martedì 5 marzo 2013

Inghilterra: Grazie Italia per la svolta Grillo



«Oh giorno felice. Il risultato elettorale italiano è un trionfo per la democrazia. “Nessun Papa, nessun governo, nessun capo della polizia”, recitava un Tweet a diffusione virale che salutava l’arrivo a Roma della “politica punk”. Il risultato è un antidoto, non solo per la corrotta politica italiana, ma anche per il dogma di austerità che ora prende l’economia dell’Europa per la gola. L’unico modo di allentare la sua presa è attraverso il voto. Congratulazioni, Italia». Così il “Guardian”, attraverso Simon Jenkins, saluta il clamoroso risultato italiano. «Il trionfatore elettorale più spettacolare è Beppe Grillo, un comico satirico scatenato ma con un messaggio chiaro: l’austerità, l’euro e la corruzione tutti insieme sono la causa dei mali continui che tormentano l’Italia. Possiamo discutere i problemi, ma perché preoccuparsi quando nessuno ascolta? Basti dire alle autorità in carica, come fa Grillo, di andare affanculo. Quando i politici hanno bandito Grillo dalle Tv, questi si è messo a usare il blog e la piazza. Il suo colpo da ko è stato il voto».

La vittima preferita di Grillo è «il poco longevo Mario Monti», continua il quotidiano britannico. «Costui venne spinto al governo un anno fa dalle
banche per imporre una sofferenza senza limiti all’economia italiana, così da puntellare l’euro e proteggere i prestiti bancari tedeschi e di altri dalla svalutazione». Super-Mario era il cocco dei banchieri, scrive Jenkins. «Come la Grecia e senza una valuta locale che togliesse le castagne dal fuoco, l’economia italiana è stata portata al soffocamento». Recessione del 2,2% rispetto all’anno precedente, con un tasso ufficiale di disoccupazione salito al 10%. Monti ha promesso di frenare la caduta, ma senza più crescita e con di fronte il problema di un debito in continuo aumento. Così, «le future generazioni sarebbero in una condizione di schiavitù perpetua nei confronti delle banche tedesche». Bene, «Grillo ha parlato a queste generazioni», proponendo un referendum per abbandonare l’euro, che sarebbe «la chiave che apre la porta della prigione». E persino «la rinascita di Silvio Berlusconi» è una buona notizia: «La sua irresponsabilità potrebbe contribuire a spingere l’Italia verso una crisi finanziaria», e dunque, in ultima analisi, verso «una salvezza finale».


Per quel che sembra poter essere un intero decennio, l’Europa sta per essere dominata dalla “politica dell’austerità”, che il “Guardian” definisce «un gioco d’azzardo con l’economia di un intero continente, che fa il paio con quello degli anni Venti del secolo scorso». I leader (e i loro banchieri) affermano che l’austerità sia una punizione “necessaria” con cui rivolgersi ai popoli europei affinché consentano ai loro governi di chiedere prestiti che vanno oltre i loro mezzi». La politica, aggiunge Jenkins, non offre alcuna crescita che consenta di ripagare i debiti e nell’Eurozona non è possibile nessuna svalutazione che permetta di ridurre la loro incidenza. Il messaggio è «dimenticate Keynes e ingoiate la pillola amara, anche se è un veleno». E il Regno Unito? «Sebbene sia libera dalla camicia di forza dell’euro, la Gran Bretagna di George Osborne sa che
l’austerità non conosce limiti: facendo calare la domanda l’economia fatalmente affonda, le entrate precipitano; per contro, il debito e il deficit crescono. È un classico circolo vizioso. Prima o poi, l’austerità diventa un fine e non più un mezzo: un’autoflagellazione ossessiva».

I ministri delle finanze che insistono col rigore «sembrano sacerdoti aztechi presso l’altare: se il sangue del sacrificio umano non fa arrivare la pioggia, allora occorre più sangue ancora». Per Jenkins, «si può ingannare solo una democrazia così a lungo». L’attuale dogma anti-keynesiano dura da quattro anni e, semplicemente, non funziona. In Grecia e in Spagna, la disoccupazione «colpisce spaventosamente un impressionante quarto della forza lavoro». Non solo: «La Francia è nei guai e anche in Germania i segnali dicono che la crescita crolla». I leader europei stanno costantemente trascinando l’insieme delle loro economie verso la
depressione, danneggiando la propria competitività verso l’estero, forse per sempre. E stanno facendo tutto da soli, «in ossequio agli dei della fiducia, che però li hanno abbandonati da un sacco di tempo». Chiaramente, «nessuna nuova idea può disinnescare questi dogmatici». Gli economisti? «Stanno ai governi moderni come i dottori alle compagnie del tabacco, buoni solo per l’ultima parcella». Per dirla con Chesterton, il cambiamento giungerà soltanto con «un colpo secco alla testa». Che può essere uno soltanto: il voto.

«Se c’è una cosa che il politico teme più di un banchiere centrale, sono le elezioni», scrive Jenkins. «In breve tempo la Grecia ha ceduto alle parole della star dell’anti-austerità, Alexis Tsipras. L’Olanda è ferocemente anti-austerità. La Francia ha visto la sinistra anti-austerità cacciar via Nicolas Sarkozy dalla sua carica. L’austerità spagnola è alla mercé di separatisti fuori da tutti gli schemi. L’Italia ha Grillo, Dio solo sa con quali risultati». Un segnale forte anche dalla Gran Bretagna, anche se per ora a livello locale, con la clamorosa affermazione di quello che il “Guardian” definisce «il Grillo britannico», cioè l’euroscettico Nigel Farage: nelle elezioni suppletive di Eastleigh, nel sud dell’Inghilterra, il partito di Farage, l’Ukip, ha insidiato i liberaldemocratici riducendo del 12% il loro consenso e ha conquistato la piazza d’onore, scalzando i conservatori di Cameron, relegati al terzo posto.

Un risultato col botto, quello di Eastleigh, che è la città natale di un altro comico, Benny Hill. «I laburisti sono rimasti al loro misero quarto posto, senza intercettare un solo voto in uscita», osserva “Megachip”. «Se leggiamo alla luce del clamoroso risultato elettorale italiano anche la repentina crescita dell’Ukip in questa “constituency” inglese (dal 4 al 28% in appena tre anni) scorgiamo un fortissimo segnale di un trend che nel 2014 potrebbe terremotare le elezioni europee a livello continentale». Il leader dell’Ukip, Farage, anche secondo il “Guardian” «potrà prorompere sulla scena per recitare il ruolo di uno dei più allarmanti politici anti-austerità, ma il suo discorso è simile a quello di Grillo», dato che la politica convenzionale è stata applicata burocraticamente anche a livello locale. L’Europa resta lontana, e l’Eurozona è rigida. «Non c’è un’unica soluzione europea che vada bene per tutti», e le voci di chi sta fuori dal coro ripetono tutte lo stesso grido: «Seguitemi fino all’assemblea e cacciamo via questi bastardi».

Storicamente, aggiunge Jenkins, l’Italia è uno dei paesi stranieri preferiti dai britannici, nonostante le due massime istituzioni, la Repubblica e la Chiesa cattolica, «scivolino nella corruzione e nell’immoralità». Questa è l’Italia, dove persino l’ingovernabilità fa «bella figura», e nessuno crede che questa cosa finirà qui. L’ordine costituito è già in allarme per quello che definisce “populismo selvaggio”, a partire dagli Usa, scossa dai “Tea Party” e da “Occupy Wall Street”. «In Scandinavia, Olanda, Austria e Francia c’è periodicamente un comunista, un poujadista o un fascista che spacca il sistema», fondato sull’assetto bipartisan periodicamente messo in forse anche in Gran Bretagna. «La politica italiana troverà un suo nuovo equilibrio», conclude il “Guardian”. «Se sarà fortunata sarà fuori dalla zona euro e lungo la strada della ripresa; in caso contrario rimarrà prigioniera a vita dei banchieri dell’Eurozona». Ma, in un caso o nell’altro, «l’Italia si ricorderà di questo emozionante momento storico, del febbraio 2013. E così dovremmo fare anche noi»

Fonte: http://www.libreidee.org

Premio Nobel Stiglitz: “Euro malato irreversibile, meglio farlo morire”


di Joseph Stiglitz,



Il risultato delle elezioni italiane dovrebbe dare un messaggio chiaro ai leader europei: gli elettori non tollerano le loro politiche di austerità.
Il progetto europeo, per quanto idealista, è sempre stato un impegno dall’alto verso il basso. Ma incoraggiare i tecnocrati a guidare i vari paesi è tutta un’altra questione, che sembra eludere il processo democratico, imponendo politiche che portano ad un contesto di povertà sempre più diffuso.
Mentre i leader europei si nascondono al mondo, la realtà è che gran parte dell’Unione europea è in depressione. La perdita di produzione in Italia dall’inizio della crisi è pari a quella registrata negli anni ’30. Il tasso di disoccupazione giovanile in Grecia ha invece superato ora il 60%, mentre quello della Spagna è oltre il 50%. Con la devastazione del capitale umano, il tessuto sociale europeo si sta lacerando ed il suo futuro è sempre più a rischio.

I dottori dell’economia dicono che il paziente deve lasciare che la malattia faccia il suo corso, mentre i leader politici che suggeriscono il contrario vengono accusati di populismo. La realtà tuttavia è che la cura non sta funzionando e non c’è alcuna speranza che funzioni; o meglio che funzioni senza comportare danni peggiori di quelli causati dalla malattia. E ci vorrà un decennio o più per recuperare le perdite generate da questo processo di austerità.

In breve, non è stato né il populismo né la miopia che ha portato i cittadini a rifiutare le politiche che gli sono state imposte, ma è la modalità errata con cui sono state portate avanti.
Le risorse e i talenti dell’Europa (il suo capitale umano, fisico e naturale) sono gli stessi del periodo precedente alla crisi. Il problema è che le cure imposte stanno portando ad un significativo sottoutilizzo di tali risorse. Qualsiasi sia la natura dei problemi dell’Europa, una risposta che comporti uno spreco di quest’entità non può rappresentare la soluzione.

La diagnosi semplicistica dei mali dell’Europa che sostiene che i paesi ora interessati dalla crisi stessero vivendo al di sopra delle loro possibilità, è evidentemente sbagliata almeno in parte. Prima della crisi, infatti, sia la Spagna che l’Irlanda registravano un surplus fiscale ed un rapporto debito/PIL basso, e se la Grecia fosse stata l’unico problema a livello europeo, l’Europa avrebbe potuto gestirlo facilmente.

Ci sono una serie di politiche alternative in discussione che potrebbero funzionare. L’Europa ha bisogno di un maggiore federalismo fiscale e non solo di un sistema di supervisione centralizzato dei budget nazionali. Ovviamente, l’Europa potrebbe non avere bisogno del sistema usato negli Stati Uniti che prevede un rapporto di due a uno della spesa federale rispetto alla spesa statale, ma necessita in ogni caso di una spesa maggiore a livello europeo invece dell’esiguo budget attuale dell’UE (ridotto ulteriormente dai sostenitori dell’austerità).

E’ poi necessaria un’unione bancaria, ma deve essere una vera unione con un unico sistema di assicurazione dei depositi, delle procedure risolutive ed un sistema di supervisione comune. Inoltre, sarebbero necessari gli Eurobond o uno strumento simile.

I leader europei riconoscono che senza la crescita il peso del debito continuerà a crescere e che le sole politiche di austerità sono una strategia anti-crescita. Ciò nonostante, sono passati diversi anni e non è stata ancora presentata alcuna proposta di una strategia per la crescita sebbene le sue componenti siano già ben note, ovvero delle politiche in grado di gestire gli squilibri interni dell’Europa e l’enorme surplus esterno tedesco che è ormai pari a quello della Cina (e più alto del doppio rispetto al PIL). In termini concreti, ciò implica un aumento degli stipendi in Germania e politiche industriali in grado di promuovere le esportazioni e la produttività nelle economie periferiche dell’Europa.

Quello che non può funzionare, almeno per gran parte dei paesi dell’eurozona, è una politica di svalutazione interna (ovvero una riduzione degli stipendi e dei prezzi) in quanto una simile politica aumenterebbe il peso del debito sui nuclei familiari, le aziende ed il governo (che detiene un debito prevalentemente denominato in euro). E con l’implementazione di una serie di modifiche nei diversi settori a velocità diverse, la deflazione a livello mondiale innescherebbe degli stravolgimenti enormi nell’economia.

Se la svalutazione interna fosse la soluzione, lo standard dell’oro non sarebbe stato un problema durante la Grande Depressione. La svalutazione interna unita alle politiche di austerità e al principio del mercato unico (che favorisce la fuga di capitali e l’emorragia dei sistemi bancari) è una combinazione altamente dannosa.

Il progetto europeo è stato ed è ancora una grande idea politica con un elevato potenziale di promozione della prosperità e della pace. Ma invece di migliorare la solidarietà all’interno dell’Europa, sta seminando i semi della discordia all’interno e tra i vari paesi.

I leader europei continuano a promettere di fare tutto il necessario per salvare l’euro. La promessa del Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, di fare “tutto il necessario” ha garantito un periodo di tregua temporaneo. Ma la Germania si è opposta a qualsiasi politica in grado di fornire una soluzione a lungo termine tanto da far pensare che sia sì disposta a fare tutto tranne quello che è necessario.

Ovviamente i tedeschi hanno dovuto accettare con riluttanza la necessità di un’unione bancaria che comprenda un sistema di assicurazione dei depositi comune. Ma il passo con cui sostengono queste riforme è in discordanza con i mercati, mentre in diversi paesi i sistemi bancari sono già attaccati al respiratore. Quante altre banche dovranno entrare in terapia intensiva prima che l’unione bancaria diventi una realtà?

E’ vero, l’Europa ha bisogno di riforme strutturali come insiste chi sostiene le politiche di austerità. Ma sono le riforme strutturali delle disposizioni istituzionali dell’eurozona e non le riforme all’interno dei singoli paesi che avranno l’impatto maggiore. Se l’Europa non si decide a voler fare queste riforme, dovrà probabilmente lasciar morire l’euro per salvarsi.

L’Unione monetaria ed economica dell’UE è stata concepita come uno strumento per arrivare ad un fine non un fine in sé stesso. L’elettorato europeo sembra aver capito che, con le attuali disposizioni, l’euro sta mettendo a rischio gli stessi scopi per cui è stato in teoria creato. Questa è l’unica e semplice verità che i leader europei non sono ancora riusciti a cogliere.

Un URLO dall'Italia verso l'Europa!!


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“Il laboratorio politico italiano ha partorito una novità assoluta in piena crisi delle democrazie europee: gli indignati, giovani ma non solo, hanno preso il parlamento attraverso le urne. A capo di questo voto trasversale c'è Beppe Grillo. Bollare il suo MoVimento come populista è una semplificazione inutile. La politica dei partiti agonizza assieme al diktat ultraliberista che oggi la sostiene e l'Italia, culla del diritto, della bella vita e dell'arte, l'ha capito prima degli altri. Il problema della legittimità di Berlino e Bruxelles è evidente. Non si tratta di fermare "l'antipolitica" Bisogna vedere le cause di questo movimento. Angela Merkel ha imposto a greci, italiani, portoghesi e spagnoli un'insopportabile austerità che ha reso i cittadini schiavi senza futuro. Il grido che viene dall'Italia è il sintomo di dissenso di massa. E' l'ora dei grillini. Governare per decreto a favore di banche, aziende ed élite privando i giovani del presente porta a questo. La Terza Repubblica italiana è nata. Resta da capire quanto ci metterà a propagarsi il contagio e dove attecchirà." Miguel Mora, El Paìs

lunedì 4 marzo 2013

La sconfitta dei mass media!!


Le recenti elezioni italiane hanno decretato diversi sconfitti, primi fra tutti il Pd e “Rivoluzione civile”. I giornalisti ne hanno disinvoltamente dimenticato un terzo: se stessi. Vorrei essere molto esplicito: i giornalisti non ne hanno azzeccata una, e tuttavia continuano a pontificare come se qualcuno avesse loro conferito un qualche diritto di prescienza. Si chiama opinionismo, naturalmente. Ma ha i chiari caratteri del vaniloquio. D’altronde è inevitabile che sia così. Avendo ridotto la realtà alla sua rappresentazione mediatica, costoro hanno perso di vista la complessità con cui il reale si manifesta. Lo hanno parcellizzato in statistiche, proiezioni, categorie politologiche e diatribe televisive. Quando essa pulsava dentro cuori, animi e problematiche che con la tarantella dei talk show non solo non hanno nulla a che fare ma non vogliono più avere a che fare.
Così ecco il compiaciuto stupore di Vespa e dei suoi accoliti a fronte del “sorprendente”, “inatteso” risultato del “Movimento 5 Stelle”, lo stesso che Floris e Vespaalla gente, in quei mesi, invece di parlare attraverso gli schermi parlava de visu, nelle piazze, nella vecchia agorà della vita reale. Lo stesso che nel rifiutarsi ai balletti televisivi colse l’unico dato veramente drammatico della politica italiana: la sua autoreferenzialità. E non solo l’autoreferenzialità della politica – che conosciamo bene – ma quella che la promuove mediaticamente: quella giornalistica. Ora, la domanda è: perché proprio coloro che dovrebbero avere il polso della società – politici in primis, giornalisti a ridosso – la sensibilità di tale polso hanno delegato a un ex comico come Beppe Grillo? Possibile sia necessario un outsider per capire dove sta andando l’Italia e cosa reclama?
La formuletta di consolazione è sempre la solita: voto di protesta, antipolitica. Uno di quei mantra che, a furia di essere ripetuto, ha finito per convincere i giornalisti stessi: che con Giuliano Ferrara in testa si ostinano ancora a parlare di “populismo”. È desolante accorgersene, ma non è proprio il popolo televisivo l’unico davvero preda del populismo? Non è al ridondante siparietto delle solite formulette rimasticate nei talk show che va imputata la responsabilità di una decadenza della politica e del suo allontanamento dalla realtà? Grillo userà toni inusuali, scomposti, non avrà chiare idee programmatiche, e avrà pure su di sé la damnatio memoriae dei suoi trascorsi di comico. Ma populistico non è arringare le folle invitandole a sognare una possibile revulsione delle viete categorie su cui la politica marcia dal secondo dopoguerra in avanti.
Populistico è fare giornalismo come lo si fa oggi in Italia, soprattutto in televisione, agendo non già sulle aspettative profonde degli italiani – che per conoscere bisogna incontrare – ma sul loro voyeurismo, sul compiacimento fine a se stesso di seguire questo o quel talk show per vedere chi vincerà la sfida sofistica. Questo è il populismo che mina l’Italia, questo il fondo di responsabilità da
imputare a una classe giornalistica che mira all’audience come Scotti o Fazio. Questo, non il populismo presunto di chi mobilita le piazze proprio contro questa stagnazione del risaputo e delle diatribe da starlette. Allora ripetiamoci la domanda: com’è possibile che tale giornalismo la faccia sempre franca? Com’è possibile che non esistano dirigenze illuminate alla Rai o a Mediaset che sappiano proporre un giornalismo diverso da quello prono alle esigenze più becere – e perciò più populistiche – del popolo bue che non segue “Porta a Porta” per capire come Fabio Faziosi potrebbe governare il paese, ma come Alfano potrebbe mettere in difficoltà la Bindi (o viceversa)?
Sembra inverosimile: ma di questo tracollo del giornalismo nessuno parla. Di questa deriva della politica come effetto di un giornalismo del voyeurismo e della querelle fine a se stessa nessuno si occupa. Assurti ormai a divinità incontestabili, i grandi presentatori italiani procedono sul loro tappeto rosso come se non fossero altrettanto corresponsabili, non solo delle loro previsioni mancate – lo abbiamo visto a queste elezioni – ma anche della stessa disaffezione alla politica, che loro per primi richiamano assurdamente, chiamandosene fuori. Non è verosimile che proprio questo tipo di giornalismo chieda alla politica un rimpasto che esso per primo pregiudica con la sua complicità e il suo modus operandi che promuove voyeurismo e sofismo della politica. È ora che alla riforma della politica si accompagni una riforma del giornalismo.
(Marco Alloni, “Elezioni, la sconfitta del giornalismo”, da “Micromega” del 27 febbraio 2013).

Ricattare l’Europa e far cessare l’austerità


di Sergio Parrinello (*) da Economia e Politica
Sono convinto che i risultati delle recenti elezioni politiche in Italia siano un segnale chiaro e potenzialmente positivo per i paesi forti dell’Unione Europea, come la Germania e la Francia. Essi sono anche un ammonimento per quei politici italiani abituati ad usare la metafora “Europa” per demonizzare chi invoca o un cambiamento degli accordi europei o, se ciò non fosse realizzabile, qualche sganciamento da quegli accordi. Sono anche convinto che i maggiori partiti tradizionali italiani, da un lato, e i governi europei, dall’altro, si assumeranno una grande responsabilità se non sfrutteranno appieno tale segnale continuando a dipingere effetti apocalittici per l’Italia, se, con un’altra metafora, il paese “uscisse dall’euro”.
Perché non prefigurare effetti altrettanto apocalittici se si continua a perseverare con le politiche liberiste di austerità? Ora sappiamo, oltre il fatto che l’Italia è un’economia importante per l’Europa, che gli italiani con il voto sanno protestare in modo democratico contro gli effetti ingiusti di trattati ingiusti e che i compiti a casa li deve fare (anche) l’Europa.
L’Italia non è una piccola economia, non è un piccolo debitore e non è un paese dove si può spaventare la maggioranza degli elettori contro cambiamenti dello status quo con vuote minacce verbali o soltanto con la (non vuota) salita dello spread. L’Italia ha una grande economia, è un grande debitore (con un peso maggiore di quanto lo avrebbe se fosse un piccolo debitore come ci insegna il mondo degli affari) e una parte del suo corpo elettorale non si spaventa a fronte di quelle minacce. Ciò costituisce una specifica forza contrattuale a livello internazionale e, se i suoi rappresentanti politici fanno gli interessi del proprio paese, questi politici possono usarla in sede di Parlamento Europeo senza bisogno di gridare o di lamentarsi e senza bisogno di assumersi il ruolo di mosche cocchiere quando vi si conseguono i vantaggi di piccole concessioni ottenute.
Finora siamo stati intimiditi nel sentirci ripetere “che cosa succederebbe se l’Italia uscisse dall’Euro”. Il segnale espresso dalle elezioni suggerisce invece il seguente controfattuale alternativo: che cosa succederebbe in Italia e in Europa, se non si allentassero i vincoli di bilancio finora imposti e non si istituisse una Banca Centrale Europea come vero prestatore di ultima istanza. In tale contesto fa parte del gioco discutere senza perdere la calma i costi e benefici di un piano B o C, che costituisca una via resa obbligata di sganciamento dagli attuali accordi di Maastricht, nel caso in cui quei governi europei rimanessero  sordi a tali istanze di cambiamento.
Io credo che il PD con Bersani e il Movimento a Cinque Stelle con Grillo si assumerebbero anch’essi una pesante responsabilità se non trovassero un accordo su pochi punti precisi,  ma che uno di questi punti debba essere un impegno forte per ottenere in sede europea e in tempi brevi una inversione di politicaindirizzata all’occupazione ed alla crescita e che la forza di tale impegno deriva dal segnale trasmesso dagli elettori italiani: che la partecipazione dell’Italia all’Europa dell’Euro non durerà a qualsiasi costo economico-politico-sociale.
Una tale minaccia sarebbe credibile e potrebbe avere un effetto-domino per il consenso di altri paesi europei su quella linea strategica. Sarebbe troppo immaginare una Primavera Europea? Proviamoci.
(*) ordinario di economia politica all’Università di Roma La Sapienza. Fonte: economiaepolitica.it

venerdì 1 marzo 2013

La Germania esce dall'Euro....il presagio!!


E se la Germania desse ascolto agli euroscettici ed uscisse dall'Euro? Risponde Die Zeit, che si diverte a descrivere gli effetti nefasti di una tale decisione: i tedeschi sono davvero ricattabili?

Che cosa accade se la Germania abbandona l'Euro? L'economista Gustav Horn descrive il dopo Euro - e anche Thilo Sarrazin ha un ruolo.

Un gioco: che cosa succederebbe se, come richiesto dal finanziere George Soros, la Germania uscisse dall'Euro?

Il parlamento tedesco approva con una maggioranza di due terzi l'uscita dall'Euro e la reintroduzione del D-Mark. Solo i Verdi votano contro. Il tasso di cambio è uno a uno. Il presidente della Bundesbank lascia il consiglio BCE con effetto immediato.

I mercati finanziari e dei cambi reagiscono immediatamente all'uscita della Germania. Dal resto dell'unione monetaria arriva in Germania un fiume di liquidità. La nuova valuta si apprezza del 50 % nei confronti dell'Euro. Un marco costa ora 1.5 €. Allo stesso tempo crolla il valore delle garanzie statali offerte per i fondi di salvataggio. La stessa cosa accade per i debiti e i crediti nati dal sistema Target della BCE: la Bundesbank chiede che siano saldati immediatamente. I rischi per il bilancio pubblico, almeno all'inizio sembrano scendere.

Circa 200 economisti celebrano la ritrovata libertà della Germania. Thilo Sarrazin dichiara in tv: "la Germania non ha bisogno dell'Euro".

Nel resto dell'Eurozona i mercati finanziari sono in difficoltà. La BCE dopo l'uscita della Germania ha immediatamente spostato la sua sede da Francoforte a Parigi. Nel frattempo annuncia acquisti illimitati di obbligazioni. In questo modo i banchieri centrali riescono a governare le quotazioni dei titoli. La nuova Banca Centrale Europea rimborsa tutti i crediti Target della Bundesbank con del denaro fresco di stampa. Calcolati in marchi, hanno perso un terzo del loro valore. La Bundesbank è costretta a contabilizzare una grossa perdita. Lo stesso accade con il rimborso dei fondi tedeschi conferiti all'ESM. L'indebitamento pubblico tedesco cresce di un valore corrispondente.

Dopo alcune settimane di sollievo dovute all'uscita dall'Euro, numerosi produttori di auto dichiarano che il loro fatturato nel resto d'Europa è crollato. Le auto tedesche per il resto d'Europa sono troppo costose. I costruttori chiedono la cassa integrazione e iniziano a licenziare.

Poco dopo, l'associazione degli industriali dichiara che l'economia tedesca a causa dell'apprezzamento del Marco non è piu' competitiva ed esorta i sindacati tedeschi ad accettare una riduzione dei salari. Dopo appena un trimestre, l'Ufficio Federale di Statistica comunica che gli avanzi delle partite correnti si sono dimezzati e che l'export verso il resto d'Europa è crollato. Thilo Sarrazin dichiara in un altro talk show che anche senza l'Euro si sente molto bene. Il suo reddito non si è affatto ridotto.

Nel resto d'Europa, gli altri paesi avranno piu' tempo per raggiungere gli obiettivi di risparmio e decidono di aumentare i loro depositi nel fondo ESM, per compensare l'uscita della Germania.

La Germania entra in recessione

Il Fiskalpakt viene sospeso e sostituito con un patto di stabilità. I paesi europei si impegnano a rispettare gli obiettivi di inflazione e a evitare che si formino degli squilibri nelle partite correnti. L'ESM diventa un Fondo Monetario Europeo (FME), con il compito di controllare il rispetto dei trattati da parte dei membri. I paesi che registrano un avanzo o un deficit delle partite correnti eccessivo, dovranno cedere una parte delle proprie entrate fiscali al FME.

La nuova BCE comunica che il suo obiettivo di inflazione resta invariato al 2%. La Bundesbank dichiara subito dopo che l'obiettivo di inflazione per la Germania è dell'1%, e aumenta i tassi. Il Marco continua ad apprezzarsi.

L'Ufficio Federale di Statistica comunica che la bilancia commerciale della Germania, a causa del crollo delle esportazioni, ha raggiunto il pareggio. La congiuntura in Germania si indebolisce ulteriormente. L'industria dell'export è in recessione e taglia in maniera massiccia posti di lavoro. Anche l'economia interna inizia a perdere slancio per i tassi troppo alti. Nel resto d'Europa la situazione economica a poco a poco si stabilizza. Thilo Sarrazin dichiara in tv: questo non ha nulla a che fare con l'Euro.

VW sposta le sue fabbriche

Martin Winterkon, a.d. di VW, fa sapere che l'azienda sposterà una grossa parte della sua produzione nel resto dell'Eurozona. "Il mercato tedesco è troppo piccolo per la nostra produzione, e abbiamo bisogno di tassi di cambio piu' sicuri", dice Winterkorn. Il valore delle azioni VW cresce vertiginosamente. BMW e Daimler confermano piani analoghi. Nei rinnovi contrattuali dei metalmeccanici, a causa della difficile situazione nell'industria, viene concordato un aumento dell'1%. Nel settore pubblico, una riduzione delle entrate costringe a tagliare il numero dei dipendenti pubblici. I rinnovi contrattuali portano ad un aumento di mezzo punto percentuale.

Un anno dopo l'uscita dall'Euro, la Germania si trova in piena recessione con una crescente disoccupazione. Nel frattempo anche la domanda interna è crollata: i bassi aumenti salariali e i licenziamenti stanno affossando i consumi. Sempre piu' aziende trasferiscono posti di lavoro nell'Eurozona, in Asia o negli Stati Uniti. La Borsa di Francoforte ha perso molta della sua importanza; quella di Parigi al contrario ha accresciuto la sua influenza. I capitali continuano ad uscire dalla Germania mentre i tassi di interesse tornano a crescere. La rivalutazione del Marco si è fermata.

Il drammatico appello degli economisti tedeschi.

La zona Euro nel frattempo si è stabilizzata e mostra almeno una debole crescita economica. Sta crescendo l'export dai paesi in crisi - soprattutto verso la Germania. VW pianifica l'allargamento dei suoi impianti in Spagna e prende in considerazione la costruzione di uno stabilimento aggiuntivo in Grecia.

Dopo 2 anni, la crescita nel resto dell'area Euro torna oltre il 2%. L'economia in Germania invece ristagna, la disoccupazione resta alta. Circa 200 economisti pubblicano un drammatico appello per aumentare la competitività della Germania. Il mercato del lavoro è poco flessibile, i salari troppo alti e le prestazioni sociali troppo generose per poter affrontare le sfide della globalizzazione. Grecia e Spagna sono in pieno boom, mentre l'economia tedesca è in difficoltà, scrivono 2 anni dopo l'uscita dall'Euro.

Thilo Sarrazin dichiara in un programma televisivo: "Non ho mai suggerito l'uscita dall'Euro, al massimo mi sono permesso di dire che non abbiamo bisogno dell'Euro".

Fiducia al governo?...Non scherziamo dai...



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"Quindi improvvisamene gli attivisti del M5S si sarebbero bevuti il cervello. Tutti insieme. Dopo avere combattuto per anni il Pdl e il Pd-L, dopo avere mandato "affa" tutto e tutti, improvvisamente sarebbero tutti per votare la fiducia a Bersani & Co. Lo stesso Pd che ci ha regalato la tassa da 4 miliardi servita a pagare i conti di MPS, che non ha mai fatto la legge sul conflitto di interessi, che va a chiudere la campagna elettorale a Berlino. Lo stesso PD che copia le parlamentarie di Grillo ma riserva i posti chiave per le solite Bindi & Co. Lo stesso Pd di Violante, quello di "abbiamo una banca". Quel PD lì. E questi duri e puri del M5S, arrivati in Parlamento al ritmo di "vi apriremo come una scatoletta di tonno", al primo canto delle sirene di gente corresponsabile di tutto questo sfascio, si metterebbero a invocare l'accordo, addirittura la fiducia, come un qualsiasi partitucolo da prima repubblica? Ma lo sanno questi signori che, se votano la fiducia, si rendono corresponsabili di tutto quello che farà dal giorno dopo il Governo di Bersani & soci? Lo sanno che questi sono vecchi squali della politica, controllano i ministeri e conoscono tutti i trucchi possibili per fare tutto l'ostruzionismo di questo mondo, per cui, conoscendo la tattica della melina meglio di chiunque altro, avendola praticata per intere legislature, prometteranno per l'ennesima volta di tagliarsi gli stipendi, di togliere i rimborsi e tutto il resto, ma poi troveranno tutte le scuse per ritardare fino ad arenare ogni progetto di legge del M5S, mentre cercheranno di far passare nuove ignominie ai danni del popolo italiano, e queste ignominie ricadranno sulla testa del M5S? Forse i titoloni dei giornali, quelli che parlano di base spaccata basandosi su qualche commento su un blog e su una petizione in rete (gli stessi giornalisti che non sanno distinguere "Twitter" da "Tweet", ripetendo grottescamente "ho letto un twitter di tizio e caio" ad ogni ospitata televisiva) sono solo l'ennesima strumentalizzazione giornalistica orchestrata dalla vecchia politica. Forse questa Viola Tesi che all'improvviso spunta fuori dal nulla, con una petizione pro fiducia (pro Pd) in rete, guarda caso su un sito che nulla ha a che fare con il M5S, raccogliendo magicamente decine di migliaia di firme, non è esattamente espressione della base del Movimento. Potrebbe mai esserlo una che fino a un paio di mesi fa almenomilitava convintamente nella base del Partito Pirata? Lo stesso partito pirata che deve vedersela con quel Marco Marsili che proprio durante le scorse elezioni, sbugiardato da Anonymous o chi per essi, cospirava contro il M5S cercando di distruggerlo? Ed ecco,cliccando qui, una delle tante conversazioni che provano la sua partecipazione attiva nella base del Partito Pirata. Può una attivista convinta di un altro movimento, a uno o due mesi dalle elezioni, diventare come per magia espressione della base del M5S ed essere rilanciata, in primis da Repubblica, il giornale della tessera numero uno del PD (De Benedetti), con la sua petizione pro Pd (adesso capite la ragione delle regole sulle candidature di Grillo)? E le 75mila firme raccolte, come per magia, in meno di 48 ore, sono della base del M5S? Cosa dà cotanta sicumera ai signori giornalisti che fanno i titoli? Fanno le pulci a una che non conosce il numero esatto dei senatori della Repubblica, e poi sparano titoli così palesemente scollegati dai fatti? Già, perché è evidente che se una di un altro partito viene spacciata per una rappresentante della base del M5S solo perché pubblica una lettera su un sito qualunque, con la stessa nonchalance si possono far votare decine di migliaia di militanti di un qualunque altro partito sotto a una petizione qualsiasi e poi spacciare le firme come la prova evidente che la base del M5S (o quella dell'ultimo partito della Nuova Guinea) è compatta contro il suo leader. E si può perfino arrivare a colonizzare un intero blog, con iscrizioni mirate dell'ultima ora. Tant'è vero chealcuni, tra i firmatari, non si fanno neppure scrupolo di mascherare il fatto non solo di non essere appartenenti alla base del Movimento Cinque Stelle, ma neppure di essere espressione di quegli 8 milioni e mezzo di italiani che hanno condiviso e votato le proposte di Grillo. 
Cari "grillini" (a me questo termine potete passarlo): voi siete arrivati adesso con le valigie di cartone, ma questi conoscono l'arte di mettervelo in quel posto meglio di chiunque altro, avendo una lunga scuola alle spalle. Cercate di non farvi fregare e rimettete, con lucidità, ogni tassello al suo posto. Voi, per la vostra storia e per la natura radicale delle vostre rivendicazioni, che sono quelle che gli italiani vi hanno chiesto esplicitamente di portare avanti, non potete votare la fiducia a un partito che si è reso corresponsabile dello stato in cui versa questo Paese. Tutt'al più, se proprio Pd e Pd-L ci tengono alla governabilità, possono sempre votare, loro, la fiducia al primo Governo targato MoVimento 5 Stelle." Claudio Messora