venerdì 20 settembre 2013

L'Europa truccherà i numeri sui deficit.

La mossa disperata per fare in modo che l'economia europea appaia più forte. Cambiamenti nel metodo di calcolo.


"I funzionari dell'Unione europea hanno raggiunto un accordo preliminare al fine di cambiare il modo in cui l'area arriva alla determinazione di alcuni numeri sui deficit". E' il rumor riportato in un articolo dell'Associated Press. Il motivo: tale cambiamento potrebbe smorzare la pressione per adottare nuove misure di austerity in economie già colpite dalla crisi.

In altre parole, la "ripresa" dell'Europa ora sarà basata su dati truccati. 

Stando all'articolo dell'AP, basato sulle indiscrezioni riportate da un funzionario dell'Ue, "il cambio al metodo di calcolo del deficit strutturale avrebbe conseguenze positive in modo "molto significativo" per la Spagna, a causa della struttura del suo mercato del lavoro, e impatti, anche se minori, sull'Irlanda, la Grecia e il Portogallo". 

In particolare, la Spagna fa fronte a un tasso di disoccupazione record del 26% circa; la mossa potrebbe permettere al governo di allentare la pressione fiscale, alimentando dunque la crescita.

"Allentare l'austerity attraverso cambiamenti nella politica di budget dell'Unione europea è una mossa molto significativa - ha commentato all'AP Vivien Schmidt della Boston University. 

Nel caso in cui si raggiungesse un accordo, la mossa "potrebbe smorzare i problemi economici, e anche politici, dei paesi del sud Europa, così come dell'Irlanda". E ovviamente si tratterebbe anche di "un'ammissione tacita del fatto che i programmi radicali volti a tagliare i deficit, e relativi agli ultimi tre anni, non sono riusciti a fronteggiare il problema della crescita", e si sono rivelati, così, fallimentari.

La natura del cambiamento è molto tecnica: si tratterebbe di apportare modifiche alla metodologia attraverso cui si misura la differenza tra la crescita strutturale e quella potenziale. La fonte, che ha optato per l'anonimato, ha affermato che la proposta avrà bisogno dell'approvazione dei 28 membri dell'Unione europea, in un meeting che si terrà la prossima settimana.

giovedì 19 settembre 2013

Sapir: Lo scioglimento dell'euro, un'idea che si imporrà nei fatti

Dal sito RussEurope di Jacques Sapir  alcuni risultati dello studio "Scenari di scioglimento dell'euro": non sarebbe una catastrofe, ma un salva-vita. Inoltre Sapir illustra l'ipotesi di una moneta comune

Dalla fine della primavera, dai paesi dell'Europa meridionale ci arriva un concerto di "buone notizie". La crescita dovrebbe tornare in Portogallo e in Spagna, come anche in Grecia. I tassi rimangono ad un livello considerato "ragionevole". In breve, la crisi nella zona euro sarebbe dietro le spalle. Tuttavia, a un esame più attento, si può mettere seriamente in dubbio la realtà di queste affermazioni.
Siamo fuori dalla depressione?


In queste affermazioni ci sono molte manipolazioni, ma anche un po' di verità. Cominciamo con il poco di verità che contengono. Sì, la crisi sta toccando il fondo. Ciò è evidente in Spagna, dove la disoccupazione ora sembra essersi stabilizzata, anche se ad un livello molto alto (25 % della forza lavoro). Negli ultimi mesi sembra che non ci sia un peggioramento, ma questo è lontano dal corrispondere a un'uscita dalla crisi. Aggiungiamo che molte nuvole nere si profilano all'orizzonte: il credito è ancora in fase di contrazione (soprattutto in Italia e Francia), gli investimenti sono ancora scarsi (e quindi le prospettive di crescita futura). Non c'è niente che ci consenta di dire che nei prossimi mesi i paesi dell'Europa meridionale avranno una ripresa che permetta loro di superare la crisi. La prospettiva di una nuova crisi politica in Italia, che si aggiunge alle difficoltà economiche, è altamente probabile [1].

D'altronde possiamo anche constatare (figura 1) che il miglioramento della bilancia commerciale in questo paese è legato al calo delle importazioni, piuttosto che a un aumento delle esportazioni.
                                                Figura 1
 


Fonte : Natixis Thelier C. , « Italie, une rentrée agitée », NATIXIS Special Report, n° 155

Allo stesso modo, l'aumento delle sofferenze nei bilanci delle banche è un indicatore molto affidabile di un cumularsi di problemi ( Figura 2) .

                                                 figura  2

             Fonte : Natixis Thelier C. , « Italie, une rentrée agitée », NATIXIS Special Report, n° 155

Data l'importanza dell'economia italiana, che è la terza più grande economia della zona euro, è chiaro che la zona euro è molto, molto lontano, dall'essere trainata dal fatturato delle imprese.

Al meglio, la crisi resterà allo stesso livello di oggi. Nel peggiore dei casi, e questo è ciò che si può temere guardando all'evoluzione del credito e degli investimenti, dopo questa pausa temporanea la situazione dovrebbe iniziare a deteriorarsi nella seconda metà del 2014. Già da ora è chiaro che entro la fine del 2013 ci vorrà un nuovo piano di salvataggio per la Grecia. [ 2 ]

E questo ci porta alla manipolazione, largamente evidente in molti media. Ormai si parla solo di "ripresa", mentre tutti gli indicatori restano allarmanti. In una parte della stampa si manifesta un consenso, soprattutto per ragioni politiche, che li porta ad annunciare il ritorno alla crescita mentre tutto lo nega. In Francia abbiamo avuto un esempio di questa pratica in materia di statistiche della disoccupazione. Ed è un fatto istruttivo, sia sullo stato dei media in Francia che dal punto di vista più generale dell'atteggiamento delle élite su questo tema. Mentre in Germania, Italia e Spagna si continua a discutere della crisi dell'euro, in Francia il problema sembra essere scomparso.

La crisi in prospettiva.

La zona euro ha subito una serie di problemi: la mancanza di flussi finanziari massicci per equilibrare le strutture economiche dei paesi membri; una banca centrale indipendente fissata ad una politica inefficace [3]; e una politica di deflazione salariale iniziata dalla Germania, quasi una politica "clandestina" [4] - descritta anche come " opportunistica" o "non cooperativa" - che ha esacerbato le tendenze preesistenti a una diversa evoluzione dei salari e della produttività .
Va qui ricordato che la crisi della zona euro non data dal 2010-2011, ma ha radici molto più antiche. L' introduzione dell'euro ha comportato anche una politica monetaria unica per i paesi dell'area dell'euro. Tuttavia, tanto la congiuntura economica che le determinanti strutturali dell'inflazione - i problemi di distribuzione del reddito, ma anche la presenza di filiere produttive più o meno sensibili agli aumenti di prezzo – causano dei tassi di inflazione strutturale differenti nei diversi paesi. Ciò è dovuto alla presenza di notevoli rigidità nell'economia, che inficiano la tesi della "neutralità della moneta " . [ 5 ]

Invece, nel contesto di una moneta unica, le differenze d'inflazione non possono essere troppo alte a causa dei problemi di competitività interna della zona. Un certo numero di paesi quindi hanno dovuto subire un'inflazione al di sotto del loro livello strutturale. Questo, a sua volta, ha portato ad un tasso di crescita inferiore al loro tasso di crescita ottimale e spiega perché alcuni paesi come l'Italia e il Portogallo hanno sperimentato una crescita molto bassa. In realtà, questi paesi hanno perso in entrambi i campi: in competitività e in livello di crescita [ 6 ] .
Se l'economia europea langue in recessione dal 2000 , è a causa dell'euro . Il fatto che la Germania se la sia cavata lo conferma, sia in ragione degli specifici vantaggi comparativi del paese sia della politica che è stata condotta dal 2002 ( la "riforma " Harz - IV) . L'euro è il cuore del problema dell'Europa. Condanna la maggior parte dei paesi che l'hanno adottato alla recessione o alla crisi, come nell'Europa del sud. La Germania ha "esportato" in questi paesi tra i 4 e i 5 milioni di disoccupati .
L' opzione di un federalismo europeo [ 7 ], oltre ai problemi politici che presenta, si scontra con l'entità delle rimesse che la Germania dovrebbe concedere ai paesi del Sud Europa [ 8 ]. La Germania infatti dovrebbe sopportare il 90 % del finanziamento di questi trasferimenti netti, tra i 232 e i 220 miliardi di ​​€ all'anno (pari a una somma che va dai 2200 ai 2.320 miliardi in dieci anni), tra l'8 % e il 9 % del suo PIL. Altre stime danno dei livelli ancora più alti, che arrivano al 12,7 % del PIL. [ 9 ] E' quindi necessario trarre tutte le conseguenze: il federalismo non sembra essere un'opzione realistica per i paesi del Nord Europa e in primo luogo per la Germania. E' inutile presentarlo come una soluzione possibile [ 10 ].

Lo scioglimento, unico orizzonte ragionevole?

L'ampiezza della recessione in molti paesi annuncia un ritorno della crisi. La solvibilità degli stati non è più garantita. Il crollo delle entrate fiscali in molti paesi costituisce un acceleratore della crisi. Questa situazione testimonia la presenza di difetti strutturali nella progettazione e nella realizzazione della moneta unica. [ 11 ] Questi ultimi, troppo a lungo negati o minimizzati [ 12 ] , sono ora in procinto di essere riconosciuti.

Uno scioglimento della zona euro non sarebbe una "catastrofe", come spesso si sostiene, ma piuttosto una soluzione salva-vita per il Sud Europa e per la Francia. Questo è ciò che mostra lo studio "Scenari di dissoluzione dell'euro", pubblicato all'inizio di settembre. [ 13 ] Si legge, a seconda delle diverse ipotesi considerate, non solo dell'effetto molto utile delle svalutazioni per l'economia francese, ma anche per quei paesi ora devastati dalla crisi, come Grecia, Portogallo e Spagna. Naturalmente, a seconda delle diverse ipotesi, sia sulla natura più o meno collaborativa di questo scioglimento ma anche sulla politica economica seguita, le stime di crescita divergono. Nel peggiore dei casi, ci si può aspettare una crescita cumulata dell'8 % nel terzo anno dopo la fine dell'Euro, e nel migliore una crescita del 20 % . Nell'Europa meridionale , la crescita cumulata è in media del 6 % in Spagna, 11% in Portogallo e del 15% per la Grecia, nell'ipotesi più sfavorevole a questi paesi. Una prima lezione quindi si impone: la dissoluzione della zona euro riporterebbe la crescita in tutti i paesi dell'Europa meridionale e una massiccia e rapida diminuzione della disoccupazione. Per la Francia, possiamo stimare il calo della disoccupazione da 1 a 2,5 milioni in tre anni. Inoltre, questo riporterebbe in equilibrio il sistema pensionistico e di assistenza sociale. Nel caso della Francia, il ritorno all'equilibrio sarebbe molto veloce (in due anni) . Avrebbe un impatto significativo sulle aspettative delle famiglie, sollevate dalle preoccupazioni legate alle future riforme. I consumi aumenterebbero, e con essi la crescita, anche se non possiamo stimare questo effetto. Questa soluzione ridarebbe vitalità alle economie del Sud Europa, ma converrebbe anche alla Germania, perché un'Europa del sud in espansione porterebbe avanti i suoi rapporti commerciali con il suo vicino del nord , dopo un riaggiustamento della competitività. [ 14 ] 
Gli svantaggi sarebbero molto limitati. Tenuto conto dei tassi, l'impatto di una svalutazione del 25% nei confronti del dollaro provocherebbe un aumento del prezzo dei carburanti dal 6 % all'8 % del prodotto "alla pompa" . Scomparso l'euro, i debiti dei singoli stati sarebbero ri-denominati in valuta nazionale .
Una tale politica potrebbe anche imporre dei controlli sui capitali in ogni paese. Si noti che questo è già il caso di Cipro! Questi controlli, oltre a contribuire a “de-finanziarizzare” queste economie, limiterebbero considerevolmente la speculazione e consentirebbero alle banche centrali di fissare delle nuove parità. Una volta raggiunte queste nuove parità, potrebbe essere stabilito un sistema di fluttuazione coordinata delle valute, come ai tempi dell'ECU. Storicamente, chi ha suonato la campana a morte di questo sistema è stata la speculazione valutaria. Una volta rimossa, o fortemente ridotta, il sistema potrebbe funzionare di nuovo.




Dalla "moneta unica" alla "moneta comune" ?


Questa idea attira un certo numero di uomini (e donne) della politica . Ed è tutt'altro che assurda , anzi. In effetti, una moneta comune avrebbe dovuto essere adottata sin dal principio.
Di cosa si tratta, dunque? Si può immaginare che il sistema monetario europeo che verrebbe ripristinato a seguito dello scioglimento dell'Euro conduca a una moneta comune, che si aggiungerebbe alle monete esistenti, e che sarebbe utilizzata per tutte le transazioni (beni e servizi ma anche investimenti ) con gli altri paesi .





Questa dissoluzione della zona euro, se risulta da un'azione concertata da parte dei paesi membri, darà vita ad un sistema monetario europeo ( SME) volto a garantire che la necessaria flessibilità del tasso di cambio non si trasformi in caos. Se un tale sistema venisse implementato, avrebbe necessariamente un impatto significativo sul sistema monetario internazionale. Il nuovo SME, per essere in grado di funzionare correttamente , dovrebbe avere le seguenti caratteristiche :





( I) I tassi di cambio tra le monete dei paesi coinvolti nello SMe devono essere fissi, pur rimanendo soggetti regolarmente a revisione, per evitare il ripetersi degli squilibri che prevalgono oggi nell' Euro. Ciò comporta la creazione di una unità di conto europea e la regolamentazione dei movimenti di capitale all'interno dell'area. Se i flussi di capitali ai fini di investimento non pongono problemi a causa della parità fissa, ci deve essere un mercato molto limitato e fortemente regolamentato. Per il resto, il mercato monetario deve essere solo in contanti e con divieto assoluto di posizioni allo scoperto .

(ii) la determinazione dei tassi di cambio deve essere coordinata, nell'ambito di un consiglio finanziario europeo, che tenga conto dei cambiamenti in termini di produttività e di inflazione in ciascun paese. L' obiettivo è quello di ridurre in modo significativo le posizioni sia di credito che di debito nella bilancia dei pagamenti. Sia i deficit che i surplus all'interno dello SME dovrebbero essere riportati su un conto speciale della BCE - che svolgerebbe quindi il ruolo di istituto di compensazione - e dovrebbero essere tassati in proporzione alla loro importanza e durata.

( Iii ) È importante che la legislazione bancaria , soprattutto per le banche commerciali, sia armonizzata. Da questo punto di vista, un meccanismo di unione bancaria è altrettanto importante come lo era nell'Euro. Questa unione bancaria dovrebbe essere amministrata dalla BCE, le cui competenze e il cui ruolo sarebbero ridefinite da un nuovo statuto

(iv) la Banca centrale europea avrà il compito di gestire l'unità di conto nei confronti dei paesi "fuori area" . Ciò implica che sarebbe responsabile di porsi un obiettivo di parità dell'unità di conto in relazione alle altre valute (fuori dallo SME ), e che dovrebbe essere in grado di intervenire per difenderlo nei mercati finanziari. Le transazioni commerciali e finanziarie al di fuori dello SME quindi si farerebbero nell'unità di conto .

( V ) In questo sistema monetario europeo, non è né necessario né auspicabile che l'attuale statuto delle banche centrali sia mantenuto. Conviene riavvicinare le banche centrali ai governi – passando da una "indipendenza" a una "autonomia" nell'attuazione delle politiche decise dai governi - permettendo loro di essere coperti da prestiti e anticipazioni, almeno sulla parte non strutturale del disavanzo (peso degli interessi sul debito, misure specifiche di bilancio per far fronte a situazioni di crisi o altri imprevisti ) .

( Vi) Il debito dei paesi, per ora detenuto dal 30 % al 65 % da non residenti (soprattutto europei) sarebbe gradualmente ri-nazionalizzato. Le emissioni di debito potrebbero essere fatte solo in valuta nazionale, salvo accordi europei per mantenere una moneta comune estera, che dovrebbe avere una buona valutazione a livello internazionale, cosa che giustificherebbe che una quota minima dei debiti siano denominati nella valuta comune. In effetti, l'uso di meccanismi quali un minimo di titoli pubblici detenuti dalle banche, fornirebbe le risorse necessarie .

( vii) l' unità di conto funzionerebbe come un "paniere" di valute, in cui le proporzioni di ciascuna valuta, come la loro parità, potrebbero essere riviste.





Questo sistema effettivamente corrisponderebbe alla esistenza di una moneta progettata come unità di conto in aggiunta alle monete nazionali esistenti. Questa situazione sarebbe molto favorevole alla risurrezione dell'Euro , ma sotto la forma di una moneta comune.


Questo darebbe all'Europa sia la flessibilità interna di cui ha bisogno e sia la stabilità nei confronti del resto del mondo. Un "paniere di valute" essendo intrinsecamente più stabile di una moneta unica, la moneta comune potrebbe diventare un potente strumento di riserva, corrispondentemente ai desideri dei paesi emergenti BRICS .

Lo scioglimento dell'Euro, in queste condizioni , non segnerebbe la fine dell'Europa, come si pretende, ma al contrario la sua rimonta nell'economia globale, e per di più una rimonta da cui potrebbero trarre beneficio in maniera massiccia, sia per la crescita che la nascita nel tempo di uno strumento di riserva, i paesi in via di sviluppo dell'Asia e dell'Africa .


[1]Thelier C., « Italie, une rentrée agitée », NATIXIS Special Report, n° 155, 13 septembre, Paris.
[2]Artus P., « En quoi pourrait consister une nouvelle aide à la Grèce ?» FLASH-ECONOMIE Natixis, n° 598, 30 août 2013, Paris.
[3]Biböw J., « The Euro and Its Guardian of Stability » in Rochone L-P et S. Yinka Olawoye (edits), Monetary Policy and Central Banking : New Directions in Post-Keynesian Theory, Edwrd Elgar, Cheltenham et Northampton, 2012, pp. 190-226.
[4]Flassbeck H., « Wage Divergence in Euroland : Explosive in the Making » in Biböw J. et A. Terzi (edits.), Euroland and the World Economy – Global Player or Global Drag ?, Palgrave MacMillan, Londres, 2007.
[5]B.C. Greenwald et J.E. Stiglitz, “Toward a Theory of Rigidities” in American Economic Review, vol. 79, n°2, 1989, Papers and Proceedings, pp. 364-369. L. Ball et D. Romer, “Real Rigidities and the Nonneutrality of Money” in Review of Economic Studies, 1990, vol. 57, n°1, pp. 183-203.
[6]Voir sur ce point Biböw J. et A. Terzi (edits.), Euroland and the World Economy – Global Player or Global Drag ?, op.cit..
[7]Artus J., Trois possibilités seulement pour la zone euro, NATIXIS, Flash-Économie, n°729, 25 octobre 2012.
[8]Sapir J., “Le coût du fédéralisme dans la zone Euro”, billet publié sur le carnet Russeurope le 10/11/2012, URL: http://russeurope.hypotheses.org/453
[9]Artus P., « La solidarité avec les autres pays de la zone euro est-elle incompatible avec la stratégie fondamentale de l’Allemagne : rester compétitive au niveau mondial ? La réponse est oui », NATIXIS, Flash-Économie, n°508, 17 juillet 2012.
[10]Comme le fait Michel Aglietta, Zone Euro : éclatement ou fédération, Michalon, Paris, 2012
[11]Sapir J., Faut-il Sortir de l’Euro ? Le Seuil, Paris, 2012.
[12]Des travaux comme ceux collationnés dans Biböw J. et A. Terzi (edits.), Euroland and the World Economy – Global Player or Global Drag ?, Palgrave MacMillan, Londres, 2007.
[13]Sapir J., et P. Murer (avec la contribution de C. Durand), Les scenarii de la dissolution de l’Euro, Étude de la Fondation Res Publica, septembre 2013, Paris, 88p.
[14]Artus P. (red), « C’est la compétitivité-coût qui devient la variable essentielle » in Flash-Economie, Natixis, note n° 596, 30 août 2013, Paris.
 

mercoledì 18 settembre 2013

MES e FISCAL COMPACT, altro che casta e sprechi.

Vi proponiamo oggi un video prodotto da "Economia 5 Stelle" (l'unica parte del M5S rispettabile e preparata) che ci spiega con grande semplicità quali sono i veri problemi che l'Italia dovrebbe affrontare e che condizionano e condizioneranno sempre di più la nostra vita, ovvero il MES (Fondo salva stati) e il Fiscal Compact. Vi preghiamo di guardarlo e farne vostri i concetti e le problematiche, è davvero importante:
Buona Visione.




martedì 17 settembre 2013

Il moltiplicatore keynesiano spiegato facile facile

Uno dei capisaldi della teoria economica keynesiana è il moltiplicatore: ecco una spiegazione illustrata tratta da Keynes Blog (www.keynesblog.com). Facile facile...
Ci è stato insegnato fin da piccoli a mettere i soldi nel salvadanaio e conservarli. Ad un certo punto possiamo rompere il salvadanaio e spendere in un solo acquisto la moneta che abbiamo “tesaurizzato”. Forti di questa convinzione, pensiamo che per spendere occorra prima risparmiare. E, finché ci limitiamo al nostro salvadanaio o a considerare una unità familiare, le cose stanno in effetti più o meno così, anche se quei soldi risparmiati dobbiamo averli prima guadagnati lavorando. Questo dovrebbe porci già qualche dubbio; ma non anticipiamo nulla e vediamo cosa accade in un sistema economico. Per illustrare come funziona l’accumulazione dei risparmi supporremo un sistema semplice, composto da famiglie e imprese. Il reddito delle famiglie deriva dalle paghe che i lavoratori percepiscono dalle imprese. Inoltre il sistema, per semplicità, è chiuso, ossia non vi sono importazioni ed esportazioni.
All’inizio le imprese investono (quindi spendono) una cifra aggiuntiva rispetto al periodo precedente, diciamo 100 milioni. Indicheremo questo investimento aggiuntivo con ∆I; quindi ∆I=100.
Cosa vuol dire che le imprese hanno investito 100 milioni? Significa che hanno acquistato nuovi macchinari o costruito nuovi capannoni o fatto acquisti in altri beni capitali. Pertanto qualcuno nell’insieme delle famiglie ha percepito quella spesa aggiuntiva: ad esempio sono stati assunti nuovi lavoratori delle imprese che costruiscono capannoni e macchinari. Pertanto il ∆I si traduce in reddito aggiuntivo per le famiglie.
Cosa faranno le famiglie di questo reddito? Non lo spenderanno tutto, ma risparmieranno una parte. Supponiamo che spendano il 70% e risparmino il restante 30%. Spendere questi 70 milioni significherà acquistare prodotti in più per 70 milioni dalle imprese. Pertanto la situazione sarà quella in figura:
Dove ∆S rappresenta il risparmio (“saving”) aggiuntivo che in questo primo passaggio è uguale a 30. Per rispondere ai consumi aggiunti (che indicheremo con ∆C) pari a 70 milioni le imprese dovranno assumere nuovo personale e compiere altre spese che, come in precedenza, si riverseranno sulle famiglie. Queste ultime risparmieranno il 30% dei 70 milioni aggiuntivi, pari a 21 milioni e ne spenderanno il 70%, pari a 49 milioni. Pertanto al secondo passaggio ∆C = 70+49 = 119 e ∆S = 30 + 21 = 51:
Il processo va avanti così, in un circolo sempre più smorzato. Vediamo i due successivi passaggi (indicheremo con ∆Y la spesa aggiuntiva delle imprese, che corrisponde al reddito aggiuntivo percepito dalle famiglie)
Passaggio 3:
∆Y = 100+70+49 = 219
∆C = 70+49+(0,7*49) = 153,3 (70% di 49 = 34,3)
∆S = 30 + 21 + (0,3*49) = 65,7 (30% di 49 = 14,7)
Passaggio 4:
∆Y = 100+70+49+34,3 = 249,3
∆C = 70+49+34,3+(0,7*34,3) = 177,3
∆S = 30 + 21 + 14,7 + (0,3*34,3) = 76
Come si può notare ad ogni passaggio cresce non solo il reddito ma anche il risparmio. Ma fino a quando? Vediamo subito il risultato finale; dato un ∆I=100 e una propensione al consumo delle famiglie c=0,7
(1) ∆Y = 100/(1-0,7) = 333,3
(2) ∆S = 100 = ∆I
(3) ∆C = ∆Y – ∆S = 333,3 – 100 = 233,3
(4) ∆Y = ∆C + ∆I (reddito nazionale = domanda aggregata)
L’equazione 4 indica che la spesa delle imprese (acquisti, investimenti, stipendi), identica al reddito percepito dalle famiglie, è pari ai consumi sommati all’investimento, vale a dire la domanda aggregata. In altre parole un paese nel suo complesso “guadagna ciò che spende”. Y è quindi il reddito nazionale, ovvero, in una economia chiusa, il PIL, Prodotto interno lordo.
Possiamo notare due fatti importanti. Il primo è il funzionamento del moltiplicatore dell’investimento, che avevamo già descritto in alcuni post precedenti. Esso dipende dalla propensione al consumo delle famiglie: più spendono, più il moltiplicatore è alto. Nel nostro caso, data una propensione al consumo c=0,7 avremo che il moltiplicatore è pari a 1/(1-c)=1/(1-0,7)=3,333…
Investire, insomma, crea reddito aggiuntivo.
Ma altrettanto importante è il meccanismo con il quale le famiglie hanno risparmiato: è solo grazie alla spesa iniziale in investimento che si è potuto innescare il circolo che ha portato le famiglie ad incrementare i loro risparmi che sono numericamente pari all’investimento iniziale di 100 milioni (equazione 2).
In altre parole, per risparmiare occorre spendere. O, come si dice nel gergo degli economisti, l’investimento guida il risparmio.
Durante una crisi, quando l’investimento privato e i consumi delle famiglie diminuiscono,lo Stato deve colmare il gap incrementando le sue spese in deficit, cioè senza aumentare le tasseSe non lo fa, la situazione peggiorerà perché la minore domanda indurrà le imprese a produrre di meno e quindi tagliare posti di lavoro, ma la perdita di posti di lavoro diminuirà i redditi delle famiglie e quindi i consumi, facendo decrescere la produzione e crescere ulteriormente la disoccupazione, cosa che procurerà maggiore spesa pubblica (in sussidi di disoccupazione) e minori entrate fiscali.
La maggiore spesa si tradurrà temporaneamente in disavanzo, ma incrementando il reddito nazionale, aumenterà anche il gettito fiscale, che andrà a compensare (o superare, se le aliquote sono elevate) la maggiore spesa.
Se invece si punta sull’austerità, il reddito nazionale calerà e con esso il gettito fiscale. In altre parole lo Stato durante una crisi non ha altra soluzione realistica, per ripianare i suoi debiti nel medio-lungo periodo (o per lo meno per non aggravarli), dispendere di più nel breve periodo.
Insomma, l’austerità, che oggi è il faro dell’Europa, non solo è socialmente ingiusta, ma del tutto controproducente, come i casi di Portogallo, Irlanda e Grecia (e adesso anche di Italia e Spagna) stanno lì a dimostrare.
Ovviamente nel caso di un sistema aperto, con importazioni ed esportazioni, le cose si complicano poiché una parte delle maggiori spese finirà all’estero. In questo caso occorrerà prestare attenzione alla bilancia commerciale, il principale problema dei paesi periferici dell’Europa. Come molti economisti hanno suggerito è quindi necessario che i Paesi “centrali” (Germania in primis) spendano di più, direttamente o attraverso un significativo incremento del bilancio europeo.
A questa obiezione di solito si risponde che, prima di spendere, occorre risparmiare. Ma abbiamo appena visto che nella realtà è l’esatto opposto. Finché qualcuno – l’Europa, i paesi “centrali” o i gli stati – non deciderà di spendere di più, i paesi periferici non riusciranno mai a risparmiare: ad ogni taglio corrisponderà un minore reddito nazionale e ad un minore reddito nazionale corrisponderà un minore gettito fiscale e più disoccupazione.
Infine non bisogna illudersi che l’austerità dia grandi risultati in termini di risparmio sul debito pubblico. Un paese in crisi risulterà difficilmente affidabile agli occhi di chi vuole acquistare titoli di stato e questo qualcuno pretenderà un tasso d’interesse maggiore per rinunciare la sua liquidità. Per questo diventa centrale la riforma della Banca centrale europea o meccanismi che possano ridare fiducia nei titoli di stato.

L'Italia perde ancora Sovranità, arriva la bomba a orologeria del "Two-pack"


Nella foto il Commissario agli Affari economici, Olli Rehn (a sinistra) e il premier italiano Enrico Letta

"Two-pack", una bomba ad orologeria? Il Commissario agli Affari economici, Olli Rehn, arriva martedi a Roma per un'audizione al Parlamento italiano, dove spiegherà il senso delle "raccomandazioni" europee (leggi l'intervista al Sole 24 Ore). È la prima volta che accade, e non sarà ultima. Perché inizia, sotto la bandiera generale del "maggiore coordinamento", una fase nuova per la politica economica italiana, una sorta di "cogestione" dei cui effetti la classe politica italiana ha parlato finora distrattamente. Sbagliando.

In pista c'è il "Two-pack", cioè i due regolamenti approvati dal Consiglio europeo il 13 maggio scorso con l'obiettivo di introdurre, per i paesi dell'eurozona, più coordinamento e vigilanza nel processo di formazione delle politiche fiscali nazionali.
Di fatto se ne va un altro spezzone della "sovranità" nazionale, e non è un caso che nelle ultime ore abbia preso quota il confronto su chi "scriverà" la prossima Legge di Stabilità, l'ex Legge Finanziaria che dovrà essere pronta entro metà ottobre. «Se cade il Governo – ha detto il premier Enrico Letta - la Legge di Stabilità la sciverebbero a Bruxelles e la scriverebbero diversa da noi». Già, perché ora –sempre secondo Letta- questa legge «la scriviamo noi e non viene scritta in Europa visto che siamo usciti dalla procedura d'infrazione per deficit eccessivo».

Chi scrive che cosa, ecco il punto. Torniamo così al "Two-pack" (che segue il Fiscal compact del marzo 2012, il "Six-pack", approvato il 23 novembre 2011 ed il Semestre europeo del settembre 2010) per il quale entro il 15 ottobre ogni paese dell'eurozona presenta alla Commissione e all'Eurogruppo (il coordinamento europeo che riunisce i ministri dell'Economia e delle Finanze dei paesi euro) la bozza del piano di bilancio per l'anno successivo.

Dunque, la Legge di Stabilità da quest'anno prende in parallelo due strade: il Parlamento nazionale e la Commissione europea che la soppeserà con cura. E se la bozza non convince Bruxelles perché non conforme al Patto di Stabilità e di Crescita (costituzionalizzato nel frattempo con il Fiscal compact) e perché non riponde alle raccomandazioni della Commissione? Bruxelles può chiederne la riscrittura entro due settimane dal momento della ricezione del progetto di bilancio ed entro il 30 novembre, se necessario, la Commissione può adottare un parere da sottoporre al vaglio dell'Eurogruppo. Insomma, i governi nazionali scrivono, ma l'Europa, con la sua nuova e più vincolante governance, può chiedere una riscrittura del progetto di legge.

Per il Governo italiano si prospetta una doppia sfida, diplomatica e di contenuto. Deve essere rispettato l'obiettivo del disavanzo sotto il 3% e devono essere rispettati gli avanzi primari strutturali (al netto delle spese per gli interessi) programmati per piegare il rapporto debito/Pil (previsto oltre il 132% nel 2014) su una "traiettoria stabilmente in discesa". Così dicono, tra l'altro, le raccomandazioni di Bruxelles trasmesse all'Italia al momento della sua uscita dalla procedura d'infrazione per deficit eccessivo. Non solo: bisogna "trasferire il carico fiscale da lavoro e capitale a consumi, beni immobili e ambiente assicurando neutralità in termini di gettito". E occorre attuare una "spending review a tutti i livelli amministrativi".

In controluce, ecco lo spostamento della tassazione dalle "persone alle cose" (ma il Governo non intende aumentare l'Iva), il "no" sugli abbattimenti dell'Imu, l'insistenza per una revisione della spesa a largo raggio, la spinta per ridurre il cuneo fiscale su lavoro e impresa. Il tutto, rispettando comunque il famoso tetto del 3%. Non bastassero le tensioni dentro la maggioranza delle larghe intese che sostiene il Governo Letta, anche la partita che si apre con l'Europa si presenta carica di incognite. Perché la Legge di Stabilità si scrive a Roma, ma Bruxelles può dire "no, così non va, riscrivetela". Come da "Two-pack", il pacchetto esplosivo di cui non si parla.

lunedì 16 settembre 2013

Unità politica dell’Europa: ancora con questa storia?!

Ormai è un tormentone noioso quanto inutile: “dobbiamo farlo per l’Europa”, “ora andiamo avanti sulla via dell’Unità europea”, “E’ il momento di rilanciare l’unità d’Europa”…Ricorrentemente un gruppo di “europeisti di professione” (Giuliano Amato, Mario Monti, Romano Prodi, ecce cc.) si esercitano nel solito esercizio retorico sul tema dell’unità politica europea che giustifica tutti i sacrifici di una austerità priva di senso e di prospettive. E’ un mantra buono per tutte le stagioni ed ora ci si esercita Massimo D’Alema (Il Sole 24 ore 4 settembre p. 11). 
Ma questi piccoli azzeccagarbugli abusivamente assurti al ruolo di “statisti” (udite udite!) non fa i conti con una piccola verità: quello che vegliano amorevolmente non è un ammalato grave e neppure un corpo in coma irreversibile, ma un cadavere ormai in stato di decomposizione. Il disegno europeo è morto e non c’è più niente da fare.



Continuare con questa stucchevole litania serve solo a mantenere la costosa, vuota e barocca eurocrazia (Ue, Bce, Commissione Europea, Parlamento di Strasburgo, Consiglio ecc.) la cui ultima esilarante invenzione è quel tale signor “Pesc” di cui non abbiamo più notizia alcuna.

Il progetto europeo, soprattutto quello federalista, fu una grande idea molto seducente. Ma fu impostata molto male sin dall’inizio: troppo affidata alle élite diplomatiche, finanziarie, militari e politiche. Un progetto freddissimo che non è mai diventato carne e sangue dei popoli europei sempre rimasti estranei anche psicologicamente a questa costruzione astratta e senza anima.

I progetti politici, soprattutto quando aspirano alla grandezza dei grandi passaggi storici, non possono essere basati solo su freddi calcoli di ingegneria istituzionale. Costruire l’Europa avrebbe richiesto creare, prima di tutto, un’opinione politica europea, quel che avrebbe richiesto, con la dovuta gradualità, affrontare e risolvere il problema linguistico, perché non esiste nessuna opinione pubblica comune se ciascuno continua a parlare la sua lingua. Al massimo questa si concreta in un ristrettissimo bacino di classi colte, abituate a leggere la stampa in più lingue, a viaggiare, a frequentare incontri plurilingui ecc. Roba che riguarda meno dell’ 1% della popolazione. Ma si preferì non affrontare il tema, più che altro per non darla vinta alla Francia che, in quel momento poteva candidare il suo come idioma comune.

Né si pensarono soluzioni che andassero al di là di una lingua nazionale. E la fragilità del progetto senza vita dell’Europa delle cancellerie si manifestò assai presto con il naufragio del progetto della Comunità Europea di Difesa (1954). Il progetto dell’unità politica ne venne seriamente scosso e la via scelta fu quella di aggirare il problema, puntando tutto sulla costruzione dell’unità economica del continente. Fu la linea di Jean Monnet che prometteva l’unità politica come prodotto dell’integrazione economico finanziaria.

Nei decenni a venire l’unità economica fece effettivamente passi in avanti, ma parallelamente l’unità politica ne faceva indietro. Le burocrazie politiche nazionali non avevano alcuna intenzione di rinunciare al proprio ruolo ed il tema dell’unità politica era continuamente spostato in avanti mentre, nello stesso tempo, tutte le classi dirigenti nazionali facevano a gara a chi era più filo americano. E gli americani volevano una Europa unita economicamente, come proprio principale mercato di sbocco, ma assolutamente non gradivano alcuna sua unità politica, per timore che questo rompesse l’equilibrio bipolare.

La sconfitta definitiva dell’unità politica non è di oggi o di dieci anni fa, ma risale al 1965, quando la Francia restò isolata nella sua battaglia sul superamento del dollar standard e sulle ingerenze americane ed uscì da
sola dalla Nato (pur restando nell’Alleanza atlantica). Il ceto politico europeo era ormai totalmente asservito agli Usa dal cui cono d’ombra non si sognava di uscire. La prova definitiva del loro nullismo politico venne un quarto di secolo dopo, quando crollò l’Urss e, con essa, la ragione stessa di esistenza della Nato: la scelta degli europei fu quella di confermare la partnership euro-americana, anzi allargarla ai paesi dell’est europeo.

L’Europa rinunciava a qualsiasi ruolo autonomo, accontentandosi di un modesto ruolo caudatario dell’Impero americano.

In nessuna delle grandi crisi internazionali avvenute dopo il crollo del muro di Berlino (I° Guerra del Golfo, Somalia, Kossovo, Afghanistan, II° guerra del Golfo e successiva occupazione dell’Irak, primavera araba, Mali ecc.) i paesi europei hanno avuto una posizione univoca ed in nessuna hanno parlato con la voce della Ue.

Soprattutto, è andato squagliandosi l’asse portante della costruzione: l’intesa franco-tedesca. L’entusiasmo per l’Euro è stata l’ultima stagione “felice” del progetto euro-tecnocratico. L’idea della moneta senza Stato era una balordaggine sin dall’inizio, ma ebbe qualche fortuna iniziale, soprattutto per il clima di euforia dei primi del secolo e per effetto delle guerre di Bush, che, deprimendo il dollaro, consentirono all’Euro di galleggiare. Poi è arrivata la crisi che ha tolto tutti i veli: la Ue è stata incapace di una gestione comune della crisi, soprattutto in riferimento al debito pubblico, ancora una volta non ha avuto alcuna voce comune in nessuno dei G20, G8 e G-quel che vi pare, succedutisi dal 2008 in poi. Ed, anzi, la Germania (tratti tutti i vantaggi politici ed economici che poteva avere dall’Unione Europea) ha iniziato a chiedersi se valga la pena di insistere o andarsene libera di navigare per i mari del mondo globale.

Il progetto europeo è finito ed invocarlo serve solo come alibi alle politiche rigoriste il cui unico scopo è garantire i creditori, anche a costo di strangolare interi popoli. Il tardo europeismo è diventato il rifugio degli europeisti tardi.

Ed allora cari eurofili, fateci un segnalato piacere: smettetela di romperci le scatole con questo asfissiante ritornello di una unità politica in cui nessuno crede più.

Aldo Giannuli 

domenica 15 settembre 2013

ALBERTO BAGNAI: NO ALLA “SVENDITA” DELL’ ITALIA!


DI PAOLO NESSI  Intervista ad Alberto Bagnai

Le privatizzazioni non sono sempre un male, ma quelle compiute in Italia negli anni Novanta vengono ricordate con il termine meno lusinghiero di “svendite”. Oggi, per far fronte a un crescente debito pubblico, il governo non esclude di mettere sul mercato le società – tra cui dei veri e propri “gioielli” – che ancora lo Stato possiede o controlla, come Enel, Eni e Finmeccanica. Al Workshop Ambrosetti di Cernobbio si è tornati a parlare del tema con la possibile presentazione di un piano di privatizzazioni entro fine mese e la conferma del presidente della Cassa depositi e prestiti, Franco Bassanini, dell’apertura di un dossier relativo ad Ansaldo. Corriamo il rischio di svendere dei pezzi pregiati della nostra industria, magari strategica? Abbiamo fatto il punto della situazione con Alberto Bagnai, Professore di Politica economica all’Università di Pescara.

Trova l’operazione politicamente legittima?

Dal punto di vista economico, no. Il tentativo di abbattere il debito tramite la cessione di attività pubbliche si è sempre rivelato un fallimento: ogni volta che si è proceduto in questa maniera, lo stock di debito non è stato sensibilmente intaccato; in compenso, lo Stato si è privato di un importante fonte di entrate. È evidente, infatti, che se un’azienda viene ceduta all’estero (il nostro governo parla, in tal senso, di “afflusso di capitali esteri”) i suoi profitti andranno fuori dall’Italia. Un’evidenza che, di recente, ha ribadito Romano Prodi, su Il Messaggero del 17 agosto.

L’artefice delle svendite degli anni 90 ?

Effettivamente, fu l’artefice di quel progetto.
 
E pure dell’adozione dell’euro al cambio di 1936,27 lire. Che effetti produsse quella scelta?

Ogni volta che un Paese adotta una valuta troppo forte per le condizioni della propria economia, si espone al rischio di svendita. Nonostante alcuni economisti non molto preparati sostengano che la valuta forte rende l’acquisto delle nostre imprese particolarmente oneroso, mettendoci così al riparo dalle acquisizioni straniere.

E invece?

Invece è vero il contrario: la valuta forte distrugge la redditività delle aziende, mettendo gli imprenditori in condizioni di vendere. Inoltre, la mancanza di sovranità monetaria ha esposto l’Italia ad attacchi speculativi all’interno del mercato dei titoli pubblici e a un crollo delle quotazioni borsistiche. Le aziende che hanno visto i propri valori di mercato crollare sono diventate estremamente vulnerabili. 

Le vendite che ha in mente il governo che effetti produrrebbero sul debito pubblico?

Nessuno. Il debito pubblico non si sostiene, alla stregua di qualunque altro tipo di debito, agendo sullo stock, ovvero sull’ammontare, ma sui flussi, cioè sui redditi. Mi spiego: chi è ricco, può permettersi forti indebitamenti.

Secondo lei, che senso ha, quindi, l’operazione del governo?

Operazioni di questo tipo, contestualmente alla difesa della valuta forte, servono per favorire gli obiettivi dei delocalizzatori, ai quali conviene portare la produzione fuori dall’Italia, per beneficiare del basso costo dei salari, ma tornare a vendere i prodotti in Europa, dove l’euro forte rende estremamente facile importare da paesi più poveri. Non è un caso che questo governo sia fortemente allineato, come si è visto a Cernobbio, con Confindustria. Come se non bastasse, queste iniziative, se fatte in condizioni di emergenza, quando i valori di mercato sono bassissimi, sono talmente poco redditizie che inducono un legittimo sospetto: servono per promuovere gli interessi dei creditori esteri e delle grandi banche d’affari che ci guadagnano prima a suon di costose consulenze e, poi, gestendo le suddete opearzioni. 

Tuttavia, non crede che ci siano beni pubblici che non solo è legittimo ma anche doveroso vendere, come le partecipazioni degli enti locali nelle aziende pubbliche?

Il cuore del problema consiste nella qualità della spesa pubblica e nell’efficienza nella gestione del patrimonio pubblico. Occorre, quindi, abbattere la cattiva burocrazia che vessa il cittadino, sostituendola con una che sistematicamente compia i dovuti controlli. 

Link: http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2013/9/15/PRIVATIZZAZIONI-Ecco-chi-vuole-la-svendita-dell-Italia/2/425521/