venerdì 9 agosto 2013

I pietosi numeri che sputtanano Letta e Saccomanni

Mentre l'attenzione sulla crisi dell'euro è stata incentrata principalmente sulla Grecia e Cipro, non è un mistero che l'Italia, insieme con la Spagna, costituisca la vera sfida per il futuro della moneta unica.
Nel relativo silenzio della stampa internazionale, la situazione macroeconomica in Italia non ha mostrato alcun segno di miglioramento, e in effetti numerosi indicatori ritraggono una economia nazionale, che si trova in una depressione, piuttosto che in una recessione che sarebbe comunque grave. Non è una esagerazione che l'economia italiana sta crollando.

L'Italia è la terza più grande economia della zona euro (dopo Germania e Francia), detiene il più grande debito pubblico (oltre € 2000000000000), che è cresciuto ad un ritmo sorprendente, anche in tempi più recenti, e in particolare in rapporto al PIL ( 130%), poiché quest'ultimo si contrae molto rapidamente. 
Come è sostenibile? Beh, non lo è. Ma per il momento, grazie agli interventi diretti della BCE (102.800.000.000 € di acquisti di titoli italiani nel 2011-12 ) e soprattutto ai meccanismi LTRO, le finanze dello Stato italiano possono essere mantenute a galla.
Nella sua essenza, il meccanismo è il seguente : la BCE non può prestare liquidità direttamente agli stati, se non in tempi di emergenza assoluta o per la stabilizzazione dei mercati finanziari nel breve termine (come è successo nel 2011), cosi presta denaro al banche, che a loro volta acquistano dal governo le obbligazioni emesse da questo. 
È interessante notare che il regime di LTRO è diventato anche uno strumento per il ritiro, relativamente ordinato, degli investitori internazionali dall'Italia, soprattutto francesi e tedeschi, la cui quota di debito pubblico detenuto è scesa dal 51% al 35%, rispecchiando esattamente l'aumento delle banche italiane che acquistano debito pubblico. 
Questo è un segnale importante, che va nella direzione opposta rispetto ad una maggiore interdipendenza, come ci si aspetterebbe, in una unione monetaria, in preparazione per una unione politica. 
Si può anche sostenere che molti investitori stiano in realtà riducendo sistematicamente la loro esposizione nel Sud Europa, forse nella speranza che una futura rottura della Moneta comune possa avere conseguenze meno dannose se il loro coinvolgimento nel destino finanziario e l'economia di questi paesi fosse ridotto al minimo. 
Per gli euroscettici, questo è un segnale che, una volta che tutti gli investitori stranieri ritirare, allora l'Italia verrà lasciata al proprio destino.

La verità è che lo stato italiano è già andato in bancarotta nell'estate del 2011, quando i tassi di interesse sul debito pubblico sono andati fuori controllo, e di conseguenza l'Italia ha perso l'accesso ai mercati finanziari. Naturalmente, a causa delle dimensioni enormi dell'Italia come economia e come debitore, la BCE e le autorità politiche in Europa hanno convenuto di creare attorno alle finanze del paese l'aspetto di un mercato, che è in realtà, come i numeri di cui sopra mostrano, è in gran parte artificiale. 
Idealmente, l'Italia dovrebbe rimanere su questo sostegno artificiale fino a quando le condizioni economiche dovessero migliorare e la fiducia venisse ripristinata a un livello tale che il paese avrà di nuovo l'accesso a un mercato del credito "normale".

Tuttavia, questo non sta accadendo e non vi è alcun segno che possa accadere negli anni a venire. 
La situazione dell'economia italiana è semplicemente drammatica. Recentemente, uno studio è apparso , che rivela come la crisi attuale (2007-2013) è per molti versi molto peggio di quella del 1929-1934 tra le due guerre.
Nella crisi attuale, gli investimenti sono crollati del 27,6% nel periodo di cinque anni, contro il 12,8% della depressione tra le due guerre. 
Il PIL è diminuito del 6,9% contro il 5,1%. L'Italia, con il secondo più grande settore manifatturiero in Europa dopo la Germania, ha perso circa il 24% della sua produzione industriale , tornando al livello 1980. Nessun dato importante attualmente mostra alcun segno di ripresa.
Dall'inizio di quest'anno, il paese ha perso oltre 31.000 aziende . Ogni giorno 167 unità di vendita al dettaglio sono perse , segnalando una autentica disintegrazione del settore retail. 
Il settore automobilistico, uno di importanza cruciale per l'economia italiana, è stato in costante contrazione: da circa 2,5 milioni di auto vendute nel 2007, le vendite nel 2012 ha raggiunto solo i 1,4 milioni (il livello del 1979) e sono ancora in contrazione per il resto di quest'anno. 
L'Edilizia, l'altro pilastro dell'economia nazionale, è in rotta di collisione con il fondo del pozzo: il crollo del 14% nel 2012, è solo l'ultimo di una serie di anni difficili. Le Vendite di case sono scese del 29% nel 2012 contro il già misero 2011, al livello del 1985 di sole 444.000 unità, circa la metà del numero di 2006. Ovviamente, le conseguenze di questo disastro economico in termini di perdita di posti di lavoro sono terribili: la disoccupazione è ora a quasi il 12% e in rapida crescita. Mezzo milione di lavoratori sono stati messi in stand-by in attesa di ricevere un beneficio sociale ( cassa integrazione )finanziato dallo stato: si prevede che anche quest'anno lo Stato pagherà ben più di un miliardo di ore di lavoro equivalenti di cassa integrazione. 
Inutile sottolineare, per quanto scontato, che è molto più probabile per tutti questi lavoratori la perdita del  loro posto di lavoro, piuttosto che il loro reintegro nel ciclo produttivo.

Lo Stato italiano è finora riuscito a difendere la sua posizione finanziaria mediante una maggiore imposizione fiscale, tagli alla spesa e più prestiti. 
Come illustrato in precedenza, il sistema mutuatario è stato progettato con l'aiuto della BCE e il settore bancario. 
La tassazione ha ormai raggiunto livelli senza precedenti, ed è asfissiante per economia insieme con la crisi del credito. 
I Tagli di spesa sono stati implementati in una certa misura, ma come le tasse hanno un effetto deprimente sull'economia, per non parlare del sistema in gran parte clientelare, se non apertamente di sistema cleptocratico.

Sotto pressione da parte dell'Unione Europea, l'Italia si è impegnata a un bilancio rigoroso e ha anche introdotto un emendamento di pareggio di bilancio nella sua costituzione. 
Assurdamente, lo Stato italiano gestisce un surplus se dovessero essere esclusi i pagamenti degli interessi sul debito pubblico, ma questo solo perché, lo Stato spesso "dimentica" di pagare i propri fornitori ( il debito in essere per le aziende private è tra i 90 € - € 130 miliardi a seconda dei criteri di calcolo ).

Ora, non è difficile immaginare che, in pochi mesi, nonostante le nuove tasse, il crollo a picco di interi settori dell'economia provocherà una rapida contrazione delle entrate fiscali. 
Lo Stato italiano non può assolutamente accumulare ancora più debito a un ritmo più veloce (almeno per l'Italia, il dibattito austerità ha poco senso). 
L'Italia sarà semplicemente a corto di opzioni, e richiederà ulteriori misure d'intervento da parte dell'Unione europea. In sostanza, una sorta di piano di salvataggio. Ma a causa della vastità del l'economia e il debito pubblico, questo è semplicemente impossibile. In assenza di consenso politico intorno a una politica monetaria radicalmente diversa della BCE, cioè senza limiti QE, che probabilmente non potrà mai concretizzarsi, e che chiaramente non potrà risolvere nessuno dei problemi strutturali del paese, l'unico scenario realistico sarà quello di una ristrutturazione o rinegoziazione del debito, come suggerito da Nouriel Roubini in una precisa analisi pubblicata più di 18 mesi fa. Il crollo delle finanze dello Stato italiano si sta avvicinando rapidamente. Questo avrà un enorme impatto sulla zona euro e l'Unione europea.

giovedì 8 agosto 2013

La Sinfonia della menzogna di Letta. Parte seconda



Quello che davvero colpisce non sono le bugie di Letta e Saccomanni sulla “ripresina”: in fondo la menzogna, anche la più smaccata e incredibile è stata uno dei metodi di governo degli ultimi decenni. Così possiamo anche sorridere amaramente sul fatto che questo spaccio di stupefacenti si appoggia sulla circostanza che nel secondo trimestre di quest’anno la diminuzione del Pil sia stata delmeno 0,20% invece che del meno 0,26% previsto dall’Ocse. Libiamo nei lieti calici, tanto più che questa ottimistica idiozia viene usata per tentare di mettere un po’ di malta sulla sabbia bagnata del governo Letta che rischia di essere asciugata dal calor bianco della condanna del Cavaliere.

Ciò che invece emerge con chiarezza inequivocabile è la totale inadeguatezza del sistema politico alla situazione che stiamo attraversando: dovremmo fare con dei nani il lavoro dei giganti. Ed è in ogni caso un lavoro di lungo periodo che contrasta con l’ambigua e tormentata episodicità delle larghe intese volute da Napolitano già nel 2011. O con il carattere falsamente emergenziale di convergenze politiche che si dicono legate al momento particolarmente duro che stiamo attraversando e che invece denunciano una disgregazione di idee e di rappresentanza.

Senza contare la diminuzione di Pil che sarà portata fin dall’anno prossimo dal fiscal compact, così stupidamente firmato, senza contare i problemi radicali posti dall’euro, senza contare la perdita di sovranità, anche se da oggi la nostra economia ripartisse dopo un opportuno viaggio a Lourdes e mostrasse una crescita simile a quella del quindicennio precrisi, intorno all’ 1,1 per cento, non riusciremo mai, a recuperare il tempo perduto e a riagganciare la curva di sviluppo così bruscamente interrotta nel 2007. Per riuscire a farlo in circa 60anni dovremmo crescere più del 1,5% all’anno, Se invece crescessimo del 2% all’anno – cifra del tutto fuori questione vista la permanenza nell’euro, l’ubbidienza al telecomando di altri Paesi, ai diktat dei poteri finanziari e dentro una fase di rapida deindustrializzazione – ci vorrebbero 20 anni, a cominciare dal 2015. E’ semplice, desolante aritmetica che ci testimonia come sia faticoso anche il migliore dei mondi possibili e di come anche semplici ed ovvi calcoli vengano tenuti ben nascosti.

Quindi la balla estiva di Letta e Saccomanni è nulla in confronto all’inganno radicale al quale è esposta l’opinione pubblica del Paese, grazie anche alla fattiva collaborazione dei media: la diffusione della leggenda e della speranza che, passata la buriana, tutto sia destinato a risolversi nel giro di tre o quattro anni. Invece non è assolutamente vero: tutto ciò che è stato falcidiato nel welfare in questi due ultimi anni, tutto ciò che è stato fatto per cancellare i diritti del lavoro e rendere stabile la precarietà, tutto ciò che si è perso e tutto ciò che andremo a perdere nel prossimo futuro, rimarrà come una cicatrice non rimarginata molto, ma molto a lungo. Quelli che perdono qualcosa si tolgano dalla testa che si tratti di una misura temporanea … durerà tutta la loro vita e probabilmente anche quella dei loro figli.

Così è chiaro che senza soggetti politici nuovi e radicalmente differenti dagli attuali, compresi i più recenti, senza una inversione di 180 gradi della rotta, senza spazzare via l’esistente marcito e infestato dalle termiti, tutti gli equilibri e gli equilibrismi , i contorcimenti non sono altro che i patetici tentativi di una classe dirigente di rimanere al potere e anzi di acquisirne ancora di più grazie alla crisi e al vulnus che essi intendono infliggere alla democrazia. Altro che Epifani, Renzi, Berlusconi o i proclami da qualche villaggio vacanze: questo deve diventare presto solo il passato per evitare che i fantasmi si approprino definitivamente del nostro futuro.

mercoledì 7 agosto 2013

Le mirabolanti follie di Saccomanni: "La recessione è finita!"


Interessi sui Btp decennali: San Draghi e San ShinzoAbe hanno fatto il miracolo...
Letta e Saccomanni vanno spargendo il verbo, la nuova novella per giornali e per tv: la recessione è finita, e la ripresa si intravvede nell'ultimo ora, dell'ultimo giorno, dell'ultima settimana, dell'ultimo trimestre del 2013. A San Silvestro si svolta! Evviva!

"La recessione è finita? «Credo di sì, credo che tra questo trimestre e il quarto trimestre l'economia entrerà in ripresa: siamo tecnicamente in quello che si chiama punto di svolta del ciclo». La dichiarazione è forte e viene dal ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, a Sky Tg24. E viene confermata anche dal premier Enrico Letta, ai microfoni del Tg1: «Si, ci sono tutti i segnali per il prossimo semestre. Gli strumenti ci sono. In questi cento giorni si è fatto molto»"

E' bastata la minaccia berlusconiana di far cadere un governo di tregua inciucista, di stabilità nella depressione, per far arrivare per magia la ripresa. Sono bastati alcuni numeri leggermente positivi in un mare di numeri disastrosi per far si che gli eurofanatici dell'austerità vi si aggrappassero come a un salvagente nella tempesta.

"Il Governo rimanda i problemi e le decisioni: IL GOVERNO DEL FARE …. D O P O

Il Parlamento è scosso dai movimenti tellurici provocati dalla prima condanna definitiva di Berlusconi
L’88enne Presidente della Repubblika compra quantità industriali di super-attack per tenere insieme il suo ultimo giocattolo delle LARGHE BEGHE
e ci dicono che la crisi si sta attenuando ed è quasi finita...
L’Italia è profondamente debole dopo il dopo Tremonti e dopo-Monti ed il nulla Letta (il nulla che avanza), molto più fragile, con industria, artigianato, italianità, migliori e giovani che fuggono ai minimi ed un credit crunch ormai conclamato
Le Banche hanno già dato comprando titoli pubblici grazie ai prestiti Bce (che dovrebbero prima o poi rimborsare)
Tutto è ancora in piedi nel settore privato anche perchè l’Italiano Risparmiatore sta dilapidando i patrimoni di generazioni per mantenere quello che ha (diciamo ormai che aveva)
Ma la matematica è ferrea, fredda, glaciale. i numeri parlano, alzano la voce , urlano."

"Questa invenzione della fine crisi che già si scontra con ulteriore calo del Pil certificato dall’Istat ed è in diretto contrasto con ogni previsione Fmi o Ocse è il tentativo di smerciare il normale miglioramento estivo dovuto alle attività turistiche o a casuali fuochi di paglia come il miracolo di una ripresa."

"Faccio notare che la traiettoria di deficit e debito pubblico italiano è assolutamente fuori controllo. Al solito nessun media sussidiato (con soldi pubblici) mette in rilievo questo enorme problema, dunque vi faccio l’ennesimo riepilogo:
- Il Debito Pubblico Italiano chiuderà certamente il 2013 al di sopra della sogli dei 2080mld di euro e con tutta probabilità toccherà quota 2100mld.
- Dato un tasso medio sull’intero debito pubblico al 3,6% l’Italia paga circa 75 mld all’anno di soli interessi. Una cifra già oggi insostenibile e destinata a salire.
- I rapporti debito pubblico/PIL e Deficit/Pil a fine 2013 saranno rispettivamente nell’intorno del 134% e del 4,8%. Ben oltre le ridicole stime del governo, riportate a pappagallo dai media. Non ci vuole un genio per arrivare a queste conclusione si tratta di sapere usare un foglio di calcolo e usare un minimo di onestà intellettuale."

"Il debito italiano continua a preoccupare il mondo intero; d'altronde, il rapporto debito/pil, che nel 2012 è stato pari al 127%, è il più elevato da quando Benito Mussolini ha preso il potere nel 1924; e non è stato toccato ancora il picco, visto che gli analisti prevedono che il rapporto salirà al 130,8% l'anno prossimo, per poi scendere al 123,4% (valore ancora incredibilmente alto), entro il 2018." (see nel 2118... ndr)


Ma però, alleluia, è successo che: 

"Meno peggio del previsto se diamo per buono il dato preliminare sul PIL Italiano nel secondo trimestre che l’Istat battezza a -0,2% sul trimestre precedente e -2% sullo stesso trimestre dell’anno scorso.
Corre l’obbligo di ricordare che il trimestre scorso è poi stato “rivisto al ribasso” (da -0,5 prel. a -0,6 def,)
Ad ogni modo siamo a 8 trimestri consecutivi di decrescita, con una caduta del PIL già acquisita di -1,7% nel 2013 (era -1,5% 3 mesi fa). In altre parole se trimestre su trimestre il PIL destagionalizzato e corretto per gli effetti del calendario farà ZERO nei prossimi 2 trimestri. L’Italia chiuderà con una recessione 2013 al -1,7%.

Comunque lontanissima da ogni ridicola stima del governo"

E' bastato un meno zero due per cento per iniziare i festeggiamenti nel governo. Siamo alla follia, oppure siamo sempre nell'ambito della politica "sopisci, prometti, illudi e rimanda". E' il nuovo mantra delle oligarchie tecnocratiche: "resistere, resistere, resistere". 
E il mantra è in parte un pio desiderio, il desiderio che i conti degli Stati europei ritornino magicamente a posto, il desiderio che la ripresa scenda dal cielo come la manna, ma è anche un desiderio pilotato ai piani alti. 

Si avverte la mano ferma di Draghi in questo luglio-agosto 2013 nella stabilità dello spread e dei tassi di interesse dei nostri titoli di Stato (ma anche di quelli spagnoli per esempio), una stabilità voluta e ottenuta, malgrado le economie private e pubbliche in crollo, malgrado i governi traballanti in mezza Europa. Il grafico in testa al post sugli interessi dei Btp decennali è eloquente.

Fonte e ringraziamento: http://spensierata-mente.blogspot.it

DeS: Striscione contro l'EURO....we are the PIIGS (noi siamo i PIIGS)

Ed ecco a voi il video dell’iniziativa (questo il link su youtube). Chi vuole è libero di commuoversi.

La colonna sonora prescelta è stata la struggente canzone “We are the pigs” dei Suede, il cui ritornello nella nostra versione diventa: we are the PIIGS (noi siamo i PIIGS), we are the S.W.I.N.E. (noi siamo la S.W.I.N.E. = Squadra Web Italiana Nemici Euro).

La raccolta fondi sta procedendo con risultati migliori del previsto, stranamente i versamenti si sono concentrati tutti in 2 momenti, tutto subito dopo il volo e poi in questo week-end, quando le associazioni che appoggiano l’iniziativa (il gruppo Democrazia e Sovranità e il loro gruppo facebook, il gruppo MEMMT-Romagna ed il gruppo EPIC che domani mi intervisterà pure) hanno versato il contributo raccolto tra i loro iscritti o hanno comunicato un preventivo di quanto confidano di raccogliere.
Euroversa3
Qualcuno mi ha domandato quanto manca a raggiungere il totale necessario per i voli, ma questa non è una domanda cui possa rispondere, perché semplicemente il tragitto dei voli può variare in maniera da venire a costare quello che il budget permette di finanziare. Aggiungendo 100€ + IVA ad esempio è possibile “annetterci” un pezzetto del Friuli, vale a dire allungare il percorso dal litorale Veneto fino a Lignano Sabbiadoro, anziché fermarci a Caorle. La mia stima attuale, basandomi su sensazioni e promesse ancora da verificare oltre che sulle donazioni già pervenute, è che (grazie anche all’arrotondamento per eccesso da parte del sottoscritto), il tragitto che lo striscione compierà a ferragosto sarà superiore a quello di domenica 21 luglio, ma per ora non lo posso garantire. Per chi volesse recarsi in spiaggia a veder passare lo striscione a ferragosto, la sola certezza è la Romagna, le coste che verranno aggiunte dipenderanno dal denaro raccolto, benché sia più che probabile che il Veneto sia il secondo litorale che si aggiungerà, questo non posso garantirlo sia per l’attuale mancanza di copertura finanziaria, sia per l’eventualità di donazioni vincolate (ad esempio Romani che donano a patto di vedere lo striscione a Fregene), sia perché in caso di promozioni su altri percorsi (come è stato proposto il 21 luglio), si prenderà ciò che sarà più conveniente, ovviamente tenendo conto della densità di popolazione in spiaggia. Se invece volete veder passare lo striscione nella spiaggia della vostra regione, è possibile fare una colletta e vincolarla al volo sulla vostra regione, da questo punto di vista unire le forze con l’iniziativa LEVSI a mio avviso è meglio che fare di propria iniziativa, perché diventa più probabile raggiungere la massa critica per arrivare su un TG nazionale (ma non illudiamoci), perché di questo striscione abbiamo già foto e video realizzati il 21 luglio (con cui chi vuole può preparare servizi in anticipo), e perché il sottoscritto ha ormai maturato un certo talento negoziale con cui riesce a strappare condizioni eccezionali, a forza di estenuarlo con trattative infinite, al buon Giuliano Catacchio di Aertraining, che potremmo quasi considerare come il nostro sponsor commerciale, anche in virtù della sua confessione di essere un simpatizzante della nostra battaglia!



Amo credere che, con un poco di fortuna, il volo non solo sarà superiore alla tratta già percorsa a luglio, ma che si possa andare a toccare pure il Tirreno e addirittura marciare su Roma… OK, non proprio su Roma, ma per lo meno su Ostia… Ma se dei toscani dovessero scendere in campo allora si potrebbe dover optare per la Toscana invece che la provincia di Roma, su cui propenderei per la maggiore densità di bagnanti, non per altro.

Mi sto sforzando di contattare quanti più media possibili, finora quasi nessuno mi ha risposto, spero che abbiano comunque registrato la mia segnalazione e che a ferragosto (o il giorno dopo nel caso dei giornali), possano darne comunicazioni sulle proprie pagine. Il video postato sopra in originale, senza scritte in sovra-impressione, è a disposizione di tutti i giornalisti che me ne faranno richiesta. 

venerdì 2 agosto 2013

La pazza idea di Saccomanni sulle nuove privatizzazioni d’autunno ed i poteri forti, quelli veri….


Molto spesso si fa l’errore di concentrarsi sui sintomi e non sulla causa di un determinato fenomeno, sta nella natura umana. Con la crisi che ci attanaglia questo errore è stato fatto più e più volte, sia prima che durante la crisi, soprattutto dai giornalisti specializzati.
Relativamente agli effetti della crisi, vorrei qui illustrare una big picture, come si dice nel mondo anglosassone, relativamente a cosa rischia di succedere nel prossimo futuro ai beni di proprietà dello Stato italiano e quindi degli italiani, unitamente ad una breve analisi dei cambiamenti politici attesi. In particolare, lo scopo è presentare un’analisi su cosa ci dobbiamo aspettare come risultato della crisi, anche in relazione al cambiamento della classe dirigente.
La “crisi” l’abbiamo potuta testare sulla nostra pelle: abbiamo innanzi tutto visto gli effetti devastanti che sta portando e porterà sulla qualità di vita e sul welfare. Inoltre, valutazioni sono necessarie su cosa dobbiamo attenderci a livello politico: secondo chi scrive ci dobbiamo attendere un consolidamento di una classe dirigente europeista filo tedesca, molto probabilmente con ottimi legami tradizionali con le radici del potere europeo degli ultimi due secoli, leggasi una riproposizione moderna del ceto nobiliare alla guida dell’entità europea, con Lady Ashton come primo esempio conclamato dello sdoganamento dei vecchi poteri costituiti
nella struttura super-governativa attuale.
Per quanto riguarda l’Italia, per capire come detto fenomeno può essere declinato nella penisola, è bene capire in dettaglio quanto accaduto lo scorso anno: come molto spesso è successo nel corso dei secoli, l’Italia ha infatti avuto un’importanza anche e soprattutto nella spiegazione e nella genesi iniziale di fenomeni storici di portata globale, dimostrando la strana capacità del paese di Dante di anticipare i trends.
Partiamo dunque dal 2011/2012. Giunse inaspettatamente al potere Mario Monti, Primo Ministro del Governo Italiano fresco di nomina napolitana come senatore a vita in sostituzione di una maggioranza berlusconiana che all’inizio della legislatura aveva tutti i numeri per poter governare, tranquillamente. Monti è un tecnocrate di matrice europea, apprendiamo dalla stampa internazionale essere anche reggente per l’Europa di numerose associazioni ed organizzazioni internazionali di stampo filo-massonico (anche se tale definizione è inequivocabilmente riduttiva), posizioni detenute prima ed in parte durante la sua esperienza politica (in particolare Trilateral e Bilderberg, per la prima c’è stata la dimissione da Presidente Europeo a seguito della nomina a Primo Ministro; da notare che anche Enrico Letta sembra far parte di entrambe le organizzazioni), proveniente da una famiglia estremamente agiata, essendo per altro legato alla famiglia di Raffaele Mattioli, ossia il sangue più blu in ambito bancario italiano ed pur anche europeo. Notasi che il governo dell’Italia è stato e continua ad essere strategico per il fine della sopravvivenza dell’euro e degli interessi soprattutto nord Europei , in quanto la penisola da una parte è l’unico paese in grado di deragliare l’euro non tanto per la dimensione del debito quanto per la denominazione legale dello stesso (diritto italiano), dall’altra assieme alle proprie grandi risorse (includendo il risparmio privato delle famiglie), è paese ricco anche e soprattutto di aziende, ossia annovera campioni nazionali grandi ed importanti che sono a tutt’oggi in mano allo Stato (ENI, ENEL, Snam, Terna, Finmeccanica, Poste etc.). Ossia, potrebbero diventare per definizione contendibili.
Tali entità aziendali, che producono reddito, profitto ed occupazione in e per l’Italia, sono chiaramente oggetto di interesse di altri Paesi che come l’Italia debbono superare la crisi ed in molti casi non possono più attingere – come fatto in passato – a risorse a basso prezzo provenienti dalle ex colonie (Francia e UK su tutte). Esiste infatti un’asimmetria storica nel profilo industriale e strategico dei vari paesi europei, asimmetria che, maturata negli scorsi 70 anni, oggi è in forte dissonanza con il mutato equilibrio dei poteri nel Vecchio Continente.
Ossia, per chiarire, dopo la seconda guerra mondiale, guerra che per inciso fu la prima vera guerra per le risorse globali – da qui il concetto di lebensraum tedesco -, ci fu il chiaro indirizzo di escludere le nazioni perdenti dallo sfruttamento delle risorse petrolifere. Di conseguenza lo sviluppo industriale nei vari paesi coinvolti prese una strada dettata da tale indirizzo generale. In questo contesto l’Italia, vuoi per i servigi prestati agli USA durante la guerra, dalla mafia di Lucky Luciano per l’invasione della Sicilia ad Enrico Fermi con lo sviluppo dell’energia nucleare, ivi compreso quello della bomba atomica, vuoi per il dichiarato allineamento ad interessi anticomunisti nel post guerra, seppe ritagliarsi un proprio spazio nel campo dell’energia con l’ENI, prima con lo sfruttamento dei giacimenti italiani e poi globalmente, con la missione di sfruttare i giacimenti che il primo mondo lasciava indietro. Con tale strategia oggi l’Italia ha in eredità una vera major petrolifera, ENI appunto (ENI produce giornalmente un equivalente in barili di petrolio circa uguale al consumo equivalente del Paese, ndr), affiancata da un gioiello – SAIPEM – in grado di sfruttare i giacimenti più difficili, caratterizzati dalle condizioni estrattive più improbabili che esistano sul globo terracqueo.
Tutto questo premesso, in tale contesto la Germania, dominus europeo attuale, è chiaramente sprovvista di un accesso all’upstream energetico, e questo strideCa va sans dire che tutto lo sviluppo energetico italiano è partito dalla base strutturale dettata dalle conseguenze della seconda guerra mondiale, e dunque l’ENEL di turno è stata aggregata e costituita in funzione e non in alternativa alla presenza di ENI stessa. Parimenti, dati alla mano, ENI ed ENEL sono aziende di riferimento nella propria rispettiva attività di business e con grandi peculiarità che le differenziano dai meno strutturati competitors stranieri: la prima, ENI, con ingenti e diversificate riserve ed una struttura molto integrata in business contigui, esplorazione upstream e services (con SAIPEM), power, gas e distribuzione. La seconda con una diversificazione geografica unica tra le utilities, oltre che con una profittabilità (EBITDA) prospettica superiore non solo alla media ma ai massimi del settore, ossia con prospettive di crescita che, con la dovuta eccezione dell’azienda statale francese EDF – azienda generatrice da fonte nucleare quasi al 100% –, i competitors continentali semplicemente si sognano.
Dunque, per tornare al cuore dell’articolo, l’anno scorso ci fu un interessante meeting a Roma tra Monti e Merkel, come riportato dalle avarie agenzie di stampa, a cui si unirono i vertici delle principali aziende italiane e tedesche, Siemens, Deutsche Bank, E.ON da un lato, ENEL, Confindustria, le banche italiane dall’altro. Si può recuperare la memoria giornalistica di detto incontro da un bell’articolo del Sole 24 Ore del 5.7.2012i. Considerazione generale: non è che ci troveremo a breve un tentativo di acquisizione dei campioni nazionali coinvolgendo qualcuno degli attori presenti a tale tavolo di “avvicinamento”?
MF - Nessuna copertura per ENEL Golden Share Evidenza
Passo successivo, Mario Monti appena prima di lasciare il posto di primo ministro – OdG addirittura del 25.03.2013, a elezioni già concluse da tempo! – documento giornalistico allegatoii- tentò di mettere all’ordine del giorno di uno degli ultimi CdM ripeto, a governo di fatto già ampiamente sfiduciato, la decretazione del provvedimento attuativo della legge sulla golden share, provvedimento ricordiamo da lui fortemente voluto ed approvato all’inizio del 2012 e che – nota bene – preclude di fatto la possibilità di respingere attacchi verso aziende nazionali se l’acquirente fa parte dell’UE iii(escludendo casi di “sicurezza nazionale”). Alcuni giornali, Milano Finanza in particolareiv, insorsero evidenziando che tale proposta avrebbe lasciato “scoperta” ENEL, facendola diventare contendibile, in un contesto europeo in cui le principali aziende energetiche in effetti non lo sono (l’esempio di EDF è lampante). Successivamente a tale OdG ci fu il probabile intervento – provvidenziale! – della politica finalizzato ad una moral suasionverso l’ex primo ministro uscente al fine di evitare di prendere decisioni politicamente e strategicamente sensibili non avendo più titolo politico per farlo. Poi, il silenzio.
OdG Golden Share
Siamo ai giorni nostri. Nel frattempo – diciamo nell’ultimo anno – abbiamo visto Ansaldo Energia essere oggetto di reiterati tentativi di acquisizione – nel bel mezzo dell’uragano dell’incarcerazione dell’amministratore delegato di Finmeccanica – da parte di Siemensv (guarda caso), oltre a rumors di interessi di gruppi stranieri su ENEL e Telecom Italia.
Ed eccoci a Venerdì 19 Luglio 2013, quando Saccomanni, il neo boiardo di sistema questa volta in veste non nazionale ma europea, fece l’agguato mediatico affermando che per garantire il nostro debito pubblico si sarebbe potuto/dovuto mettere a garanzia assets di Stato, ossia privatizzarli. Finalmente! Il progetto emerge nella sua completezza!

Ora le considerazioni vere e proprie, in quanto fino a questo momento sono stati evidenziati solo fatti. Dunque, partiamo da osservazioni generali, per poi arrivare ad un possibile considerazione finale.
Un esempio prima di tutto: che succede se una persona, un’azienda ha bisogno di liquidità? Va in banca e mette qualcosa in garanzia. Ma quali assets di norma si mettono sul piatto? Normalmente quelli non produttivi, che so io l’immobile di turno. O, caso recente indicato dai vari hedge funds, l’oro, strumento bancabile per eccellenza. Se trasliamo il discorso dal mondo privato allo Stato, cosa ci si aspetterebbe che facesse un ministro dell’economia per raggiungere il fine di ottenere denari e/o credito per lo Stato? Metterebbero per caso sul piatto gli assets che rappresentano occupazione e creano sviluppo presente e futuro – e che stanno alla base dello sviluppo di una nazione – come energia e difesa o, come fanno tutti gli operatori seri e coscienziosi, ossia propongono gli assets improduttivi? Che forse ci stiamo dimenticando che l’Italia ha ca. 2400 tonnellate di oro improduttivo depositati in America e UK, essendo la Penisola tra i primissimi detentori di riserve auree al mondo, in termini di consistenza?vi
Gold reseves
Il punto è proprio questo: perché Saccomanni invece di proporre come garanzia l’oro propone aziende di Stato? A pensar male si potrebbe dire che, opportunamente indirizzato ed orientato, il ministro ha fatto in modo di annunciare la messa sul piatto degli assets che fanno veramente gola all’estero, ossia le aziende nazionali di pregio. In questo contesto il caso Loro Piana insegna: sono le aziende che sono interessanti per lo straniero (vedasi anche la cessione di Ducati, Parmalat, Edison, …) . Le aziende, al contrario dell’oro, non sono un bene fungibile, ossia sono un qualcosa di unico. Quanto vale una ENI per il sistema tedesco? O di converso, quanto il sistema tedesco potrebbe “approfittare” del fatto di poter fare sinergia con tale azienda petrolifera? O quanto vale l’ENEL, attiva in un dei mercati più interessanti del momento, il sud America? Deve essere chiaro che i nostri campioni nazionali, includendo anche Finmeccanica e Poste, sono veramente appetibili. Ma dunque, perché mai un’economista come Saccomanni dovrebbe – nel supposto interesse del paese – proporre la vendita di tale gioielli, ben sapendo che una mossa siffatta si caratterizzerebbe come un tagliare gli attributi del Paese annichilendo le  possibilità di rinascita futura post crisi? Se si vendono i campioni nazionali, indovinate dove andranno a medio termine l’occupazione, gli utili, lo sviluppo e finanche la testa e la holding dei Gruppi acquisiti!
Lascio come ultimo il commento che i titoli ENI ed ENEL sembrano quotati a prezzi molto appetibili, guarda caso (encore).
E, altra considerazione, vendendo il settore energetico, come si potrebbero poi fare politiche a supporto dell’economia italiana magari ottimizzando le rendite di posizione e gli utili provenienti da altri paesi in cui la multinazionale/campione nazionale è attiva? Alla fine dei conti ENI ed ENEL sono state costruite con gli sforzi dal popolo italiano, mica di quello tedesco, francese o finlandese…
Se consideriamo quanto accaduto nel ‘92,  le similitudini si sprecano con la crisi attuale: come allora la crisi fu repentina ed innescata dalla speculazione internazionale (con un attacco valutario); nel 1992 il debito aumentò di ca. il 15% in aggregato nei primi tre anni 1992-1994 e del 23% nei quattro anni dal 1991; fatte le debite proporzioni la crisi attuale potrebbe appesantire il debito fino a ca. il 140% nel 2014, considerando anche che oggi non si può svalutare! – vedasi tabella di seguito riportata –.
Debito Italiano storico
Le privatizzazioni che giocoforza seguirono – la crisi causò le privatizzazioni – non portarono alla creazione di multinazionali Italiane, come ben scrive Barucci sul Foglio del 01.08.2013vii. Se infatti consideriamo i risultati delle privatizzazioni fatte fino al 1997, come da interessante analisi di Mediobanca per la Camera dei Deputativiii (documento da leggere!), rileviamo che le conseguenze furono, tra le altre:
  • una buona parte delle aziende sono state vendute per essere poi cancellate, assorbite etc.(SME, Italimpianti, SEAT etc.)
  • alcune aziende sono state semplicemente alienate dallo Stato a prezzi che visti oggi possono essere definiti irrisori, vedendo poi il business sviluppato con estremo successo dai successivi acquirenti, per altro molti vicini alla politica e facenti parte dei poteri forti (ossia, si fece una privatizzazione dei profitti, tra tutte citiamo Dalmine, Autogrill, Ilva fino a due anni or sonoix)
  • alcune sono state investite da scandali successivi (Cirio etc.)
  • una piccola parte sono entrate nell’orbita di gruppi stranieri e continuano ad esistere e a dare lavoro in Italia (Nuovo Pignone, SIV tra tutte), ma a pena dello smantellamento della holding, ossia mantenendo in Italia le sole attività produttive
  • alcune sono semplicemente state chiuse per problemi di business (tra tutte, Montefibre, circa 10 anni dopo)
  • una sola ha sviluppato e/o mantenuto un ruolo stand alone multinazionale (Telecom Italia) essendo però stata spogliata degli averi immobiliari nel frattempo, memento lo sviluppo di Pirelli Real Estate.

Tabella: Aziende privatizzate fino al 1997, pg 147, relazione alla Camera dei Deputati, riferimento viii , Ricerche e Studi S.p.A. (Mediobanca)
Immagine Società porivatizzate fino al 1997
Dunque, dovremmo certamente avere paura: se ad esempio ENI, ENEL, Finmeccanica e Poste fossero oggi privatizzate possiamo serenamente attenderci una cura dimagrante, dismissioni, licenziamenti al solo fine dell’accumulo di ricchezza privata e non allo sviluppo del business e nell’interesse del paese venditore, dati storici alla mano. Multinazionali vere non se ne sono create nel 1992 e l’unica azienda che ha mantenuto un certo ruolo internazionale di rilievo, Telecom Italia, è stata nel durante spogliata (qualcuno potrebbe anche dire depredata?) degli assets immobiliari. Insomma, posso dire un quasi disastro? Non sarebbe stato meglio dare le aziende ad un gestore esterno di private equity e pagargli una commissione legata al miglioramento di redditività associata a certi parametri di mantenimento dell’occupazione, sviluppo del business all’estero etc. mantenendo la base in Italia piuttosto che quasi regalare l’asset vedendo parimenti ridurre l’occupazione e finanche la ricchezza del Paese? In soldoni, l’Italia ci ha davvero guadagnato da dette privatizzazioni o coloro che veramente ci hanno guadagnato sono, appunto, i soliti poteri forti, in molti casi anche stranieri? La vera differenza tra il 1992 ed oggi è che invece di avere il Britannia ancorato al largo delle coste italiche, visto il turismo politico verso il nord Europa recentemente riportato dai giornali (Letta Berlino, Monti a Berlino/Roma etc. etc.) rischiamo di avere Frau Merkel che indirizza le privatizzazioni direttamente dalla spiaggia di Ischia, dove d’abitudine passa le vacanze!
Verrebbe da dire che persone come Saccomanni a fare proposte come quelle dello scorso venerdì non fanno gli interessi dell’Italia e degli italiani anche e soprattutto perché fulmini a ciel sereno come le sue uscite sulle privatizzazioni devono essere ben contestualizzate e calibrate, a maggior ragion durante una crisi epocale come quella attuale. Ricordate che chi scrive pensa che i numeri del bilancio dello Stato del 2013 saranno molto peggiori delle “impressioni statistiche” che trapelano oggi sui media, e a fronte di tale aspettative deluse le privatizzazioni ce le venderanno come  un passo obbligato. Sarebbe dunque da capire il perché di queste affermazioni da parte del Ministro dell’Economia italiano. E tanto per non sbagliare bisognerebbe, come capita in ogni azienda privata, mettere nei contratti di lavoro dei servitori dello Stato come appunto Saccomanni che per un certo numero di anni successivamente alla fine dell’impiego per lo Stato gli interessati non possano prestare servizio presso una qualsiasi banca d’affari e/o per l’azienda a cui direttamente o indirettamente hanno venduto gli assets (si chiama patto di non concorrenza). Il caso dell’ex Ministro Siniscalco che lavora presso un’importante banca americana a Londra dopo aver usato la stessa banca per numerosi servizi legati alle obbligazioni quando era al Ministro dell’Economia è un esempio che andrebbe analizzato con estrema attenzione, nonostante tutte le cautele prese inevitabilmente ci sono  potenziali – oltre che enormi e lampanti – rischi di conflitto di interesse!

Per adesso abbiamo stigmatizzato il problema del cambio della classe dirigente italiana ed europea unitamente al tentativo di spiegare alcune delle ragioni che stanno spingendo alla (s)vendita dei campioni nazionali. Food for thought dicono nel mondo anglosassone – e per noi questo è solo il primo passo, fondamentale -.
Nei prossimi articoli analizzeremo quali siano i probabili oggetti del desiderio dei capitali stranieri, valutando le possibilità che vengano acquisite ed eventualmente il reale valore a cui, se fosse il caso, dovrebbero essere cedute.
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Riferimenti e note:
i“Tre pilastri per rilanciare la Ue” Nicoletta Picchio – Il Sole 24 Ore, 5.7.2012
ii “Arriva la Golden share su rete Telecom, Energia e Trasporti”, Luisa Leone, MilanoFinanza – 25.03.2013
iii Golden share, Decreto Legge 15.03.2012 n° 21 , G.U. 15.03.2012
iv “Arriva la Golden share su rete Telecom, Energia e Trasporti”, Luisa Leone, MilanoFinanza – 25.03.2013
v Offerta Siemens per Ansaldo Energia, di Carlo Festa17 febbraio 2013 – Il Sole 24 Ore: tale offerta è stata anche interpretata dagli addetti del settore come un modo per eliminare uno scomodo competitor per i propri prodotti, in particolare turbine per generazione di energia ed accedere a tecnologie proprietarie
vi “Italy should use its gold reserves to force a change in EMU policy” – Ambrose Evans-Pritchard, The Telegraph (UK), 02 May 2013
vii “Consigli a Letta per Privatizzare” – Barucci, Il Foglio, pag. 4 – 01.08.2013
viii Le privatizzazioni in Italia dal 1992 – Studio predisposto ai fini dell’indagine conoscitiva sulla competitività del sistema – paese di fronte alle sfide della moneta unica e della globalizzazione dell’economia condotta dalla commissione bilancio della camera dei deputati Ricerche e Studi S.p.A., Gruppo Mediobancahttp://www.mbres.it/sites/default/files/resources/download_it/rs_priv_testo.pdf
 ix Beffa delle beffe, a fronte dell’acquisizione di Autogrill, il Gruppo Benetton, precedentemente squisitamente tessile e con un modello di business molto innovativo, ha progressivamente abbandonato tale business per concentrarsi su attività più sicure e regolamentate, appunto su Autogrill e poi Autostrade; ironia della sorte vuole che il loro modello di business sul tessile sia stato mutuato dal gruppo Inditex, proiettando la famiglia Ortega nell’olimpo delle persone più ricche al mondo, a fronte di una occupazione circa un ordine di grandezza superiore di quello del gruppo Benetton attuale, parliamo di oltre 100’000 dipendenti nel mondo! I Benetton si sono adagiati, verrebbe da dire…

giovedì 1 agosto 2013

L’Italia farà crollare l'economia mondiale?


Si vuole analizzare un interessante documento pubblicato dal Bertelsmann Stiftung, eminente think tank tedesco, relativamente ai supposti effetti legati ad un’uscita selettiva dall’euro. Il documento si intitola “Economic impact of Southern European member states exiting the eurozone”1, del Giugno 2012. Secondo l’autore, tale documento non ha avuto l’eco che meritava, soprattutto in relazione ai contenuti espressi, che si ritiene molto “forzati” per quanto riguarda il coinvolgimento dell’Italia, oltre che per le conseguenze di una interpretazione acritica dei risultati proposti. Tale documento va letto congiuntamente con il più conosciuto “twin paper” della stessa fonte del Gennaio 2013, in cui si dà conto di come il vantaggio competitivo accumulato dalla Germania negli ultimi 12/13 anni sia ascrivibile in buona parte – sebbene non completamente – all’adozione della moneta unica (“How Germany Benefits from the Euro in Economic Terms”2). Se è permessa una considerazione personale, il fatto che un soggetto tedesco di tale importanza stigmatizzi pubblicamente aspetti economici che vanno decisamente contro gli interessi nazionali (tedeschi) giustifica – almeno in parte – la posizione di leadership che la Germania ha oggi in Europa. Poi, merita andare nei dettagli per smontare, se è il caso, come in effetti riteniamo, la tesi.

In buona sostanza, sembra emergere da un lato una chiara convenienza tedesca alla presenza dell’euro come moneta regionale unica e comune, con indubbi vantaggi accumulati dalla Germania. Dall’altra viene fatta una
valutazione sui costi associati all’uscita dall’Euro – vari scenari – con dettaglio di costo a livello dei principali Paesi mondiali.

La cosa che stupisce sembra essere che l’uscita dei paesi periferici dall’Euro inclusa l’Italia determinerebbe quasi un collasso dell’economia globale, con un danno non solo della Germania ma anche degli Stati Uniti, Giappone, mercati emergenti etc. nell’ordine di svariate migliaia di miliardi di EUR (trillions, più di 17, vedasi oltre…)

Il messaggio è forte, apparentemente al limite di ogni basilare criterio di ragionevolezza: ma come può essere che tutti i paesi mondiali debbano subire un tale danno in relazione ad un evento che, in termini di lontananza politico/economica, può essere abbastanza scorrelato che so, ad una economia messicana piuttosto che coreana? E, aggiungo, come è possibile che nessuno ci guadagni da un tale evento? Dunque, si tratterebbe di un caso più unico che raro, un evento che porta danno a tutti e vantaggio a nessuno… (vedasi tabella 2 del documento in discussione, a pagina 5). Comincia a sorgere qualche dubbio, ritengo, o quanto meno sembra necessario un approfondimento.

Rileggendo il documento, notiamo che si tratta semplicemente dell’applicazione di un modello tipo ”black box”, di cui non vengono forniti ulteriori dettagli. Ossia, le conclusioni derivano dall’applicazione di un modello econometrico che per definizione si basa su certezze modellistiche, e che per propria natura non si possono ritenere facilmente estendibili a percorsi assolutamente non convenzionali quale può essere un evento traumatico ed irripetibile quale l’uscita dalla moneta unica. Le conseguenze sembrano inoltre differire rispetto ad esperienze passate di rottura di “peg” e/o svalutazioni puntuali, leggasi Argentina 2001 o Thailandia 1998, situazioni in cui il paese svalutante ha avuto un’evoluzione assai positiva in termini di crescita a valle di detto evento3.

Dunque, riteniamo che il documento possa essere considerato come pervaso da un forma quasi patologica di “conventional wisdom” di gailbraithiana memoria4, per altro dimenticando l’evoluzione degli eventi recenti quali gli ormai evidenti e riconosciuti danni causati da decisioni errate suggerite da una delle fonti principali di saggezza convenzionale come l’FMI (memento, il moltiplicatore fiscale maggiore di uno nel recente caso Grecia, quando invece era stimato attorno a zero virgola cinque5), oltre che dalla stessa UE con un eccessivo richiamo al rigore (tacendo il fatto che l’austerity causa una riduzione di consumi e quindi riduzione del GDP potenzialmente in misura maggiore della riduzione del debito, come è successo e sta succedendo in Grecia, Spagna, Italia…).
Ma è la dimensione del danno stimato che stupisce: a stare dietro alle valutazioni fatte dal Bertelsmann Stiftung stiamo parlando di un danno cumulato associato a detto evento – Italia inclusa, caso GPSI exit – fino al 2020 di oltre 17 mila miliardi di EUR! Ossia l’equivalente del prodotto interno lordo italiano cumulato di una decina di anni!

In questo contesto, chiaramente dissuasivo – e ci mancherebbe fosse altrimenti, vista la fonte tedesca, chiaramente al centro di un evidente conflitto di interesse nazional/strategico -, è chiaro che se le dimensioni del danno non vengono contestualizzate e/o corrette per il tramite di opportune ed approfondite analisi, tutti gli Stati coinvolti in tale ipotetico danno planetario faranno di tutto per evitare l’evento. Ossia, sarebbe utile un’attenta analisi e verifica dei numeri in esso contenuti, anche alla luce delle numerose evidenze ben contestualizzate relative agli effetti di un’eventuale uscita dalla moneta unica presentate in questo sito6. Il prof. Brunetta è avvertito.

Dunque, visti i contenuti dello studio proposto, gli effetti attesi possono essere riassunti in pochi concetti: da una parte ben si spiega il poco o nullo supporto che proviene da oltreoceano ad eventuali riconsiderazioni dell’euro attuale, in primis dalla corrente amministrazione USA, nonostante le non velate critiche di stimatissimi e numerosissimi autori i quali non perdono l’occasione per stigmatizzare come la moneta comune nella struttura attuale non funzioni7 (la lista dei detrattori è impressionante!). Dall’altra, senza un’opportuna rivisitazione dei risultati pubblicati da studi come quello preso in considerazione appare evidente come l’Europa germanocentrica stessa utilizzi analisi siffatte per giustificare lo status quo, dimenticando che molto probabilmente si sta andando non proprio nella direzione paventata dal Trattato di Roma, quanto meno nei passi in cui viene fissato l’obiettivo di una crescita omogenea nei vari Paesi8.

E’ quindi essenziale che vengano valutati correttamente ed in dettaglio – oltre che nelle sedi istituzionali opportune – gli effetti di un’eventuale uscita dei Paesi euro periferici dalla moneta unica, essendo tale passo propedeutico ad una successiva uscita (ma solo in assenza di un reale ammorbidimento delle posizioni nord europee, ndr). E’ chiaro che, facendo ad esempio riferimento ad altri studi pubblicati su scenarieconomici.it, se gestita opportunamente l’uscita dall’euro genererebbe una ripresa nei paesi europerificerici9, ma limitatamente a quelli che possano vantare una base industriale e manifatturiera che permetta di sfruttare il vantaggio competitivo derivante da una forte svalutazione valutaria. In tale contesto l’Italia sembra essere l’unico Paese effettivamente in grado di trarne vantaggio – principalmente a danno dei competitors del nord Europa -, caso unico tra i paesi euro periferici. Più in dettaglio, facendo la rima ad un articolo apparso recentemente sulle principali testate giornalistiche in cui si additava all’Italia una bassa competitività anche a causa degli alti costi dell’energia 10 11, è bene ricordare come una svalutazione valutaria avrebbe anche un vantaggio competitivo a livello dei costi energetici da fonte rinnovabile: infatti ad oggi le rinnovabili italiane – fino al oltre il 48%12 in termini di potenza di punta disponibile in rapporto alla domanda massima – sono sovvenzionate da incentivi a valore fisso che, in un contesto di svalutazione valutaria permetterebbero una forte erosione del costo annuo ad oggi sostenuto dalla collettività rispetto ai competitors stranieri (…). Ossia, svalutazione con conseguente inflazione uguale incremento di competitività sistemica in termini di minor costo energetico per le energie rinnovabili, a compensazione di un eventuale maggior costo per le energie convenzionali dato dal probabile incremento del costo del petrolio.

Se aggiungiamo il fatto che, legalmente, l’Italia sembra l’unico Paese ad avere uno stock di debito pubblico legalmente denominato nella valuta nazionale13 – ossia facilmente riconvertibile in euro – si capisce bene il perché sia l’Italia l’unico paese a fare veramente paura all’Europa attuale. O, detta in altro modo, potrebbe emergere che i Paesi periferici servono più all’Europa germanocentrica – per via di svalutazione implicita dell’euro attuale data dalla presenza dei paesi periferici rispetto a quello che sarebbe un ipotetico marco in un Europa senza di essi – di quello che l’Europa serva ai paesi oggi in crisi, di fatto lasciati andare alla deriva (leggasi miseria) dalle istituzione (nord)europee.

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1 Policy Brief #2012/06 – Future Social market Economy Series –Economic impact of Southern European member states exiting the eurozone – Bertelsmann Stiftung


2 Policy Brief #2013/01 – Future Social market Economy Series – How Germany Benefits from the Euro in Economic Terms – Bertelsmann Stiftung


3 Latvia’s Internal Devaluation, Mark Weisbrot and Rebecca Ray December 2011,www.cepr.net/documents/publications/latvia-2011-12.pdf


5 Crisi dell’eurozona – L’autocritica del fondo monetario e la lezione greca – www.affarinternazionali.it, Lorenzo Bini Smaghi, 13/06/2013



http://www.scenarieconomici.it/rapporto-nomura-euro-exit-and-breakup-legal-risk-contingency-planning-and- uncertainty/ (rapporto Nomura attestante l’attesa di una sostanziale svalutazione delle valute europeriferiche rispetto al nuovo Marco)


7 Nobels:







Economists / Columnists:




8 Dal Trattato di Roma, ad esempio, le premesse, “ASSEGNANDO ai loro sforzi per scopo essenziale il miglioramento costante delle condizioni di vita e di occupazione dei loro popoli,…, SOLLECITI di rafforzare l’unità delle loro economie e di assicurarne lo sviluppo armonioso riducendo le disparità fra le differenti regioni e il ritardo di quelle meno favorite”; l’art. 2, “La Comunità ha il compito di promuovere nell’insieme della Comunità, mediante l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria e mediante l’attuazione delle politiche e delle azioni comuni di cui agli articoli 3 e 4, uno sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, un elevato livello di occupazione e di protezione sociale, la parità tra uomini e donne, una crescita sostenibile e non inflazionistica, un alto grado di competitività e di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di protezione dell’ambiente ed il miglioramento della qualità di quest’ultimo, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e sociale e la solidarietà tra Stati membri.”; l’art. 99.1 “Gli Stati membri considerano le loro politiche economiche una questione di interesse comune e le coordinano nell’ambito del Consiglio, conformemente alle disposizioni dell’articolo 98”; o, maggiormente importante, l’art 100.2, “Qualora uno Stato membro si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà a causa di calamità naturali o di circostanze eccezionali che sfuggono al suo controllo, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata su proposta della Commissione, può concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria comunitaria allo Stato membro interessato. Il presidente del Consiglio informa il Parlamento europeo in merito alla decisione presa”; l’articolo 105, “L’obiettivo principale del SEBC è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nella Comunità al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi della Comunità definiti nell’articolo 2. Il SEBC agisce in conformità del principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza, favorendo una efficace allocazione delle risorse e rispettando i principi di cui all’articolo 4.”





11 Banca d’Italia 072013 – n° 193 – Occasional Paper – Il sistema industriale italiano tra globalizzazione e crisi, http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/quest_ecofin_2/qef193/QEF_193.pdf#page=44&zoom=110.00000000000001,75,756


12 Newsletter GME, gestore Mercato Elettrico S.p.A. – n° 62 – Luglio 2013, pag. 5, relativamente a dati di Giugno 2013