Presidente della BCE fece la sua famosa dichiarazione, riassunta nella frase "whatever it takes", in cui lanciava il programma OMT, Outright Monetary Transaction, un programma di acquisto condizionato dei titoli di stato dei Paesi dell'eurozona per difendere gli Stati in difficoltà dall'innalzamento dei tassi di interesse. Bastò la semplice dichiarazione di intervento a sconfiggere le spinte speculative ed a far abbassare gli spread, come il grafico sopra postato dimostra. Ora, è legittimo chiedersi come mai Draghi abbia trovato l'escamotage per impegnare la BCE ad un intervento senza violare lo statuto per salvare l'euro nel 2012, mentre non abbia avuto la stessa brillantezza per salvare l'Italia nel 2011: l'unica cosa che si può segnalare per comprenderne i motivi è il fatto che, grazie alla crisi del 2011, ci fu un cambio di guida in Italia, ma anche in Grecia, ed in tutti e due i casi furono sostituiti Presidenti del Consiglio riottosi ad eseguire le direttive della Commissione Europea e che avevano accarezzato l'idea di uscire dall'euro (Papandreu stava per indire un referendum, Berlusconi ne aveva parlato con i partner europei, secondo Bini Smaghi) con soggetti, provenienti dal mondo finanziario (Monti, Papademos), del tutto in linea con le direttive economiche.

Qual'è il risultato che queste mosse hanno ottenuto? Innanzitutto e principalmente il salvataggio dell'euro: se infatti la minaccia dell'OMT ci ha salvato dal dover emettere titoli ad interessi alla lunga insostenibili, essa ha anche impedito che si portasse a compimento il Ciclo di Frenkel: il risultato è che dal 2012 siamo incastrati in una fase 6, attutita, ma non per questo meno disastrosa; l'austerità a cui costringe la difesa della moneta unica, i tagli alla spesa pubblica che in fase recessiva amplificano, via moltiplicatore, l'effetto negativo sui redditi e sulla domanda aggregata, la disoccupazione in aumento ed il calo dei redditi nominali e reali, sono tutte conseguenze di questo essere rimasti "in sospeso", di voler perseverare a rimanere in una Eurozona sbagliata economicamente. La corsa di cui si parlava all'inizio, il cui arrivo è l'uscita dall'euro, è stata sabotata. Ma non preoccupatevi, anche se fanno di tutto per costringerci a rimanere ne verremo fuori, prima o poi, al più tardi quando, come osserva cinicamente l'ultimo studio di Nomisma, il livello di sofferenza del rimanere pareggerà nella mente delle persone quello temuto per uscire: per apprezzare meglio ecco le precise parole: "Se l'opzione di stare nell'euro dovesse divenire troppo onerosa, per persistenza della disoccupazione di massa ed estensione dei fenomeni di impoverimento, allora potrebbero formarsi maggioranze di cittadini i cui interessi sono più colpiti e che ritengono sopportabili i costi di un'uscita. Non si può dunque fare affidamento nell'elevatezza delle barriere all'uscita per mantenere invariato il frame work politico ed economico".

Se non l'aveste capito, l'"elevatezza delle barriere" è data dall'informazione distorta e terroristica che i mezzi di comunicazione ci forniscono amorevolmente ogni giorno. L'arrivo quindi non sarebbe lontano, le condizioni ci sono tutte perché infine il Ciclo si esaurisca, basterebbe solo che ci convincessimo che al di là dello striscione non c'è un baratro...




martedì 6 maggio 2014

La funzione della moneta unica? Ce la spiega Oscar Wilde...

In fondo basta aver letto qualche libro senza figure (come ama dire un oscuro economista di provincia... :)) per fare dei collegamenti che ci chiariscano le idee.

A me, ad esempio, è venuto in mente un collegamento fra Euro, moral hazard e Il ritratto di Dorian Gray. Siccome presumo che tutti conoscano il famoso libro di Oscar Wilde (visto che ne hanno fatto pure vari film...), ahime, conoscano l'euro, ma non tutti sappiano cosa si intende per moral hazard, spiego brevemente: dicesi moral hazard (Fantozzi ci ha rovinato..) quel comportamento economico per cui un soggetto ha la tendenza ad assumere volentieri un rischio, anche azzardato, in quanto confida che il relativo costo non verrà eventualmente sopportato da lui.

Ora qual'era la caratteristica del ritratto che l'amico Basil Hallward aveva dipinto? Che qualsiasi cosa il giovane Dorian avesse compiuto, qualsiasi crimine o perversione, l'effetto si sarebbe trasmesso al dipinto e non all'uomo: il ritratto sarebbe divenuto laido e vecchio, avrebbe portato i segni della dissolutezza, mentre Dorian sarebbe rimasto per sempre come appariva, giovane ed innocente.

Se ci pensate bene l'euro, per i Paesi della periferia, è stato come il loro personale ritratto di Dorian Gray: le imprese, prima, le famiglie, poi, hanno potuto godere senza moderazione dei prestiti, abbondanti ed a buon mercato, che i paesi core volentieri elargivano. E nonostante l'indebitamento raggiungesse e superasse il livello di guardia (la Grecia era arrivata ad avere debiti privati pari a 10 punti di PIL, quando la soglia di allarme per una economia è un indebitamento di massimo 5 punti), gli Stati mostravano una faccia pulita e rassicurante: le entrate fiscali erano copiose, tanto da permettere spese pubbliche sontuose (la nuovissima e modernissima metropolitana di Atene  ne è un esempio); gli investimenti (non più produttivi, ma speculativi) erano forti: il mercato immobiliare e dei titoli presentava sempre prezzi in rialzo; i consumi di beni di lusso erano alti: volevi una Porche Cajenne? Il concessionario te la dava con l'aiuto della provvida finanziaria; volevi una casa nuova, magari una villa? Ecco il mutuo che copriva anche il 110% del costo (così ti toglievi pure qualche sfizio di arredamento); volevi un televisore 52 pollici extrapiatto? Nessun problema, a rate ed interessi zero, o con un piccolo interesse, ma pagamento posticipato anche di mesi. E così sempre più avanti in un vortice sfrenato di consumi ed indebitamento. Tutto perché chi prestava troppo e male e spingeva al consumo, spesso dei beni da lui prodotti, sapeva che i debiti sarebbero sempre tornati ed in valuta buona, perché, se non avessero potuto ripagarlo i debitori privati, sarebbe stato costretto ad intervenire lo Stato, per non mandare all'aria la sua economia e le sue banche. Tanti Lord Henry Wotton che spingevano verso l'abisso i cittadini del Sud Europa, ubriacati ed inebriati dalla possibilità di possedere beni, prima spesso irrangiungibili.

Senza l'euro, non appena il livello di debito estero fosse salito a livelli di guardia e probabilmente anche prima, il cambio della moneta nazionale avrebbe avuto un calo vistoso, sia perché l'alta richiesta di valuta estera avrebbe deprezzato quella nazionale, sia perché la  deteriorata capacità produttiva, avrebbe avuto riflessi sul valore della moneta quotata, circostanze che sarebbero state interpretate correttamente come un segnale d'allarme dai mercati finanziari, frenando ulteriori investimenti.

La domanda che a questo punto viene spontaneo porsi è: la colpa è di Dorian o di Lord Wotton? Sono i debitori che avrebbero dovuto rifiutare i piaceri del credito facile o i finanziatori a stare attenti a quanto ed a chi prestavano? Date la risposta che preferite: per me è colpa di chi ha "dipinto" l'euro, il quale ha tirato fuori le peggiori pulsioni degli uni e degli altri ed ha lasciato che si sfogassero senza freni. La cupidigia di beni e l'avidità di guadagni sono stati potenziati ed esaltati da una moneta sempre e comunque "credibile", che ha azzerato il moral hazard, grazie anche ai meccanismi di socializzazione delle perdite, che l'eurozona è stata tanto pronta ad implementare, e che ha reso confidenti le banche di riuscire a cavarsela in ogni caso.

Certo, considerata l'asimmetria informativa, pesantemente a favore degli istituti finanziari, i quali avevano tutti gli strumenti per capire quanto stava accadendo, una maggior responsabilità ai nostri Lord Wotton la darei, anche più di quanto faccia Oscar Wilde nel suo libro: in fondo, nel romanzo, Henry Wotton è solo un dandy intelligente quanto amorale e non basa le sue fortune economiche sulla rovina di Dorian Gray, come invece ha fatto, esempio a caso, una certa Nazione dalla popolazione con spiccate caratteristiche genetiche recessive...