venerdì 10 maggio 2013

Il MOVIMENTO 5 STELLE SI E' RIVELATO TOTALMENTE INUTILE!!






Sono fra quelli che hanno ritenuto salutare l’ottimo risultato elettorale conseguito dal movimento 5 stelle in febbraio. Grazie al governo Monti erano cadute le maschere e, finalmente, alcuni partiti mostravano al popolo il loro vero volto. Soltanto gli sprovveduti non capivano che, al netto delle recite interessate, le forze politiche che avevano sostenuto il bocconiano al governo erano etero-dirette dallo stesso centro di potere. La massoneria reazionaria, che in Italia si esprime anche e soprattutto per bocca di Mario Draghi, controlla in maniera ferrea i partiti che hanno attraversato la seconda Repubblica. Non è difficile intuirne le ragioni. Di fronte quindi ad uno spaccato così inquietante, l’entrata in scena di una forza vergine, non compromessa con un passato balordo, rappresentava certamente una buona notizia. A tutte le persone dotate di medio senno non sfuggivano pur tuttavia gli evidenti limiti che accompagnano fin dall’inizio l’esperimento grillino: demagogia a go-go, approssimazione e incoerenza programmatica costituiscono difetti di fabbrica di un prodotto pensato, confezionato e accudito da un oscuro impresario del web che risponde al nome di GianRoberto Casaleggio.
 Ma ogni iniziativa che presenta elementi di vera discontinuità, specie in un periodo come questo, va giudicata con gli occhi indulgenti di chi si augura progressivi miglioramenti. Oltre ad avere reso evidente il disgusto che gli italiani provano per la vecchia oligarchia politicante, Grillo può legittimamente vantare un altro merito rilevante: quello di avere veicolato una immagine veritiera del nostro sistema informativo che, non meno corrotto della politica che pretende di controllare, è gestito da figure che manipolano le notizie o per indole o per curare meglio gli interessi degli editori di riferimento. Ma i meriti di Grillo finiscono qui.
Sono oramai passati alcuni mesi dell’entrata in Parlamento di questi incorruttibili “angeli vendicatori” che avrebbero dovuto aprire le istituzioni come una scatoletta di tonno e, in verità, si fa fatica ad apprezzarne la presenza. La qualità del dibattito politico, già pessima, grazie ai grillini è perfino peggiorata. E se prima ci toccava ascoltare le solite banalità del Casini di turno che proponeva non meglio specificati tagli virtuosi alla spesa pubblica, oggi assistiamo con un misto di sgomento e ilarità alle diatribe di un Movimento che si dilania al suo interno per decidere se conservare o meno gli scontrini degli arancini consumati nel nome della Patria, da mostrare immediatamente a richiesta di Grillo, Casaleggio e del variegato e inflessibile popolo del web ( in questo ricordano quel dietologo pazzo che voleva far perdere peso a Fantozzi: “Tu mancia?”).
Il popolo italiano è ridotto allo stremo in ossequio ad un preciso disegno involutivo che si nutre del terrore del vittime. 
E mentre l’Europa, da Lisbona ad Atene, da Roma a Parigi, è inondata da un mix di confusione e risentimento, i grilloidi parlano degli sprechi della casta e del solito Berlusconi (sai che novità).
L’unico modo che il Movimento 5 stelle avrebbe per nobilitare la sua presenza in Parlamento sarebbe quello di elaborare una analisi approfondita sulle vere cause che determinano la crisi europea, a partire dalle evidenti storture politiche e macroeconomiche presenti all’interno di quel mostro conosciuto con il nome di Unione Europea. Ma pare che il guru Casaleggio sia di tutt’altro avviso (clicca per leggere). Tutti quelli che non intendono discutere di euro, fiscal compact e pareggio di bilancio eludono il cuore del problema ponendosi su un piano di sostanziale continuità con la sventurata politica degli anni passati. Non sarà certo rendicontando le caramelle, tagliando la spesa pubblica o spargendo a piene mani virtù spartane che l’Italia uscirà dalla terribile recessione in atto. Ma questo, ne sono sicuro, lo sa pure Casaleggio.
E’ oramai lecito ritenere che il Movimento di Grillo, dietro una salutare cornice rivoluzionaria, persegua nei fatti il meschino obiettivo di puntellare l’infame progetto di “cinesizzazione” in atto. Ma non sarà facile ingannare a lungo milioni di cittadini con fuochi pirotecnici. 
Questo è il momento più opportuno per costruire una nuova forza politica autenticamente progressista, keynesiana e roosveltiana, chiamata a dare risposte a quei milioni di italiani ai quali non bastano più le battute di Grillo né intendono concedere ancora fiducia ad un partito marcio dalle fondamenta come il Pd. Nel frattempo il sistema, come avevamo ampiamente previsto, si prepara a realizzare una significativa svolta in senso autoritario per impaurire da subito il crescente dissenso. Non a caso oggi il nostro Presidente Napolitano chiede di “fermare la violenza verbale”; auspicio che, tradotto dal politcally correct, significa che il Sistema è pronto a tutto per garantire la difesa degli attuali equilibri di potere. Per questo i sinceri democratici, quelli che hanno a cuore per davvero il futuro dell’Italia, dovrebbero agire subito per offrire agli italiani una alternativa credibile. Temo non rimanga ancora molto tempo.
Francesco Maria Toscano

mercoledì 8 maggio 2013

AfD: Il PROGRAMMA DEL PARTITO NO EURO CHE SCONVOLGE LA GERMANIA


di Pino Cabras megachip.info

Vi proponiamo la traduzione del programma politico in sintesi di Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania), uno dei nuovi grandi partiti emergenti in Europa. La grande crisi europea sta generando in molti importanti paesi, ciascuno secondo la sua fisionomia, l’esplodere di nuove forze politiche in grado di sfondare il muro del 25% dell’elettorato: Syriza in Grecia, UKIP nel Regno Unito, il M5S in Italia e appunto – stando ai sondaggi – Alternative fra i tedeschi.

Sono movimenti estremamente diversi e dai programmi non sovrapponibili, ma hanno due cose in comune: 1) crescono esplosivamente mentre crolla l’attuale dominante “narrazione europea”, quella raccontata fin qui dai frequentatori del club Bilderberg; 2) incassano milioni di voti intanto che i partiti di sinistra tradizionali non sanno captare nessuna onda di cambiamento e diventano puntelli conservatori – se non reazionari – di un potere in fase di arrocco.

Colpisce che il primo punto del programma di Alternative für Deutschland sia «il rispetto del diritto e della parola data». Sembrerebbe quasi un concetto pre-politico, ma dobbiamo fare un paragone: quello con il tradimento degli elettori e il vilipendio del popolo italiano che abbiamo visto dopo le ultime elezioni nostrane.

Dire “rispetto della parola data” ha un suono rivoluzionario.

Poi viene il resto del programma, che risente dell’influenza diretta di una parte del padronato germanico, con idee dell’economia molto convenzionali, sebbene più pragmatiche rispetto alle pazzie ideologiche dei Draghi, dei Monti, della Merkel e della troika (che forse mai oserebbero chiedere «che agli Stati eccessivamente indebitati e senza speranza sia accordato un taglio del debito»).

Il nuovo partito rimette in discussione le avanzate politiche energetiche tedesche sulle energie rinnovabili. Forse c’è un calcolo legato al boom estrattivo degli idrocarburi in USA, che sta restituendo competitività all’industria nordamericana con prezzi ambientali certamente enormi.

Le istituzioni europee verrebbero drasticamente limitate e depotenziate, ma non viene illustrato un quadro geopolitico coerente.

La nostra idea di Alternativa ha dunque basi politiche molto differenti. Ma pure ci sembra utile far conoscere cosa bolle nel caldissimo pentolone dell’Europa inquieta e in crisi.

La traduzione è a cura di Gaetano Colonna. Buona lettura.

Alternative für Deutschland sostiene:
il rispetto del diritto e della parola data,
il controllo, la trasparenza e la vicinanza ai cittadini della democrazia,
l’autodeterminazione, l’autoresponsabilità e la solidità finanziaria per tutti gli Stati.

Questi valori sono stati trascurati nell’attuale crisi europea. Vogliamo dar loro nuovamente valore su questo piano e in altri importanti ambiti politici.


Politica Monetaria
Esigiamo un ordinato scioglimento del sistema monetario dell’euro. La Germania non ha bisogno dell’euro. L’euro ha danneggiato altri Paesi.
Esigiamo la reintroduzione delle valute nazionali o la creazione di più limitati e più stabili accordi monetari. La reintroduzione del DM non deve essere un tabù.
Esigiamo un cambiamento dei trattati europei per rendere possibile l’uscita di ogni Stato dall’euro. Ogni popolo deve poter decidere democraticamente sulla propria valuta.
Esigiamo che la Germania pretenda questo diritto al ritiro, bloccando con il suo veto ulteriori crediti dell’ESM.
Esigiamo che i costi della cosiddetta politica di salvataggio non vengano sostenuti dal contribuente. Le banche, gli Hedge-funds e i grandi investitori privati sono i beneficiari di questa politica. Devono per questo risponderne per primi.
Chiediamo che agli Stati eccessivamente indebitati e senza speranza sia accordato un taglio del debito.
Nella crisi del debito le banche devono sostenere le loro perdite, ovvero venir stabilizzate gravando sui loro maggiori creditori.
Esigiamo un divieto immediato dell’acquisto di carta straccia dalla Banca Centrale Europea. L’inflazione non può azzerare il risparmio dei cittadini.

Politica europea
Noi sosteniamo un’Europa di Stati sovrani con un mercato comune. Vogliamo vivere insieme in amicizia e buon vicinato.
Noi chiediamo un illimitato potere del parlamento in materia di bilancio. Respingiamo decisamente una Unione di trasferimento [il progetto di integrazione dei flussi finanziari a livello europeo] e nemmeno uno Stato europeo centralizzato.
Faremo in modo che le competenze legislative ritornino ai Parlamenti nazionali.
Ci adopereremo fortemente per una riforma della UE per eliminare la burocrazia di Bruxelles e per sostenere la trasparenza e l’attenzione alle esigenze dei cittadini.
Il Parlamento europeo non ha funzionato nel controllare Bruxelles. Noi appoggiamo energicamente le posizioni di David Cameron, che snellisca la UE con più concorrenza e autoresponsabilità.

Stato di Diritto e Democrazia
Chiediamo che lo Stato di diritto valga senza limitazioni. Gli organi dello Stato non devono non tenere conto nemmeno in casi particolari delle leggi e dei trattati. Essi devono essere rispettati nella lettera e nello spirito.
L’operato di ogni governo tedesco trova i suoi limiti nel diritto internazionale, nella costituzione e nei trattati europei. Essi sono di importanza fondamentale per la nostra società e devono essere rispettati rigorosamente.
Chiediamo una rafforzamento della democrazia e della cittadinanza democratica. Vogliamo introdurre, secondo il modello svizzero, i referendum di iniziativa popolare. Ciò vale specialmente nel caso di cessione di importanti diritti all’EU.
I partiti devono collaborare col sistema politico ma non dominarlo.
Chiediamo più democrazia diretta anche nei partiti. Il popolo deve stabilire la volontà dei partiti, non il contrario.
Chiediamo che i parlamentari si dedichino interamente al lavoro parlamentare. Il loro mandato non può tollerare attività part-time retribuite.

Finanza pubblica e tassazione
Chiediamo che si pongano freni all’indebitamento ed alla creazione di montagne di debiti. Anche la Germania ha permesso troppi debiti.
Chiediamo che siano tenuti presenti nella programmazione finanziaria i rischi di responsabilità finale derivanti dalla politica di salvataggio dell’euro. Fino ad oggi è stata consapevolmente gettata sabbia negli occhi ai cittadini.
Chiediamo una drastica semplificazione delle normative fiscali sulla base di un modello realmente progressivo di tassazione alla Kirchhof [esponente neo-con tedesco, fautore di una radicale riforma fiscale, NdT]. I cittadini devono poter comprendere perché sono tassati in alte percentuali.

Pensioni di anzianità e Famiglia
La crisi europea mette in pericolo tutte le forme di previdenza pensionistica, a causa dell’eccessivo indebitamento e della riduzione degli interessi.
Chiediamo che i bambini siano considerati nel calcolo delle pensioni.
La Germania ha troppi pochi bambini. Le assicurazioni pensionistiche e di malattia hanno i piedi d’argilla. La Germania deve diventare un paese che favorisce i bambini e le famiglie.
Noi vogliamo la difesa della famiglia come cellula base della società. Una solidale politica per la famiglia è un investimento nel nostro comune futuro ed una parte essenziale del contratto fra generazioni.

Educazione
Chiediamo standard educativi unitari a livello statale sulla base del miglior sistema scolastico tedesco.
Vogliamo che l’educazione sia il compito centrale della famiglia. Asili e scuole devono completare questo lavoro in modo significativo. Niente è così importante per il nostro futuro della educazione dei nostri bambini.
In primo luogo sono responsabili dell’educazione dei figli i genitori. Lo Stato deve aiutarli a svolgere questo compito. Devono essere disponibili corsi di educazione infantile, indipendentemente dal contesto familiare.
Sosteniamo un sistema universitario qualitativamente di valore elevato, che offra agli studenti adeguate possibilità di assistenza e di sviluppo. Deve anche essere possibile un ritorno agli sperimentati corsi di diploma e degli esami di Stato.

Politica energetica
Sosteniamo un concetto applicabile di energia a buon prezzo. È impensabile che la popolazione debba essere penalizzata dai prezzi in grande crescita dell’energia per una politica energetica del governo centrale priva di raziocinio e di strategia.
Chiediamo una riforma delle normativa sulle energie rinnovabili. È asociale finanziare sovvenzioni per energia solare ed eolica con le tariffe elettriche.
Chiediamo che le sovvenzioni per le energie rinnovabili siano finanziate dal gettito finanziario ordinario. Deve essere reso noto quale tipo di energia verrà maggiormente sovvenzionata.

Politica di integrazione
Chiediamo un riordino del diritto di immigrazione. La Germania ha bisogno di un’immigrazione qualificata che voglia integrarsi.
Chiediamo una legge sull’immigrazione secondo il modello canadese. Un’immigrazione disordinata nel nostro sistema sociale deve essere assolutamente impedita.
Veri perseguitati politici devono poter trovare asilo in Germania. Un trattamento umanitario esige che possano trovare lavoro qui.



Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/tematiche/beni-comuni/10214-il-programma-del-partito-che-sconvolgera-le-elezioni-tedesche.html

Munchau: Diminuzione dell’austerità in Italia? Tutte chiacchiere!

Il parere di Wolfgang Munchau sul Financial Times a proposito dello stop all'austerità del governo Letta: come al solito, la chiameranno pace, ma sarà un deserto.


Come dobbiamo leggere lo sbandierato allentamento delle misure di austerità fiscale di cui si mormora recentemente in Europa? Siamo realmente di fronte ad una svolta di sostanza? Secondo il commento di Munchau sul Financial Times si tratta di una mera operazione di cosmesi politica, una operazione, al più, di pubbliche relazioni, che non intaccherà minimamente la natura pro-ciclica delle politiche di consolidamento fiscale intraprese dall’Italia. E nessun’aiuto potrà venire dalla Germania, a sua volta impegnata sullo stesso fronte.

Recentemente il nostro Von Papen… scusate il lapsus volevo dire Letta, dopo avere ricevuto l’incarico dall’appena rielettoHindenburg… dannazione ma che mi prende … volevo dire Napolitano, non ha perso tempo, e la settimana scorsa , come ci ricorda Munchau:

“(..) Ha inveito contro l'austerità, ma allo stesso tempo ha sottolineato il suo impegno a perseguire gli obiettivi di bilancio dell'Italia, come se le due cose fossero tra loro scorrelate (..)”
Già! Infatti poiché a seguito della strombazzata possibile abolizione dell’IMU si verrebbe a creare un buco di 8 miliardi, e del fatto chenulla si crea dal nulla nemmeno per desiderio divino, quindi figuriamoci per desiderio di Letta, Munchau ci informa che : 

“(..) Si dice che il governo Letta stia studiando una imposta sostitutiva per colmare questa lacuna. La mia ipotesi è che l'Italia si atterrà scrupolosamente al piano di riduzione del deficit strutturale. Tuttavia, poiché la crescita economica sarà inferiore a quella prevista, c'è una buona probabilità che i deficit nominalisforeranno gli obbiettivi prefissati. La novità politica più probabile sta nel fatto che, almeno in parte, li lasceranno sforare
(..)”

Munchau evidenzia un piccolo miglioramento in tutto ciò, ma sono da considerarsi comunque briciole. 

“(..) Per comprendere più in dettaglio perché il cambiamento sia poca cosa, ci si deve render conto della enormità di scala dell‘ austerità inserita a Budget nel 2012 e del 2013.

Nel 2010 il saldo di bilancio strutturale Italiano era -3.6 per cento del PIL e al -3,5 per cento nel 2011.

Tuttavia, nel 2012 è balzato al -1,3 per cento, secondo i dati di aprile World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale.

Per il 2013 si prevede un altro balzo allo -0,2 per cento del PIL. 
Quindi, l'aggiustamento cumulato nel 2012 e nel 2013 dovrebbe attestarsi intorno al 3,4 per cento del PIL. 


Questa enorme correzione fiscale ha causato la recessione in atto, la cui entità è stata sottovalutata dalla Commissione europea e dal precedente governo italiano.(..)"

Va da sè che a questo punto si palesa il vantaggio di poter vendere un semplice e temporaneo allentamento della pressione come un segnale forte di cambiamento radicale di politica fiscale. 
I “fabbricanti di politiche”, osserva Munchau, dispongono infatti di un certo margine di manovra in tal senso che permette loro di correggere gli obbiettivi in corso d’opera.

“(..) Ne ha fatta di strada l’Eurozona da quando la regola consisteva nell’inflessibile target del 3% nominale. La regola del 3 per cento c’è ancora, ma l’attenzione principale si è ora spostata sul deficit strutturale . Un miglioramento questo, ma lo schema generale di applicazione rimane pro-ciclico, anche se forse non proprio nella stessa misura di prima. 

Per giunta l’Italia potrebbe venire sollevata dal seguire la rigida procedura prevista per i deficit eccessivi, il che permetterebbe un'ulteriore flessibilità sotto forma di sblocco di fondi per gli investimenti attualmente congelati. Il lieve allentamento della morsa dell’Austerità offrirebbe un ulteriore vantaggio per via dei minori danni collaterali conseguenti ai tagli di spesa frettolosamente decisi in Italia. Il governo italiano ha perseguito l’austerità non tanto consumando meno, ma semplicemente tagliando i servizi. L'I'talia ora ha bisogno di una nuova legge per consentire la ripresa di tali spese. (..)” 

“Piutost che nient l’è mei piutost” si dice dalle mie parti. Trattasi comunque di un pannicello caldo, infatti:

"(..)L’eurozona continua a spingere verso il consolidamento fiscale, al contrario di quello che fanno negli Stati Uniti, nel Regno Unito ed in Giappone. Così facendo le politiche fiscali continueranno ad impattare negativamente sulla crescita. Se l’Eurozona pensasse seriamente ad una inversione ad U rispetto alle politiche di austerità, dovrebbe intraprendere l’unica cosa seria da fare in periodi di recessione, allentare la morsa fiscale, esattamente il contrario di ciò che sta succedendo.(..)"

Ma un momento, la Germania ci aiuterà! Certo, come no: 

"(..) La Germania, un paese che dispone di margini di manovra fiscali molto più ampi dell’Italia, ha intrapreso politiche di consolidamento fiscale di dimensioni quasi simili. Tra il 2010 e il 2012 il miglioramento netto cumulato del saldo strutturale è stato pari al 2,5 per cento del PIL. L’Italia e la Germania sono entrambe programmate per raggiungere il pareggio, più o meno, tra quest'anno e l’anno prossimo. (..)

Dunque non c’è trippa pe’ li gatti, alias:

"(..) Non c’è modo che la Germania accetti di spendere di più a favore dei paesi del Sud Europa. Ciò perché essa stessa si è ingessata, approvando una legge di bilancio che richiede pressoché indefinitamente dei saldi strutturali attorno allo zero(..)"

Questo per i Crucchi, mentre a noi, grazie al Fiscal compact, al fine di contenere e ridurre il debbbbbitopubbbbblico, ci sarà richiesto di rientrare dal debito di almeno un 2% del PIL all'anno:

"(..)per raggiungere questo obiettivo, l'Italia dovrà riportare deisaldi strutturali in attivo per almeno una generazione.

Se si vuole che l’Austerità cessi, occorre cominciare con l’abrogare il Fiscal Compact e parimenti modificare alcune delle leggi collaterali in merito al coordinamento delle politiche fiscali. Dal che ne concludo che si andrà avanti con l'Austerità, semplicemente cambiandole il nome e presentandola in modo più morbido. 

E ciò per tutto il tempo che durerà l’Euro”

Ecco ci mancava proprio anche il “diversamente morbido!”

P.S. Amici, dopo Hindenburg e Von Papen , ora non resta altro che da capire chi sarà Hitler! Si accettano suggerimenti!

Fonte: http://vocidallestero.blogspot.it/

lunedì 6 maggio 2013

EURO: La Germania non lo vuole più!!

Il primo sostenitore dell'euro che a sinistra cambia idea è un tedesco: Oskar Lafontaine, padre tedesco dell'euro, si pente e lo dichiara insostenibile causa dumping salariale dei tedeschi. Inizia la frana, e chi non si sbriga a capirlo sarà seppellito. Un bel commento di Jacques Sapir e la dichiarazione di Lafontaine




La dichiarazione di Oskar Lafontaine del 30 aprile scorso è un evento storico [1] . E' la prima volta che un ex attore di primo piano nella creazione dell'euro ammette che è stato un errore. Questa dichiarazione segna un cambiamento nella posizione dell'élite europea di cui Oskar Lafontaine fa parte. Preannuncia che ormai altre affermazioni dello stesso tipo si moltiplicheranno nei prossimi mesi.


Le ragioni del cambiamento

Questa dichiarazione è particolarmente interessante per quel che riguarda i motivi della sua conversione ad un'uscita dall'euro. Ricordiamo che Oskar Lafontaine, come presidente del SPD, è stato uno dei più ferventi sostenitori della moneta unica negli anni '90. Ha anche detto esplicitamente di aver creduto in un sistema di unificazione dei salari su scala europea, ma che questo meccanismo è stato svuotato del suo contenuto per l'azione di diversi governi. La posizione di Oskar Lafontaine non è quindi una posizione di rifiuto della moneta unica per principio. Ma egli osserva che nella configurazione attuale dei rapporti di forza in Germania, non vi è alcuna possibilità di un'inversione dell'attuale politica di dumping salariale.Da questo punto di vista, conviene citare esattamente il testo:


"La situazione economica sta peggiorando di mese in mese, e la disoccupazione ha raggiunto un livello che mette sempre più in crisi le stesse istituzioni democratiche.

I tedeschi non hanno ancora capito che gli europei del sud, tra cui la Francia, presto o tardi saranno costretti dall'impoverimento economico a contrattaccare l'egemonia tedesca. Essi sono particolarmente sotto pressione per il dumping salariale della Germania in violazione dei trattati europei sin dall'inizio dell'unione monetaria. Merkel si sveglierà dal suo sonno del giusto quando i paesi che soffrono il dumping salariale tedesco si metteranno d'accordo per imporre un cambiamento nella politica di gestione della crisi a scapito delle esportazioni tedesche ".

Questo passaggio è particolarmente istruttivo perché mostra come la politica attuale, la cui origine sta in quella che Lafontaine chiama l'"Egemonia tedesca", porterà a dividere l'Europa in due e riunirà contro la Germania i paesi dell'Europa meridionale e la Francia. La preoccupazione di Lafontaine è dunque quella di evitare un conflitto di questo tipo che realmente rovinerebbe la costruzione europea. E' quindi proprio per salvare l'Europa che egli considera la fine dell'euro, una posizione che  io avevo difeso in un documento del luglio 2012 che era stato inviato al Presidente della Repubblica [2] . Anche in questo lavoro veniva considerata la possibilità di forti aumenti salariali e di una fiammata inflazionistica in Germania. Ma si dimostrava come questi meccanismi non avessero in realtà alcuna possibilità di verificarsi e se ne deduceva la necessità di una forte svalutazione.

La conversione di Oskar Lafontaine alla dissoluzione della moneta unica non è poi così sorprendente. Oskar Lafontaine crede nell'Europa, ma, lui, non vive nel mondo incantato di cui si compiacciono i socialisti di tutte le tendenze, compreso il Front de Gauche, l'equivalente francese di Die Linke, il partito a sinistra della SPD di cui Lafontaine è stato uno dei fondatori. E' per senso di realismo che Lafontaine arriva alla soluzione di uno scioglimento dell'eurozona.

Come procedere a uno scioglimento della zona euro

Egli parte dalla constatazione che le svalutazioni interne (le politiche deflazionistiche come si sarebbe detto negli anni '30) da sole non saranno in grado di cambiare la situazione. Esse dovrebbero essere accompagnate da un aumento volontario di TUTTI i salari tedeschi di almeno il 20%, il che è impossibile oggi, a causa dello stato dei rapporti di forza in Germania. Egli precisa poi come concepisce questa dissoluzione della zona euro e, in particolare, considera la necessità di un controllo dei capitali (e senza dubbio inizialmente un controllo dei cambi) per realizzare questa politica. Qui è sorprendente constatare come un politico possa concordare con le posizioni espresse dagli economisti accademici e come concepisca, ancora una volta in modo molto realistico, un meccanismo di cui l'Europa ha già dato esempio con la crisi di Cipro. Ancora una volta, vale la pena citare Oskar Lafontaine per esteso:

"Se i riaggiustamenti reali verso l'alto o verso il basso non sono possibili, diventa necessario abbandonare la moneta unica e tornare a un sistema che rende possibili le svalutazioni e rivalutazioni, come è avvenuto con il predecessore della moneta unica, il sistema monetario europeo (SME). Si tratta fondamentalmente di rendere di nuovo possibili delle svalutazioni e rivalutazioni attraverso un sistema di cambi controllati dall'Unione europea. A tal fine, un rigoroso controllo dei capitali sarebbe la prima misura inevitabile, per tenere sotto controllo i flussi dei capitali. Dopo tutto, l'Europa ha già attuato questa misura a Cipro."

Tutto questo è preso in considerazione senza drammi, ben lontano dalle previsioni catastrofiche a cui si abbandonano i politici francesi, compreso Mélenchon, che avrebbe fatto meglio a ispirarsi alle riflessioni del suo amico Lafontaine piuttosto che a condividere in pieno Attali. Ancora, il testo di Lafontaine fa eco in maniera singolare alle proposte contenute nel nostro documento di lavoro del luglio 2012, quando menziona la necessità di garantire un sostegno ai paesi del Sud Europa per consentire loro di avere successo nelle loro svalutazioni [3]. È esattamente lo stesso percorso da seguire. Su questo punto, posso solo ripetere qui quello che ho scritto nel luglio 2012:


" Gli ultimi negoziati europei hanno avuto il merito di far prendere coscienza degli enormi ostacoli sulla strada di una possibile sopravvivenza della moneta unica.Le istituzioni dell'UE potrebbero, tuttavia, svolgere un ruolo significativo nell'attuazione dello scioglimento della zona euro. E' importante che questo scioglimento sia presentato come un elemento della politica europea, concertato e combinato, e non come un ritorno al "ciascuno per sè"
La popolazione francese potrebbe essere preparata all'idea di uno scioglimento della zona euro valorizzando l'alternativa tra una recessione prolungata o una depressione, e una regolazione molto più rapida attraverso una svalutazione con significative prospettive di crescita nel medio termine. Tuttavia, tale soluzione comporterebbe:

• (A) Una decisione collettiva, dopo un vertice UE. Sembra quasi impossibile poter tenere segreta questa decisione per più di 24 ore. Potrebbe essere presa un Sabato o una notte tra Sabato e Domenica. E' quindi importante che il governo abbia già preparato un piano su come agire in questo caso.

• (B) La trasformazione del MES in parte in fondi di stabilizzazione bancaria e in parte in un "Fondo monetario europeo" il cui compito sarebbe quello di risolvere le crisi di bilancia dei pagamenti nei paesi europei (che era il compito originale del FMI) che potrebbero sorgere in seguito, e la trasformazione della BCE in un organismo di controllo sulle regole comuni e le nuove parità annunciate da parte degli Stati e approvate dal Consiglio europeo (ECOFIN). Queste parità dovrebbero essere riviste annualmente per tener conto dei diversi andamenti di inflazione strutturale e dei guadagni di produttività.La BCE potrebbe anche amministrare l'Unione banca per l'adozione di norme prudenziali comuni in particolare per i servizi bancari alla clientela.

• (C) Il sistema monetario europeo sarebbe ripristinato provvisoriamente per garantire delle fluttuazioni comuni dei tassi di cambio. Sarebbe tuttavia diverso dallo SME, in quanto sarebbe accompagnato da misure di controllo dei flussi di capitali per evitare attacchi speculativi. E' possibile che uno o più paesi rifiutino queste condizioni, e il nuovo SME potrebbe iniziare a funzionare su un gruppo più ristretto di paesi rispetto all'Euro attuale. Tuttavia, i benefici in termini di stabilità del ricostituito SME dovrebbero essere sufficienti per attirare gradualmente più valute."

Confrontiamo il testo di Lafontaine:

"Durante un periodo di transizione, sarà necessario aiutare i paesi le cui valute soffriranno di sicuro una svalutazione per sostenere il cambio, anche per mezzo di un intervento da parte della Banca Centrale Europea, al fine di evitare un collasso."

Questa dichiarazione costituisce un evento politico importantissimo nella crisi dell'euro. Essa preannuncia ulteriori conversioni. La proliferazione dei partiti e dei politici che prendono posizione in Europa per una "fine dell'Euro", è oggi un fatto importante. E' chiaro, da questo punto di vista, che come il movimento si intensificherà nei prossimi mesi, i primi a fare il grande passo beneficeranno di una qualche credibilità presso l'opinione pubblica e i loro elettori.

TESTO di Oskar Lafontaine

Oskar Lafontaine : Abbiamo bisogno di un nuovo sistema monetario europeo

La politica europea di Angela Merkel è sempre più sotto pressione. Il presidente della Commissione europea Manuel Barroso, ma anche il primo ministro italiano Enrico Letta, hanno criticato la sua politica di austerità che domina l'Europa e che conduce al disastro. I leader europei sanno che le cose non possono continuare così. La situazione economica sta peggiorando di mese in mese, e la disoccupazione ha raggiunto un livello che mette sempre più in crisi le istituzioni democratiche.

I tedeschi non hanno ancora capito che gli europei del sud, tra cui la Francia, presto o tardi saranno costretti dall'impoverimento economico a contrattaccare all'egemonia tedesca. Essi sono particolarmente sotto pressione per il dumping salariale della Germania in violazione dei trattati europei sin dall'inizio dell'unione monetaria. Merkel si sveglierà dal suo sonno del giusto quando i paesi che soffrono il dumping salariale tedesco si metteranno d'accordo per imporre un cambiamento nella politica di gestione della crisi a scapito delle esportazioni tedesche.

Una moneta unica avrebbe potuto essere sostenibile se i partecipanti avessero concordato una politica salariale coordinata e orientata verso la produttività. Negli anni '90 pensavo che un tale coordinamento sarebbe stato possibile ed ero d'accordo con la creazione dell'euro. Ma i governi hanno eluso le istituzioni create per questo coordinamento, in particolare il dialogo macroeconomico. Le speranze secondo cui la creazione dell'euro avrebbe portato a un comportamento economico razionale da parte di tutti sono state vane. Oggi il sistema è fuori controllo. Come Hans-Werner Sinn ha scritto di recente in Handelsblatt,paesi come la Grecia, il Portogallo e la Spagna devono tagliare i costi di circa il 20-30% rispetto alla media dell'Unione europea per raggiungere un livello approssimativamente equilibrato di competitività e la Germania dovrebbe aumentare il livello salariale di circa il 20%.

Abbandonare la moneta unica

Tuttavia, gli ultimi anni hanno dimostrato che una tale politica non ha alcuna possibilità di essere attuata. Un aumento dei salari, necessario nel caso della Germania, non è possibile con le organizzazioni dei datori di lavoro e il blocco dei partiti neoliberisti, formato da CDU / CSU, SPD, i liberali e i Verdi, che non fanno che seguirli. Una diminuzione dei salari, che significa una perdita di reddito nell'Europa meridionale, e anche in Francia, dal 20 al 30%, porterà al disastro, come vediamo già in Spagna, Grecia e Portogallo.

Se i riaggiustamenti reali verso l'alto o verso il basso non sono possibili, diventa necessario abbandonare la moneta unica e tornare a un sistema che rende possibili le svalutazioni e rivalutazioni, come è avvenuto con il predecessore della moneta unica, il sistema monetario europeo (SME). Si tratta fondamentalmente di rendere di nuovo possibili delle svalutazioni e rivalutazioni attraverso un sistema di cambi controllati dall'Unione europea. A tal fine, un rigoroso controllo dei capitali sarebbe la prima misura inevitabile, per tenere sotto controllo i flussi dei capitali. Dopo tutto, l'Europa ha già attuato questa misura a Cipro."

Durante un periodo di transizione, sarà necessario aiutare i paesi le cui valute soffriranno di sicuro una svalutazione a sostenere il cambio, anche per mezzo di un intervento da parte della Banca Centrale Europea, al fine di evitare un collasso.

Una condizione per il funzionamento di un sistema monetario europeo sarebbe di riformare il settore finanziario con una rigorosa regolamentazione, ispirandosi alle casse di risparmio pubbliche. Gli speculatori devono scomparire.

Il passaggio a un sistema di svalutazioni e rivalutazioni controllate sarebbe graduale. Si sarebbe già potuto cominciare con la Grecia e Cipro. L'esperienza del "Serpente monetario europeo" e dello SME avrebbero dovuto essere prese in considerazione.

30, aprile 2013.




[2] J. Sapir, « La dissolution de la zone Euro : une solution raisonnable pour éviter la catastrophe », Document de Travail, CEMI-EHESS, juillet 2012.


sabato 4 maggio 2013

Competitività, un’ossessione pericolosa



Enrico Letta ha concluso il suo tour europeo senza ottenere grandi risultati. Angela Merkel ha anzi insistito sulla necessità di proseguire il risanamento dei conti pubblici e attuare le “riforme strutturali” necessarie per aumentare la competitività dei paesi periferici.

Ma cos’è la competitività? E perché dovrebbe essere un obiettivo di politica economica? Il futuro premio Nobel Paul Krugman, in questo noto saggio di quasi 20 anni fa, proprio prendendo spunto dall’ossessione per la competitività diffusa in Europa, spiega che un paese non è assimilabile ad una singola azienda e che la crescita può basarsi sulla domanda interna, senza ossessioni mercantilistiche.


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Titolo originale:

Competitiveness: A dangerous obsession

Paul Krugman, Foreign Affairs; Mar/Apr 1994; 73,2; Platinum Full Text Periodicals

L’IPOTESI È SBAGLIATA

Nel giugno 1993 Jacques Delors fece una speciale presentazione ai leader delle nazioni della Comunità europea, che si incontravano a Copenaghen, sul problema della crescente disoccupazione europea. Gli economisti che studiavano la situazione europea erano curiosi di sapere quello che avrebbe detto Delors, presidente della Commissione Europea. La maggior parte di loro condividono più o meno la stessa diagnosi del problema europeo: le tasse e le regolamentazioni imposte dagli stati Europei dal complicato welfare hanno reso i datori di lavoro riluttanti nel creare nuovi posti di lavoro, mentre il relativamente generoso livello di sussidi di disoccupazione ha reso i lavoratori non disposti ad accettare quel tipo di impiego a basso salario che aiuta a tenere la disoccupazione comparativamente più bassa negli Stati Uniti. Le difficoltà valutarie associate alla salvaguardia del sistema valutario europeo di fronte ai costi della riunificazione tedesca hanno rafforzato questo problema strutturale.

È una diagnosi persuasiva, ma politicamente esplosiva, e tutti volevano vedere come Delors l’avrebbe affrontata. Avrebbe sfidato i leader europei dicendo che i loro sforzi di perseguire la giustizia economica hanno prodotto disoccupazione come sottoprodotto non intenzionale? Avrebbe ammesso che l’EMS [European Monetary System, Sistema monetario europeo, NdT] poteva essere sostenuto solamente al prezzo di una recessione e avrebbe affrontato le implicazioni di quell’ammissione per l’unione valutaria europea?

Indovinate un po’? Delors non affrontò i problemi dello stato del welfare o dell’EMS. Spiegò che la causa fondamentale della disoccupazione europea era la mancanza di competitività con gli Stati Uniti ed il Giappone e che la soluzione era un programma di investimenti in infrastrutture e alta tecnologia.

Era un’evasione deludente, ma non sorprendente. Dopo tutto, la retorica della competitività – quel modo di vedere secondo il quale, nelle parole del Presidente Clinton, ogni nazione è “come una grande società per azioni che compete nel mercato globale” – si è sparso fra gli opinion leader di tutto il mondo. Persone che si credono sofisticati conoscitori del tema danno per certo che il problema economico che sta di fronte ad ogni nazione moderna è fondamentalmente quello di competere nel mercato mondiale – che gli Stati Uniti e Giappone siano concorrenti nello stesso senso nel quale la Coca-cola compete con la Pepsi – e non sono consapevoli che si potrebbe sensatamente mettere seriamente in dubbio questa affermazione. Ogni tanto un nuovo best seller avverte il pubblico americano delle conseguenze atroci del perdere la “corsa” per il 21° secolo; (1) un’intera industria di consigli sulla competitività, “geo-economisti” e teorici della gestione del commercio è sbucata fuori a Washington. Molte di queste persone, avendo diagnosticato i problemi economici dell’America negli stessi termini di quanto Delors faceva con l’Europa, sono ora è nei cieli più alti dell’amministrazione Clinton e formulano la politica economica e commerciale per gli Stati Uniti. Quindi Delors stava usando un linguaggio non solo appropriato ma anche comodo per lui e per un vasto pubblico di tutte e due le sponde dell’Atlantico.

Sfortunatamente la sua diagnosi sui mali dell’Europa era profondamente fuorviante, e diagnosi simili negli Stati Uniti sono altrettanto fuorvianti. L’idea che le fortune economiche di un paese siano determinate principalmente dal suo successo nei mercati del mondo è un’ipotesi, non una verità necessaria; e come faccenda pratica, empirica, è un’ipotesi de plano sbagliata. Non è affatto vero, cioè, che le nazioni principali del mondo siano l’una con l’altra in un grado significativo di competizione economica, o che uno qualunque dei loro importanti problemi economici possa essere attribuito a fallimenti nel competere sul mercato mondiale. La crescente ossessione di una nazione avanzata a proposito della competitività internazionale dovrebbe essere vista non come una preoccupazione fondata, ma come una visuale che viene mantenuta nonostante la palese evidenza del contrario. E per di più è evidentemente una visione che viene difesa tenacemente, un desiderio di credere, che si riflette nella incredibile tendenza, di quelli che predicano la dottrina della competitività, a sostenere la loro tesi con un’aritmetica creativa e fallace.
Questo articolo consiste in tre punti. Nel primo sostiene che le preoccupazioni sulla competitività sono, sul piano empirico, quasi completamente infondate. Nel secondo, tenta di spiegare perché definire il problema economico come quello della competizione internazionale è nondimeno così attraente per molte persone. Infine sostiene che l’ossessione della competitività non solo è sbagliata, ma è pericolosa, e che distorce le politiche nazionali e minaccia il sistema economico internazionale. Questo ultimo problema è evidentemente il più importante dal punto di vista delle politiche pubbliche. Pensare in termini di competitività, direttamente o indirettamente, porta a politiche economiche sbagliate su una vasta serie di problemi, nazionali ed internazionali, dalla sanità al commercio.

COMPETIZIONE SENZA SENSO

La maggior parte di coloro che usa il termine “competitività” fa così senza un arrière pensée. Sembra loro ovvio che l’analogia tra un paese ed una società per azioni sia ragionevole, e che chiedersi se gli Stati Uniti siano competitivi nel mercato mondiale non sia diverso in linea di principio dal chiedersi se General Motors sia competitiva nel mercato nordamericano di minivan .

Tentare tuttavia di definire la competitività di una nazione è nei fatti molto più problematico che definire quella di una società per azioni.

La linea rossa per una società per azioni consiste letteralmente nei suoi confini: se una società per azioni non può permettersi di pagare i suoi lavoratori, i fornitori, i possessori di obbligazioni, uscirà dal business. Quindi quando noi diciamo che una società per azioni non è competitiva, intendiamo dire che la sua posizione nel mercato è insostenibile, ovvero che, se non migliora le sue prestazioni, cesserà di esistere. I Paesi invece non escono dal business. Possono essere contenti o scontenti delle loro prestazioni economiche, ma non hanno una linea rossa ben definita. Di conseguenza, il concetto di competitività nazionale è vago.

Si potrebbe supporre, ingenuamente, che la linea rossa di un’economia nazionale consista semplicemente la sua bilancia commerciale, che la competitività possa essere misurata dall’abilità di un paese di vendere all’estero più di quanto comperi. In teoria come in pratica un’eccedenza commerciale può tuttavia essere un segno di debolezza nazionale, mentre un deficit può essere un segno di forza. Per esempio, il Messico fu costretto ad enormi eccedenze commerciali negli anni ottanta per pagare gli interessi sul suo debito estero, dato che gli investitori internazionali si rifiutavano di prestargli altri soldi; ebbe grandi deficit commerciali dopo il 1990 quando gli investitori stranieri recuperarono la fiducia e nuovi capitali cominciarono ad affluire. C’è forse qualcuno che voglia indicare il Messico come una nazione estremamente competitiva durante l’epoca della crisi del debito, o descrivere quello che accade dal 1990 in poi come una perdita in competitività?

La maggior parte degli autori che si occupano del problema hanno perciò tentato di definire la competitività come combinazione di favorevoli prestazioni commerciali e di qualcos’altro. In particolare, la definizione più popolare della competitività è oggi quella definita dalle linee stabilite dal libro “Who’s Bashing Whom?” [Chi sta assalendo chi?"] di Laura D’Andrea Tyson, Presidente del Council of Economic Advisors: la competitività è “la nostra abilità di produrre beni e servizi che passano il test della competizione internazionale mentre i nostri cittadini godono di uno standard di vita insieme crescente e sostenibile.” Sembra ragionevole. Se tuttavia ci si sofferma a pensarci sopra, e si mettono a confronto i pensieri con i fatti, si scopre che questa definizione soddisfa assai poco l’orecchio.

Consideriamo, per un momento, quello che la definizione vorrebbe dire per un’economia che fa poco commercio internazionale, come gli Stati Uniti negli anni cinquanta. Per una siffatta economia, la capacità di bilanciare il suo commercio sta soprattutto nel trovare il giusto tasso di cambio. Ma siccome il commercio internazionale è un piccolo fattore nell’economia, il livello di cambio influisce poco sugli standard di vita. In un’economia con poco commercio internazionale, quindi, l’aumento degli standard di vita – e così la “competitività” secondo la definizione di Tyson – sarebbe determinata quasi completamente da fattori nazionali, in primo luogo dal tasso di crescita della produttività. La crescita di produttività nazionale, punto e a capo, e non la crescita di produttività relativamente agli altri paesi. In altre parole, per un’economia con poco commercio internazionale, “competitività” finisce per essere un modo curioso di dire “produttività”, senza avere niente a che fare con la competizione internazionale.

Ma vanno diversamente le cose quando il commercio internazionale diviene più importante, come accade per tutte le più importanti economie? Certamente le cose potrebbero cambiare. Supponiamo che un paese scopra che, anche se la sua produttività sta fortemente salendo, riesce ad esportare solo se svaluta ripetutamente la sua moneta, vendendo più a buon mercato le sue esportazioni nei mercati del mondo. Il suo standard di vita, che dipende sia dal suo potere d’acquisto nelle importazioni sia dai beni prodotti internamente, potrebbe effettivamente declinare. Nel gergo degli economisti, la crescita nazionale potrebbe essere recuperata a scapito del commercio internazionale. (2) Così la “competitività” finirebbe per spuntarla alla fine sulla competizione internazionale.

Non c’è comunque nessuna ragione di lasciare tutto questo allo stato di pura speculazione: lo si può facilmente controllare confrontandolo coi dati. Il deterioramento degli scambi internazionali sono stati uno spauracchio importante per lo standard di vita americano? Oppure il tasso di crescita del reddito netto ["Real income"] americano ha essenzialmente continuato ad uguagliare il tasso di crescita della produttività nazionale, anche se gli scambi internazionale costituiscono una porzione di reddito maggiore che in passato?
Per rispondere a questa domanda basta guardare ai dati della contabilità del reddito nazionale ["national income"] che il Dipartimento del Commercio pubblica regolarmente nella “Survey of Current Business”. La misura standard della crescita economica negli Stati Uniti è, ovviamente, il PIL reale [Real GNP], una misura che divide il valore di beni e servizi prodotti negli Stati Uniti per gli appropriati indici di prezzo per giungere ad una stima della produzione nazionale netta [real national output]. Il Dipartimento del Commercio pubblica comunque anche una cosa chiamata “command GNP.” Questo è simile al Real GNP, salvo che divide le esportazioni USA non per l’indice di prezzo delle esportazioni, ma per l’indice di prezzo delle importazioni degli Stati Uniti. Ovvero, le esportazioni sono valutate in base a quello che gli americani possono comprare con i soldi ricavati dalle esportazioni. Il “command GNP” misura dunque il volume di beni e servizi che l’economia americana può “ordinare” – il potere d’acquisto della nazione – invece che il volume del prodotto. (3) Come abbiamo appena visto, la “competitività” significa qualche cosa di diverso dalla “produttività” se e solamente se il potere d’acquisto cresce significativamente più lentamente del prodotto totale.
Bene, ecco i numeri. Nel periodo 1959-73, un periodo dalla crescita vigorosa degli standard di vita USA e dalle poche preoccupazioni sulla competizione internazionale, il “Real GNP” per ora-uomo crebbe annualmente dell’ 1,85 percento, mentre il “command GNP” orario crebbe un po’ più velocemente, dell’1,87 percento. Dal 1973 al 1990, un periodo di stagnazione degli standard di vita, la crescita del “command GNP” orario scese allo 0,65 percento. La quasi totalità (il 91 percento) di questo rallentamento fu spiegato con un ribasso nella crescita della produttività nazionale: il “Real GNP” orario crebbe solamente dello 0,73 percento.
Calcoli simili per la Comunità europea e il Giappone producono risultati simili. In ogni caso, la percentuale di crescita degli standard di vita essenzialmente uguaglia la percentuale di crescita della produttività nazionale, non la produttività relativamente ai concorrenti, ma semplicemente la produttività nazionale. Anche se il commercio mondiale è oggi più sviluppato di quanto non sia mai stato, gli standard di vita nazionali sono grandemente determinati da fattori nazionali piuttosto che dalla competizione nei mercati mondiali.

Come può succedere una cosa del genere nel nostro mondo interdipendente? Parte della risposta è che il mondo non è così interdipendente quanto probabilmente si pensi: i paesi non sono come le società per azioni. Anche oggi, le esportazioni americane sono solamente il 10 percento del valore aggiunto nell’economia (che è uguale al GNP [PIL, NdT]). Gli Stati Uniti sono cioè circa al 90 percento un’economia che produce beni e servizi per sé stessa. Per contrasto, anche la più grande società per azioni vende ben poco della sua produzione ai propri lavoratori; lo “export” della General Motors – le sue vendite a persone che non ci lavorano – è di fatto la totalità delle sue vendite, che sono più di 2,5 volte il valore aggiunto della società.

I paesi inoltre non competono l’uno con l’altro nello stesso modo delle società per azioni. Coca cola e Pepsi sono concorrenti quasi pure: solamente una frazione trascurabile delle vendite di Coca-Cola va ai lavoratori di Pepsi, solamente una frazione trascurabile dei lavoratori di Coca-cola compra prodotti della Pepsi. Quindi se Pepsi ha successo, lo fa tendenzialmente a spese della Coca-cola. Ma i maggiori paesi industriali, mentre vendono prodotti che competono l’un con l’altro, sono anche l’uno dell’altro i maggiori fornitori di importazioni utili. Se l’economia europea va bene, non ha bisogno di esserlo a spese di quella USA; effettivamente, se c’è una cosa probabile è proprio che un’economia europea che abbia successo aiuterebbe l’economia Americana fornendo un mercato più ampio e vendendogli beni di qualità superiore a prezzi più bassi.

Il commercio internazionale, inoltre, non è un gioco a somma zero. Quando sale la produttività in Giappone, il risultato principale è un aumento reale dei salari giapponesi; I salari americani o europei hanno in linea di principio la stessa probabilità di salire o di scendere, ed in pratica sembrano essere di fatto non influenzati.

Sarebbe possibile approfondire questo punto, ma la conclusione è chiara: mentre in linea di principio potrebbero esistere problemi di competizione, in pratica, sul piano empirico, le nazioni importanti del mondo non sono l’una con l’altro ad un livello significativo di competizione economica. C’è sempre, chiaramente, una rivalità di status e di potere: i paesi che crescono più velocemente vedranno crescere il loro ruolo politico. E’ quindi sempre interessante comparare i paesi. Asserire che la crescita giapponese diminuisce lo status USA è molto diverso dal dire che riduce lo standard di vita USA, come la retorica della competitività invece asserisce.

Si può chiaramente assumere la posizione che le parole dicono quello che noi vogliamo dicano, che c’è la libertà, se uno vuole, di usare il termine “competitività” come un modo poetico di dire produttività, senza davvero intendere che la competizione internazionale c’entri qualcosa. Ben pochi autori sulla competitività accetterebbero però questo modo di vedere. Questi credono che i fatti raccontino una storia molto diversa da quella che stiamo vivendo, come Lester Thurow ha scritto nel suo libro di successo, “Head to Head” [Testa a testa], in un mondo di competizione fatta di “vittorie e sconfitte” tra le economie principali. Come è possibile questa credenza?

ARITMETICA SPENSIERATA

Una delle straordinarie, sorprendenti caratteristiche della enorme letteratura sulla competitività è la tendenza ripetuta di autori estremamente intelligenti ad impegnarsi in quella che può essere forse descritta con esattezza come “aritmetica spensierata.” Si fanno affermazioni che suonano come asserzioni quantitative su grandezze misurabili, ma gli autori non presentano in realtà dati su queste grandezze, e così non ci si accorge che i numeri veri contraddicono le loro affermazioni. Oppure si presentano dati che si suppone sostengano un’asserzione, ma l’autore non si accorge che i suoi stessi numeri implicano che quello che sta affermando non può essere vero. Si trovano continuamente libri ed articoli sulla competitività che sembrano al lettore non accorto pieni di convincenti evidenze, ma che appaiono a chiunque abbia dimestichezza coi dati come stranamente, quasi misteriosamente, incapaci di maneggiare i numeri. Alcuni esempi illustrano meglio questo punto. Ecco tre casi di aritmetica spensierata, ognuno a suo modo interessante.

Deficit commerciale e perdita di posti di lavoro qualificati. In un recente articolo pubblicato in Giappone, Lester Thurow ha spiegato al suo pubblico l’importanza di ridurre l’eccedenza commerciale giapponese verso gli Stati Uniti. I salari reali USA, ha affermato, sono precipitati del sei percento durante gli anni di Reagan e Bush, e la ragione era che il deficit commerciale nei beni manifatturieri aveva costretto i lavoratori a fuoriuscire dai ben pagati lavori nelle manifatture per spostarsi negli assai meno pagati posti di lavoro nei servizi.

Non è un punto di vista originale, ed è ampiamente condiviso. Ma Thurow è stato più concreto degli altri, dando numeri reali sulla perdita di posti di lavoro e di salario. Si sono persi un milione di posti di lavoro nelle manifatture, ha sostenuto, e il lavoro nelle manifatture è pagato il 30 percento in più del lavoro nei servizi.

Entrambi i numeri meritano qualche dubbio. Il milione di posti di lavoro è troppo alto, ed il 30 percento di differenziale di salario tra manifattura e servizi è soprattutto dovuto alla differente lunghezza della settimana lavorativa, non a una differenza nel livello salariale orario. Acconsentiamo però ai numeri di Thurow. Raccontano questi la storia che ci suggerisce?

Il punto chiave è che i posti di lavoro totali USA sono più di 100 milioni. Supponiamo che un milione di lavoratori sia costretto a spostarsi dalla manifattura ai servizi perdendo di conseguenza il 30 percento del salario manifatturiero. Dato che questi lavoratori sono meno dell’1 percento della forza di lavoro USA, questo ridurrebbe il livello salariale medio USA di meno di 1/100 del 30 percento – ovvero, meno dello 0.3 percento.
Questo è un numero troppo piccolo per spiegare il 6 percento di diminuzione del salario reale, troppo piccolo di un fattore 20. Per guardare le cose in un altro modo, la perdita di salario annuale da deficit indotto da deindustrializzazione, che evidentemente Thurow ritiene essere la radice delle difficoltà economiche degli USA, sulla base dei suoi stessi numeri sarebbe all’incirca uguale a quello che gli Stati Uniti spendono in spese sanitarie in una settimana.

C’è qui un vero rompicapo. Come può succedere che una persona intelligente come Thurow, scrivendo un articolo che pretenderebbe di fornire una chiara evidenza quantitativa dell’importanza della competizione internazionale nell’economia USA, non riesca a comprendere che l’evidenza che lui propone mostra con chiarezza che non sono i problemi da lui identificati ad essere i colpevoli?

Settori ad alto valore aggiunto. Ira Magaziner e Robert Reich, due figure oggi influenti nell’Amministrazione Clinton, raggiunsero per la prima volta un largo pubblico col loro libro del 1982, “Minding America’s Business” [Gli affari in America, NdT]. Il libro proponeva una politica industriale USA, e nell’introduzione gli autori fornivano apparentemente una base quantitativa e concreta per una tale politica: Il “nostro standard di vita può crescere solamente se (i) capitale e lavoro fluiscono in modo crescente verso industrie ad alto valore aggiunto per lavoratore e (ii) manteniamo una posizione in quelle industrie che sia superiore a quella dei nostri concorrenti.”
Gli economisti erano scettici su questa idea in linea di principio. Se l’obbiettivo di avere le industrie giuste consistesse semplicemente nel passare a settori con alto valore aggiunto, perché i mercati privati non lo stavano già facendo? (4) Ci si potrebbe però liberare della domanda attribuendola semplicemente alla solita fede illimitata degli economisti nel mercato; non sostenevano forse Magaziner e Reich la loro tesi con molte evidenze tratte dal mondo reale?

Bene, “Minding America’s Business” contiene molti fatti. Una cosa che non fa mai è però quella di giustificare i criteri esposti nell’introduzione. La scelta delle industrie ad alto valore aggiunto dipende evidentemente dalla credenza degli autori che questo sia sinonimo di alta tecnologia, ma in nessun luogo nel libro si forniscono numeri che comparino i reali valori aggiunti per lavoratore nelle diverse industrie.





Valore aggiunto per lavoratore (USA 1988)
in migliaia di dollari

Sigarette 488
Raffinazione petrolio 283
Automobili 99
Acciaio 97
Aeronautica 68
Elettronica 64
Tutte le manifatture 66


Non è difficile trovare numeri del genere. Ogni biblioteca pubblica negli USA ha una copia dello Statistical Abstract degli Stati Uniti che ogni anno contiene un tabella che presenta il valore aggiunto e l’occupazione per le industrie manifatturiere degli Stati Uniti.

Tutto quel che serve è passare qualche minuto nella biblioteca con una calcolatrice per ricavare una tabella che classifichi le industrie USA in base al valore aggiunto per lavoratore. La tabella qui sopra mostra alcune voci selezionate dalle pagine 740-744 dello Statistical Abstract del 1991. Se ne ricava che le industrie americane con valore aggiunto per lavoratore veramente alto sono in settori con rapporti molto alti di capitale per lavorare, come le sigarette e la raffinazione del petrolio. (Il risultato era prevedibile: dato che le industrie capital-intensive devono ottenere un ritorno standard su grandi investimenti, devono caricare i prezzi con un maggiore margine sul costo del lavoro di quanto non facciano le industrie ad alto impiego di manodopera, cosa che implica un alto valore aggiunto per lavoratore). Fra le grandi industrie, il valore aggiunto per lavoratore tende ad essere alto nei tradizionali settori manifatturieri pesanti come l’acciaio e le auto. Settori ad alta tecnologia come l’aerospazio e l’elettronica risultano essere grosso modo in posizione intermedia.

Questo risultato non sorprende gli economisti convenzionali. Alto valore aggiunto per lavoratore si ha nei settori che sono estremamente capital-intensive, ovvero nei settori nei quali un dollaro addizionale di capitale fa aumentare di poco il valore aggiunto. In altre parole, non c’è nessun “buono premio” [free lunch, pranzo gratis, NdT]. Ma sorvoliamo su quel che si dice a proposito di come funzioni l’economia, e notiamo invece la stranezza dell’errore di Magaziner e Reich. Certamente loro non volevano promuovere una politica industriale che versasse con l’imbuto capitali e posti di lavoro nell’acciaio e nelle industrie automobilistiche, invece che in quelle ad alta tecnologia. Come possono però scrivere un intero libro dedicato alla proposta di designare come obiettivo le industrie ad alto valore aggiunto senza mai controllare quali siano queste industrie?

Costo del lavoro. Nella sua presentazione al vertice di Copenaghen, Il Primo ministro inglese John Major ha mostrato una tabella che indicava che i costi unitari del lavoro europei erano cresciuti più rapidamente di quelli negli Stati Uniti e nel Giappone. Ne deduceva che i lavoratori europei stavano autoattribuendosi un reddito al di fuori del mercato mondiale. Ma alcune settimane più tardi Sam Brittan del Financial Times ha scoperto una cosa strana nei calcoli di Major: i costi del lavoro non erano normalizzati con i tassi di cambio. Nella competizione internazionale, chiaramente, quel che conta per una ditta USA sono i costi dei suoi concorrenti esteri misurati in dollari, non in marchi o yen. I confronti internazionali dei costi del lavoro, come le tabelle che la Banca dell’Inghilterra pubblica normalmente, sono dunque sempre convertiti in una valuta comune. I numeri presentati da Major non contenevano però questa normalizzazione standard. E fu una buona cosa, per la sua presentazione, che non l’abbia fatto. Come Brittan sottolineò, i costi del lavoro europei non risultavano più alti, in termini relativi, una volta normalizzati al cambio. Questo errore è ancora più banale di quelli di Thurow o Magaziner e Reich. Come poteva John Major, con alle spalle le sofisticate risorse statistiche della Tesoreria del Regno Unito, presentare un’analisi che è precipitata nel nulla dopo aver fatto la più standard delle correzioni?

Questi esempi di aritmetica bizzarramente spensierata, scelti fra dozzine di casi simili, da parte di persone che certamente avevano le capacità e le risorse per farvi fronte, esige una spiegazione. La migliore ipotesi di lavoro è che in ogni caso l’autore o l’oratore voleva credere nell’ipotesi competitiva a tal punto da non avvertire nessuno stimolo a metterla in discussione; se si sono usati dei dati, è stato solamente per sostenere una credenza predeterminata, non per esaminarla. Ma perché molte persone sono evidentemente così ansiose di definire i problemi economici come problemi di competizione internazionale?

IL BRIVIDO DELLA COMPETIZIONE

La metafora competitiva – l’immagine di paesi che competono l’un con l’altro nei mercati del mondo nello stesso modo in cui lo fanno le società per azioni – deve molto del suo fascino alla sua apparente comprensibilità. Dire a un gruppo di uomini d’affari che un paese è come una società per azioni più in grande, significa dare loro il conforto di pensare che siano già in grado di capire le cose fondamentali. Parlare loro di concetti economici come il vantaggio comparato, significa chiedergli di imparare qualche cosa nuovo. Non è sorprendente che molti preferiscano una dottrina che offre il vantaggio di una apparente sofisticazione senza la fatica di dover pensare intensamente. La retorica della competitività è divenuta così tanto diffusa, tuttavia, per tre ragioni più profonde.

La prima è che le immagini competitive sono eccitanti, ed il brivido vende biglietti. Il sottotitolo del più importante best-seller di Lester Thurow, “Head to head“, è “La Prossima Battaglia Economica fra Giappone, Europa, e USA”; la copertina proclama che “la guerra decisiva del secolo è iniziata … e gli USA potrebbero avere già deciso di perderla.” Supponiamo che il sottotitolo avesse descritto la vera situazione: “La prossima lotta nella quale ogni grande economia riuscirà o fallirà si basa sui suoi propri sforzi, piuttosto indipendentemente da quel che faranno gli altri.” Thurow non avrebbe forse venduto un decimo delle copie?

Secondo, l’idea che le difficoltà economiche degli USA si incardinano in modo cruciale sui nostri fallimenti nella competizione internazionale fa paradossalmente apparire quelle difficoltà come più facili da risolvere. La produttività del lavoratore americano medio è determinata da un ordine complesso di fattori, la maggior parte dei quali irraggiungibile da politiche praticabili pubbliche. Se si accetta quindi la realtà che il nostro problema “competitivo” è realmente un problema di produttività nazionale puro e semplice, è improbabile riuscire ad essere ottimisti sulla possibilità di cambiamenti drammatici. Ma se ci si convince che il problema sta realmente dei fallimenti nella competizione internazionale – quelle importazioni stanno spingendo i lavoratori fuori dei posti di lavori ad alto salario, o la competizione straniera sovvenzionata dagli stati sta portando gli Stati Uniti fuori dai settori ad alto valore aggiunto – allora le risposte al malessere economico possono consistere in cose semplici come il sostegno dell’alta tecnologia e il fare i duri col Giappone.

Infine molti dei leader del mondo hanno trovato la metafora competitiva estremamente utile come strumento politico. La retorica della competitività offre giustificazioni per scelte dure o per evitarle. L’esempio di Delors a Copenaghen mostra l’utilità di metafore competitive come evasione. Delors doveva dire qualche cosa al vertice Europeo; dire qualsiasi cosa che riguardasse le vere radici della disoccupazione europea avrebbe comportato rischi politici enormi. Spostando la discussione su questioni essenzialmente irrilevanti ma apparentemente plausibili come la competitività, ha fatto guadagnare il tempo per fornire una migliore risposta (che fornì in una certa misura in Dicembre, con il libro bianco sull’economia europea, un lavoro che manteneva comunque la “competitività” nel titolo).

Per contrasto, la bene accolta presentazione del programma economico iniziale di Bill Clinton a febbraio 1993 mostrò l’utilità della retorica competitiva come motivazione per politiche difficili. Clinton propose un insieme di dolorosi tagli al deficit Federale ed aumenti delle tasse. Perché? Le ragioni per tagliare il deficit sono deludentemente poco drammatiche: il deficit sottrae fondi che potrebbero altrimenti essere investiti produttivamente, e questo provoca una costante anche se piccola deriva della crescita economica USA. Ma Clinton ha potuto invece fare un eccitante appello patriottico, chiamando la nazione ad agire subito per rendere l’economia competitiva nel mercato globale – con l’argomento che ne seguirebbero conseguenze economiche atroci se gli Stati Uniti non lo facessero.

Molte persone che sanno che la “competitività” è un concetto ampiamente privo di significato indulgono nel soddisfare la retorica competitiva perché credono che sia loro possibile imbrigliarla al servizio di buone politiche. Un’eccessiva paura dell’Unione sovietica fu usata negli anni cinquanta per giustificare la costruzione del sistema di viabilità pubblica interstatale e l’espansione dellaìistruzione in matematica e nelle scienze. Le paure ingiustificate della competizione internazionale non possono essere usate in modo simile per giustificare sforzi seri per ridurre il deficit di bilancio, ricostruire le infrastrutture, e così via?

Alcuni anni fa questa era una speranza ragionevole. Oggi l’ossessione della competitività è tuttavia giunta ad un punto tale che ha già cominciato a distorcere pericolosamente le politiche economiche.

I PERICOLI DI UN’OSSESSIONE

Pensare e parlare in termini di competitività porta a tre pericoli reali. Primo, potrebbe dare luogo ad una spesa rovinosa di danaro pubblico per migliorare la competitività USA.. Secondo, potrebbe condurre al protezionismo e a guerre commerciali. Finalmente, e più importante, potrebbe dare luogo a cattive politiche pubbliche su di uno vasto spettro di importanti problemi.

Durante gli anni cinquanta, la paura dell’Unione sovietica spinse il governo americano a spendere soldi su cose utili come le strade pubbliche e l’istruzione scientifica.

Condusse tuttavia anche a spese considerevoli su cose più dubbie come i rifugi antiatomici. Il più ovvio, anche se non il meno preoccupante, pericolo dell’ossessione crescente della competitività è che condurrà probabilmente ad una simile cattiva allocazione di risorse. Per fare un esempio, le recenti linee guida del governo per il finanziamento della ricerca hanno accentuato l’importanza di sostenere la ricerca che può migliorare la competitività internazionale degli USA. Questo esercita quanto meno una certa polarizzazione verso invenzioni che possono aiutare ditte manifatturiere che generalmente competono nei mercati internazionali, invece dei produttori di servizi che generalmente non lo fanno. Ancora: la maggior parte dei nostri posti di lavoro e del valore aggiunto ora è nei servizi, ed è stata la mancanza di produttività nei servizi, piuttosto che nei prodotti, ad essere il singolo fattore più importante nella stagnazione degli standard di vita USA.

Un rischio molto più serio è che l’ossessione della competitività porti a guerre commerciali, forse anche ad una guerra commerciale mondiale.

La maggior parte di quelli che hanno predicato la dottrina della competitività non sono stati dei protezionisti vecchio stile. Vogliono che i loro paesi vincano il gioco commerciale globale, non che se ne sottraggano. Ma cosa succede se, nonostante i suoi migliori sforzi, un paese non appaia vincente, o venga a mancargli la fiducia di poterlo fare? La diagnosi competitiva suggerisce inevitabilmente che chiudere i confini è meglio che rischiare che degli stranieri portino via posti di lavoro a salario alto in settori ad alto valore aggiunto. Come estrema conclusione, la supposta relazione sulla natura competitiva delle relazioni economiche internazionali unge le ruote di quelli che vogliono politiche “confrontative” se non apertamente protezionistiche.

Possiamo già vedere questo processo in cammino, negli Stati Uniti e in Europa. Negli Stati Uniti è degno di nota quanto rapidamente i sofisticati argomenti interventisti avanzati da Laura Tyson nei suoi lavori pubblicati abbiano dato un viatico alla ingenua affermazione del Rappresentante della U.S Trade Michael Kantor che l’eccedenza commerciale bilaterale del Giappone stava costando milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti. E la retorica commerciale del Presidente Clinton che mette l’accento sulla creazione supposta di posti di lavoro ad alto salario invece che sui vantaggi da specializzazione, ha lasciato la sua amministrazione in una posizione debole quando tentò di ribattere ai nemici del NAFTA che sostenevano che la concorrenza del lavoro messicano più conveniente avrebbe distrutto la base manifatturiera USA.

Ma il rischio forse più serio dell’ossessione della competitività è comunque il suo effetto indiretto e sottile sulla qualità del dibattito economico e sulle relative politiche. Se alti rappresentanti statali sono fortemente orientati verso una particolare dottrina economica, il loro impegno finisce per colorare inevitabilmente le politiche su tutti i temi, anche quelli che non abbiano niente a che fare con quella dottrina. E se una dottrina economica è completamente e dimostrabilmente sbagliata, l’insistenza che le discussioni facciano propria quella dottrina inevitabilmente annebbia la vista e diminuisce la qualità del dibattito sulle politiche su di una vasta serie di problemi, inclusi alcuni che sono molto lontani dalle politiche commerciali di per sé.

Consideriamo, per esempio, il problema della riforma della sanità, indubbiamente la più importante iniziativa economica dell’amministrazione Clinton, quasi certamente un ordine di grandezza più importante per gli standard di vita USA di qualsiasi altra cosa si sarebbe potuta fare sulle politiche commerciali (salvo se gli Stati Uniti provocassero una guerra mondiale commerciale). Dato che la sanità è un problema con pochi collegamenti internazionali diretti, ci si sarebbe aspettati che la si tenesse fuori da alcune distorsioni politiche dovute alla fuorviate preoccupazione sulla competitività.

Ma l’amministrazione ha messo lo sviluppo del piano sanitario nelle mani di Ira Magaziner, lo stesso Magaziner che ha sbagliato così clamorosamente il suo compito a casa nel sostenere l’intervento pubblico nelle industrie ad alto valore aggiunto. Gli scritti precedenti e le consulenze di Magaziner sulle politiche economiche si concentravano quasi completamente sul problema della competizione internazionale, sulle sue vedute su quanto riassunto nel titolo del suo libro del 1990, “The Silent War” [La Guerra Silenziosa, NdT]. La sua nomina era conseguenza di molti fattori, evidentemente non ultima la sua lunga amicizia personale con la più importante coppia [d'America, NdT]. Ancora, non è stato irrilevante che in un’amministrazione impegnata nell’ideologia della competitività, Magaziner, che ha raccomandato costantemente che le politiche industriali nazionali fossero basate sui concetti di strategia imprenditoriale da lui appresi durante i suoi anni come consulente del Boston Consulting Group, fosse considerato un esperto di politica economica.

Si può anche notare l’insolito processo con il quale è stata sviluppata la riforma della sanità. Nonostante le enormi dimensioni della task force, esperti riconosciuti nella sanità erano quasi completamente assenti, in particolare sebbene non esclusivamente economisti specializzati nella sanità, inclusi economisti con impeccabili credenziali liberal come Henry Aaronn della Brookings Institution. Di nuovo, questo è stato probabilmente il riflesso di una serie di fattori, tra i quali non è però probabilmente irrilevante la circostanza che Magaziner, fortemente impegnato nell’ideologia della competitività, non abbia in passato trovato gli economisti di professione molto comprensivi, e non fosse disposto ad avere a che fare con loro su nessun problema.

Per fare una dura ma non completamente ingiustificata analogia, un governo sposato all’ideologia della competitività è altrettanto improbabile faccia una buona politica economica quanto un governo impegnato nel creazionismo possa fare una buona politica della scienza, anche in aree che non hanno relazione diretta con la teoria dell’evoluzione.

IL CONSULENTE E’ NUDO

Se l’ossessione della competitività è fuorviante e dannosa come questo articolo sostiene, perché non ci sono più voci a dirlo? La risposta è: per una mistura di speranza e di paura.

Dal lato della speranza, molte persone assennate hanno immaginato di potersi appropriare della retorica della competitività in favore di politiche economiche desiderabili. Supponiamo di credere che gli Stati Uniti abbiano bisogno di innalzare il tasso di risparmio e di migliorare il sistema educativo per innalzare la produttività. Anche sapendo che i benefici di una maggiore produttività non hanno niente a che vedere con la competizione internazionale, perché non descrivere questo come una politica per migliorare la competitività se si pensa di potere così allargare il pubblico dei suoi sostenitori? Quella di accarezzare i pregiudizi popolari in favore di una buona causa, è una tentazione alla quale ho ceduto io stesso.

Riguardo alla paura, ci vuole o un economista molto coraggioso o molto imprudente per dire pubblicamente che una dottrina che molti, forse i più, degli opinion leader del mondo ha abbracciato, è de plano sbagliata. L’insulto maggiore sta nel fatto che molti di quegli uomini e donne pensano, usando la retorica della competitività, di dimostrare la loro sofisticazione in economia. Questo articolo può influenzare delle persone, ma non si farà molti amici.

Sfortunatamente quegli economisti che hanno sperato di appropriarsi della retorica della competitività per buone politiche economiche hanno avuto invece la loro credibilità aumentata in favore di cattive idee. E qualcuno deve mettere in evidenza quando il guardaroba intellettuale dell’imperatore non sia esattamente quel che lui pensa.

Quindi cominciamo a dire la verità: la competitività è una parola senza significato quando si applica alle economie nazionali. E l’ossessione della competitività è sbagliata e pericolosa.

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1) Si veda, per solo alcuni esempi, Laura D’Andrea Tyson ” Who’s Bashing Whom”: Conflitto commerciale in Industrie ad Alta tecnologia, Washington, Institute for International Economics, 1992; Lester C. Thurow “Head to Head”: La Prossima Battaglia Economica fra Giappone, Europa, e l’America; New York: Morrow; 1992; Ira C. Magaziner e Robert B. Reich, “Minding America’s Business”: declinio e crescita dell’Economia americana, New York: Vintage Books, 1983; Ira C. Magaziner e Mark Patinkin, “The Silent War”: dentro le battaglie del business globale che plasmano il futuro dell’America. New York: Vintage Books,, 1990; Edward N. Luttwak, “The Endangered American Dream”: Come impedire che gli Stati Uniti diventino un paese del terzo mondo e come vincere la lotta geo-economica per la supremazia industriale, New York: Simon e Schuster, 1993; Kevin P.Phillips, “Staying on Top”: Il business case per una strategia industriale nazionale, New York: Random House, 1984; Clyde V. Prestowitz, Jr., “Trading Places:” Come abbiamo permesso al Giappone di andare in testa, New York: Basic Books, 1988; William S. Dietrich, !In the Shadow of the Rising Sun”: Le radici politiche del declino economico americano, University Park: Pennsylvania State University, 1991; Jeffrey E. Garten, “A Cold Peace”: America, Giappone, Germania, e la lotta per la supremazia, New York: Times Books, 1992; e Wayne Sandholtz. et al., “The Highest Stakes”: i fondamenti economici del prossimo sistema di sicurezza, Berkeley Roundtable sull’Economia Internazionale (BRIE), Oxford University Press, 1992.

2)Un esempio può qui essere utile. Supponiamo che un paese spenda il 20 percento del suo reddito in importazioni, e che i prezzi delle sue importazioni non siano stabiliti in valuta nazionale ma estera. Allora se il paese è costretto a svalutare la sua moneta – riduce il suo valore in valuta straniera – entro il 10 percento, questo innalzerà il prezzo del paniere che il paese sta spendendo del 20 percento, elevando così l’indice dei prezzi complessivo del 2 percento. Anche se la produzione nazionale non è cambiata, il vero reddito del paese sarà precipitato perciò del 2 percento. Se il paese deve svalutare ripetutamente di fronte ad una pressione competitiva, la crescita del reddito reale rimarrà costantemente in ritardo rispetto alla crescita reale della produzione.

E’ comunque importante notare che la dimensione di questo ritardo non dipende solo dall’ammontare della svalutazione ma dalla quota di importazione nelle spese. Una svalutazione del 10 percento del dollaro rispetto allo yen non riduce il reddito reale degli Stati Uniti del 10 percento – infatti, riduce solamente approssimativamente il reddito reale degli Stati Uniti solo dello 0.2 percento perché solo circa il 2 percento del reddito Americano è speso in beni prodotti in Giappone.

3)Nell’esempio nella nota precedente, la svalutazione non avrebbe effetto sul GNP reale, ma il “command GNP” sarebbe precipitato del due percento. La scoperta che in pratica il “command GNP” è cresciuto all’incirca velocemente come il GNP reale spinge a dire che eventi come il caso ipotetico della nota sono senza pratica importanza.

4)“valore aggiunto” ha un significato preciso, standard, nella contabilità del reddito nazionale: il valore aggiunto di una ditta è il valore in dollari delle sue vendite, meno il valore in dollari dei contributi che acquista dalle altre ditte, e come tale è misurato facilmente. Alcune persone che usano il termine, probabilmente ignorano questa definizione e semplicemente usano “alto valore aggiunto” come sinonimo di “desiderabile.”

Fonte:  http://keynesblog.com/2013/05/02/competitivita-unossessione-pericolosa/

giovedì 2 maggio 2013

Sul mercato del lavoro Letta dichiara – tecnicamente – il falso





di Emiliano Brancaccio

Il Presidente del Consiglio Enrico Letta ha dichiarato: «Il lavoro è il cuore di tutto. Se noi riusciamo sul lavoro a dare dei segnali positivi ce la faremo. Se sul lavoro non ci riusciamo, sono sicuro che non ce la faremo». Quanto alla riforma Fornero il premier ha commentato: «In un momento straordinario come questo è necessario un pochino meno di rigidità. Ci sono alcuni punti che in una fase recessiva stanno creando dei problemi come ad esempio le limitazioni sui contratti a termine, che sono necessarie in una fase economica normale, ma che in una fase di straordinaria recessione come quella l’attuale non sono utili, e per questo è necessaria una minore rigidità» (fonte: Il Sole 24 Ore). Un’argomentazione simile era stata sostenuta poco prima dal ministro del Welfare Enrico Giovannini.




Nel giorno della festa dei lavoratori Letta dunque si accoda agli ultimi pasdaran del liberismo, che ripetono da anni la tesi secondo cui una maggiore precarietà dei contratti di lavoro favorirebbe l’efficienza economica e il riassorbimento della disoccupazione. Questa tesi tuttavia è falsa. I test contenuti negli Emplyoment Outlooks 1999 e 2004 dell’OCSE smentiscono l’esistenza di una correlazione tra riduzione delle tutele dei lavoratori e riduzione della disoccupazione. Inoltre, una rassegna di Tito Boeri e Jan van Ours di tredici ricerche empiriche sul nesso tra tutele del lavoro, occupazione e disoccupazione realizzate tra il 1988 e il 2005 da vari studiosi, rivela che solo una di esse stabilisce che una maggiore flessibilità è correlata a una minore disoccupazione, nove danno risultati indeterminati e tre addirittura indicano che minori tutele del lavoro sono associate a minore occupazione e maggiore disoccupazione (Boeri e van Jours, Economia dei mercati del lavoro imperfetti, Egea 2009).

Ma non è finita qui. Nel 2006 Olivier Blanchard, attuale capo economista del Fondo Monetario Internazionale, dopo una disamina dei lavori empirici disponibili mette una pietra tombale sulla questione: “Le differenze nei regimi di protezione del lavoro appaiono largamente incorrelate alle differenze tra i tassi di disoccupazione dei vari paesi” (Economic policy 2006; per approfondimenti e ulteriori riferimenti bibliografici rinvio al volume Anti-Blanchard. Un approccio comparato allo studio della macroeconomia, nella cui appendice statistica è anche riprodotto, con dati aggiornati, il test OCSE sull’incorrelazione tra tutele del lavoro e tassi di disoccupazione).

In definitiva, sugli effetti occupazionali delle tutele del lavoro Letta dichiara tecnicamente il falso, nel senso che tenta di promuovere una modifica della disciplina dei contratti sulla base di relazioni di causa ed effetto che non hanno trovato adeguati riscontri nella letteratura scientifica di questi anni. Per non parlare dell’idea bizzarra, da lui evocata, secondo cui la normativa sul lavoro dovrebbe variare in funzione delle fasi di espansione o recessione della produzione: una sorta di legislazione à la carte, da modificare ogni volta in funzione della congiuntura. Se così fosse, ci troveremmo al cospetto dell’ennesimo colpo sparato su una disciplina dei contratti di lavoro ormai ridotta a colabrodo, che da un punto di vista economico finirebbe al limite per accrescere l’instabilità dell’occupazione e del monte salari, e potrebbe persino arrivare a deprimere i loro già disastrosi andamenti medi.

Fonte:  http://keynesblog.com/2013/05/02/sul-mercato-del-lavoro-letta-dichiara-il-falso/

mercoledì 1 maggio 2013

Italia, Francia, Germania...che lo scontro abbia inizio sul ring "Europa"


di Roberto Musacchio

Mentre il neo presidente del consiglio,  Enrico Letta, dedicava una delle citazioni del suo discorso di insediamento a Beniamino Andreatta, suo antico maestro, in Francia Le Monde impegnava una pagina a ricostruire come il socialista Delors fosse stato, nel 1983, all’epoca del secondo governo Mitterand, l’iniziatore delle politiche di austerità, oltre che della liberalizzazione dei mercati finanziari.
Se pensiamo a come Andreatta sia stato uno dei personaggi fondamentali di uno dei passaggi costituenti del nuovo assetto degli equilibri istituzionali e sociali che giungono ora a compimento, in particolare con la sponsorizzazione, insieme a Ciampi, della separazione tra Tesoro e Banca d’Italia, con la fine dell’obbligo d’acquisto da parte della Banca dei Titoli non collocati, che avvenne proprio in quegli stessi anni ‘82/’83, possiamo pensare di essere di fronte a qualcosa di più di una coincidenza.Il passaggio che stiamo vivendo infatti è il punto di approdo di un processo lungo che ha caratterizzato il trentennio della rottura del compromesso sociale progressivo, il trionfo della globalizzazione finanziaria e del pensiero neo liberale, e l’edificazione dell’Europa intorno a questa nuova realtà.
Nella vulgata che viene rappresentata si tende ad attribuire da un lato a Blair e al blairismo e dall’altro al monetarismo tedesco la predominanza su fenomeni che in realtà hanno avuto anche altri protagonisti, con ruoli forse ancora più di primo piano.
La coincidenza di cui ho parlato, tra il discorso di Letta e il dibattito su Le Monde, porta alla memoria precisamente due percorsi storici che è fondamentale riattraversare per comprendere come si arrivi alle scelte dell’oggi. L’Andreatta, maestro di Letta e considerato tra gli ispiratori principali del futuro Partito Democratico, orienta quella scelta, l’autonomizzazione della Banca, che avrà un ruolo fondamentale nel capovolgere le priorità delle culture, e delle politiche, delle stesse sinistre, col porsi al centro della questione inflazione, piuttosto che di quella occupazionale e di redistribuzione dei redditi e con l’opzione, giustificata da questa priorità, di collocare a mercato il debito pubblico.

Che il risultato sia stato in Italia quello di una esplosione dello stesso debito pubblico dal 57,7% del  PIL nel 1988 al 124% nel 1994,a spesa pubblica sostanzialmente invariata, è una di quelle cose di cui le classi dirigenti continuano a non voler dare conto.

E non ne danno conto proprio perché questa scelta è stata precisamente quello che doveva essere e cioè un atto di rottura del vecchio compromesso sociale e di messa all’angolo delle forze che si erano battute per la
redistribuzione del reddito. E,contemporaneamente, di edificazione del nuovo capitalismo finanziarizzato.
Un Paese, come la Francia, dove la pubblica opinione e i mass media sono un poco meno embedded di quelli di casa nostra, almeno discute apertamente del senso dell’ultima mossa tentata da Hollande. Il Presidente socialista, finito in un cul de sac e in picchiata nei sondaggi, e questo a causa di una politica che ha sostanzialmente incorporato i parametri dell’austerità dopo aver ratificato il Fiscal Compact, ha provato la mossa del cavallo. Ha lanciato un pesante Je accuse contro la Germania e chiesto una sollevazione delle sinistre e dei socialisti.La cosa però è apparsa contraddittoria rispetto alle scelte fatte e sostanzialmente di facciata. Tant’è che Le Monde, da tempo impegnato nella discussione sull’austerità, ha aperto ad un fuoco di controreplica. 
Il vecchio primo ministro dell’UMP, Alain Juppè, ha accusato Hollande di portare la Francia all’isolamento e fuori della rotta storica che è stata quella di coinvolgere la Germania nel processo europeo. E di farlo per mascherare il proprio fallimento e la mancanza di una idea moderna sul ruolo della Francia. Il giornale ha poi ospitato la ricostruzione storica di cui dicevo sul ruolo di Delors e dei socialisti nella edificazione dell’austerità. E in fine è arrivato Cohn Bendit ad attaccare anche lui Hollande accusandolo di posizioni che non colgono la sostanza dei problemi che non sta, dice, nella Germania ma negli assetti strutturali.Ce ne è abbastanza per capire che si sta giocando una partita che viene da lontano e che ha ormai come terreno immediato l’Europa. Il 22 settembre prossimo si voterà in Germania e gli scenari sono aperti, ma tendono tutti a confermare un ruolo centrale della Merkel, ampiamente in testa nei sondaggi e nel gradimento popolare. Anche qui per un lungo percorso che ha di fatto cementato in quel Paese una sorta di blocco corporativo  a sostegno della predominanza del modello export-led tedesco, di cui la Spd è stata ed è parte. Non è dunque casuale la subalternità delle  posizioni con cui vanno alle elezioni  la Spd e i Grunen che, non a caso, occhieggiano entrambi a possibili alleanze con la Cancelliera.L’Enrico Letta che arriva in Germania nel suo primo viaggio da premier, sa bene che sul futuro del suo governo delle larghe intese peserà molto anche l’esito del voto tedesco. Se anche in Germania sarà Grosse Koalizione il governo italiano avrà un suo simile molto potente.D’altronde, come per Monti, anche per  il Letta-Alfano si può ben spendere l’attributo di governi costituenti. Nel caso del Letta-Alfano c’è in più l’atto psicologico fondamentale della rottura del tabù dell’antiberlusconismo. Di quel tabù che sembrava fondativo del PD  mentre, alla luce dell’oggi, la vera fondazione stava invece nel ben più concreto processo materiale che ha portato a questa Europa.Come tutte le rotture dei tabù, siamo alle prese naturalmente con un evento che ci interroga. Sulla natura delle rappresentanze politiche, nell’era dei piloti automatici. E su quella  dei popoli di riferimento. Colpisce comunque che altri tabù, dalla scala mobile in poi, siano stati  rotti senza una riflessione adeguata delle conseguenze. Per questo è così importante riconnettere le varie tappe fatte nel percorso che ci ha portati fin qui.Anche perché l’anno che verrà sarà anche quello delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo. Probabilmente sarà la prima volta che questo voto sarà direttamente legato alle questioni europee, risultando però assai incidente anche su quelle nazionali, che sono ormai strettamente connesse.  Come ci si arriverà? Ci saranno margini per continuare, magari con qualche aggiustamento, nelle stesse politiche dell’oggi, o tutto deflagrerà?L’evidenza ci dice che il recinto di questa Europa è assai stretto e rigido e lascia ben poco spazio ad una vera dialettica democratica. L’alternanza è sempre più confinata ad essere una variante delle larghe intese piuttosto che una possibile interlocutrice dell’alternativa. E’ alla alternativa dunque che bisogna guardare sapendo che però essa passa da un processo di rottura radicale del recinto e di inversione di un assai lungo percorso storico.

Fonte: www.cambiailmondo.org